Storie di paura: Omicidio a teatro

Omicidio a teatro

di
Alessandro Ghebreigziabiher

"Va bene. Pausa di mezz'ora e ci rivediamo tutti qui. Puntuali…"
Questo disse Pascal alla compagnia, sinceramente soddisfatto della prova generale appena conclusa.
Non era risultata cosa facile convincere monsieur Lavigne a dargli una possibilità. L'agenda di quest'ultimo era strapiena di illustri appuntamenti e ancora non si capacitava, dopo averlo tampinato per ben due anni, di esser riuscito nell'impresa.
Certo, la sensazione che il noto direttore di uno dei più importanti teatri d'oltralpe, lì, nel cuore di Bordeaux, avesse acconsentito più per disperazione che altro, bramoso di toglierselo definitivamente di torno, l'aveva ben netta nella pancia, ma il suo innato ottimismo lo aiutava a tirar fuori la forza necessaria per guardare altrove, davanti a sé, al di là del palcoscenico.
Lavigne sedeva in terza fila, fumando mezzo sigaro con le braccia conserte.
Pascal, dandogli le spalle, osservava gli attori allontanarsi dalla luce del proscenio per raggiungere camerini e foyer.
Pochi minuti e i due furono soli, nel silenzio del teatro.
Il regista, nonché autore dell'opera in esame, si voltò lentamente, ormai scomparso nell'ombra l'ultimo recitante. Quindi, con lunghissimi e ponderati passi, si avvicinò al suo avversario, sistemandosi nella fila davanti all'uomo, con il didietro appoggiato allo schienale di una poltrona.
Era in attesa, in trepidante e nervosa attesa.
I pensieri di Lavigne, proprio in quell'istante, riempirono ogni dove tranne le orecchie del malcapitato.
"Pretenzioso, presuntuoso e pretenzioso… Ma guarda se io, che ho esordito come scenografo col celebre Tourbillon, che ho lavorato per dieci anni con la Comédie de l'Océan, che ho ospitato nel mio teatro Julienne Baguette, Olivier Chez-nous e Chantal Croissant, debba perdere il mio tempo con questo dilettante pretenzioso. Non c'è peggior binomio, io credo. No, dico, Chantal Croissant
"Eh, certo. Anch'io potrei prendere una macchina da scrivere, un manipolo di beceri individui, illudendoli di essere baciati dalla dea dell'arte e, grazie a quattro libercoli letti tra una visita e l'altra al centro commerciale, pretendere di poter affrontare con tale impudenza argomenti così delicati. Vi è una letteratura sconfinata, ultimo tassello inciso tra l'altro dal famoso Gilbert Marronglacé, nel saggio che gli ha fatto guadagnare l'ambito Jambon d'or, il primo premio della Société Nationale pour la tutelle de la Culture.
"Eppure qualcuno di questi gaglioffi riesce pure ad emergere, è questa la cosa vergognosa.
“A Parigi, ovviamente. Con questa menzogna sull'arricchimento dato dalla sperimentazione giovanile e dal miscuglio di stili stanno rendendo il teatro un'arte come un'altra. Fare teatro è un dono che va ottenuto con una vita di lavoro e sacrificio. Scriverne, poi, è una prerogativa di pochi, quei pochi che, travalicando l'occhio umano, riescono a vedere cosa realmente ci sia tra il palco e la platea, in quella indescrivibile linea di confine che Saint Honoré ha così abilmente descritto nelle sue commedie.
"E guarda questo… Continua a fissarmi tronfio e baldanzoso. Drammaturgo e regista. Due assurde presunzioni nello stesso misero uomo. Ma adesso ti sistemo io…"
"Monsieur, sarò schietto e senza fronzoli con lei."
"Lo spero, monsieur Lavigne."
"Ebbene, il suo lavoro non mi interessa. Non perderò il mio tempo a dirle perché, poiché ogni scampolo di possibilità che ciò possa esserle d'aiuto a migliorare la sua scrittura, nonché visione della scena, è lungi da essere oggetto di mia fiducia. Le consiglio caldamente di mutare al più presto direzione del suo fare in quanto codesto campo è per lei il meno indicato."
Silenzio, il silenzio li avvolse gelido. A quel punto Lavigne aveva deciso di alzarsi e andarsene, ma non riusciva a muovere un muscolo. Gli occhi di Pascal erano arsi di odio, un odio smisurato, senza freni, scevri da ogni morale, liberi di espandere ed esplodere come granate in mano ad un folle deciso a dare la vita per un'idea, per quanto falsa.
Ad una lentezza irreale infilò la mano destra nella giacca e ne estrasse una pistola piccola e nera. Senza alcuna esitazione la puntò al ventre dell'uomo pietrificato davanti a sé.
"Monsieur, c-cosa c-credete di f-fare?" fu l'inutile e ultima frase di quell'uomo.
Il primo colpo era già partito. Il proiettile, a tale distanza, attraversò la pancia di Lavigne, scavando un tunnel dalla superficie di grasso che il direttore aveva accumulato intorno all'ombelico, in anni di pigre abbuffate, fino a quella più sottile ma non meno flaccida della schiena. Il tutto passando indisturbato per tutto lo stomaco, salutando con orgoglio i succhi gastrici come fa un ciclista con il pubblico tagliando il traguardo.
Il secondo proiettile bucò senza pietà la coscia destra, andandosi ad incastrarsi tragicamente nell'osso del femore, il quale iniziò a tremare e sussultare terrorizzato, non avvezzo a tali incidenti, vissuto con l'unico compito di sorreggere insieme al suo fratello gemello il grosso culo del Lavigne.
Il terzo aprì un occhio, spalancato come la fede di un mistico di fronte al tanto sospirato miracolo, nella mano sinistra della vittima, ingenua nell'istintivo tentativo di proteggere il viso dalla fiammata.
Difatti il colpo fu leggermente spostato a destra ma colse comunque in pieno l'orecchio mancino, frantumandolo in centinaia di coriandoli insanguinati.
Il quarto proiettile fu a correzione del precedente.
Diretto, centrale, come quei tiri in porta belli, forti ma in bocca al portiere.
Tuttavia, stavolta, era proprio la figura il bersaglio.
La pallottola aprì una voragine nella fronte di monsieur Lavigne, con la pelle arricciata tutta intorno e grumi di cervello ben visibili dall'esterno, affollati sul cratere, decisi ad abbandonare la nave in balìa della falla. La vita dell'uomo aveva ormai preso la stessa direzione, tuttavia, Pascal aveva ancora due colpi e non voleva assolutamente privarsi di tale privilegiato sadico godimento.
Un altro colpo partì e trafisse il cuore ormai fermo, licenziato da quel corpo ormai incapace di capire in quale direzione nascesse il dolore. Fu una bella morte, senza alcun senso di colpa, si disse il prezioso organo prima di esalare l'ultimo respiro.
E infine l'ultimo proiettile.
Pascal stava per premere il grilletto quando toccò a lui far volare i propri pensieri verso la volta del teatro.
"No, questo no. Questo va conservato. Qualche altro monsieur potrebbe chiedermelo in dono con altrettanta sapiente, colta e fine ingordigia."

Tratto dallo spettacolo Fine, 2007.

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