Storie di alcolismo: L’ossessione di Miguel

L’ossessione di Miguel

di
Alessandro Ghebreigziabiher


Io di idee ne ho tante.
Come quella che conduce alla dannata ossessione di Miguel Baquero, in vacanza per l'ennesima estate dagli 'amati' suoceri.
"Mi querida, vado a fare due passi", lasciò alle sue spalle il quasi cinquantenne Miguel, mentre sgattaiolava dalla porta di casa.
"Mi querido?" ribatté la consorte, con inconfondibile sarcasmo. "E dove credi di andare a fare questi due passi? Mica ti andrai ad infilare in qualche bar?"
"Ma no, cosa vai a pensare, Conchita? Voglio solo digerire un po'. Ho mangiato troppo, stasera."
"Ha qualcosa da ridire sulle mie pietanze, tuo marito?" apparve latrando la suocera sulla soglia della cucina.
"No, anzi", rispose prontamente Miguel, continuando peraltro ad indietreggiare furtivamente verso la via di fuga. “Sono così buone che devo moderarmi, altrimenti avrò un'indigestione per sera."
"Ragazzo", tuonò il padre di Conchita mentre risaliva le scale della cantina, "non fare tardi che abbiamo il ramino, non scordarlo."
"C-Certo, don Gonzalo, neanche mezz'ora e sarò di ritorno."
"Papà, la storia, ci devi raccontare la storia!" urlarono i cento chili di gemelle, Lucia e Marisò, che a tredici anni suonati pretendevano ancora, ogni santa sera, una favola per addormentarsi.
"Sicuro care, sicuro. Tornerò in tempo per tutto."
E sotto gli occhi della sua pesante famiglia al completo il signor Baquero si dissolse nel buio della sera come Zorro inseguito dal sergente Garcia.
Miguel era un tossico, per questo era così abile a districarsi nello stretto della marcatura come un astuto centravanti. La sua droga era birra e gazzosa, rigorosamente miscelate in proporzioni fisse: 77,81% di birra chiara e ovviamente 22,19% di pura gazzosa.
La bevanda in commercio con tale miscuglio si chiamava Locolemon e aveva sul logo un limone con gli occhi spiritati e la bava alla bocca, ebbro di birra fino alla buccia.
Baquero raggiunse il bar sulla spiaggia in un baleno, dopo aver tirato dritto quasi ad occhi chiusi, guidato dall'invisibile aroma della bevanda preferita.
Si aggrappò al bancone e esclamò la sua frase preferita: "Hombre, una Locolemon ghiacciata."
L'hombre era un signore attempato e con numerosi tessuti adiposi sparsi per il corpo per essere un barman di un beach bar alla moda come il Sunshine, come citava la sgargiante insegna all'entrata.
Erano ancora le ventuno e trenta ed entro poche ore le tavole del locale sarebbero state ricoperte da aitanti giovanotti abbronzati a caccia di avvenenti e ben ombelicate sirene di passaggio.
"Sono quattro euro, señor", rispose secco l'hombre, con le tempie ricoperte di voluminose gocce di sudore.
"Ecco a lei", fece meccanicamente Miguel e posò il denaro sul bancone. "Potrebbe gentilmente portarmi la bevanda a quel tavolo?" aggiunse indicando un posticino situato di fronte alla vetrata che dava direttamente sul mare.
"Sicuro, señor, si accomodi pure."
In quegli attimi, con il didietro finalmente rilassato sulla sedia del Sunshine, gli occhi pronti a tuffarsi nelle onde della sera, finalmente risparmiate dalle orde di bagnanti, con la luce delle stelle sparse sulla fronte sempre più spaziosa a scapito dei pochi capelli rimasti ma, soprattutto, con una Locolemon in arrivo nel gargarozzo, la vita sembrava semplicemente un fantastico scivolo, un enorme e morbido scivolo su cui lasciarsi andare con cieca fiducia, finalmente libero di cadere.
La visione rubò parecchio tempo allo stress e alle ansie familiari di Miguel che non si accorse del passare di almeno venti minuti. Fu un richiamo nella gola, che transitando per un'innocente esofago, era partito insofferente nientemeno che dal cuore del ventre: birra, Miguel, birra e gazzosa! Poi ti lascerò sognare ciò che vuoi. Ma, prima, dissetami!
In un lampo Baquero fu di nuovo in piedi, di nuovo in guerra, nuovamente prigioniero della sua personale scimmia.
Si avvicinò lesto al bancone e, non vedendo l'hombre di prima, si rivolse al primo barman di passaggio:
"Scusi, hombre."
"Hombre a chi, amigo?" ragliò questi, un giovanottone con bandana piratesca che sembrava più un aitante bagnino che un banale servi-sciacquabudella.
"Ehm… mi scusi, è che avevo chiesto un Locolemon più di un quarto d'ora fa."
"Sono quattro euro, señor."
"No, io ho già pagato al suo collega. Gli avevo infatti chiesto di portarmi la bibita a quel tavolo lì…" tentò di spiegarsi indicando la zona che un interminabile momento prima era stata testimone di un estatico volo di fantasia, possibile solo quando ci si attarda nella dolce anticamera di un desiderio prima che sia realizzato.
Auspicabilmente.
"Quale mio collega, señor?" chiese tranquillo il palestrato oste, che ad ogni sillaba sembrava contrappuntare con la flessione di un bicipite.
"Quello… quello grasso, insomma, quello che era qui un attimo fa!"
"Amigo, abbassa il tono della voce, prima di tutto. Secondo, io non ho alcun collega grasso. Terzo, la mia unica collega si chiama Manila, deve essere qui a momenti ed è, grazie a Dios, tutt'altro che grassa."
"Oh bella!" saltò su Miguel sbattendo una mano aperta sul bancone, attirando l'attenzione degli altri clienti, che nel frattempo stavano riempiendo il locale. "Io ho sborsato quattro euro ad un ciccio che era al di là del bancone. Non mi frega nulla se era un tuo collega o meno. Dammi la mia Locolemon e finiamola con questa farsa."
Il giovane, più alto di Miguel della classica spanna, si avvicinò a lui serafico, fino a puntare dritto il proprio naso al centro dei suoi occhi. Quindi gli sussurrò con voce gelida: "Amigo, se non vuoi che ti spezzi le braccia non provare di nuovo a percuotere il mio banco. Se vuoi da bere dammi il dinero, bevi e non tornare più qui. Altrimenti ti caccio a calci. Sono stato chiaro?"
Miguel rimase in silenzio, si sentì ribollire dentro, ricordandosi di essere uscito senza portafogli e con i soldi contati. Così, lentamente si voltò per uscire. Con passi silenziosi e pesanti si diresse verso la porta del locale, ignorando gli occhi degli astanti, depositatisi curiosi sulla sua nuca o, comunque, sulla sua figura. Il tempo di raggiungere la soglia, il tempo di avvertire che il resto del mondo alle sue spalle stesse riprendendo il proprio cammino avendo eliminato l'ennesimo scocciatore, il tempo di avvertire le sue carni e la sua anima intrappolata in esse ridotte in poltiglia tra la valanga parentale che lo attendeva esigente e l'irresistibile voglia di birra e gazzosa, il tempo, in ultima analisi di ponderare il peso del tavolino a pochi metri da sé e non ebbe dubbi. La sua pancia non ebbe dubbi.
Non li aveva mai avuti, del resto.
Il fragore della vetrina, gravida di bottiglie, quelle splendide bottiglie tutte colorate che fanno da sfondo nei bar e che sembra non beva mai nessuno, riportò indietro l'orologio del Sunshine.
Il giovanotto si era abbassato appena in tempo, sfiorato per un pelo da una delle gambe del tavolino.
"Cazzo, ma sei loco?" urlò con un pizzico di sicurezza in meno nella voce. Tuttavia, con un balzo fu al di là del bancone e in pochi passi raggiunse Miguel e lo prese per la camicia.
"Amigo, io adesso chiamo la polizia e tu mi ripaghi tutto, capito?" sbraitò scuotendo l'impassibile Baquero.
Un tossico in astinenza non è in grado di comprendere i pericoli laddove gli venga promesso il suo nettare, gliene venga fatto assaporare l'effluvio e poi glielo venga ingiustamente negato. Con la mano destra Baquero scaraventò un tremendo pugno all'altezza della milza del fusto, facendolo accasciare dolorante e con la sinistra, come se lo avesse sempre fatto, agguantò senza guardare una bottiglia e la spaccò su un tavolo. Quindi avvicinò la parte tagliente alla faccia del barman, mentre gli teneva la testa immobile per i capelli. Il tutto si svolse in frazioni di secondo, lasciando il ben più giovane avversario letteralmente basito e sorpreso nonché, probabilmente, con una lesione interna nell’addome.
"Hombre! Voglio una Locolemon, l'ho pagata. Perché non vuoi darmi la mia Locolemon? Perché non vuoi darmela? Perché?!"
La voce rauca e lamentosa, ad un volume insostenibile, con quel suono così di gola, fece rabbrividire tutto il pubblico presente, paralizzato nel proprio punto d'osservazione, mentre scatenò un tale terrore senza controllo negli addominali a cubetti del barman fino a farli sbattere l'uno contro l'altro come nacchere.
"Ti prego, non uccidermi, non uccidermi", implorò quest'ultimo piagnucolando, "Ti prego, ti do tutte le Locolemon che ho in ghiacciaia, ma non uccidermi…" e l'irreparabile accade alle sue virili mutandine.
Proprio in quell'istante una voce stanca, attraverso due povere orde vocali, strette in flaccidi ammassi lipidici, provenne dal bagno del locale e un individuo piuttosto rotondo ne uscì dondolante: "Cosa succede qui?"
Mi è venuta una voglia di birra e gazzosa che neanche ve lo immaginate.
Sì, lo so che ho interrotto la narrazione ma ormai dovreste aver capito perché, no?
Io non so come procedere. A che serve avere così tante idee senza riuscire a realizzarle in modo completo?
Il fatto è che io ho molte idee, ma…

Tratto dal testo dello spettacolo Io di idee ne ho tante ma, narrato nel 2005 in occasione del Festival di letteratura Voci Afro-Italiane, a Roma, e durante il Festival di letteratura All'incrocio dei sentieri, a Bologna.


Visita le pagine dedicate ai libri:

(Libri sulla diversità, libri sul razzismo, libri sulla diversità per ragazzi e bambini, libri sul razzismo per ragazzi e bambini)


Commenti