giovedì 15 gennaio 2015

Storie di ladri in casa: le tre sorelle e la ciabatta

Le tre sorelle e la ciabatta

di
Alessandro Ghebreigziabiher


Ho tante idee.
Come quella delle sorelle Mary e Lucy, le quali un giorno compresero di quanto valesse la pena ascoltare le parole quasi sempre fuori luogo della svampita Betty, la più piccola.
“Ehi… ce ne andiamo o no? Sono stanca.”
“Lucy”, fece Mary, facendosi strada nel buio, “te l'ho chiesto io di rimpinzarti così? Ora, te la cavi da te, oh!”
“Ma dove cappero sta l'uscita?” aggiunse al limite della pazienza.
“Luce”, esclamò la terza. “Seguiamo quella luce…”
“Dove?” domandò Lucy. “Ah, lì. Betty… ma non lo vedi che è la brace del camino?”
“E allora? E' luce, buona luce, luce buona”, disse la più giovane lanciandosi in avanti.
“Ferma, tonta che non sei altro!” la arrestò giusto in tempo Mary. “E tu?” inveì sull’altra. “La lasci andare così?”
“Scusa, è che sono tanto stanca”, ripeté la mezzana.
“Che razza di sorelle che ho. Una deficiente e l'altra ingorda come un maiale.”
“Mary, che ne sai che i maiali sono ingordi?”
“E che ne so, Betty? E' un modo di dire, no?”
“Mary, io ho sonno, voglio andare a casa.”
“D'accordo, Lucy, allora alza il culo e muoviti, tu e quell'intelligentona di tua sorella.”
Pochi secondi dopo, qualche metro più in là.
“Eppure la finestra non dovrebbe essere lontana, sento odore di fuori, di smog. Ma dove sarà?”
“Eccola”, gridò nuovamente Betty e analogamente stoppata da Mary. “La luce, la luce, buona luce!”
“Ascolta”, saltò su la sorella, “devo portarmi un guinzaglio la prossima volta? Non lo vedi che stavolta hai visto le ceneri del camino riflesse nello specchio?”
“Guinzaglio? Mary, ma non è mica un cane.”
“Lucy, tu fatti gli affari tuoi. E vedi di aprire bene gli occhi. Possibile che devo fare sempre tutto da sola?”
“E tu perché ti incazzi sempre così?”
“Ragazzina, come parli? Lo dico alla mamma, sai?”
“Ah sì? E io le dico che esci da sola il sabato sera.”
“Bastarda! Io sono grande e so badare a me stessa.”
“D'accordo, allora non ci sarà nulla di male se lo sanno anche mamma e papà…”
“Va bene, d’accordo. Sei una sporca ricattatrice.”
“Sì, e ho tanto sonno. Non potrei rimanere a dormire qui?”
“No, dico, stai scherzando? Lo sai che può succedere se ti risvegli al mattino?”
“Lo so, Mary, lo so. Tu e mamma lo ripetete otto volte al giorno.”
“Ecco, allora muoviamoci e smettiamola di perdere tempo in stronzate.”
“Ah, e poi dicevi a me di come parlo…”
“Così stiamo pari. Zitta e andiamo.”
Le tre sorelle erano nel momento più difficile della giornata. Quegli interminabili minuti in cui, nascoste nel buio, non più spinte dal bisogno, si preparavano al viaggio di ritorno, ormai soddisfatte. Solo in quel frangente, private del loro istinto primordiale, trovavano la lucidità di considerare le conseguenze delle scelte appena fatte, come spesso accade.
Furto.
Furto con scasso.
Un strano tipo di furto con scasso e fuga alla chetichella, rischiando la vita ogni notte.
E solo in quegli istanti vi era anche il tempo di riflettere sulle vittime del proprio misfatto.
No di certo per ipocrisia, come vorrebbero in pasto i cinici di turno. Era piuttosto una questione organica, chimica, indiscutibilmente fisica, senza traccia alcuna di menzogna, quindi.
E la povera Mary era in piena crisi nervosa poiché, oltre a tutto, sul piatto della bilancia vi era la responsabilità della vita delle sue inaffidabili sorelle. L'una per il proprio limitato quoziente intellettivo e l'altra per l'inversamente proporzionale appetito.
“Mi raccomando, Mary, stai attenta a loro”, si raccomandava ogni volta la mamma.
“Cara, sono nelle tue mani”, addizionava il papà.
E via, con quei due pesi sulle spalle, la piccola Mary guidava il trio alla conquista del mondo.
“Ho sentito un rumore…”
“Lucy, ti sembra questo il momento di scherzare?”
“Non sto scherzando. Ti dico che ho sentito un rumore.”
In quell'attimo il calpestio sui gradini delle scale provenienti dal piano superiore furono inconfondibili.
Lucy cacciò un urlo bestiale, letteralmente.
“Che cazzo gridi?” la riprese Mary tappandole la bocca. “Vuoi che sappia con precisione dove siamo?”
L'altra prese a tremare nervosamente e anche la sorella maggiore non poté nascondere il panico crescente.
L'unica a mantenere la calma fu Betty: “Non abbiate paura. Ho un'idea: alle nostre spalle si vede passare ogni tanto una luce.”
“Ancora con questa luce?” strillò Mary in preda ad una crisi isterica. “Ma non lo vedi in che razza di situazione ci siamo ficcate? E tu rompi ancora le balle con questa cazzo di luce?”
“E' una tossica… E' una tossica della luce, secondo me”, osservò Lucy, con la bocca nuovamente libera.
“Ecco, ha parlato la dottoressa”, ribatté Mary. “Pensa alle tue di dipendenze, piuttosto.”
“Ancora con questa storia? Il mio è solo un robusto appetito…”
“Un robusto appetito? Ma se ogni sera non ti stacco dalla vena di turno saresti capace di riempirti fino a scoppiare.”
“Mary, ma è possibile che una zanzara giovane come te deve essere così arteriosclerotica?”
“Mi dispiace interrompervi ma, secondo me, quella luce che va e che viene…”
“Betty”, sibilò Mary, “se nomini ancora la luce ti stacco le ali a morsi…”
“Ecco”, commentò Lucy, “sei pure cannibale oltre che arteriosclerotica.”
“Cannibale a chi?”
“Ehi, metti giù le ali!”
“Attente!” gridò Betty. “La ciabat…”

Tratto dal testo dello spettacolo Io di idee ne ho tante ma, narrato nel 2005 in occasione del Festival di letteratura Voci Afro-Italiane, a Roma, e durante il Festival di letteratura All'incrocio dei sentieri, a Bologna.

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