mercoledì 28 gennaio 2015

Storie di intercultura per bambini: la nave di Hasan

La nave di Hasan

di
Alessandro Ghebreigziabiher

Questa è una strana storia.
C'era una volta una bottiglia, una vecchia bottiglia.
Nella bottiglia c'era dell'acqua.
Sull'acqua galleggiava o, per meglio dire, ormeggiava un antico veliero, un finto veliero.
Ciò nonostante, per un'assurda alchimia, quella nave aveva un equipaggio.
Si trattava del capitano Hasan e della sua ciurma, un pugno di uomini che avrebbe seguito il proprio comandante in qualsiasi avventura e in ogni parte del mondo.
Non si era mai vista tanta fedeltà fuori di quella bottiglia.
Tuttavia la sorte voleva che il capitano, al contrario dei suoi uomini, sapesse della nave finta, e che di lì non si sarebbero mai mossi.
Nondimeno, un po’ per non distruggere le illusioni dei marinai e un po’ per paura di perdere il ruolo di carismatico capitano, raccontava loro bugie a non finire.
Prima di tutto, essendo l'unico a conoscere le carte e a saper usare gli strumenti di bordo, li aveva convinti di essere capitati in una tremenda bonaccia, che impediva assolutamente alla nave di muoversi, e che un rarissimo tipo di banco di nebbia, detto “il grande vetro”, avesse avvolto il veliero.
Inoltre, per passare il tempo, ogni sera Hasan raccontava agli uomini delle sue presunte avventure tra i cosiddetti sette mari.
Principesse bellissime, maghi terribili, isole incantate e geni della lampada, popolavano copiosi le sue imprese, puro frutto della sua fantasia.
Tuttavia, dopo anni, il nostro cominciò a provare vergogna del suo inganno poiché i marinai non mancavano mai di mostrargli la loro stima e ammirazione, nonché affetto profondo.
La vergogna mutò in vera sofferenza allorché si accorse di aver reso ancora più falsa la realtà di quanto non lo fosse già.
Una sera toccò il classico fondo quando, uscito dalla sua cabina, trovò la nave tutta agghindata a festa. L'equipaggio aveva organizzato, a sua insaputa, una sorpresa per il suo compleanno e aveva preparato una torta enorme con su scritto: “Al nostro capitano, un secondo padre!”, con tanto di punto esclamativo.
Tutto questo fu troppo per Hasan, il quale, senza accorgersene, cominciò a piangere a dirotto e col capo chino parlò loro come non aveva mai fatto prima: “Ragazzi, io vi ho imbrogliato, vi ho tradito... sono un bugiardo, sono anni che non faccio altro che mentirvi. E’ tutto falso, non sono il grande capitano che avete creduto, non sono mai stato nei posti di cui vi ho parlato e non ho mai compiuto le imprese di cui vi ho detto. Niente è vero... ma la bugia più grande riguarda questa nave. Questo veliero è finto, non c'è nessuna bonaccia o nebbia, credetemi, non ci siamo mai mossi dall’interno di una bottiglia di vetro... “
Hasan rimase in silenzio e poi alzò lentamente la testa, notando con grande sorpresa le facce sorridenti e allegre dei suoi uomini. Quindi uno di essi gli si fece incontro e gli disse a nome di tutti: “Capitano, noi questo l'abbiamo sempre saputo, fin dall'inizio. Sapevamo anche che nulla era vero delle sue avventure, ma lei oggi ha detto una bugia di troppo. Sbaglia sostenendo che non ci siamo mai mossi di qui, perché è stato proprio lei, con i suoi racconti, a farci viaggiare, lì dove nessuna nave avrebbe mai potuto portarci. Grazie dei sogni che ci ha donato.”
Tutto l'equipaggio abbracciò a turno il proprio capitano, il quale, quella sera, sentì di essere l'uomo più felice del mondo, dentro e fuori la bottiglia.

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mercoledì 21 gennaio 2015

Racconto di un funerale

Silenzi da riempire

di
Alessandro Ghebreigziabiher


Mario non era mai stato a un funerale.
Non gli era mai morto nessuno, ad esser precisi. Nessuno di caro ad essere impietosi. Suo figlio Mattia, neanche due anni, aveva retto al silenzio sacrale del rito per soli cinque minuti, record assoluto e la mamma era stata costretta a condurlo all’esterno della chiesa, da vero buttafuori. E in fondo non l’aveva fatto così contro voglia.
L’atmosfera era insopportabile, tipica di una cerimonia moderatamente classica: pianti sommessi e non, abiti sia sobri che eleganti come si conviene, strette di mano sentite e abbracci convulsi, perlomeno per quanto riguardava il contorno. Come in ogni rito che si rispetti, in ultima analisi.
L’essenza, l’interessante, sola presenza degna di esser definita tale, era tutta intorno al feretro, ancora scoperto sulla vita appena spenta: un padre quasi impassibile e con gli occhi fissi al vuoto, oltre il gelido altare, oltre il sacerdote recitante, oltre il tempo e lo spazio. Una madre, con un cappotto di collera a protezione del cuore, da anni lontano dal compagno che fu ma costretta a precipitargli nuovamente accanto per il peggior pretesto. Una sorella, sola nel tirare fuori i cosiddetti, finendo con l’arrendersi a copiose quanto dignitose lacrime. Poi gli amici, quelli di sempre, quelli di una volta e più forti di prima.
Luisa, la ex, Stefania, l’attuale – ora ex in un altro senso, Piero, il collega di lavoro, Giorgio, il compagno di banco alle superiori e infine lui, Mario, l’insostituibile Mario, l’amico del cuore, sempre e comunque.
La funzione durò almeno tre quarti d’ora, durante i quali non si fecero mancare squilli di cellulare e incontenibili crisi di tosse, lì a ricordare la natura quanto mai terrena della cosa, nonostante tutto. Mario accompagnò la moglie all’auto e una volta sistemato Mattia sul seggiolino posteriore prese la sua decisione.
“Claudia, ho cambiato idea. Vado anch’io al cimitero…”
Eppure, quella mattina di poco prima era sembrato imperterrito: “Solo il funerale e ce ne torniamo a casa. Non me la sento di seguirlo fino alla sepoltura, non me la sento…”
La donna lo aveva osservato come se lo avesse sempre saputo, come chi conosce l’altro molto meglio di quanto lui possa immaginare.
“D’accordo, ci vediamo a casa”, mormorò più tardi.
“Ma chi era tutta quella gente?” chiese Piero dieci minuti dopo, seduto al volante della propria auto.
“Non lo so”, rispose Mario guardando fuori del finestrino sulla propria destra.
“Katia, quando l’ho salutata, mi ha confessato che le dava molto fastidio salutare persone che non avesse mai incontrato prima, soprattutto durante il periodo di suo fratello in ospedale. Dov’era questa gente, in quei giorni? Così mi ha detto con gli occhi arrossati. Mi ha spezzato…”
“Perché?”
“Be’, neanche io ci sono andato spesso.”
“Se è per questo io ci sarò stato al massimo due volte.”
E il silenzio s’intromise, denso, deciso a restare, perlomeno intorno a quell’argomento.
“Lo sai da quando non vedo Giorgio?” chiese più tardi Mario, quando la colonna di auto si stava sistemando nel parcheggio del cimitero.
“Lo so, da tanto.”
“Sei anni. L’ultima volta che l’ho visto abbiamo avuto una violenta discussione. Per poco non siamo venuti alle mani.”
I due dovettero interrompere la conversazione poiché il gruppo iniziava a riunirsi nuovamente. La salma, la famiglia, gli amici e il becchino, senza eufemismi, lui, in tutta la sua schiettezza.
“Se volete seguirmi”, disse alla triste compagnia. Il tipo era alto e dinoccolato, con i capelli brizzolati molto corti e un mento leggermente spostato in avanti. Gli occhi erano azzurri e sereni, quasi come le lapidi attraverso le quali avanzarono disciplinati. L’auto con la salma li aveva preceduti e la seconda parte della tetra cerimonia si consumò. Stavolta fu il padre a cedere l’onore delle armi al dolore e un pianto irrefrenabile lo assalì, seguito dall’ex moglie, incapace di non condividere quell’attimo. Gli amici erano un passo più dietro mentre la bara veniva calata nella fossa.
“Questi sono gli estremi della tomba”, dichiarò con distaccata formalità il pennellone, mentre li consegnava ad un’attonita Katia, l’unica che gli rivolgesse lo sguardo, e si allontanò con discrezione. Gli amici erano in silenzio, le due ragazze piangevano con delicatezza e gli uomini si dimostravano tali in tutta la loro debolezza.
“Grazie di essere venuti”, disse loro il papà, stringendo la mano dei primi due che si trovò davanti e insieme ai resti della sua famiglia, perlomeno di nome, si allontanò distrutto.
Così giunse il tempo degli amici. Il silenzio era nuovo, ora. Era quello che vi è dopo. Senza riti, senza doveri, senza formalismi, quello vuoto, quello da riempire o da sopportare.
“Che paese di merda.”
Chi aveva parlato era stato Giorgio, il quale si era appena acceso una sigaretta.
Mario lo aveva fissato torvo ma era stato Piero a chiedere spiegazioni: “Cosa vuoi dire?”
“Cosa voglio dire? Un uomo muore a trentasei anni di Aids perché si becca il virus lavorando in comunità con i tossici e nessuno se ne fotte mentre un altro viene ucciso da una banda di criminali in Iraq, ma appare in un video che tutti vedono e diventa un eroe. Gli fanno pure una strada.”
“Cosa c’entra, adesso?” esclamò Luisa, alquanto incollerita.
“C’entra, c’entra”, proseguì l’altro, “gliel’avevo detto un sacco di volte, io. Ma che cazzo ci fai là dentro? Ma cosa te ne frega di quei quattro drogati? Aveva una laurea in matematica, poteva fare soldi. Non vi ricordate quanto era bravo, a scuola?
“Francesco amava il lavoro che faceva, non gliene fregava nulla di altro”, replicò Piero, “e se lo vuoi sapere il virus non è detto che l’abbia preso in comunità…”
Il viso di Stefania impallidì e anch’ella tentò nervosamente di accendersi una sigaretta.
“Questo non importa, ora”, sentenziò Luisa posando un braccio sulle spalle dell’altra.
“Certo che importa”, insistette Giorgio, assumendo un tono aggressivo nei confronti di Piero, “e tu non ti permettere di infangare la memoria di Francesco.”
“Ma che differenza fa dove ha beccato l’aids?” alzò la voce quest’ultimo. “E’ stato con una, allora? Che cambia? Cosa cambia?”
“Non cambia nulla”, osservò Mario, “Giorgio sta parlando di sé.”
“Che cazzo vuol dire?” domandò l’interessato gettando la cicca per terra.
“Tu parli sempre di te”, rispose l’altro, ricollegando quell’istante al loro ultimo incontro, anni prima, “te lo dissi allora e te lo ripeto anche adesso, “tu parli sempre di te. Il paese di merda, il paese di merda. Il fatto è che tu non riesci a capire come Francesco avesse potuto preferire un lavoro stressante, rischioso e per nulla gratificante alla sicurezza economica. Lui era uno che cercava di essere coerente con se stesso, senza aspettarsi nulla, perché era quello che lui desiderava e basta. Sei tu che vuoi un ritorno per ogni cosa, sei un opportunista.”
Giorgio era livido in volto ma non subì in silenzio: “E tu? Tu sei migliore di me? Non hai lavorato con lui per due anni? Perché te ne sei andato, allora?”
Gli altri ascoltavano in silenzio, ormai esclusi ma estremamente interessati.
“Volevo guadagnare di più, lo ammetto. Ho avuto un figlio…”
“Francesco ci rimase male che te ne andasti”, s’’intromise Piero.
Mario era senza parole mentre Giorgio incalzò: “Certo, e difatti da operatore in comunità per tossicodipendenti sei diventato mediatore creditizio, venditore di debiti, insomma. Lineare, perfettamente lineare. Tu vendi sofferenza, caro mio. Come gli spacciatori per colpa dei quali si fa la gente che aiutavi.”
“Non è colpa mia se non ho trovato altro”, si giustificò Mario.
“Allora lo vedi che vieni a me?” sottolineò Giorgio. “Questo è un paese di merda…”
Trascorsero pochi secondi e poi Stefania, con gli occhi rossi di lacrime e rabbia, esplose: “Ma che cazzo dite? Francesco ha fatto una scelta, tu, Mario hai fatto una scelta e tu, Giorgio nei hai fatta un’altra. Che cazzo c’entra il paese? Cosa c’entra il paese?! Siamo noi che siamo di merda. Tutti noi avremmo potuto aiutarlo nel suo lavoro, tutti noi avremmo potuto essergli più vicino nei suoi ultimi giorni, tutti noi non abbiamo il coraggio per fare qualcosa in cui crediamo senza aspettarci nulla. Questa è la merda. Non il paese. E vivremmo meglio se ogni tanto avessimo il coraggio di dircelo.”
E il silenzio fu riempito.

Racconto pubblicato nel numero 04 - 2006 della rivista settimanale Carta.

venerdì 16 gennaio 2015

Storia di fantascienza breve: Non smetteva di sorridere

Non smetteva di sorridere

di
Alessandro Ghebreigziabiher


Quella domenica d’agosto rimarrà per sempre nella mia mente. Credetemi, all’inizio non avrei voluto per niente trovarmi lì. Eppure andavo avanti e ogni passo che facevo cresceva la voglia di quello seguente, che non avevo ancora fatto.
C’era una strada, dritta, perfetta e liscia, era come camminare su una lama di una spada conficcata in un cuore, enorme e pulsante.
Ed era questo che vedevo all’orizzonte o, meglio, era quella città, dove la strada mi conduceva inesorabilmente. Non ero stanco e nell’aria sentivo un odore gradevole, come di un blando deodorante per interni. La temperatura era piacevole, c’era un’aria fresca, quasi come quella condizionata di un centro commerciale appena sorto in una desolata e calda periferia. Il cielo azzurro sembrava così pulito da far desiderare una nuvola, anche minuscola, così, solo per aver qualcosa da guardare.
Io cominciai solo in quel momento a considerare il mio abbigliamento.
Ero uscito di casa indossando quel che avevo trovato senza alcuna attenzione.
Portavo una limpida camicia bianca, talmente ordinata e stirata che sembrava dipinta sul mio corpo, come un candido tatuaggio. Avevo dei pantaloni neri, dritti e sinuosi, talmente sottili che sembravano inesistenti.
Tuttavia la cosa più particolare erano le scarpe: erano così affusolate e aerodinamiche che sembrava avessi due macchine da corsa ai piedi. E uguali a quest’ultime, come in ogni gara automobilistica che si rispetti, erano soffocate da sponsor e pubblicità d’ogni genere.
Eppure leggerissime.
Ma che tipo di persona ero il giorno che avevo deciso di acquistarle?
Man mano che mi avvicinavo alla meta, sentivo crescere dentro un senso di tranquillità, come una calma piatta, che mi avvolgeva dandomi sicurezza e calore.
Un altro fatto che mi colpì molto avvenne quando mi trovai a poche centinaia di metri dall’ingresso della città. Sentii una musica soave, dolce, estremamente melodiosa, che aumentava di volume ad ogni passo. Come una specie di colonna sonora che commentava puntualmente il mio andare. Era come essere guidati dalle sue note. Arrivai quindi ad un portone fatto di un cristallo limpido e trasparente alle cui spalle vidi un uomo che mi guardava sorridente.
Era giovane, alto e biondo, con occhi azzurri e bello.
Molto bello. Rimasi un attimo immobile e in quel mentre ci guardammo attentamente attraverso la porta, quasi studiandoci.
Aveva un viso perfetto e non smetteva mai di sorridere.
Stavo per dire qualcosa quando, ad un suo gesto, la porta si aprì.
“Benvenuto, avvicinati”, esclamò con voce calma. Non risposi e in silenzio varcai la soglia. L’uomo mi porse la mano senza abbandonare il suo smagliante sorriso ed io gliela strinsi, un po’ titubante. Mentre con una mano teneva la mia, mi mise l’altra sulla schiena, appena sotto il collo e in quella posizione m’invitò ad entrare nella città.
Mi disse che sarebbe stato la mia guida per tutto il tempo che avessi voluto trattenermi e, soprattutto, per quanto ce ne sarebbe stato bisogno.
Era un tipo molto gentile e calmo, estremamente calmo.
E non smetteva mai di sorridere.
Aggiunse che mi avrebbe portato a casa sua e che mi avrebbe presentato con gioia alla sua famiglia, moglie e due figli.
Io ero incredulo di fronte a tanta ospitalità e accoglienza da parte di uno sconosciuto e per questo provavo un notevole imbarazzo e anche, concedetemelo, una certa diffidenza.
Inoltre, pensavo tra me: “Ma questo che ne sa chi sono io? Potrei essere un maniaco, un pazzo, un ladro e che avrà da sorridere continuamente…”
Ogni volta sembrava quasi che mi leggesse nel pensiero e mi dimostrasse con lo sguardo la sua completa fiducia. Decisi di seguirlo ma di studiarlo con attenzione prima di lasciarmi andare.
Entrammo nel corso principale.
Fu impressionante: al posto della strada vi era un enorme letto scorrevole, una sorta di tapis-roulant d’asfalto.
La gente vi saliva e vi scendeva tranquillamente perché tanto la strada mobile andava ad una velocità minima. Su di essa vi erano poltrone, divani e letti di ogni tipo e, su questi, le persone leggevano, conversavano, giocavano a carte oppure, semplicemente, osservavano i due marciapiedi.
Questi ultimi erano molto particolari. Non vi erano negozi o centri commerciali ma schermi, tanti schermi, monitor, video di ogni forma e grandezza. Trasmettevano di tutto: documentari, film, video-clip, telegiornali, cartoni animati, soap opera. Ma c’erano anche web cam, internet e tutte le reti possibili. C’era tutto l’universo, lì, a vista d’occhio.
Chiesi al tipo come facessero a seguire tutto, tutte quelle immagini, quei colori e discorsi diversi, messaggi simili e opposti, suoni e musiche mescolate tra loro e tutto muovendosi lungo quella strada rotolante. Mi rispose semplicemente: “E’ una questione d'abitudine.”
Abitudine, abitudine, abitudine.
La parola echeggiò nella mia testa confusa.
Dissi all’uomo che avrei voluto sapere qualcosa di più della sua città, di come vivessero e così via ed egli mi rispose che la cosa migliore era il casco promozionale, come quelli per la realtà virtuale. Indossandolo era possibile assistere ad una specie di spot pubblicitario sullo stile di vita dei suoi concittadini. Ce n’era uno proprio vicino a noi e, su suo invito, lo misi in testa, enormemente curioso.
Sentii una musica e poi partì la trasmissione. Fu sorprendente. Sembrava una sorta di mondo perfetto.
La gente non lavorava, semplicemente perché non aveva fame e tantomeno sete. Non aveva bisogno di una casa poiché non provava freddo e il benché minimo caldo.
Non aveva bisogno di dormire in quanto non aveva sonno. Non c’erano ospedali e medici giacché nessuno provava dolore. Non esisteva polizia ed esercito dato che nessuno desiderava quel che aveva l’altro. Non c’era bisogno della benzina poiché tutti viaggiavano sulle strade rotolanti e le automobili non esistevano. Non esistevano i soldi perché non c’erano negozi.
E non c’erano negozi perché non c’era niente da vendere.
Perché tutto era lì.
Sugli schermi, su migliaia di schermi che popolavano ogni angolo della città.
Era una serena e tranquilla vita di contemplazione di tutto quello che fosse possibile vedere, che diventava quindi indiscutibilmente reale dal momento che fosse raggiungibile dal proprio sguardo.
Una sorta di vita eterna, indicava lo spot, attraverso le immagini che nuotavano negli occhi degli spettatori. E non c’era bisogno del telecomando perché la trasmissione in onda era sempre quella desiderata in quel preciso istante, con completa, piena e sicura soddisfazione.
Il tizio mi toccò il braccio, mi invitò a levare il casco e a scendere dalla strada mobile.
Davanti a noi c’era un ennesimo schermo che trasmetteva l’immagine di una porta. Sorprendentemente l’uomo l’aprii ed entrò all’interno invitandomi a seguirlo. Avanzai titubante e il tipo mi condusse in una stanza dove c’erano tre tv spente. Quindi mi disse: “Ti presento mia moglie, Giulia, e i miei due figli, Claudio e Lisa.”
“Scusa… dove sono?”
Eravamo soli nella camera, oltre a noi due e i monitor. L’altro si guardò intorno e, con un'espressione quasi mortificata, mi sussurrò: “Perdona, dimentico sempre di accenderli.”
In un attimo apparvero sui rispettivi schermi tre visi: la donna, affascinante e sorridente, così come i due ragazzi, altrettanto incantevoli e pieni di gioia. Ero un po' confuso, non capivo, gli chiesi se fossero da qualche parte e stessero trasmettendo la loro immagine tramite una web cam o altro ma, in quel momento, il padrone di casa smise per la prima volta di sorridere e mi disse: “Tu non capisci. Sono qui davanti a te. Sono loro la mia famiglia. Sono perfetti. Non gridano, fanno quello che dico, dicono quello che voglio, quando lo voglio. Prendi mia moglie: è sempre allegra, mi ascolta sempre senza interrompermi, lì, ferma, giorno e notte.
Non mi tradirà mai, perché non ne ha bisogno. Non vuole regali, vestiti, andare fuori, poiché non ne ha bisogno. Lei ha tutto ciò che desidero per lei ed è questo il massimo dell'amore di un uomo, non credi? Posso fidarmi di lei ciecamente e, se esco, sono sicuro che sarà lì ad aspettarmi, per l'eternità. E non smette mai di sorridere, qualunque cosa succeda, qualunque cosa dica, qualunque cosa io faccia.
“E i bambini. Guarda come sono buoni ed educati. Non ho dovuto educarli, crescono da soli e diventano ciò che io ho progettato per loro, da genitore assolutamente soddisfatto di esserlo. Non vogliono giocattoli perché sono già contenti. Guardali, li vedi? Non esigono che racconti loro delle favole per farli addormentare in quanto dormono all’istante quando lo desidero. E non devo preoccuparmi per loro, per il loro futuro, dato che non posso avere il benché minimo dubbio che andrà tutto bene, perché questo è ciò che ho deciso per loro, da buon padre. E’… perfetto. Sì, perfetto”
In quell'istante mi sentii mancare, le gambe non mi reggevano, vidi la stanza capovolgersi, mentre la voce dell’uomo echeggiava nella mia testa.
“E’ perfetto, perfetto, perfetto…”
Sulle immagini che riempirono la mia memoria, nelle ore seguenti, in fede mia non ho tutt'ora la più pallida idea di quanto avessero di reale e quanto di onirico. Un'allucinazione non credo. Troppo strutturata, eccessivamente precisa, smisuratamente logica, in ultima analisi. Sono uno psicologo, fino a prova contraria, e credo di avere una certa idea della materia che tratto.
Quando riaprii gli occhi ero in una stanza di quella che sembrava una clinica. La dottoressa, presumo, mi rassicurò che il mancamento era stato sicuramente causato dalla forte aria condizionata all'interno della sala proiezioni.
Fuori faceva molto caldo ed io, inoltre, dovevo aver avuto un attacco d'ansia. Ne soffro da anni e lo avevo anche scritto nel modulo di autorizzazione. L'avevo detto al responsabile che il mio casco promozionale fosse troppo stretto ma non mi hanno nemmeno ascoltato. Erano troppo presi dalla loro grande invenzione, il T.P.T., The Perfect Town. La città perfetta, l'ultimo ritrovato in fatto di pubblicità.
Tutto per reclamizzare un nuovissimo tipo di monitor per pc, ad elevata risoluzione e di nuovissima generazione. Il modello montato all'interno del casco era difatti un prototipo di quest'ultimo. Non posso negare che ne sono rimasto abbagliato. Il personaggio guida, per quanto ci avessero premesso che qualsiasi cosa avremmo visto era stato interamente prodotto al computer, sapeva estremamente di umano quanto di inquietante, del resto, almeno per me.
“Come si sente?” chiese la donna, mentre lentamente mi sedevo sul lettino. Senza guardarla, iniziai ad eruttare ciò che ricordavo dal mio svenimento in poi, con l'estremo bisogno di vederlo al di fuori di me, valutarlo con occhi aperti, se non altro fissandoli in quelli di chi mi avesse ascoltato.
“Era notte”, iniziai a raccontare. “Io e tutta la gente di quella bizzarra città eravamo con la faccia rivolta in alto, al cielo. Quest’ultimo era come un enorme monitor, senza limiti. Partì una musica, una sorta di sigla e apparvero i titoli di testa: ‘E non smetteva mai di sorridere’, scritto, diretto e vissuto in questo preciso istante da…
“Una luce proveniente da chissà dove mi illuminò. Tutti mi guardarono, sempre sorridenti ma con una briciola di preoccupazione negli occhi. E nel buio di quell'immenso schermo il film iniziò: nella prima scena c’ero io, in primo piano. Avevo uno sguardo maligno, con un ghigno da discolo dispettoso. L’inquadratura si allargò e tutti potemmo scorgere tra le mie mani una mazza ferrata, pesante e poderosa. I cittadini cominciarono ad allarmarsi e ad allontanarsi da me, mentre io non potevo levare gli occhi dalla scena proiettata nel cielo in quel momento. Il mio personaggio cominciò a spaccare, fracassare, polverizzare tutti gli schermi, monitor, tv pubbliche e private che incontrasse. E con essi tutte le immagini si perdevano in pezzi, come statuette di porcellana in frantumi. C’erano presentatori di giochi a premi senza testa, venditori di televendite senza occhi, attrici porno senza pelle, attori di fiction senza bocca, calciatori senza gambe, politici senza mani, tutto in briciole. E ho visto la gente intorno a me smettere di sorridere. Li ho visti piangere, li ho visti ridere e ho visto persone fare le due cose contemporaneamente. Ho visto persone gridare e scappare, cantare e litigare, sognare e andare al gabinetto, saltare e recitare, vomitare e arrampicarsi, accarezzare e tossire, nascere e uccidere, tossire e mangiare, applaudire e starnutire, scrivere e ricordare…”
“Signore, si sente bene?” chiese la dottoressa, con voce piuttosto allarmata.
Non mi ero reso conto delle lacrime che scendevano indisturbate rigandomi le guance. Di una cosa sola ero certo: stavo sorridendo. No, ad essere preciso, stavo ridendo. Erano mesi che non ridevo così.
Avevo molti dubbi prima di accettare di offrirmi per quell'esperimento, quella mattina. Eppure, a quanto pare, allucinazione o meno, a qualcosa era servito. Mi avvicinai alla donna col camice e la baciai, senza darle nemmeno il tempo di pensare a ciò che stava succedendo. Niente di aggressivo, credetemi. Un bacio lieve, morbido e breve ma intenso. Nulla di invadente più di quel che fosse. E poi, un attimo dopo, ero pronto ad accettare ogni punizione, dal classico ceffone fino a qualsiasi pena la mia vittima scegliesse. Tuttavia, subito dopo l’abbraccio di labbra, si ritrasse ma inaspettatamente rispose al mio sorriso, in quanto non avevo mai smesso di farlo.
“Mi dispiace”, le dissi mentre uscivo, “ma non sarò mai vostro cliente.”

giovedì 15 gennaio 2015

Storie di ladri in casa: le tre sorelle e la ciabatta

Le tre sorelle e la ciabatta

di
Alessandro Ghebreigziabiher


Ho tante idee.
Come quella delle sorelle Mary e Lucy, le quali un giorno compresero di quanto valesse la pena ascoltare le parole quasi sempre fuori luogo della svampita Betty, la più piccola.
“Ehi… ce ne andiamo o no? Sono stanca.”
“Lucy”, fece Mary, facendosi strada nel buio, “te l'ho chiesto io di rimpinzarti così? Ora, te la cavi da te, oh!”
“Ma dove cappero sta l'uscita?” aggiunse al limite della pazienza.
“Luce”, esclamò la terza. “Seguiamo quella luce…”
“Dove?” domandò Lucy. “Ah, lì. Betty… ma non lo vedi che è la brace del camino?”
“E allora? E' luce, buona luce, luce buona”, disse la più giovane lanciandosi in avanti.
“Ferma, tonta che non sei altro!” la arrestò giusto in tempo Mary. “E tu?” inveì sull’altra. “La lasci andare così?”
“Scusa, è che sono tanto stanca”, ripeté la mezzana.
“Che razza di sorelle che ho. Una deficiente e l'altra ingorda come un maiale.”
“Mary, che ne sai che i maiali sono ingordi?”
“E che ne so, Betty? E' un modo di dire, no?”
“Mary, io ho sonno, voglio andare a casa.”
“D'accordo, Lucy, allora alza il culo e muoviti, tu e quell'intelligentona di tua sorella.”
Pochi secondi dopo, qualche metro più in là.
“Eppure la finestra non dovrebbe essere lontana, sento odore di fuori, di smog. Ma dove sarà?”
“Eccola”, gridò nuovamente Betty e analogamente stoppata da Mary. “La luce, la luce, buona luce!”
“Ascolta”, saltò su la sorella, “devo portarmi un guinzaglio la prossima volta? Non lo vedi che stavolta hai visto le ceneri del camino riflesse nello specchio?”
“Guinzaglio? Mary, ma non è mica un cane.”
“Lucy, tu fatti gli affari tuoi. E vedi di aprire bene gli occhi. Possibile che devo fare sempre tutto da sola?”
“E tu perché ti incazzi sempre così?”
“Ragazzina, come parli? Lo dico alla mamma, sai?”
“Ah sì? E io le dico che esci da sola il sabato sera.”
“Bastarda! Io sono grande e so badare a me stessa.”
“D'accordo, allora non ci sarà nulla di male se lo sanno anche mamma e papà…”
“Va bene, d’accordo. Sei una sporca ricattatrice.”
“Sì, e ho tanto sonno. Non potrei rimanere a dormire qui?”
“No, dico, stai scherzando? Lo sai che può succedere se ti risvegli al mattino?”
“Lo so, Mary, lo so. Tu e mamma lo ripetete otto volte al giorno.”
“Ecco, allora muoviamoci e smettiamola di perdere tempo in stronzate.”
“Ah, e poi dicevi a me di come parlo…”
“Così stiamo pari. Zitta e andiamo.”
Le tre sorelle erano nel momento più difficile della giornata. Quegli interminabili minuti in cui, nascoste nel buio, non più spinte dal bisogno, si preparavano al viaggio di ritorno, ormai soddisfatte. Solo in quel frangente, private del loro istinto primordiale, trovavano la lucidità di considerare le conseguenze delle scelte appena fatte, come spesso accade.
Furto.
Furto con scasso.
Un strano tipo di furto con scasso e fuga alla chetichella, rischiando la vita ogni notte.
E solo in quegli istanti vi era anche il tempo di riflettere sulle vittime del proprio misfatto.
No di certo per ipocrisia, come vorrebbero in pasto i cinici di turno. Era piuttosto una questione organica, chimica, indiscutibilmente fisica, senza traccia alcuna di menzogna, quindi.
E la povera Mary era in piena crisi nervosa poiché, oltre a tutto, sul piatto della bilancia vi era la responsabilità della vita delle sue inaffidabili sorelle. L'una per il proprio limitato quoziente intellettivo e l'altra per l'inversamente proporzionale appetito.
“Mi raccomando, Mary, stai attenta a loro”, si raccomandava ogni volta la mamma.
“Cara, sono nelle tue mani”, addizionava il papà.
E via, con quei due pesi sulle spalle, la piccola Mary guidava il trio alla conquista del mondo.
“Ho sentito un rumore…”
“Lucy, ti sembra questo il momento di scherzare?”
“Non sto scherzando. Ti dico che ho sentito un rumore.”
In quell'attimo il calpestio sui gradini delle scale provenienti dal piano superiore furono inconfondibili.
Lucy cacciò un urlo bestiale, letteralmente.
“Che cazzo gridi?” la riprese Mary tappandole la bocca. “Vuoi che sappia con precisione dove siamo?”
L'altra prese a tremare nervosamente e anche la sorella maggiore non poté nascondere il panico crescente.
L'unica a mantenere la calma fu Betty: “Non abbiate paura. Ho un'idea: alle nostre spalle si vede passare ogni tanto una luce.”
“Ancora con questa luce?” strillò Mary in preda ad una crisi isterica. “Ma non lo vedi in che razza di situazione ci siamo ficcate? E tu rompi ancora le balle con questa cazzo di luce?”
“E' una tossica… E' una tossica della luce, secondo me”, osservò Lucy, con la bocca nuovamente libera.
“Ecco, ha parlato la dottoressa”, ribatté Mary. “Pensa alle tue di dipendenze, piuttosto.”
“Ancora con questa storia? Il mio è solo un robusto appetito…”
“Un robusto appetito? Ma se ogni sera non ti stacco dalla vena di turno saresti capace di riempirti fino a scoppiare.”
“Mary, ma è possibile che una zanzara giovane come te deve essere così arteriosclerotica?”
“Mi dispiace interrompervi ma, secondo me, quella luce che va e che viene…”
“Betty”, sibilò Mary, “se nomini ancora la luce ti stacco le ali a morsi…”
“Ecco”, commentò Lucy, “sei pure cannibale oltre che arteriosclerotica.”
“Cannibale a chi?”
“Ehi, metti giù le ali!”
“Attente!” gridò Betty. “La ciabat…”

Tratto dal testo dello spettacolo Io di idee ne ho tante ma, narrato nel 2005 in occasione del Festival di letteratura Voci Afro-Italiane, a Roma, e durante il Festival di letteratura All'incrocio dei sentieri, a Bologna.