mercoledì 29 aprile 2015

Storie di alcolismo: L’ossessione di Miguel

L’ossessione di Miguel

di
Alessandro Ghebreigziabiher


Io di idee ne ho tante.
Come quella che conduce alla dannata ossessione di Miguel Baquero, in vacanza per l'ennesima estate dagli 'amati' suoceri.
"Mi querida, vado a fare due passi", lasciò alle sue spalle il quasi cinquantenne Miguel, mentre sgattaiolava dalla porta di casa.
"Mi querido?" ribatté la consorte, con inconfondibile sarcasmo. "E dove credi di andare a fare questi due passi? Mica ti andrai ad infilare in qualche bar?"
"Ma no, cosa vai a pensare, Conchita? Voglio solo digerire un po'. Ho mangiato troppo, stasera."
"Ha qualcosa da ridire sulle mie pietanze, tuo marito?" apparve latrando la suocera sulla soglia della cucina.
"No, anzi", rispose prontamente Miguel, continuando peraltro ad indietreggiare furtivamente verso la via di fuga. “Sono così buone che devo moderarmi, altrimenti avrò un'indigestione per sera."
"Ragazzo", tuonò il padre di Conchita mentre risaliva le scale della cantina, "non fare tardi che abbiamo il ramino, non scordarlo."
"C-Certo, don Gonzalo, neanche mezz'ora e sarò di ritorno."
"Papà, la storia, ci devi raccontare la storia!" urlarono i cento chili di gemelle, Lucia e Marisò, che a tredici anni suonati pretendevano ancora, ogni santa sera, una favola per addormentarsi.
"Sicuro care, sicuro. Tornerò in tempo per tutto."
E sotto gli occhi della sua pesante famiglia al completo il signor Baquero si dissolse nel buio della sera come Zorro inseguito dal sergente Garcia.
Miguel era un tossico, per questo era così abile a districarsi nello stretto della marcatura come un astuto centravanti. La sua droga era birra e gazzosa, rigorosamente miscelate in proporzioni fisse: 77,81% di birra chiara e ovviamente 22,19% di pura gazzosa.
La bevanda in commercio con tale miscuglio si chiamava Locolemon e aveva sul logo un limone con gli occhi spiritati e la bava alla bocca, ebbro di birra fino alla buccia.
Baquero raggiunse il bar sulla spiaggia in un baleno, dopo aver tirato dritto quasi ad occhi chiusi, guidato dall'invisibile aroma della bevanda preferita.
Si aggrappò al bancone e esclamò la sua frase preferita: "Hombre, una Locolemon ghiacciata."
L'hombre era un signore attempato e con numerosi tessuti adiposi sparsi per il corpo per essere un barman di un beach bar alla moda come il Sunshine, come citava la sgargiante insegna all'entrata.
Erano ancora le ventuno e trenta ed entro poche ore le tavole del locale sarebbero state ricoperte da aitanti giovanotti abbronzati a caccia di avvenenti e ben ombelicate sirene di passaggio.
"Sono quattro euro, señor", rispose secco l'hombre, con le tempie ricoperte di voluminose gocce di sudore.
"Ecco a lei", fece meccanicamente Miguel e posò il denaro sul bancone. "Potrebbe gentilmente portarmi la bevanda a quel tavolo?" aggiunse indicando un posticino situato di fronte alla vetrata che dava direttamente sul mare.
"Sicuro, señor, si accomodi pure."
In quegli attimi, con il didietro finalmente rilassato sulla sedia del Sunshine, gli occhi pronti a tuffarsi nelle onde della sera, finalmente risparmiate dalle orde di bagnanti, con la luce delle stelle sparse sulla fronte sempre più spaziosa a scapito dei pochi capelli rimasti ma, soprattutto, con una Locolemon in arrivo nel gargarozzo, la vita sembrava semplicemente un fantastico scivolo, un enorme e morbido scivolo su cui lasciarsi andare con cieca fiducia, finalmente libero di cadere.
La visione rubò parecchio tempo allo stress e alle ansie familiari di Miguel che non si accorse del passare di almeno venti minuti. Fu un richiamo nella gola, che transitando per un'innocente esofago, era partito insofferente nientemeno che dal cuore del ventre: birra, Miguel, birra e gazzosa! Poi ti lascerò sognare ciò che vuoi. Ma, prima, dissetami!
In un lampo Baquero fu di nuovo in piedi, di nuovo in guerra, nuovamente prigioniero della sua personale scimmia.
Si avvicinò lesto al bancone e, non vedendo l'hombre di prima, si rivolse al primo barman di passaggio:
"Scusi, hombre."
"Hombre a chi, amigo?" ragliò questi, un giovanottone con bandana piratesca che sembrava più un aitante bagnino che un banale servi-sciacquabudella.
"Ehm… mi scusi, è che avevo chiesto un Locolemon più di un quarto d'ora fa."
"Sono quattro euro, señor."
"No, io ho già pagato al suo collega. Gli avevo infatti chiesto di portarmi la bibita a quel tavolo lì…" tentò di spiegarsi indicando la zona che un interminabile momento prima era stata testimone di un estatico volo di fantasia, possibile solo quando ci si attarda nella dolce anticamera di un desiderio prima che sia realizzato.
Auspicabilmente.
"Quale mio collega, señor?" chiese tranquillo il palestrato oste, che ad ogni sillaba sembrava contrappuntare con la flessione di un bicipite.
"Quello… quello grasso, insomma, quello che era qui un attimo fa!"
"Amigo, abbassa il tono della voce, prima di tutto. Secondo, io non ho alcun collega grasso. Terzo, la mia unica collega si chiama Manila, deve essere qui a momenti ed è, grazie a Dios, tutt'altro che grassa."
"Oh bella!" saltò su Miguel sbattendo una mano aperta sul bancone, attirando l'attenzione degli altri clienti, che nel frattempo stavano riempiendo il locale. "Io ho sborsato quattro euro ad un ciccio che era al di là del bancone. Non mi frega nulla se era un tuo collega o meno. Dammi la mia Locolemon e finiamola con questa farsa."
Il giovane, più alto di Miguel della classica spanna, si avvicinò a lui serafico, fino a puntare dritto il proprio naso al centro dei suoi occhi. Quindi gli sussurrò con voce gelida: "Amigo, se non vuoi che ti spezzi le braccia non provare di nuovo a percuotere il mio banco. Se vuoi da bere dammi il dinero, bevi e non tornare più qui. Altrimenti ti caccio a calci. Sono stato chiaro?"
Miguel rimase in silenzio, si sentì ribollire dentro, ricordandosi di essere uscito senza portafogli e con i soldi contati. Così, lentamente si voltò per uscire. Con passi silenziosi e pesanti si diresse verso la porta del locale, ignorando gli occhi degli astanti, depositatisi curiosi sulla sua nuca o, comunque, sulla sua figura. Il tempo di raggiungere la soglia, il tempo di avvertire che il resto del mondo alle sue spalle stesse riprendendo il proprio cammino avendo eliminato l'ennesimo scocciatore, il tempo di avvertire le sue carni e la sua anima intrappolata in esse ridotte in poltiglia tra la valanga parentale che lo attendeva esigente e l'irresistibile voglia di birra e gazzosa, il tempo, in ultima analisi di ponderare il peso del tavolino a pochi metri da sé e non ebbe dubbi. La sua pancia non ebbe dubbi.
Non li aveva mai avuti, del resto.
Il fragore della vetrina, gravida di bottiglie, quelle splendide bottiglie tutte colorate che fanno da sfondo nei bar e che sembra non beva mai nessuno, riportò indietro l'orologio del Sunshine.
Il giovanotto si era abbassato appena in tempo, sfiorato per un pelo da una delle gambe del tavolino.
"Cazzo, ma sei loco?" urlò con un pizzico di sicurezza in meno nella voce. Tuttavia, con un balzo fu al di là del bancone e in pochi passi raggiunse Miguel e lo prese per la camicia.
"Amigo, io adesso chiamo la polizia e tu mi ripaghi tutto, capito?" sbraitò scuotendo l'impassibile Baquero.
Un tossico in astinenza non è in grado di comprendere i pericoli laddove gli venga promesso il suo nettare, gliene venga fatto assaporare l'effluvio e poi glielo venga ingiustamente negato. Con la mano destra Baquero scaraventò un tremendo pugno all'altezza della milza del fusto, facendolo accasciare dolorante e con la sinistra, come se lo avesse sempre fatto, agguantò senza guardare una bottiglia e la spaccò su un tavolo. Quindi avvicinò la parte tagliente alla faccia del barman, mentre gli teneva la testa immobile per i capelli. Il tutto si svolse in frazioni di secondo, lasciando il ben più giovane avversario letteralmente basito e sorpreso nonché, probabilmente, con una lesione interna nell’addome.
"Hombre! Voglio una Locolemon, l'ho pagata. Perché non vuoi darmi la mia Locolemon? Perché non vuoi darmela? Perché?!"
La voce rauca e lamentosa, ad un volume insostenibile, con quel suono così di gola, fece rabbrividire tutto il pubblico presente, paralizzato nel proprio punto d'osservazione, mentre scatenò un tale terrore senza controllo negli addominali a cubetti del barman fino a farli sbattere l'uno contro l'altro come nacchere.
"Ti prego, non uccidermi, non uccidermi", implorò quest'ultimo piagnucolando, "Ti prego, ti do tutte le Locolemon che ho in ghiacciaia, ma non uccidermi…" e l'irreparabile accade alle sue virili mutandine.
Proprio in quell'istante una voce stanca, attraverso due povere orde vocali, strette in flaccidi ammassi lipidici, provenne dal bagno del locale e un individuo piuttosto rotondo ne uscì dondolante: "Cosa succede qui?"
Mi è venuta una voglia di birra e gazzosa che neanche ve lo immaginate.
Sì, lo so che ho interrotto la narrazione ma ormai dovreste aver capito perché, no?
Io non so come procedere. A che serve avere così tante idee senza riuscire a realizzarle in modo completo?
Il fatto è che io ho molte idee, ma…

Tratto dal testo dello spettacolo Io di idee ne ho tante ma, narrato nel 2005 in occasione del Festival di letteratura Voci Afro-Italiane, a Roma, e durante il Festival di letteratura All'incrocio dei sentieri, a Bologna.


Visita le pagine dedicate ai libri:

(Libri sulla diversità, libri sul razzismo, libri sulla diversità per ragazzi e bambini, libri sul razzismo per ragazzi e bambini)


mercoledì 22 aprile 2015

Storie di intercultura per ragazzi: I due scrittori

I due scrittori

di
Alessandro Ghebreigziabiher


Attilio e Rashid erano due ragazzi. Avevano tredici anni e ognuno di loro amava scrivere. Si erano conosciuti a Milano l’anno passato, entrambi premiati per un racconto in occasione di un concorso letterario. Il tema di quest’ultimo era l’intercultura e i due adolescenti avevano gareggiato in due categorie diverse. Attilio come autore italiano e Rashid come straniero, divisi da un aggettivo. Fortunatamente erano inclusi nella stessa macro categoria: giovani.
La manifestazione era durata un paio di giorni, durante i quali i due avevano trovato il tempo di mettere le basi per una spontanea e sincera amicizia a distanza. Difatti Rashid, vivendo in India, e avendo ottenuto la possibilità di recarsi in Italia – in un viaggio spesato di tutto – unicamente grazie al premio in questione, al termine dell’evento era dovuto tornare a Bombay.
Ciò nonostante la cosa non impedì ai due ragazzi di scambiarsi tutti gli indirizzi possibili, con la promessa di scriversi con continuità. L’ultima ora che avevano passato insieme, in attesa dei rispettivi aerei – Attilio era di Roma – si erano fatti la reciproca fondamentale domanda: “Perché scrivi?”
Attilio aveva risposto per primo ed era stato molto sincero e aperto: “Scrivo perché mi fa stare bene, perché quando ho finito e leggo ciò che ho scritto mi sento meglio, più sereno, più leggero e, qualche volta, pure più maturo. E tu? Perché scrivi, tu?”
Rashid non era riuscito a dire la sua poiché il caso aveva voluto che la chiamata per il suo aereo arrivasse proprio in quel momento.
Nei mesi seguenti Attilio dichiarava sempre nelle sue lettere, come minimo nel post scriptum, di essere ancora in attesa della fatidica risposta, tuttavia, Rashid sembrava sistematicamente ignorare la domanda, parlando ogni volta d’altro. Nello stesso tempo le loro rispettive vite proseguivano il normale corso e un anno era passato.
Rashid era un ragazzo sveglio, veloce, magro e scattante. Per tutti i grandi, sempre e comunque, era noto come il giovane Rashid.
"Pensa a correre, ragazzo. Tu pensa a correre", lo riprendeva suo padre Amir, quando veniva interrotto dal figlio durante le sue interminabili discussioni con il fratello Kathib.
"Ma papà, io…"
"Non hai sentito tuo padre - immancabile e frustrante - giovane Rashid? Perché sprechi il tuo prezioso fiato? Corri, continua a correre."
Il genitore e lo zio avevano molto a cuore l'allenamento quotidiano del giovane… ops, di Rashid. Il ragazzo era in grado di compiere i cento metri già sotto gli undici secondi, il che lo poneva in piena autostrada verso le olimpiadi, l'affrancamento dalla povertà, gli sponsor, le televendite, i film, magari anche un oscar.
Eh, sì, poiché tutto inevitabilmente andava a finire sul cinematografico, l'unico vero passatempo e distrazione della famiglia. Il resto del tempo erano tutte e sole preoccupazioni per il lavoro che non c'era, per le continue alluvioni, per il favorevole partito da scovare per la figlia ormai undicenne e per l'epilessia della madre.
Rashid aveva molto a cuore tali questioni, soprattutto l'ultima e si sentiva corpo responsabile insieme ai due adulti di casa. Tuttavia, l'unica volta che era riuscito ad esprimere tutto d'un fiato la propria volontà di dare il proprio contributo, il padre lo aveva guardato fisso negli occhi e gli aveva detto con voce grave: "Giovane Rashid, vuoi fare qualcosa per tua madre? Vuoi fare qualcosa per noi tutti? Corri. Scendi sotto i dieci, scendi sotto i dieci. La vita ti ha dato un dono, quella è la tua responsabilità."
Ora c'era solo un piccolo problema. Al giovane Rashid non piaceva proprio correre. Ovvero lo faceva volentieri per un buon motivo. Correva come un fulmine fino in paese e ritorno per comprare le medicine per la madre, rubava il miele alle api con i compagni ed era l'unico a non essere mai stato punto, una volta aveva marinato la scuola e aveva avvistato i genitori col calesse che andavano a prenderlo perché avevano organizzato un ennesimo incontro per il possibile accordo matrimoniale della sorella. Occorre che vi dica chi arrivò prima di fronte all'istituto, giusto in tempo per la consueta campanella di fine lezioni?
Certo diventare un campione della velocità, famoso e soprattutto ricco, capace quindi di risolvere gran parte dei problemi familiari, era una buona ragione. Ma il fatto era che lui, tale obiettivo, non riusciva a visualizzarlo davanti a sé durante gli allenamenti. Non aveva la carota, in poche parole. C'era il bastone, il padre e lo zio, ma non la carota.
D'altra parte, quando ascoltava i suoi due severi coach confrontarsi sul come affrontare le difficoltà familiari, aveva sì qualcosa da dire. Era gonfio di parole, discorsi, fiumi di considerazioni, montagne di affermazioni, un mare di storie da narrare. L'energia che non aveva scopo nella danza delle gambe una di seguito all'altra trovava nell’arte del racconto il suo momento, la piena soddisfazione, perfino a prescindere dall'obiettivo. E poi il ragazzo si sentiva pure inorgoglito dal premio vinto, con tanto di medaglia d’oro, per quanto solo bagnata nel prezioso metallo.
Nondimeno la scena era sempre la stessa: i due allenatori confabulavano con l'orologio in mano pronti ad arrestarlo al passaggio di Rashid ma quest’ultimo, quando si avvicinava a loro, rallentava per udirne le voci, per coglierne i frutti e magari intervenire con tutto il proprio pensare in ebollizione.
Una sera come tante Amir e Kathib erano presi dalla conversazione un po' più del solito: "Fratello, lasciamo perdere. E' indubbio che la famiglia di Assur non sia alla nostra portata. L'hai visto come ci guarda quando lo incontriamo?"
"Amir, come vuoi che ci guardi? E' miope…"
"Ma no, ci guarda dall'alto in basso."
"Fratello, ti ricordo che quell'uomo è alto quasi due metri e noi siamo due nani."
"Eh, no! E' lui che è anormale! Ma si è mai visto un indiano così alto?"
"E pensa che anche il figlio diventerà così. Pensa a mia nipote: nessuno potrà mai pensare di darle fastidio."
"Ti ho già detto di non perdere tempo a fare progetti. Assur è un uomo istruito, mica un rozzo ignorante come noi."
"Parla per te, fratello. Io so sommare e sottrarre, ti ricordo."
"Sì, due pecore più due pecore meno un maiale."
"Non offendermi così. Che c'è di male se voglio il meglio per tua figlia?"
"E cosa credi? Che io non voglia lo stesso? E' che non voglio illudermi. Dovremmo sembrare diversi da quello che siamo."
"Ci sono", gridò lo zio di Rashid mollando un involontario ceffone al padre del ragazzo.
"A momenti mi rompi un dente…"
"Al dente ci pensiamo dopo. Gli scriviamo una bella lettera."
"Cosa?"
"Ma sì, gli scriviamo una lettera. Una bella lettera. Così ci mostriamo a lui per quello che abbiamo dentro: due persone per bene. Non saremo ricchi ma siamo persone per bene."
"Bell'idea. Così, oltre che rozzi e morti di fame, gli facciamo capire anche che ignoranti che siamo."
"Ti ho già detto parla per te?"
"Kathib, ti ricordo che l'ultima volta che hai preso una penna in mano è stato per firmare come testimone al mio matrimonio."
"E i conti che faccio per te?"
"Per quelli usi la matita, scemo. E poi sono numeri. Non vuoi mica scrivergli qualche addizione delle tue? Tre pecore meno tre maiali."
"Insomma, Amir, un po' di ottimismo! Ho visto tutta la serie di Rocky almeno cinque volte. Qualche parola la saprò buttare giù, no?"
"Ecco, bravo. Scrivigli «Adriana! Ce l'ho fatta, Adriana!». Solo che non credo c'entri molto con la nostra causa."
"Dì quello che ti pare. Io la lettera la scrivo, stasera stessa. Addio!"
E si allontanò definitivamente offeso.
"Kathib, torna subito qui”, gridò Amir all'inseguimento del fratello, dimenticandosi del figlio. Ti proibisco ti spedire qualsiasi cosa!"
E il giovane Rashid? A mozzichi e bocconi, tra un passaggio e l'altro, aveva ascoltato quasi tutto.
E aveva trovato la propria occasione. A differenza dello zio qualche frase fatta apposta per la carta ce l'aveva nel cuore, in quanto un paio di libri era riuscito a leggerli. Due romanzi d'avventura, I tre moschettieri e Ventimila leghe sotto i mari, definibili un po' ingenui al giorno d'oggi, ma erano bastati a suggerirgli un ventaglio infinito di possibili coreografie nascoste nel mondo delle lettere stampate.
E così tre lettere furono scritte quella notte.
Quella di Rashid, giustappunto, la lettera di una vita nascosta in due piedi svelti come il vento ma indomiti innanzi alla proverbiale cieca condanna a muoversi comunque, per capriccio della natura, dell'aria che corre.
Quella di Kathib, che per una volta permise ad un ammasso di muscoli, nervi e sogni di infondere in un povero il coraggio di cantare le proprie lodi per la ricchezza di una nipote.
Quella, infine, del suo preoccupato fratello, il quale, senza indugio - non potendo impedire lo scrivere dell'altro - si gettò nella stessa direzione, nel tentativo di scusarsi con il gigantesco e facoltoso vicino per l'altra inopportuna missiva.
Il mattino arrivò come sempre e nella casa di Assur qualcosa stava per cambiare.
L'indiano più alto di Bombay aprì la porta di casa e sull'uscio trovò una lettera, una sola.
I conti non tornavano. Una lettera più una lettera più una lettera, meno due… avrebbe detto Amir. Una sola, insomma.
L'uomo la aprì e la lesse, disegnando sul proprio viso un inevitabile sorriso.
Quale delle tre era giunta a destinazione?
La lettera sopravvissuta avrebbe potuto essere quella del giovane Rashid, capace finalmente di aiutare la famiglia senza correre. Chiaramente il sorriso di Assur significava contentezza e apprezzamento per le belle parole. Belle parole che avrebbero potuto essere però anche di Kathib. Potenza di Stallone, chissà. L'altro forzuto è diventato governatore della California.
Oppure avrebbe potuto essere un sorriso denso di ilarità verso la prevedibile presenza di imprecisioni ortografiche nell’errata corrige spedita da Amir. O, magari, dietro a quel sorridere avrebbe potuto nascondersi una sorta di compassione verso una qualunque delle tre lettere, comunque incapaci di compensare un tale divario sociale ed economico.
E quante altre strade ancora vi sono dietro ad un sorriso? L’unica cosa che contò fu che l’uomo fu felice di legare la sua famiglia alla loro e il matrimonio che fu celebrato fu uno dei più gioiosi del loro tempo, anche per un altro motivo. Nessuno dei tre seppe mai quale lettera era stata letta da Assur e fu la cosa migliore, poiché ciascuno di loro si sentì orgoglioso di aver contribuito alla loro comune felicità, senza alcun bisogno di vincere le olimpiadi.

Leggi altre storie di intercultura.
Vieni ad ascoltarmi a teatro Sabato 30 Aprile 2016 a Roma.
Ascolta la mia canzone La libertà
Compra il mio ultimo libro, La truffa dei migranti, Tempesta Editore

Visita le pagine dedicate ai libri di Alessandro: 
Libri sulla diversità, libri sul razzismo, libri sulla diversità per ragazzi e bambini, libri sul razzismo per ragazzi e bambini

Iscriviti alla Newsletter

mercoledì 15 aprile 2015

Storie di intercultura per bambini: Il re della foresta

Il re della foresta

di
Alessandro Ghebreigziabiher


Questa è una storia di leoni.
C’era Ben. Un animale molto orgoglioso di essere un leone. Abbandonato fin da piccolo dai genitori, fuggiti per non cadere nelle mani dei bracconieri, era vissuto col mito del coraggio e della forza, ma soprattutto alimentando l'odio verso la paura, di qualsiasi forma fosse stata.
Ben non sopportava i leoni fifoni e in modo esagerato biasimava chiunque non affrontasse, a viso aperto e da solo, il gigantesco elefante.
Non era un vero leone chi scappasse innanzi al grande nemico e mistero, il fuoco. Nondimeno, più di ogni altra cosa, non era degno di camminare al suo fianco chi non andasse incontro alla vita senza compiere almeno un quotidiano balzo nel vuoto.
Un giorno senza saltare ad occhi chiusi non merita di esser vissuto, era il suo motto.
Da tutto ciò potrete capire quanto Ben trovasse difficile aprirsi col suo branco, più che mai per un grande segreto.
Non era proprio vero che non avesse paura di niente...
Ben aveva una fifa matta del tramonto.
O allorché il giorno e la notte si scambino il cinque, ma questa è un’altra storia.
Contro il tramonto non servivano zanne e artigli, era inutile lanciarsi sfrecciante nella savana o nascondersi tra le rocce, come durante la caccia alla gazzella zoppa, detta ti piace mordere facile, eh?
Il buio arrivava sempre, ogni giorno, senza preavviso e questo spaventava tremendamente Ben. L'unico leone che Ben considerasse degno di stima era Alì.
Ai suoi occhi, costui sembrava non avere sul serio paura di niente.
Pareva che non riflettesse mai su alcunché e che facesse tutto ciò che gli passasse per la testa, senza preoccuparsi mai delle conseguenze.
Quando era con lui, Ben si sentiva sicuro anche al tramonto.
Un giorno, con una luna enorme che faceva capolino nel cielo, Alì condusse l’amico a fare un giro nella foresta, vantandosi di esserne il solo e unico padrone.
"Ben, ho una grande notizia”, esclamò. “Da stanotte sarò il re della foresta, altro che Tarzan."
"Ma cosa dici?” saltò su Ben, "non esistono davvero i re. Quelle sono cose che raccontano gli uomini o gli scrittori. Noi abbiamo solo un capo branco, il vecchio Himat. E lui dice sempre che la foresta è di tutti gli animali che la rispettino."
"Ben, non capisci? Noi siamo leoni, siamo nati per regnare su tutto. Ed io, che non ho paura di nulla, sono stato scelto dalla luna per essere il nuovo re. Tutti gli animali mi temono, tutti scappano quando arrivo io, perfino le zanzare se la danno a gambe, anzi, ad ali. Chi non conosce paura è fatto per comandare e chi ne ha deve obbedire."
Ben era impressionato dall’amico e lo fissava ammirato, vedendolo trionfante innanzi a lui, nel cuore della macchia e avvolto nell’oscurità, mentre affermava con orgoglio il proprio coraggio. Forse Alì aveva ragione. Forse i leoni avevano il diritto di comandare su tutti e chi, se non quello più coraggioso che conoscesse, sarebbe stato il più accreditato?
Proprio in quell’istante percepì un rumore dietro un cespuglio, alle spalle di Alì. Un lieve fruscio, appena percettibile ma comunque udito da entrambi.
"Per il becco dell’upupa!" urlò a squarciagola Alì. "C-Cosa c’è là?" Per poi rifugiarsi tremante alle spalle dell’incredulo Ben, il quale, comunque impaurito, era rimasto immobile.
L’attesa non fu lunga e dal cespuglio affiorò una minuscola puzzola, seguita dai suoi tre cuccioli. Non appena vide i due leoni, la mamma si mise in guardia e fissò i suoi occhi nei loro con spavalderia, finché la prole non scomparve in un altro cespuglio.
A quel punto la puzzola fece loro una sorta di sberleffo e corse dietro i piccoli.
Ci fu un attimo di silenzio e poi Ben iniziò a ridere a crepapelle, sotto gli occhi imbarazzati dell’amico.
“Io so chi era quella”, osservò trattenendo a stento le risa.
“Chi?” domandò l’altro.
“La regina della foresta.”


Compra il libro:

Versione libro cartaceo


Compra l'antologia completa:
Storie di intercultura per bambini
Favole dal mondo per conoscere e per conoscersi
Versione Ebook e libro cartaceo



Visita le pagine dedicate ai libri di Alessandro: 
Libri sulla diversità, libri sul razzismo, libri sulla diversità per ragazzi e bambini, libri sul razzismo per ragazzi e bambini

Iscriviti alla Newsletter

mercoledì 8 aprile 2015

Storie di intercultura per bambini: le due caramelle

Le due caramelle

di
Alessandro Ghebreigziabiher


C'era una volta a Bucarest un negozio di dolci, pieno di ogni delizia.
Vi erano paste di ogni tipo e gusto: panna, crema, cioccolato. Il loro profumo riempiva il negozio e ci si poteva saziare semplicemente annusando. Era il paradiso per ogni bambino, e non solo. Gli affari andavano molto bene per l'anziana proprietaria, che poi era la vera creatrice di tutto le gustose meraviglie.
Era un'arte per lei, anzi, di più, era vero e proprio amore preparare dolci e tutti si congratulavano. Tuttavia, insieme alle altre leccornie, in vetrina vi era una boccia di vetro in cui erano rimaste solo due caramelle, una alla menta e l'altra all’arancia, rispettivamente di nome Calin e Nicolae. Fra loro non correva buon sangue, anzi, buon succo.
Il primo, in tutta sincerità, non sopportava proprio di essere una caramella. Fin da piccolo sognava di essere un pasta con la crema, al cioccolato, perfino priva di ripieno. In ragione di ciò provava molto rancore per la vecchia padrona e notevole antipatia per Nicolae, al contrario, fiero della sua condizione.
Quest’ultimo era un orgoglioso di natura e in ogni caso viveva con il pensiero che ci fosse un motivo, un buon motivo, se era nato caramella. Il fatto era che ogni volta che qualcuno avvicinasse lo sguardo alla boccia, Calin faceva le boccacce al cliente, lo insultava, insomma, faceva di tutto per fargli passare la voglia.
Tutto a scapito del compagno, che ormai si stava rassegnando a finire i propri giorni nel freddo contenitore. Una notte Nicolae decise di parlare a cuore aperto al compagno di vetrina.
"Calin, svegliati!"
"Cosa vuoi?" rispose bruscamente l'altro, un attimo prima immerso nel sonno.
"Perché ti comporti così? Qual è il tuo problema?"
"E a te cosa importa? Pensa ai fatti tuoi!"
Nicolae continuò, senza perdersi d'animo: "E' inutile che tratti male anche me, non ci resta molto tempo, ormai. Fra poco andremo a male e la signora ci butterà via."
"E cosa vuoi che me ne importi? Così la faccio finita e non se ne parla più..."
Calin sbottò a piangere senza rendersene conto. Nicolae gli si avvicinò e gli disse: "Ma perché sei così triste?"
Calin rispose con le lacrime negli occhi: "Ma perché ci ha fatto due misere caramelle? Qui ci sono un sacco di paste, creme di tutti i tipi, torte di ogni forma e sapore. E noi? Due caramelle! Siamo lo scarto di questo negozio…"
Per la prima volta Nicolae comprese lo stato d'animo di Calin e, senza cercare di consolarlo, ma, con molta franchezza, gli disse: "Sai, ti capisco, fossimo stati una torta con la ricotta o una crostata sarebbe stata un'altra cosa. Non è vero?"
"Già."
"Ma abbiamo anche la fantasia."
"Cosa vuoi dire?" chiese Calin con gli occhi ancora lucidi.
"Dico che niente e nessuno ci vieta di sognare di essere ciò che vogliamo. Ora io andrò a dormire e domani sarò un delizioso dolce con la panna. Buonanotte!"
Calin rimase un attimo interdetto ma poi incalzò il compagno: "A-Ah, sì? E io... io sarò una torta con la crema, una torta enorme. A domani!"
Le due caramelle si addormentarono dolcemente e Calin riposò come non aveva mai fatto prima. Ma non solo. All'indomani i due si svegliarono così convinti dei loro sogni che credettero sul serio di essere un dolce e una torta, a tal punto da convincere un anziano e soprattutto molto goloso signore, che comprò con gioia le due caramelle.
Tuttavia, una volta in casa del vecchio, Calin tornò a lamentarsi: “Che bella idea, ora ci mangerà e verremo consumati dai succhi gastrici di quel tipo.”
“La fantasia, ricordi?” disse Nicolae. “Ora io immaginerò di essere un escremento di topo, così l’uomo non mi mangerà.”
“Davvero? Allora… allora io immaginerò di essere sputo di ragno, ecco.”
Pochi istanti e l’anziano signore si avvicinò alle caramelle e inorridito arrestò la mano ad un soffio dai due.
“Che schifezza è questa?” esclamò. “Non andrò più in quel negozio!”
Così, gettò le due caramelle nel cestino dell’immondizia.
E se vi avvicinate a quest’ultimo ascolterete due amici gridare a squarciagola di gioia.

Compra l'antologia completa:
Favole dal mondo per conoscere e per conoscersi
Versione Ebook e libro cartaceo


Visita le pagine dedicate ai libri di Alessandro: 
Libri sulla diversità, libri sul razzismo, libri sulla diversità per ragazzi e bambini, libri sul razzismo per ragazzi e bambini

Iscriviti alla Newsletter