Storie di paura: l'incubo di Goffredo

L'incubo di Goffredo

di
Alessandro Ghebreigziabiher

Ho bisogno d'aiuto.
Io di idee ne ho tante ma ogni volta che cerco di trasformarle in una storia, proprio quando inizio a calarmici dentro, esattamente quando sto per godere della vita che si crea da sola in essa, accade qualcosa che taglia inesorabilmente la corrente, interrompe il flusso.
Insomma, non posso più andare avanti.
Eppure io di idee ne ho tante.
Come quella di un uomo che si svegli al mattino e andando allo specchio scopra di avere il viso scomposto: due bocche al posto degli occhi, un occhio al posto della bocca, un orecchio al posto del naso e due nasi al posto delle orecchie.
Quel tredici di maggio Goffredo non credette ai suoi occhi, pardon, al suo occhio. Per un attimo gli parve di perdere i sensi, non cadde a terra solamente perché riuscì ad appoggiarsi con le mani al lavandino.
Sogno? Incubo? Peggio: era sveglio e vittima di una grave crisi psicotica? Istintivamente portò le mani alla faccia per constatare l'abnorme mutazione e le sue dita tremanti trovarono uguale conferma.
Un mostro, ecco cos'era diventato da un giorno all'altro, un orribile mostro. Trascorse l'intera mattinata in preda al panico e alle angosce più tremende. Ogni tanto passava davanti allo specchio, con la vana speranza di rivedere il suo vecchio viso, non bellissimo, tutt'altro, ma normale, che caspita, con le cose al posto giusto.
Nulla da fare, quella maschera informe era sempre lì ad aspettarlo nell'immagine riflessa. Ad un tratto squillò il telefono per ben quattro volte, incapace di distrarlo dal suo nuovo problema, il più difficile della sua vita.
Tuttavia, dopo il quarto drin, una voce lo rubò al tragico e incredibile dramma. “Goffredo? Sei in casa? Non ti è suonata la sveglia? Stai male? Ho provato anche al cellulare… Fatti sentire, ricordati che a mezzogiorno abbiamo l'incontro.”
Debora.
Gli era impossibile apparire distratto qualora gli rivolgesse la parola, anche se registrata su un'incolpevole segreteria telefonica.
“L'incontro, cazzo… l'incontro!” pensò.
Al primo incubo se ne aggiungeva un altro. Erano dieci anni che aspettava quell'occasione.
Finalmente era riuscito a convincere Debora Mondardini, il capo, a promuovere una sua creazione. E la cosa sorprendente era che l'intuizione che aveva tanto convinto la responsabile dell’Agenzia Grandisogni gli era venuta così, mentre stava al bagno a farsi la barba, da un giorno all'altro, proprio come quell'assurda trasformazione.
“Cazzo… proprio oggi?” fu il suo secondo pensiero.
Anzi, pensiero non fu, poiché si ritrovò ad esclamare a voce alta tali parole.
Con due bocche, con due lingue, con due voci.
In stereo, ad essere precisi.
E la sapete una cosa? Non era male. La cosa riuscì perfino a fargli sdrammatizzare la situazione quanto mai incresciosa in cui era piombato.
“Caspita, ho un futuro come speaker radiofonico. Meglio, come deejay! Ecco a voi, DJ-M: il primo disk jockey mostro…”
Fortunatamente scherzarci su stava ottenendo un effetto positivo. Gli stava permettendo di ragionare, di staccarsi dal crollo emotivo causato dallo shock. Non doveva assolutamente perdere l'incontro con i giapponesi. In qualche modo doveva andare all'appuntamento. L'essere divenuto una creatura aliena era un problema da posticipare.
Così, evitando di spostare il suo ormai unico occhio verso specchi o finestre, comunque riflettenti, iniziò a passeggiare per casa per far funzionare meglio le meningi. E l'idea venne da sé, semplice, come quella che gli aveva donato la tanto sospirata chance di quella mattina.
Un paio di occhiali, grandi e neri, per coprire le bocche, un cappello per nascondere i nasi situati al posto delle orecchie e, geniale, una mascherina per i presunti naso e bocca, in realtà orecchio e occhio, a causa della sua stagionale allergia al polline. Responsabile, tra l'altro, di un fastidioso lacrimare degli occhi. Da cui la necessità di portare gli occhiali anche al chiuso.
Ma come spiegare il cappello in testa, una volta entrati da Lanciotti, il noto ristorante in centro?
Semplice, lui era un creativo, una specie d'artista. Si sa, gli artisti sono di norma degli eccentrici. E poi, se la sua idea avesse avuto successo, chi avrebbe dato importanza al look? Così, si fece coraggio e uscì di casa, opportunamente camuffato.
Appena in strada un po' di panico lo avvolse quando incrociò la sua corpulenta vicina, sempre curiosa della sua vita.
“Signor Goffredo, cosa le è successo?” gli chiese parandosi di fronte a lui, come ad impedirgli il passaggio.
“N-Niente, n-nulla, signora, ho una forte allergia, stamani…”
E cercò di aggirare il donnone.
“Dev'essere molto fastidiosa, immagino”, osservò lei, intuendo il suo dribbling e tagliandogli letteralmente la strada con la busta della spesa.
“Signora, ho un impegno urgente e non ho tempo per lei, ora.”
Con una presa a tenaglia agguantò il braccio della donna per spostarla con forza da parte.
“Buona giornata”, disse allontanandosi, liquidando la questione.
“A-Arrivederci…” farfugliò lei basita.
Avanzando verso la metropolitana, Goffredo non era in sé dalla gioia. In tre anni che abitava in quel palazzo non era mai stato capace di divincolarsi in alcun modo dalle insistenti e oltremodo invadenti indagini della vicina.
“Essere un mostro”, considerò, “autorizza modi da mostro e ciò può avere i suoi vantaggi.”
Difatti, una volta in metropolitana si rifiutò di far sedere due vecchietti, di cui uno quasi cieco ma riuscì a godersi il proprio culo a riposo nell'affollato vagone senza alcun senso di colpa.
“Sono un mostro, che volete farci?” si ripeteva contento nella testa.
Arrivato nella zona dell'appuntamento stava quasi per inciampare sullo scalino del marciapiede. Non doveva correre, questo si disse.
“Non correre, Goffredo, non c'è bisogno di correre”, si intimò.
Il fatto era che avesse solo un occhio per orientarsi e la visibilità attraverso i piccoli fori della mascherina non era totale. Tuttavia, scorgendo l'entrata di Lanciotti, rifletté su quanto povero di sguardi interessati fosse rimasto il suo viso mascherato.
“La nostra è proprio una città libera da ogni pregiudizio”, si disse. “O, forse, un posto dove ognuno si preoccupa solo di se stesso. Chissà, in ogni caso sembra il luogo ideale dove vivere, per un mostro.”
Entrando nel lussuoso locale spense questi pensieri e, dopo aver dato il suo nome all'addetto, fu accompagnato al tavolo riservato al meeting.
Debora era già lì, con tanto di rossetto vermiglio e calze nere e trasparenti ben in vista. Il clan nipponico era anch'esso schierato sul campo, pronto a visionare la grande idea.
Gli orientali non batterono ciglio quando lo videro arrivare così imbacuccato, ma il suo seducente e agguerrito capo aveva gli occhi fuori dalle orbite. Nondimeno sembrava che Goffredo fosse entrato nella parte come un chiaro prodotto dell'Actors studio, cioè profondamente dentro il personaggio.
“Buongiorno a tutti. Chiedo umilmente scusa per il mio aspetto. Ahimè, al mio risveglio sono stato colpito da una grave allergia. Non infettiva, state tranquilli. Ciò nonostante non ho voluto saltare l'appuntamento per non mancarvi di rispetto. Soprattutto, perché credo fermamente nella mia creazione e sono pronto ad affrontare ogni ostacolo per proporla con entusiasmo a chi sia interessato.”
Gli emissari del sol levante rimasero impressionati da tale abnegazione e sicurezza, avvolte in siffatta cortesia. Evocò in loro lo stile degli antichi samurai. Quelli tipo Toshiro Mifune, per capirci.
Mister Ozuka, il capo delegazione, si alzò in piedi e disse: “Prego, si accomodi e ci mostri pure con tutta calma la sua idea.”
Inutile dire che il panico disegnato sul viso di Debora alla sua entrata in scena fu immediatamente sostituito da un misto di stupore e sollievo.
Cosa aggiungere? In pratica Goffredo fu eccezionalmente chiaro e convincente come non lo era mai stato.
Mostrò, sotto lo sguardo esterrefatto di Debora, una freddezza e un vigore nelle parole impressionanti, un eloquio mai udito prima, sorretto da una voce particolarmente imponente.
Merito del dolby…
Goffredo, il timido Goffredo, l'impacciato Goffredo, l'anonimo impiegato, primo ad essere cacciato in vista di necessità di smaltimento esuberi, di nome Goffredo, era diventato uno squalo da lanciare nel periglioso mare degli affari.
“Un mostro non si lascia tradire da sentimenti ed emozioni”, spiegava a se stesso il nostro in quegli attimi.
Insomma, per farla breve, i giapponesi erano entusiasti dell'idea e del suo creatore, incapaci di decidere chi risultasse più attraente. Stavano per firmare il contratto, all'angolo della bocca di Debora si stava formando la tanto sospirata bavetta, il novello mostro stava gongolando con l'occhio spalancato sotto la mascherina quando l'allergia, presunta o meno, fece il suo ingresso in tavola, essendo stata invitata formalmente.
Uno starnuto, un enorme starnuto, un traboccante starnuto, perlomeno un doppio starnuto esplose ai lati della testa del povero Goffredo, facendo sobbalzare il suo cappello, inesorabilmente.
“Ma… cosa?” esclamò Ozuka, arrestando la penna ad un millimetro dal foglio, con il seguente congelamento della bava sul labbro di Debora a forma di stalattite.
Ops, mi è successo di nuovo. Io non so come andare avanti, ora. E' uno strazio. Muoio dalla voglia di sapere cosa succeda dopo. Se i giapponesi e Debora abbiano visto i due nasi. Se magari Goffredo farà in tempo a risistemarsi il cappello o altrimenti come farà a trarsi di impaccio.
Niente, vuoto, tabula rasa.
Che volete farci? Io di idee ne ho tante, ma…

Tratto dal testo dello spettacolo Io di idee ne ho tante ma, narrato nel 2005 in occasione del Festival di letteratura Voci Afro-Italiane, a Roma, e durante il Festival di letteratura All'incrocio dei sentieri, a Bologna.

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