mercoledì 21 gennaio 2015

Racconto di un funerale

Silenzi da riempire

di
Alessandro Ghebreigziabiher


Mario non era mai stato a un funerale.
Non gli era mai morto nessuno, ad esser precisi. Nessuno di caro ad essere impietosi. Suo figlio Mattia, neanche due anni, aveva retto al silenzio sacrale del rito per soli cinque minuti, record assoluto e la mamma era stata costretta a condurlo all’esterno della chiesa, da vero buttafuori. E in fondo non l’aveva fatto così contro voglia.
L’atmosfera era insopportabile, tipica di una cerimonia moderatamente classica: pianti sommessi e non, abiti sia sobri che eleganti come si conviene, strette di mano sentite e abbracci convulsi, perlomeno per quanto riguardava il contorno. Come in ogni rito che si rispetti, in ultima analisi.
L’essenza, l’interessante, sola presenza degna di esser definita tale, era tutta intorno al feretro, ancora scoperto sulla vita appena spenta: un padre quasi impassibile e con gli occhi fissi al vuoto, oltre il gelido altare, oltre il sacerdote recitante, oltre il tempo e lo spazio. Una madre, con un cappotto di collera a protezione del cuore, da anni lontano dal compagno che fu ma costretta a precipitargli nuovamente accanto per il peggior pretesto. Una sorella, sola nel tirare fuori i cosiddetti, finendo con l’arrendersi a copiose quanto dignitose lacrime. Poi gli amici, quelli di sempre, quelli di una volta e più forti di prima.
Luisa, la ex, Stefania, l’attuale – ora ex in un altro senso, Piero, il collega di lavoro, Giorgio, il compagno di banco alle superiori e infine lui, Mario, l’insostituibile Mario, l’amico del cuore, sempre e comunque.
La funzione durò almeno tre quarti d’ora, durante i quali non si fecero mancare squilli di cellulare e incontenibili crisi di tosse, lì a ricordare la natura quanto mai terrena della cosa, nonostante tutto. Mario accompagnò la moglie all’auto e una volta sistemato Mattia sul seggiolino posteriore prese la sua decisione.
“Claudia, ho cambiato idea. Vado anch’io al cimitero…”
Eppure, quella mattina di poco prima era sembrato imperterrito: “Solo il funerale e ce ne torniamo a casa. Non me la sento di seguirlo fino alla sepoltura, non me la sento…”
La donna lo aveva osservato come se lo avesse sempre saputo, come chi conosce l’altro molto meglio di quanto lui possa immaginare.
“D’accordo, ci vediamo a casa”, mormorò più tardi.
“Ma chi era tutta quella gente?” chiese Piero dieci minuti dopo, seduto al volante della propria auto.
“Non lo so”, rispose Mario guardando fuori del finestrino sulla propria destra.
“Katia, quando l’ho salutata, mi ha confessato che le dava molto fastidio salutare persone che non avesse mai incontrato prima, soprattutto durante il periodo di suo fratello in ospedale. Dov’era questa gente, in quei giorni? Così mi ha detto con gli occhi arrossati. Mi ha spezzato…”
“Perché?”
“Be’, neanche io ci sono andato spesso.”
“Se è per questo io ci sarò stato al massimo due volte.”
E il silenzio s’intromise, denso, deciso a restare, perlomeno intorno a quell’argomento.
“Lo sai da quando non vedo Giorgio?” chiese più tardi Mario, quando la colonna di auto si stava sistemando nel parcheggio del cimitero.
“Lo so, da tanto.”
“Sei anni. L’ultima volta che l’ho visto abbiamo avuto una violenta discussione. Per poco non siamo venuti alle mani.”
I due dovettero interrompere la conversazione poiché il gruppo iniziava a riunirsi nuovamente. La salma, la famiglia, gli amici e il becchino, senza eufemismi, lui, in tutta la sua schiettezza.
“Se volete seguirmi”, disse alla triste compagnia. Il tipo era alto e dinoccolato, con i capelli brizzolati molto corti e un mento leggermente spostato in avanti. Gli occhi erano azzurri e sereni, quasi come le lapidi attraverso le quali avanzarono disciplinati. L’auto con la salma li aveva preceduti e la seconda parte della tetra cerimonia si consumò. Stavolta fu il padre a cedere l’onore delle armi al dolore e un pianto irrefrenabile lo assalì, seguito dall’ex moglie, incapace di non condividere quell’attimo. Gli amici erano un passo più dietro mentre la bara veniva calata nella fossa.
“Questi sono gli estremi della tomba”, dichiarò con distaccata formalità il pennellone, mentre li consegnava ad un’attonita Katia, l’unica che gli rivolgesse lo sguardo, e si allontanò con discrezione. Gli amici erano in silenzio, le due ragazze piangevano con delicatezza e gli uomini si dimostravano tali in tutta la loro debolezza.
“Grazie di essere venuti”, disse loro il papà, stringendo la mano dei primi due che si trovò davanti e insieme ai resti della sua famiglia, perlomeno di nome, si allontanò distrutto.
Così giunse il tempo degli amici. Il silenzio era nuovo, ora. Era quello che vi è dopo. Senza riti, senza doveri, senza formalismi, quello vuoto, quello da riempire o da sopportare.
“Che paese di merda.”
Chi aveva parlato era stato Giorgio, il quale si era appena acceso una sigaretta.
Mario lo aveva fissato torvo ma era stato Piero a chiedere spiegazioni: “Cosa vuoi dire?”
“Cosa voglio dire? Un uomo muore a trentasei anni di Aids perché si becca il virus lavorando in comunità con i tossici e nessuno se ne fotte mentre un altro viene ucciso da una banda di criminali in Iraq, ma appare in un video che tutti vedono e diventa un eroe. Gli fanno pure una strada.”
“Cosa c’entra, adesso?” esclamò Luisa, alquanto incollerita.
“C’entra, c’entra”, proseguì l’altro, “gliel’avevo detto un sacco di volte, io. Ma che cazzo ci fai là dentro? Ma cosa te ne frega di quei quattro drogati? Aveva una laurea in matematica, poteva fare soldi. Non vi ricordate quanto era bravo, a scuola?
“Francesco amava il lavoro che faceva, non gliene fregava nulla di altro”, replicò Piero, “e se lo vuoi sapere il virus non è detto che l’abbia preso in comunità…”
Il viso di Stefania impallidì e anch’ella tentò nervosamente di accendersi una sigaretta.
“Questo non importa, ora”, sentenziò Luisa posando un braccio sulle spalle dell’altra.
“Certo che importa”, insistette Giorgio, assumendo un tono aggressivo nei confronti di Piero, “e tu non ti permettere di infangare la memoria di Francesco.”
“Ma che differenza fa dove ha beccato l’aids?” alzò la voce quest’ultimo. “E’ stato con una, allora? Che cambia? Cosa cambia?”
“Non cambia nulla”, osservò Mario, “Giorgio sta parlando di sé.”
“Che cazzo vuol dire?” domandò l’interessato gettando la cicca per terra.
“Tu parli sempre di te”, rispose l’altro, ricollegando quell’istante al loro ultimo incontro, anni prima, “te lo dissi allora e te lo ripeto anche adesso, “tu parli sempre di te. Il paese di merda, il paese di merda. Il fatto è che tu non riesci a capire come Francesco avesse potuto preferire un lavoro stressante, rischioso e per nulla gratificante alla sicurezza economica. Lui era uno che cercava di essere coerente con se stesso, senza aspettarsi nulla, perché era quello che lui desiderava e basta. Sei tu che vuoi un ritorno per ogni cosa, sei un opportunista.”
Giorgio era livido in volto ma non subì in silenzio: “E tu? Tu sei migliore di me? Non hai lavorato con lui per due anni? Perché te ne sei andato, allora?”
Gli altri ascoltavano in silenzio, ormai esclusi ma estremamente interessati.
“Volevo guadagnare di più, lo ammetto. Ho avuto un figlio…”
“Francesco ci rimase male che te ne andasti”, s’’intromise Piero.
Mario era senza parole mentre Giorgio incalzò: “Certo, e difatti da operatore in comunità per tossicodipendenti sei diventato mediatore creditizio, venditore di debiti, insomma. Lineare, perfettamente lineare. Tu vendi sofferenza, caro mio. Come gli spacciatori per colpa dei quali si fa la gente che aiutavi.”
“Non è colpa mia se non ho trovato altro”, si giustificò Mario.
“Allora lo vedi che vieni a me?” sottolineò Giorgio. “Questo è un paese di merda…”
Trascorsero pochi secondi e poi Stefania, con gli occhi rossi di lacrime e rabbia, esplose: “Ma che cazzo dite? Francesco ha fatto una scelta, tu, Mario hai fatto una scelta e tu, Giorgio nei hai fatta un’altra. Che cazzo c’entra il paese? Cosa c’entra il paese?! Siamo noi che siamo di merda. Tutti noi avremmo potuto aiutarlo nel suo lavoro, tutti noi avremmo potuto essergli più vicino nei suoi ultimi giorni, tutti noi non abbiamo il coraggio per fare qualcosa in cui crediamo senza aspettarci nulla. Questa è la merda. Non il paese. E vivremmo meglio se ogni tanto avessimo il coraggio di dircelo.”
E il silenzio fu riempito.

Racconto pubblicato nel numero 04 - 2006 della rivista settimanale Carta.

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