giovedì 4 dicembre 2014

Storie di scrittori: come dire…

Come dire...

di
Alessandro Ghebreigziabiher

Il mio nome è Pierre e posso dirvi che io scrivo.
Come dire… uso la penna per vivere e per rendere la mia esistenza il più sopportabile possibile. Nondimeno, senza l’inchiostro il bianco del foglio rimane illibato, come dire, inutile. E per le penne come la mia sono proprio le persone come lei a riempire di china la boccetta.
Il liquido che ristagna all’interno di quest’ultima può apparire di un anonimo nero ad un occhio distratto, come dire, di fretta.
Che grave errore, amici, come dire, quale straordinario abbaglio: c’è né molti più di colori nel nero di quanti la scienza affermi nel bianco. Essa lo dimostra, come dire, prova la sua teoria con insindacabili testimonianze e calcoli. Tuttavia, quelli come il soprascritto, che ardiscono di trasformare un pezzo di carta in un mondo alieno in cui far smarrire il prossimo, se ne fregano delle prove, come dire, non sanno cosa farsene di insindacabili testimonianze e calcoli.
Io ho bisogno delle strade cosiddette altre, io ho bisogno di trovare l’oro dove non può essercene alcuno, io ho bisogno di credere che l’uomo più stupido della terra scopra la risposta alla domanda più difficile, come dire, io cerco di intrappolare l’impossibile perché so che non ho altra occasione per farmi seguire sino all’ultima pagina della mia vita.
E allora il nero è pieno di colori, come non li avete mai visti, vi do la mia parola, non ve lo posso dimostrare, come dire, scientificamente. Posso solo dirvi che lei è uno di questi, come dire, simile ad un colore nascosto nel buio.
Che colore? Non lo so, non ho prove, come dire, non possiedo alcuna certezza. Posso solo affermare che un giorno l’ho incontrata e, quando se n’è andata, non ho potuto far altro che gettarmi sul foglio a cavallo della mia penna, con la speranza di ritrovarla.
Mi chiamo Pierre e come vi ho detto, scrivo. Non sapevo che avrei raccontato di lei, come dire, non avevo compreso cosa il mio inconscio avesse intenzione di rivelare.
Aveva corso, la mia penna, raggiungendo mai doma la fine di ogni pagina senza mai voltarsi indietro, come dire, con la punta rivolta sempre alla riga successiva.
E’ stata paziente, ogni volta che finiva l’inchiostro, come dire, ogni volta è stata pronta a ripartire dal punto esatto in cui era stata strappata al suo sogno. Il suo, forse, giammai il mio.
Il mio, quello veramente mio, come dire, quell’anelito impronunciabile nemmeno nel silenzio della propria mente è sempre rimasto cristallizzato nel regno della peggiore razza di utopia al mondo.
Sto parlando di quella illusoria vana speranza, come dire, quella che nascondiamo anche a noi stessi: un padre, una madre e un vita nel mezzo.
In altre parole uno scrittore, dei libri non più manoscritti, un’attrice rispettata sopra e - soprattutto - al di sotto del palcoscenico e, al sicuro tra di loro, una creatura capace di vincere il tempo.
Non tutto, come dire, non sto parlando dell’eternità, qualsiasi cosa più che solo otto miseri anni. Forse, se non fosse stato per lei, la scrittura non sarebbe riuscita a realizzare il miracolo di donare rifugio a questa fantasia pura come l’acqua dell’eden.
Come dire, talvolta i sogni è meglio che rimangano tali.

Tratto dal testo dello spettacolo La vera storia di Jean-Baptiste du Val-de-Grâce, oratore della razza umana (2008), pubblicato nel libro Amori diversi, Tempesta Editore (2013).

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