venerdì 14 novembre 2014

Storia di pirati diversi: io sono Jolanda

Il seguente racconto è stato pubblicato nel 2006 nell'antologia Sangue corsaro nelle vene:


Io sono Jolanda

di
Alessandro Ghebreigziabiher


1

Una sciabola.
Una sciabola vera, mica da ridere.
Una sciabola che avrebbe potuto fare molto male.
Corradini era pietrificato. Non era mai stato un esempio di coraggio, tutt’altro e non aveva mai nascosto la sua pusillanimità. Quindi non trovò alcuna difficoltà a lasciarsi andare ad un vistoso tremore: “Io n-non c-capisco… una parte la troviamo…”
“Non una parte”, aveva dichiarato la voce che imbracciava la spada, “Jolanda. Io sono Jolanda!”
E il regista aveva indietreggiato nel lato cieco del palcoscenico, sotto gli occhi preoccupati dei suoi collaboratori.


2

Tutto era cominciato con un libro, non immaginatevi nulla di speciale. Cose che capitano. Si legge, ci si emoziona, ci si ritrova a pensare alle pagine scorse e si sogna. Fortunatamente succede ancora.
Simo lo aveva divorato in tre giorni. Le ultime righe erano penetrate nella sua vita in una mattina, nel traffico di punta, mentre stringeva con una mano l’apposito sostegno a bordo di un bus, sino alla dolce tristezza, come la chiamava il suo prof di lettere.
Leggere qualcosa che vi piace vi conduce inesorabilmente allo sconforto del terminare un viaggio che avete amato, ma che, con inestimabile grazia, vi ha reso diversi, che voi lo desideriate o meno.
Simo, diciassette anni, non credeva alle coincidenze. Tutto era stato scritto, nella sua vita. Papà era morto di cancro tre mesi prima, avendone ricevuti in dono esattamente sei dal proprio medico curante. E, senza sorprese, se n’era andato.
“Tu hai preso dalla mamma”, disse un giorno, “tanti ragionamenti ma poi esce fuori il vostro romanticismo…”
Questo era stato il suo commento quando Simo aveva annunciato di voler frequentare un laboratorio teatrale. Tutto scritto. La madre aveva detto tante volte al marito che le sigarette lo avrebbero ucciso. Tutto seguendo un copione prestabilito.
“Vedrai”, aveva aggiunto il padre, “mamma non approverà. Lo sai che voleva fare l’attrice? Nonno non glielo permise. Diceva che era roba da puttane.”
E la donna, seguendo la propria sceneggiatura, non lo aveva smentito: “Che cosa? Tu pensa a fare i compiti…”
“Ma… mamma…
“Non voglio sentire altro. Pensa a studiare. Ci hai dato già abbastanza problemi, quest’anno…”
“Ah”, pensò Simo, “i problemi, quei problemi…”
In ogni caso nessuna sorpresa, tutto scontato, come spesso accade. Ma non sempre, grazie al cielo, non sempre. E un piccolo manifesto per un originale casting, affisso al di fuori del bar di fronte alla scuola, catturò il suo sguardo: “Dove sei, Jolanda? Dove sei, figlia del Corsaro Nero e di sua moglie Honorata? Sappiamo che ti sei imbarcata per Maracaybo, nei Caraibi, per ritornare in possesso dei tuoi beni, ma il nemico era in agguato, il tuo lontano cugino che attentava alla tua eredità. Subito, i fedelissimi filibustieri seguaci del Corsaro Nero si affiancarono a te, che ti dimostrasti somigliante a tuo padre non solo nell'aspetto ma anche nel carattere fiero e forte: combattesti contro giaguari e cannibali, salvasti la vita al prode avventuriero Morgan, ti trasformasti in una vera e propria "corsara". Le avventure e i duelli per terra e per mare, non mancarono: rapimenti, razzi di mare, navi alla deriva, sabotaggi... la fantasia di Emilio Salgari non ha confini. Ti stiamo cercando!


3

Le ragazze presenti non erano tantissime, circa una trentina. Fissavano e parlottavano. Se l’era aspettato, lo aveva messo in conto. In fondo si era lì per colpire, per impressionare e l’originalità è il minimo per chi desideri solcare le scene. Se non altro, giustifica il prezzo del biglietto. Simo provava perciò un inaspettato senso di tranquillità. L’unica agitazione era dovuta alla sera precedente. Suo fratello Gigi aveva parlato. Cioè, ad essere precisi, aveva spiato la confidenza che Simo aveva fatto a sua sorella Luisa e aveva spifferato tutto alla mamma.
“T’avverto”, aveva minacciato più tardi quest’ultima, “se vai a quel provino non tornare.”
Perfino Luisa si era scagliata contro la madre ma non c’era stato verso.
In ogni caso Simo aveva deciso.
Le prime candidate non erano andate troppo bene. Impacciate e nervose. Solo la seconda si era salvata dalla bocciatura generale, in quanto almeno carina.
Mario Corradini era seduto in scena e fumava un puzzolente sigaro. In platea vi era l’autore dell’adattamento, tale Mocha, scrittore di vaghe origini ispaniche e la scenografa, la signora Plevin.
“Mario”, si lamentò Mocha, “perdóname, quanto ancor bisogna quedarse aquí? A las cinco ho un’intervista alla Rai.”
“Sì, anche io ho un impegno”, mentì la Plevin.
“Ne vediamo altre cinque e poi vi libero”, li rassicurò il regista.
“Avanti la prossima”, chiamò subito dopo.
“Buongiorno”, esclamò entrando Simo, “io sono Jolanda.”
Mocha non poté evitare di farsi scappare una risata, seguito un secondo dopo dalla scenografa.
L’unico a non ridere era il regista.
“Guarda”, commentò aspramente, “se è uno scherzo, non è divertente.”
“Quale scherzo”, fece Simo avanzando, “io sono qui per la parte. Io sono Jolanda.”
“Ascolta”, esclamò spazientito Corradini, alzandosi in piedi, “il provino è per una ragazza, d’accordo? Qui mettiamo in scena un classico.”
Fu in quell’istante che Simo aprì la voluminosa borsa che aveva con sé e tirò fuori la sciabola.


4

Il senso di liberazione che era seguito alla confessione innanzi ai genitori di essere omosessuale era durato il tempo di un respiro. E non era stata l’angoscia e la preoccupazione nei loro volti a farlo evaporare, poiché entrambi si erano mostrati aperti e comprensivi, sebbene la madre avesse iniziato fin da subito, senza smettere mai, a definire problemi il suo rivelato orientamento.
Qualcosa mancava comunque. Forse perché Simo era un adolescente, perché un adolescente è comunque serenamente confuso, perché chi è confuso non si vuole accontentare, perché chi non si vuole accontentare, talvolta, osa e non segue il copione.
“Io sono Jolanda!” ripeté Simo avanzando con la spada tesa davanti a sé, fino a condurre la punta a pochi centimetri da Corradini, in procinto di bagnarsi i calzoni.
“Ragazzo, cálmate …” lo implorò Mocha.
“Sì, va tutto bene, parliamone”, si aggiunse la Plevin.
Seguì una breve pausa di silenzio.
“D’accordo, signor regista, si accomodi pure.”
Corradini continuava a tremare senza fare un passo.
“Mario”, lo invitò Mocha, “sentarse!”
L’uomo obbedì.
Simo raggiunse il proscenio e iniziò il pezzo che aveva preparato: “Io sono Jolanda. L’ho sempre saputo, un segreto che ignoravo anch’io. Nessuno poteva dirmelo, nessuno poteva suggerirmelo, nessuno poteva prevederlo. Mio padre non c’è più e non voglio mentire dicendo le solite cose, tipo magari mi potesse vedere ora e gioire per me. Ciò che mi manca è piuttosto gioire io per lui. Povero papà. Era un eroe. Un pirata. Un uomo che sfidò l’oceano, affrontando mille nemici con il suo nero vestito di umana pelle, la più preziosa che ci sia e, come ogni corsaro che si rispetti, è morto in battaglia, al timone della sua nave, lasciando la solita mappa del tesoro. Io non avevo avuto il coraggio nemmeno di prenderla in mano. Fino ad oggi. Eccomi, io sono Jolanda.”

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