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mercoledì 9 marzo 2016

Sei troppo scura

Sei troppo scura

di
Alessandro Ghebreigziabiher


Quando mia figlia mi raccontò quel che era accaduto a scuola il cuore mi si strinse.
Al contempo, il petto prese a sobbalzare impazzito.
Mi impegnai strenuamente nel soffocare le cause di entrambi i fenomeni, dolore e rabbia, ancora loro.
Micidiali insieme, vero?
Tuttavia, ogni energia si esaurì nello sforzo di reprimerle e le poche parole che riuscii a pronunciare, a mio avviso, non valsero affatto il prezzo del biglietto per lo spettacolo, ovvero il viaggio per essere un giorno la madre che avrei sempre voluto.
“Non è nulla”, le dissi. “Sabato faremo qualcos’altro. Andiamo insieme al cinema, okay?”
In quel momento non avevo idea di quel che la piccola avesse dentro.
Non potevo, in effetti. Perché nessuno è in grado di misurare con precisione le meraviglie che una giovane fantasia può disegnare.
Soprattutto un adulto.
Certo, spesso ci vuole uno stimolo, come una spinta.
A volare.
Peccato che il più delle volte si tratti di qualcosa di spiacevole.
Come una compagna di classe che ti informa che non ti ha invitato alla sua festa di compleanno perché hai la pelle troppo scura.
La mia bambina trascorse l’intero pomeriggio in camera, seduta alla scrivania.
“Fai ancora i compiti?” le chiesi poco prima di cena, facendo capolino sulla soglia.
Mi guardò, sorrise e si limitò a fare un cenno affermativo col capo.
Sarò di parte, ma non avevo mai visto un volto più luminoso di quello.
Altro che scuro.
Quel che accadde il giorno dopo a scuola lo appresi dalla maestra.
Mia figlia entrò puntuale e si sedette al solito banco.
Ma prima che l’insegnante potesse dare il via alla lezione levò la sua manina.
“Sì?”
“Ho scritto una storia e vorrei leggerla ad alta voce.”
“Va bene”, fece la maestra spiazzata. “Da lì?”
“No”, rispose lei. “Preferisco venire alla lavagna.”
“Brava, così ti vedono tutti.”
“No”, precisò mia figlia. “Perché così io vedo tutti.”
“C’era una volta una bambina a cui avevano detto che era troppo scura per venire a una festa”, disse quindi con il quaderno aperto tra le mani. “Allora tornò a casa e il giorno dopo si presentò con il viso verniciato di azzurro. Le dissero che non andava bene, perché così si sarebbe confusa con le pareti della casa, che erano proprio dello stesso colore. L’indomani entrò con la faccia tutta gialla, ma le dissero ancora che non era il caso, perché si sarebbe confusa con le patatine, gialle del medesimo giallo. Il giorno dopo venne con il volto completamente rosso. Ma allora lo fai apposta? Le dissero. Non va bene, perché così ti confondiamo con il succo d’arancia. Rossa, giustappunto. Anche il verde e il rosa vennero rifiutati, il primo perché praticamente identico alla tonalità del giardino dove avrebbero giocato e il secondo… be’, il secondo era spiccicato al colore del vestito della festeggiata. Dopo aver provato tutti i colori possibili, la bambina disse che ne rimaneva uno solo.”
“Quale?” chiese un compagno di mia figlia seduto al primo banco.
“Quello della pelle degli altri”, rispose lei. “Mi dispiace, ma con questo non posso colorare la mia faccia.”
“Perché?” domandò proprio la compagna che l’aveva esclusa dalla sua festa.
“Perché in quel caso mi confonderei con tutti e sarebbe la cosa peggiore che mi potrebbe capitare nella mia vita.”


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