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Sabato 11 Novembre 2017 ore 19, Spettacolo teatrale e musicale in occasione dell'uscita del romanzo Carla senza di Noi, Graphofeel Edizioni, Libreria Teatro Tlon – Via F. Nansen 14, Roma - Ingresso libero. Per info e prenotazioni: libreriateatro@tlon.it - 06 45653446

Storie di bambini: Dicono che apriranno la porta

Dicono che apriranno la porta

di
Alessandro Ghebreigziabiher


C’era una volta una vita.
Non conta il nome.
Il genere e i gusti canonici.
O meno.
Il taglio di capelli e la qualità dell’abito.
La marca del cellulare e la foto sul profilo, se vi è più familiare.
La nazionalità e il colore della pelle, se vi è più chiaro.
Ciò che conta è che sia viva.
Al di là di una banale storiella.
Dicono che c’è il giubileo.
Dicono che durerà un anno.
Ma, soprattutto, dicono che apriranno la porta.
L’evento esplode e le parole corrono spinte dal vento supremo.
Quello che soffia dall’alto.
Spesso si fermano ai confini del mondo dimenticato.
Talvolta un cocciuto alito infrange le regole.
E penetra sotto il tappeto.
Dove la polvere si nasconde.
O viene nascosta.
Questo solo la Storia con la esse stimata lo dirà, insieme a qualche inviso ciarlatano dalla bocca allargata da sogni e deliri.
Dicono che c’è il giubileo.
Ma cosa vuol dire, si chiede la vita.
Che, malgrado tutto il peggio raffigurabile, si sente ancora degna di questo nome.
Ha a che fare con la gioia? D’accordo, questa la passo, dice.
Anzi, mormora, perché il fiato è poco per respirare.
Figuriamoci per pronunciare inutili sottintesi.
Dicono che durerà un anno.
Ma cosa vuol dire, un anno?
La vita di cui parlo guarda un giorno passare.
Prolisso di una lentezza imperdonabile.
Cinque giorni, sommati a sessanta e addirittura con l’aggiunta di trecento suonano come l’eternità che solo i baciati dalla sorte riescono a figurarsi.
Quindi, passo anche questa.
Dice, tra sé, la vita dice, stavolta sì.
Perché il fiato è corto, ma lo è anche la pazienza.
Per chi ancora non abbia capito quale sia il senso del copione assegnatogli.
Dicono che apriranno la porta.
Questo lo so cosa vuol dire, grida la vita.
Non so altro meglio di così.
Perché qui, fino a oggi, vita ha avuto luogo solo in un modo.
Ovvero, nel triste inverso, modo solo in un luogo.
Una prigione.
Una cella di pareti rinforzate quotidianamente da indifferenza e ipocrisie.
Cecità e sordità istituzionali.
E un numero incalcolabile di piccoli mattoncini legati l’uno all’altro dal più funzionale collante della storia dei muri di questo mondo.
Il silenzio.
Il silenzio quando non v’è più bisogno di parole.
Facili.
Apriranno la porta? Chiede conferma la vita segregata.
D’accordo, sono pronto.
Fatemi uscire da qui…



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