venerdì 23 marzo 2018

Racconto di una bimba aliena

Perché al di là delle superficiali giustificazioni, ciò che ci spaventa di più è il dentro delle cose.
Nello specifico, un cervello di grandezza superiore, con la propensione ad estendersi verso l’alto.
Ovvero, ragione e fantasia che puntino la volta celeste come unica direzione possibile.
Cerca di capire i nostri limiti, innanzi alla pericolosa miscela.
Ancora oggi, laddove sia presente in una bambina, o futura donna che sia, vien temuta come la più potente arma di liberazione di massa.
Noi temiamo gli alieni, sì.
E il più delle volte facciamo di tutto per isolarli e provocar loro sofferenza.

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giovedì 22 marzo 2018

Io sono umano

Io sono umano

di
Alessandro Ghebreigziabiher

In un lontano, imprecisato futuro…

“Buongiorno, abbiamo un nuovo arrivato in classe”, fa l’insegnante della scuola intergalattica. “Dite ciao al vostro compagno.”
“Ciao”, fanno un po’ tutti, nelle rispettive voci, versi o quant’altro potrebbe essere usato per dar voce al pensiero nell’universo intero.
“Presentati all’aula”, lo esorta la docente aliena, in particolare qualificata in convivenza interspeciale, nel senso di specie, ma anche speciale.
Perché una sana convivenza è sempre tale.
Il nostro si schiarisce la sua, di voce, e si auto introduce così: “Salve, io vengo dal pianeta terra.”
“Sì”, lo incalza la prof, “vai avanti, dicci di più su di te, perché ciascuno di noi viene da qualche parte, ma non è questo l’essenziale, ora.”

Alessandro Ghebreigziabiher
“Sì”, fa lui, come se avesse davvero compreso.
Quindi si guarda un po’ in giro, osserva gli altri studenti e sulla falsa riga iniziale, prosegue.
“Dicevo, provengo dal pianeta terra e ho la carnagione nettamente chiara. Cioè, vira sul rosa, a tratti, o anche sul giallognolo, laddove sia un tantino costipato e quando vado al mare, sì, quando mi abbronzo, intendo, si arrossa. Ma cioè accade pure allorché sia vittima di particolare imbarazzo…”
“Lo vediamo, non siamo mica ciechi”, fa un compagno della fila accanto. “Io invece sono squamato, con tonalità tra il verde e il blu, e quando mi incacchio mi spuntano i fiori sul sede...”
“Calma”, interviene l’insegnante, “cerchiamo di dare il tempo al nostro nuovo amico di capire dove si trovi. Prego, parlaci di te, non essere timido.”
“Sì, certo”, fa l’interessato, “ma è proprio così, vengo dal pianeta terra, ho la carnagione chiara, e poi, che altro… ah, sì, ho i capelli, che sono biondi, li porto sempre corti, ultimamente, ma da ragazzino mi piacevano lunghi…”
“E chi se ne frega”, lo apostrofa un tipo dagli ultimi banchi,
io c’ho una medusa in testa che mi racconta pure le barzellette quando mi sento un po’ giù, ma non vengo qui a fare lo sborone...”
“Silenzio là dietro”, lo redarguisce la professoressa. “Tuttavia, caro abitante della terra, il punto rimane. Dovresti impegnarti di più nel farci capire chi tu sia…”
“Chiaro, ho inteso, ma il punto, come dice lei, è proprio questo. Io sono un terrestre, quindi ho la pelle chiara, i capelli biondi e… sì! Ho gli occhi azzurri, come quell’attore… avete presente? Eh, no, ovviamente no…”
“Senti”, fa una compagna al primo banco voltandosi, facendo sobbalzare il nuovo alunno. “Come vedi io ho cinquantasei occhi a destra e cinquantasette a sinistra, colori delle pupille a casaccio e palpebre che si abbassano e si alzano a ritmo di samba. Facendo i debiti conti, comprenderai che sono leggermente strabica, ma sul mio pianeta è la norma, quindi, di che stiamo parlando?”
“Già, terrestre”, fa l’insegnante, “dovresti dirci una volta per tutte qualcosa di importante su di te.”
Il nuovo arrivato ci pensa su, e poi, si accende in volto, come se avesse finalmente illuminato quel che pensava gli avessero tolto.
“Io sarei… cioè, io sono, nel senso che lo sono proprio, un essere umano.”
“Umano”, sottolinea la prof. “Bene, anzi, benissimo.”
Cominciamo da qui.



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mercoledì 21 marzo 2018

Racconto per riflettere sui social

Quando hai visto crescere i sondaggi a favore di Trump e al contempo, rigoroso contempo, il diffondersi a macchia d’olio di pagine e profili, siti e quant’altro a suo sostegno, non dirmi che non hai unito i puntini della rete.
Andiamo, siamo franchi, come si suol dire.
Come ha potuto diventare presidente del paese più potente del mondo un tale personaggio, avendo contro la coalizione avversa e una parte consistente del suo stesso partito?
Per volere del popolo?
Davvero?

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venerdì 16 marzo 2018

Racconto di donne coraggiose: Marielle Franco

Conta pure la stragrande maggioranza di medagliati sulla pubblica piazza dalla violenta approvazione popolare.
Conta financo le crocette sul nome del pusillanime di turno, capace ancora oggi di farsi seguire fin giù nel burrone dai topini dalla coscienza anestetizzata.
Ebbene, per quanti patti potranno fare con quest’ultima i venditori d’odio, non potranno mai riempire quella stessa piazza senza comprarla.
Perché la loro è la storia di uno, fine.
Di uno, solo uno, la cui vita durerà magari a lungo, certo, e laddove anche per lui si adopererà la falce del destino, la venefica pianta verrà strappata per sempre.

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giovedì 15 marzo 2018

Storia sui social network

Social

di
Alessandro Ghebreigziabiher

Salve, vorrei iscrivermi a questo vostro nuovo social. Perché è nuovo, vero?
Certo, verissimo.
E come si chiama?
Social.
Social? Solo… social?
Solo social. Cioè, senza solo, social, punto. Senza punto. Le piace?
Non saprei, cosa mi può dire di più?
Oh, ecco, vede, una volta iscritto, lei avrà la possibilità di scegliere un nickname come nome del profilo, potrà caricare un’immagine quale avatar di quest’ultimo e potrà postare all’interno della sua pagina frasi, immagini, e anche video! Le piace?
Ma non è così originale… non offrite qualcosa di innovativo?

Alessandro Ghebreigziabiher
Scherza? Prima di tutto, noi siamo i primi a mettere a disposizione degli utenti una funzione del tutto sperimentale, che sarà il must del terzo millennio.
E sarebbe?
I caratteri ipnotici.
Che?!
I caratteri ipnotici, giovane. Dal nickname alle condivisioni di stato, passando per i post più corposi, le parole digitate con le suddette lettere garantiscono l’ammaliamento totale del lettore di turno, il quale non potrà fare a meno di condividere qualsiasi cosa abbia letto. Le piace?
Non è male, ma io non è che tenga particolarmente alla viralità di ciò che penso…
Capisco, ho capito il tipo. Lei è single?
Sì, perché?
Ecco, mi lasci rivelarle un’altra chicca della nostra piattaforma. Riguardo all’avatar, come iscritto lei avrà subito attiva l’opzione virus d’amore.
Di che si tratta?
Di un algoritmo a seduzione mirata, il quale permette di modificare la proprio foto personale a seconda della preda.
Preda?
Sì, della persona che si vuol conquistare, se preferisce.
Preferisco, scusi, preda mi sa di cacciatore, o peggio.
Certo, si figuri, io sono come lei, all’antica.
Veramente ho sedici anni…
Io pure! Scherzo… comunque, una volta indicata al sistema la persona amata, il software elabora una fotografia perfettamente in grado di farla innamorare. Garantito al mille per mille. Le piace?
Vede, io non sono uno di quelli che va su internet per rimorchiare…
Certamente, mi rendo conto, ma noi abbiamo pensato a tutte le tipologie, s’immagini. Ecco perché è con sincero orgoglio che vado a illustrarle il nostro fiore all’occhiello.
Cos’è?
Le spiego subito. Lei sa bene che i vecchi social network sono pieni di profili fasulli, che a loro volta gestiscono migliaia di utenze fake, e che le vendono al miglior offerente. Come risultato, abbiamo una miriade di gruppi e pagine piene di followers inesistenti, che però gli garantiscono popolarità e addirittura autorità. Ebbene, noi siamo oltre, perché noi siamo veri, non fake.
Cioè?
Noi ci siamo sul serio, amico! Le basta passare al pacchetto pro pagando una modica cifra mensile, e mettere la spunta sulla funzione comitiva adorante.
Di cosa si tratta?
Di una roba straordinaria. Ovunque vada, qualunque cosa faccia, ogni cosa che dirà, bella o brutta, sbucheremo noi altri in massa ad applaudire e fare il tifo per lei, intonando il suo nome con cori da stadio. Dal vivo! Pensi che ultimamente sta andando di moda l’utilizzo di tale clamorosa gratificazione in camera da letto, prima e dopo. Pare che sia utile per la precocità del… be’, ha capito. Le piace?
Il vostro social è nuovo, mi ha convinto, mi sa proprio che mi iscrivo.
Ma le piace?
Cosa?
Il social… le piace?
Ma perché continua a chiedermelo?
Perché in questo non siamo diversi dagli altri. E perché ai nostri investitori interessa soltanto che lei dica.
Mi piace...



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mercoledì 14 marzo 2018

Racconto su animali e piante in estinzione

Insistono ancora, invece, perché sostengono che il clima stia impazzendo proprio perché prendo l’auto tutti i giorni.
La risposta è sempre la stessa, vogliamo essere onesti?
Okay, io lascio l’auto a impolverarsi e vado con i mezzi.
E gli altri?
Cosa credete che faranno gli altri?
A cosa serve, se tutto il mondo continua a buttarsi nel traffico con almeno due macchine a famiglia ogni giorno?
Lo sai che c’è?
Perché devo essere io a sacrificarmi, quando nessuno lo fa?
Perché nessuno lo fa, questa è la verità...

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Giornata mondiale narrazione orale video Narratori per la Pace

World Storytelling Day 2018

Con gli
Storytellers for Peace
(Narratori per la Pace)

Il World Storytelling Day (Giornata mondiale della narrazione) si celebra ogni anno intorno al 20 marzo.
Il tema deciso per il 2018 è Wise Fools (Saggi pazzi).

Dopo la poesia Se, di Rudyard Kipling, il progetto Imagine per la Giornata internazionale della pace, i video per la Giornata mondiale dei diritti umani e per il World Storytelling Day 2017, oltre a quello per la Giornata Internazionale della Nonviolenza sempre dello scorso anno, ecco il nuovo lavoro degli Storytellers for Peace (Narratori per la pace).
Dieci artisti da tutto il mondo raccontano le loro storie intorno alla saggezza dei folli.
I narratori, come consueto artisti provenienti da diversi paesi, ci regalano le loro storie nella rispettiva lingua d’origine (con sottotitoli in Italiano e Inglese):



Info: http://www.storytellersforpeace.com/

venerdì 9 marzo 2018

Racconto del populista e il dittatore

"Ciò che conta di più, però, è che mi sono fatto la suddetta domanda e ho così risposto: i miei potenziali elettori sono tutti, perché io devo parlare a tutti, e allora devo usare parole semplicissime, che chiunque possa capire.”
“Obbedire.”
“Prego?”
“Non capire, obbedire. Io lo preferisco.”
“Sì, certo, anche per me è lo stesso!”
“Ed è bastato questo?”
“No, quello è stato il primo passo. Secondo, una volta compreso che devo parlare a tutti e devo usare parole semplicissime, mi sono chiesto: cosa devo dire alle persone?”
“E cos’hai capito?”
“Che devo dire roba che metta le une contro le altre e che, soprattutto, fomenti le loro più ottuse paure.”

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giovedì 8 marzo 2018

Ascoltami

Ascoltami

di
Alessandro Ghebreigziabiher

Ciao, Paola…
Oh, Teresa, finalmente. Tutto bene? Lo spero, perché ho passato una giornata che non sai.
Raccontami…
Allora, ascolta, ieri è stata anche peggio, il che è tutto dire, ma che te lo dico a fare.
E allora non dirmelo…
Scherzi? Ma è proprio questo, il punto! Ieri è stato uno schifo, ci può stare, ma oggi volevo parlarne con qualcuno, sfogarmi, sai? Quella roba lì, hai presente?
Sì…
Eh, chiaro, quindi vado da mamma e le dico che le voglio parlare del mio ragazzo, e lei?
E lei cosa?

Alessandro Ghebreigziabiher
Lei neanche mi fa iniziare a parlare che comincia la solita tiritera di quand’era giovane, dei primi fidanzatini, e poi finisce sempre che si mette a piangere, perché prima usciva di più, e ora si sente sempre stanca, e vai, e vai… ma ascoltare, no, eh?
Già…
Allora sono andata da papà.
E com’è stato?
Peggio mi sento! Lui neanche mi ha lasciato il tempo di respirare. Ha cominciato a inveire sul mio ragazzo, che voleva prenderlo a pugni, a lui, al padre, a tutta la famiglia, ai suoi compagni di classe e anche allo zio Franco, il fratello di mamma, perché non si fa mai i fatti suoi. Ma cosa c’entra lo zio Franco, poi? C’entra qualcosa, secondo te?
Non credo…
E fai bene. Così, segno di evidente disperazione, ho bussato alla camera di Mirko.
Tuo fratello?
E chi altri? Ne ho solo uno… ma mi ascolti, almeno te?
Sono qui, Paola…
Lo vedo, lo vedo. Allora, entro, gli chiedo di abbassare la musica, e gli dico se ha un momento per me. Lui non batte ciglio, lo prendo per un sì e mi seggo sul bordo del suo letto, mentre mi fissa schifato come se stessi lordando di sterco il suo sacro regno. A ogni modo, approfittando del suo silenzio, ho cominciato a parlargli del mio ragazzo. Oh, neanche due secondi che parte con i suoi te l’avevo detto, io lo sapevo, s’era capito dall’inizio, ma ovviamente sta parlando di lui.
Di chi?
Di lui, se stesso, di Mirko, perché lui parla sempre di sé, perché non ascolta mai, perché nessuno ascolta nessuno, e vai, e vai…
E poi che hai fatto?
Sono uscita.
Brava…
Vuoi sapere dove sono andata?
Immagino che tu stia per dirmelo…
Da nonna, ci pensi? Sono andata a sfogarmi da una vecchia di novant’anni con l’Alzheimer al quinto stadio! Sai cosa vuol dire?
Anche questo presumo che tu stia per dirmelo?
Mi prendi per il culo?
No…
Vuol dire declino cognitivo moderatamente grave, vuol dire.
Be’, moderatamente, però… e com’è andata?
Come cazzo credi che sia andata? Mi sono seduta accanto a lei sul divano, le ho detto nonnina, ho problemi con il mio ragazzo e lei ha cominciato a cantare, capisci? Cantava, la nonna, io ero lì, afflitta per le mie delusioni d’amore e la vegliarda sorrideva a tutta dentiera e cantava a squarciagola. Lo sai che è pure stonata?
Non lo sapevo…
E adesso lo sai.
Bene…
Per fortuna che ci sei te, che mi ascolti, Teresa, altrimenti non saprei come fare.
Capisco…
Be’, adesso devo scappare, scusa se sono arrivata tardi, l’ora di visita è finita, non sapevo neppure che avessi il cancro. A presto, allora.
A presto…



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mercoledì 7 marzo 2018

Racconto sul razzismo in Italia oggi

Contemporaneamente, nel paese democratico è finalmente passato il giorno delle elezioni.
Malgrado nel resto del tempo, sia sempre un paese democratico.
Ovvero, tutta la democrazia che ha il coraggio di costruire intorno a una singola, sola parola.
Lavoro?
Macché.
Legalità?
Non scherziamo, su.
Diritti e doveri, forse?
Eh no, siamo onesti, dai.
La parola è stata sino alla vigilia, nel giorno stesso e pure l’indomani sempre la medesima: immigrati.
Con le varie declinazioni barra sinonimi a vario titolo, come migranti, stranieri, clandestini, ma pure stupratori, ladri, assassini, e laddove occorra, anche terroristi...

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venerdì 2 marzo 2018

Racconto per riflettere: mi piace pensare

Mi piace pensare, l’ho detto.
E, laddove insista nel peraltro comune atto, sono incline a voltar spalle e criterio alla sentenza reale, lo ammetto.
Di conseguenza, a cavallo di codesta fugace andatura, mi piace pensare alla parola fine, incisa una volta per tutte con inchiostro che sia di ogni tipo di rosso, fuorché il sangue delle vittime innocenti.
Un solo, semplice lemma, d’accordo, ma di immenso potere al cospetto delle più orrende narrazioni a cui stiamo assistendo al riparo di comode poltrone con braccioli.
Fine della guerra, fine delle violenze, fine dei massacri, fine, infine, di ogni abominio tollerato, là fuori...

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giovedì 1 marzo 2018

Io sono diverso

Io sono diverso


di
Alessandro Ghebreigziabiher

Sono diverso, capisci?
Io sono diverso.
E’ evidente, non è un pregiudizio, è così.
Te l’ho detto stamani, prima di uscir di casa e te lo ripeto ora che son tornato da te.
Non appena ho varcato la soglia del mio appartamento, ne ho avuto riprova, capisci?
Mi capisci, sì?
C’era quel signore là, quello che non saluta, con gli occhiali piccoli, gli occhi ancor più minuscoli e le pupille che si vedono appena per quanto son microscopiche.
Io ho gli occhi grandi, invece.

Alessandro Ghebreigziabiher
E il naso… no, il mio è più grosso, d’accordo, ma è dritto, il suo ha la gobba, vuoi mettere?
No, sono diverso, non mi stancherò mai di ripeterlo, ma è roba che non si discute.
Sono diverso dalla signora nell’ascensore, con quelle lentiggini sulle gote e i capelli biondi. I miei sono castani, cavolo, un castano particolare, però.
Niente di paragonabile al castano del portinaio che spazzava nell’ingresso.
No, perché uno potrebbe dire che sei diverso, tranne che per i capelli.
C’è castano e castano, lo sanno tutti, lo sanno.
Capisci?
Vero che capisci?
Che poi, si potrebbe parlare di poca gente, non basta per rendere una supposizione un teorema, direbbe il mio vecchio prof di matematica.
Poca gente? Prendi la metro all’ora di punta, prof, poi ne riparliamo.
Ancora mi rivedo lì, stretto nella folla che va al lavoro, a scuola o a farsi i fatti propri, che ne so.
Sono diverso, pensavo schiacciato nella calca, impossibilitato a non notare il mio prossimo.
Sono diverso da quel giovane con il cranio rasato e borchiato ovunque ci sia qualcosa di borchiabile. Io non mi bucherei mai la pelle in quel modo, e tu lo sai. Ho la soglia del dolore così bassa che l’unico sport che ho fatto in vita mia è stata la corsa, dove non c’è contatto fisico, non c’è, capisci?
Eh, ma tu devi capire, altrimenti che parlo a fare?
Poi sono arrivato in ufficio, ho salutato i colleghi, ma un attimo dopo li ho osservati indaffarati nelle rispettive incombenze.
Di seguito, in ordine sparso, sono diverso da Giovanni, con quel pizzetto grigio. Io non ho un capello bianco neppure per stress, diciamolo, anzi, scriviamolo sui muri come se fossi uno sbarbatello insozza città. Non ho mai buttato una carta in terra, figuriamoci se mi metto a sporcare i palazzi, cribbio.
Capisci? Oh… dico a te, capisci?
Sono diverso da Antonietta, con quel mento aguzzo, io non ho nulla di appuntito, neppure le orecchie, al contrario di Silvano, che mi sembra il signor Spock, mi sembra.
Sono diverso anche dalle gemelle alla reception, due al prezzo di una, con quei dentoni scavalca labbra modello coniglio strafottente. Ho una dentatura precisa, io, l’ha detto il dentista, a voce, però, non è che l’abbia letto su Facebook.
No, perché qui tutti si sentono unici soltanto perché si credono i soli a fare questo o quello con internet.
Io sono diverso da internet, perché io non ho bisogno che la gente si connetta con me per sapere che sono diverso, giustappunto.
Mi basta guardarla.
Tipo il barista che mi ha preparato il caffè, con quelle foreste tropicali che chiama sopracciglia, e il nuovo stagista con cui ho pranzato, ne vogliamo parlare?
Ma chi ti ha detto che i baffi siano tornati di moda?
Chi?!
Roba che al mattino mi rado pelo, contro pelo e pelo contro, e tu lo sai.
Perché se non lo sai tu, che ci sto a fare qui?
Capisci?
Devi capire, è logico.
Tu dovresti capire meglio di tutti quanto sono diverso.
Tale verità assoluta, poi, è esplosa di certezza e ha trovato l’inevitabile prova del nove nel tragitto di ritorno in metro.
Altra gente, altro tempo, stessa conclusione.
Sono diverso da questa massa che opprime il mio spazio vitale.
Sono diverso da quel lungagnone con la testa piccola e le spalle troppo strette e lo sono altrettanto da quella signora dalle guance talmente paffute da far quasi scomparir le labbra. Perché sono proporzionato, io, son cose che ho misurato, mica parlo a vanvera.
E tu non puoi far altro che esserne testimone.
Perché tu capisci.
Perché tu sai che il primo dal quale sono diverso sei proprio te.
Eppure, ti ostini a rimanermi accanto.
Maledetto specchio...





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