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Storie di lavoro: Il candidato più giovane

Il candidato più giovane

di
Alessandro Ghebreigziabiher


Il giovane era un tipo sveglio, lo si vedeva dagli occhi sempre in movimento, mai davvero fermi, perennemente alla ricerca di qualcosa.
Il più anziano pareva calmo, lo era veramente oppure aveva appreso con l’esperienza l’arte del controllo dei venti interni.
Quello di mezzo non era facile da decifrare. Freddo, quasi assente, pressoché artificiale. Sarebbe stato perfetto come il classico indiziato numero uno in un avvincente film di fantascienza dove ci si scervelli per capire chi tra i protagonisti sia l’intruso, l’alieno travestito o il replicante usurpatore.
“Signori, siete i tre sopravvissuti al ciclo di colloqui preliminari, complimenti”, disse la dottoressa Strump in Brambilla, professionista tedesca di Baviera per dedizione e moglie milanese per amore. O sesso, ovvero nessuno dei due, a seconda di come si svegliasse al mattino.
“Come sapete”, proseguì la donna, alta e tipicamente nordica, bionda e con degli occhi cristallini, “dall’incontro di stamane deve uscir fuori il nostro capo promotore finanziario.”
I tre, seduti su altrettante poltroncine di fronte alla scrivania della Strump, si scambiarono in quel momento uno sguardo di più o meno condivisione.
Il giovane era un tipo attraente, non molto alto ma abbastanza proporzionato, con una fronte larga e spaziosa. Il più anziano non era male. Il pizzetto scuro con soffi di grigio, anche se molto alla lontana, ricordava l’ultimo Sean Connery. Il terzo era biondo platino e con due intensi occhi verdi, sebbene quasi inespressivi.
“Il primo step di oggi consiste nell’autopresentazione”, annunciò la tipa, “avete cinque minuti a testa per dire qualcosa che sottolinei le vostre qualità. Diamo la precedenza al più anziano tra voi. Prego.”
Il candidato chiamato in causa non si scompose più di tanto e, confermando la calma di cui sopra, si schiarì lentamente la voce e iniziò: “Io so vendere. Ho quindici anni di lavoro sul campo e, nonostante le variegate esperienze maturate, ho sempre saputo di possedere le caratteristiche ideali per un abile venditore. Primo, sono convincente. Il venditore non è colui che riesce a piazzare ciò che desideri vendere, bensì è quello che persuade il cliente a comprare da lui qualsiasi cosa, sicuro che di essa non possa farne a meno. Secondo, conosco la gente. Fin dal primo sguardo sono capace di intuire chi ho davanti poiché io vedo cosa potrebbe desiderare. Le persone sono quello che non hanno. Terzo, non credo in nulla che non sia il risultato. Quando sei un venditore devi essere libero da ogni ostacolo, sia ideologico, morale che sentimentale. L’unica cosa che conti è chiudere la pratica, il resto sono chiacchiere per i perdenti.”
“Benissimo”, approvò la donna, “caro dottore, mi compiaccio per la sua sicurezza.”
L’uomo non nascose di gradire l’apprezzamento, mostrando un moderato sorriso ma mantenne comunque un certo distacco, quasi anglosassone, nonostante l’uomo fosse di profonde origini calabresi. Difatti, un olfatto oltremodo attento avrebbe potuto cogliere senza dubbio l’eco della squisita soppressata che il suddetto aveva consumato la sera prima.
“Avanti il prossimo, sempre in ordine di anzianità”, invitò la Strump.
L’uomo bionico sembrò non battere ciglio nella maniera più assoluta. Quindi, senza tirare in ballo neanche un muscolo o nervo che sia, iniziò a parlare come se la voce fuoriuscisse dalla bocca senza che si sforzasse di aprirla: “Per spiegare il livello della mia preparazione dirò che sono stato uno dei cinque prescelti al termine di una selezione di ben mille e cinquecento candidati, per seguire l’esclusivo e famoso corso dell'altrettanto noto top manager Duke La Motta ‘Everything is possibile if you want to do it’ (Tutto è possibile se vuoi farlo) che si svolse in una indimenticabile settimana nel Texas.
“E’ lì che ho appreso la nobile arte del vendere il massimo con il minimo sforzo.”
Il tipo non raccontò dell’inaspettato risvolto che i cinque fortunati, per così dire, incontrarono negli States. Anche in quell’istante, quando la sua mente ritornò a quei giorni, l’uomo sentì dentro una quanto mai spiacevole sensazione di rigetto, rammentando cosa La Motta pretese da loro durante le notti in cambio delle sue inestimabili perle. Si può fare tutto, se vuoi farlo, anche se non sempre è indolore. Questo aveva appreso lo sventurato. In ogni caso, conoscendo il valore del suo fiore all’occhiello, l’esaminatrice approvò con entusiasmo: “Ottimo! Questa è una pregevole referenza, senza ombra di dubbio. La Motta è un nostro collaboratore, lo conosco bene anche di persona”, aggiunse con un sorriso che al più giovane parse un tantino malizioso.
“E ora è il suo turno”, disse la Strump a quest’ultimo, “prego.”
Questi si produsse in una specie di risatina e poi, dopo aver mostrato un seducente occhiolino alla tedescona – alla quale sembrò non dispiacere - iniziò a spostare il suo sguardo sugli altri due. Quindi, dopo quasi mezzo minuto di occhiate, disse senza mezzi termini: “Cara dottoressa, credo che non sia indispensabile che le dica perché dovete prendere me. Piuttosto le spiegherò perché fareste un madornale errore assumendo qualcuno dei miei due concorrenti. Vede il pizzetto di questo tizio accanto a me? – in quel preciso istante quest’ultimo sentì vacillare la propria proverbiale calma – come può notare è intessuto di un affascinante grigio, molto trendy in un uomo della sua età. Quanti anni hai, fratello?”
“Q-Quarantacinque…” fece l’altro, oltremodo infastidito.
“C’avrei giurato”, proseguì il giovane. “Dottoressa Strump, osservi ora i capelli. Non ce n’è neanche uno bianco, sono neri come la pece. E’ ovvio che il mio amico se li tinge con cura.”
“Non è v-vero…” reagì l’altro.
“Non negarlo, dai”, lo riprese il giovane, rivolgendosi nuovamente alla donna, “è proprio questo il suo problema. Non si accetta, è insicuro. Ha detto delle belle cose, su come deve essere un venditore, ma un buon professionista, venditore o meno, deve essere sicuro di quel che afferma, come di se stesso e viceversa. Altrimenti non è un venditore ma un ciarlatano.”
“Ma come ti permet…” esclamò l’interessato, prontamente stoppato con un gesto dalla Strump, fortemente incuriosita dal giovane.
“L’altro mio rivale è ancora meno consigliabile, dottoressa”, proseguì quest’ultimo. “A parte il fatto che non conosco di persona La Motta, so molto bene come si svolgono i suoi corsi intensivi. E credo che, per quanto siano molto formativi, abbiano un costo eccessivamente alto.”
La donna non riuscì a trattenere un cinico risolino, facendo apparire una gelida goccia di sudore sulla fronte del replicante.
“Tuttavia”, proseguì il giovane, “il problema è un altro. Un uomo che per provare le sue qualità abbia bisogno di citare i corsi che ha fatto e non le sue personali doti, dimostra di essere ancora più insicuro di mister pizzetto, qui.”
In quel momento, nonostante il resto del corpo rimanesse immobile, una mano dell’alieno si accese di luce propria e iniziò a stritolare il braccio della poltrona.
“Concludendo, dottoressa”, disse il giovane con un gran sorriso sulle labbra, “non credo che possiate trovare candidati perfetti, la perfezione non esiste. Nondimeno una cosa è certa: l’insicurezza non è merce per voi, mi sbaglio?”
Non si sbagliava assolutamente ma l’ultima affermazione del giovane fu inutile poiché l’esaminatrice aveva già scelto un attimo prima, notando le reazioni degli altri, verbali o meno, alle parole del primo.
Fu così che il vincitore iniziò la sua carriera, molti anni prima di comprendere di non aver affatto vinto, quel giorno.
Di non aver venduto alcunché alla Strump.
Piuttosto qualcos’altro era stato comprato.
Il candidato più giovane...

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