mercoledì 27 gennaio 2016

Immigrazione spiegata ai bambini

Immigrazione spiegata ai bambini

di
Alessandro Ghebreigziabiher


C’erano una volta tre porcellini.
E potremmo fermarci qui.
Perché tutti conoscono la favola.
O, meglio, la storia.
Nondimeno, finché quest’ultima non soddisferà tutti allo stesso modo, forse è il caso di raccontare ancora.
Il primo porcellino era il nuovo arrivato. Per mare, o attraverso muri di mattoni e menzogne, era al fine giunto, spaesato e spaventato.
Un po’ per l’impellenza di costruirsi un riparo, ma anche perché non avrebbe potuto permettersi di meglio, si era fatto una casa di paglia.
Malgrado il freddo e la pioggia che entrava da tutte le parti, si era accontentato della migliore alternativa possibile.
Al nulla.
Tuttavia, non aveva fatto i conti con il lupo, feroce e crudele animale del bosco.
Già, il lupo, perché c’è e sempre ci sarà un lupo, nelle favole.

Compra il libro:
E’ il resto che deve ogni volta fare la differenza.
Il cattivone, non appena vide la fragile casa di paglia, la puntò immediatamente.
E’ tipico. Non appena i lupi di questo mondo scorgono debolezze, peraltro indifese, vi si gettano subito addosso come mosche sulla popò, è più forte di loro.
Senza sorprese, il lupo pretese di entrare, ma il porcellino si rifiutò, perché era nuovo, spaesato e spaventato, mica scemo.
Ciò nonostante, l’aggressore soffiò via la paglia e il poverino si ritrovò alla sua mercé.
“Guarda alle tue spalle”, disse il porcellino per distrarlo, “c’è una lupacchiotta da sballo!”
Il lupo ci cascò, perché era feroce e crudele, ma questo non vuol dire che fosse sveglio. Ciò permise al nostro di raggiungere la casa di un altro porcellino.
Non uno nuovo, spaesato e spaventato, bensì uno che lo era stato, ma lo aveva ormai dimenticato. E fu proprio l’altro a ricordarglielo, bussando alla sua porta.
Nel frattempo il lupo, resosi conto della burla, ancora più incollerito di prima seguì le tracce del fuggiasco e raggiunse la casa del secondo porcellino, che era fatta di legno.
Anche stavolta nulla di nuovo, il lupo chiese di aprire e il padrone di casa gli fece un gran pernacchione, perché aveva dimenticato di essere stato nuovo, spaesato e spaventato, ma non per questo era fesso. Comunque, ciò non fece altro che spingere l’animale a soffiare ancora più forte e la casa venne giù.
Si era scordato anche questo, il secondo porcellino. Mai abbassare la guardia di fronte ai lupi. Perché prima o poi ritornano.
Una volta inermi innanzi alle fauci spalancate del truce e spietato assalitore, il secondo porcellino esclamò: “Guarda dietro di te, c’è tua moglie!”
Il lupo ci cascò ancora, perché era truce e spietato, ma questo non significa che non avesse una fifa matta della sua signora, un pezzo di lupona di duecento chili, senza scherzi.
Cosicché i due scapparono a zampette levate e raggiunsero una casa di mattoni, solida e ben rifinita.
Bussarono con forza entrambi, il porcellino nuovo, spaesato e spaventato e quello che aveva scelto di lottare al fianco del primo.
La porta si aprì e apparve lui.
Il terzo porcellino, quello che magari non aveva la più pallida idea di cosa volesse dire essere nuovo, spaesato e spaventato. Forse, neppure lottare al fianco di qualcun altro. Ma una cosa la doveva sapere per forza.
Per quanto tu stia al caldo davanti al camino, al sicuro del tuo letto o comodo sul divano, ci sono i lupi, là fuori.
E se lui non avesse fatto qualcosa, ancora una volta uno di essi avrebbe mangiato le sue vittime. Stavolta proprio davanti alla sua casa.
Così, fece la sua scelta.
La prima di molte che avrebbero cambiato la sua vita e, per buona sorte, anche quella degli altri.
Fece entrare i due e serrò l’uscio.
Il lupo arrivò al colmo dell’ira e, come al solito, chiese di entrare.
I tre si affacciarono alla finestra, ovviamente dotata di robuste inferriate, e non fecero mancare sberleffi e sghignazzi ai danni del nemico.
“Guarda alle tue spalle”, disse infine il terzo porcellino, “c’è tua nonna!”
“Non ci casco”, rispose il lupo, perché non era una cima, ma quando è troppo è troppo.
Peccato, perché stavolta la nonna c’era davvero. Una vecchia lupa che ne aveva viste tante e che, malgrado la propria natura predatrice, aveva capito che se davvero vogliamo un finale differente dobbiamo smetterla di fare sempre quello che il nostro personaggio prevede.
Così, diede al nipote tante di quelle legnate da farlo svenire.
L’animale sognò di essere il primo porcellino.
E, per la prima volta un lupo comprese cosa volesse dire essere nuovo, spaesato e spaventato.


Leggi altre storie per bambini
Compra il libro La truffa dei migranti, Tempesta Editore

Iscriviti alla Newsletter

mercoledì 20 gennaio 2016

Storie di paura: Mi sono svegliato

Mi sono svegliato

di
Alessandro Ghebreigziabiher


Mi sono svegliato e ho visto me.
Ho visto un mondo dove le parole stesse sembrano contare più delle vite che in qualche modo contengono. Ho visto le più sgradevoli tra esse urlate o sussurrate con la stessa indifferenza.
Le ho lette in cima al monte di altrettante parole ammucchiate nel bel mezzo della pubblica piazza un attimo prima che rotolassero giù, sempre più giù, portandosi via tutto.
Perfino le vite di cui sopra.
Ma poi, per fortuna, mi sono svegliato.
E ho visto una gigantesca sala hobby, a entrata rigorosamente vip, ricolma di tavoli con seduti intorno una miriade di signori dal potere in una tasca e gli occhi nell’altra. Ciechi ben vestiti e sorridenti a bocca talmente larga da poter ingoiare un intero sciame di mosche obese e continuare imperterriti a giocare con il futuro degli invisibili dal passato impronunciabile e il presente scomodo.
Malgrado ciò, per buona sorte mi sono svegliato.
Mi sono svegliato e ho visto creature mostruose a dir poco, metà poltrona girevole e metà odio. Smisurato rancore per se stessi e il proprio funestato destino. Leggi pure come l’olio rovente da gettare dal sicuro dei personali torrioni sugli inermi di passaggio, capri sacrificabili che nemmeno servono a espiare. Al meglio, a trascorrere un altro giorno buio.
Ma poi mi sono svegliato, evviva.
Ho aperto gli occhi e ho visto il più grottesco dei paradossi sotto forma di miliardi di occhi di dimensioni abnormi, ingigantiti negli anni da una quantità fenomenale di puerili menzogne e trucchi da due soldi travestiti da edizioni straordinarie. Ma un muscolo drogato, per quanto luccicante e levigato come il marmo, è e sarà sempre un muscolo drogato. Nondimeno, che il cielo benedica la fine, ogni tipo di fine. Soprattutto quella dei brutti sogni.
Così mi sono svegliato, spaventato ma felice.
E ho visto un numero incalcolabile di persone entrare in una prigione, chiusa dentro un’altra prigione, che si trova all’interno di un’altra ancora, a sua volta dentro un’altra e un’altra, un’altra ancora e ancora un’altra.
Volontariamente…
Poi mi sono svegliato di nuovo.
E una volta sveglio, tutt’altro che certo di esserlo, ho visto un pianeta composto unicamente da tre tipologie di creature. I persecutori, perennemente alla ricerca di una preda da tormentare. Le prede, senza le quali di cosa stiamo parlando? E nel mezzo gli spettatori, molti dei quali convinti di essere qualcosa di più per il solo fatto di aver alzato la voce qualche volta.
Potrei andare avanti. Anzi, sto andando avanti, lo spero. Ci sto provando maledettamente.
A svegliarmi davvero.

Leggi altre storie di paura

Compra il mio ultimo libro, La truffa dei migranti, Tempesta Editore

Iscriviti alla Newsletter

mercoledì 13 gennaio 2016

Storie di donne: Una giornata sfortunata

Una giornata sfortunata

di
Alessandro Ghebreigziabiher


Una giornata sfortunata.
Niente da eccepire, definizione perfetta, sintesi ottimale capace di evocare esattamente quel che mi è accaduto oggi.
Senza sorprese. O, forse, un’infinità.
L’incidente nel breve, come sovente accade. Esco di casa, sono in ritardo come al solito e con un’imperdonabile sbadataggine inciampo nel tappetino all’ingresso del condominio, finendo con il capo sul portone.
Risultato, livido in fronte e, soprattutto, occhiali rotti.
Giornata sfortunata, certo, ed ecco il titolo sottinteso, le parole con il nobile compito di spiegare tutto, che il più delle volte falliscono miseramente nell’impresa.
Senza occhiali sono persa, come dissi un giorno al mio ultimo ex spasimante durante il nostro ultimo appuntamento, nell’ultima volta, lo giuro, che ho accettato di uscire con un tipo suggerito dalle amiche.
Persa, è così, e così è stato nel dì del titolo.
Sono arrivata a scuola per miracolo, viaggiando tra metro e bus.
Persa, incapace di nascondermi al sicuro dello schermo del cellulare o del romanzo che sto leggendo in questo momento. Roba soporifera, lo ammetto, ma me l’hanno regalato e lo leggo, perché un giorno mio padre mi ha detto che sono le storie che vanno da te e non il contrario, e che quando ciò accade un motivo ci sarà.
Scusa, papà, ma stavolta il senso del dono è un sonnifero, ma va bene così.
Anzi, no, perché oggi non è andata affatto bene, poiché ero persa, impossibilitata a decifrare parole e immagini nei miei adorati rifugi. Ma, al contempo, lo son stata altrettanto innanzi al mondo che tento quotidianamente di attraversare invisibile. Oggetto d’arredamento vivente tra i molti nella tappezzeria coerente. Persa in essa, se volete, ma trattasi di ben altro smarrimento, ecco. E’ piuttosto un perdere che perdersi, ma questa arriva dopo.
Quando finalmente sono entrata in classe, l’aula era già ricolma di gioventù vibrante. Con lo sconquassamento ormonale in bella vista, le emozioni frastornate casualmente sparse sui volti e gli occhi che, malgrado gli atteggiamenti trafugati dall’idolo di turno, tradivano il solito straordinario disorientamento.
Che alla fine della fiera scolastica produce un solo quesito, chiunque ne sia stato il protagonista: come ho fatto ad arrivare fin qui, indenne e in equilibrio con il mondo che, volente o nolente, ha la scomoda responsabilità di scrivere il resto del racconto?
La giornata a scuola è trascorsa secondo copione. Anzi, secondo programma, essendo un’insegnante.
Per tutto il tempo non ho visto un’acca, ma che dico, tutto l’alfabeto. Ciò malgrado, mi sono dovuta affidare alle sole possibilità rimaste.
Ho intravisto e, per completare il quadro, ho immaginato. Al meglio ho dedotto affidandomi a roba atrofizzata ma ancora in vita. Voci e odori, tatto e suoni, sapori e molte altre inezie che di norma sono tali. Ma, oggi, non è stato così.
Altrettanto miracolosamente, dopo l’inverso del medesimo tragitto, sono rincasata.
Che giornata, mi sono subito detta dopo aver chiuso la porta. Mi sono dimenticata perfino di passare dall’ottico.
Che giornata sfortunata.
E che il cielo, o chi per lui, benedica la sfortuna.
Di perdersi...


Leggi altre storie di donne
Compra il mio ultimo libro, La truffa dei migranti, Tempesta Editore


Iscriviti alla Newsletter