mercoledì 17 dicembre 2014

Storie di paura: Omicidio a teatro

Omicidio a teatro

di
Alessandro Ghebreigziabiher

"Va bene. Pausa di mezz'ora e ci rivediamo tutti qui. Puntuali…"
Questo disse Pascal alla compagnia, sinceramente soddisfatto della prova generale appena conclusa.
Non era risultata cosa facile convincere monsieur Lavigne a dargli una possibilità. L'agenda di quest'ultimo era strapiena di illustri appuntamenti e ancora non si capacitava, dopo averlo tampinato per ben due anni, di esser riuscito nell'impresa.
Certo, la sensazione che il noto direttore di uno dei più importanti teatri d'oltralpe, lì, nel cuore di Bordeaux, avesse acconsentito più per disperazione che altro, bramoso di toglierselo definitivamente di torno, l'aveva ben netta nella pancia, ma il suo innato ottimismo lo aiutava a tirar fuori la forza necessaria per guardare altrove, davanti a sé, al di là del palcoscenico.
Lavigne sedeva in terza fila, fumando mezzo sigaro con le braccia conserte.
Pascal, dandogli le spalle, osservava gli attori allontanarsi dalla luce del proscenio per raggiungere camerini e foyer.
Pochi minuti e i due furono soli, nel silenzio del teatro.
Il regista, nonché autore dell'opera in esame, si voltò lentamente, ormai scomparso nell'ombra l'ultimo recitante. Quindi, con lunghissimi e ponderati passi, si avvicinò al suo avversario, sistemandosi nella fila davanti all'uomo, con il didietro appoggiato allo schienale di una poltrona.
Era in attesa, in trepidante e nervosa attesa.
I pensieri di Lavigne, proprio in quell'istante, riempirono ogni dove tranne le orecchie del malcapitato.
"Pretenzioso, presuntuoso e pretenzioso… Ma guarda se io, che ho esordito come scenografo col celebre Tourbillon, che ho lavorato per dieci anni con la Comédie de l'Océan, che ho ospitato nel mio teatro Julienne Baguette, Olivier Chez-nous e Chantal Croissant, debba perdere il mio tempo con questo dilettante pretenzioso. Non c'è peggior binomio, io credo. No, dico, Chantal Croissant
"Eh, certo. Anch'io potrei prendere una macchina da scrivere, un manipolo di beceri individui, illudendoli di essere baciati dalla dea dell'arte e, grazie a quattro libercoli letti tra una visita e l'altra al centro commerciale, pretendere di poter affrontare con tale impudenza argomenti così delicati. Vi è una letteratura sconfinata, ultimo tassello inciso tra l'altro dal famoso Gilbert Marronglacé, nel saggio che gli ha fatto guadagnare l'ambito Jambon d'or, il primo premio della Société Nationale pour la tutelle de la Culture.
"Eppure qualcuno di questi gaglioffi riesce pure ad emergere, è questa la cosa vergognosa.
“A Parigi, ovviamente. Con questa menzogna sull'arricchimento dato dalla sperimentazione giovanile e dal miscuglio di stili stanno rendendo il teatro un'arte come un'altra. Fare teatro è un dono che va ottenuto con una vita di lavoro e sacrificio. Scriverne, poi, è una prerogativa di pochi, quei pochi che, travalicando l'occhio umano, riescono a vedere cosa realmente ci sia tra il palco e la platea, in quella indescrivibile linea di confine che Saint Honoré ha così abilmente descritto nelle sue commedie.
"E guarda questo… Continua a fissarmi tronfio e baldanzoso. Drammaturgo e regista. Due assurde presunzioni nello stesso misero uomo. Ma adesso ti sistemo io…"
"Monsieur, sarò schietto e senza fronzoli con lei."
"Lo spero, monsieur Lavigne."
"Ebbene, il suo lavoro non mi interessa. Non perderò il mio tempo a dirle perché, poiché ogni scampolo di possibilità che ciò possa esserle d'aiuto a migliorare la sua scrittura, nonché visione della scena, è lungi da essere oggetto di mia fiducia. Le consiglio caldamente di mutare al più presto direzione del suo fare in quanto codesto campo è per lei il meno indicato."
Silenzio, il silenzio li avvolse gelido. A quel punto Lavigne aveva deciso di alzarsi e andarsene, ma non riusciva a muovere un muscolo. Gli occhi di Pascal erano arsi di odio, un odio smisurato, senza freni, scevri da ogni morale, liberi di espandere ed esplodere come granate in mano ad un folle deciso a dare la vita per un'idea, per quanto falsa.
Ad una lentezza irreale infilò la mano destra nella giacca e ne estrasse una pistola piccola e nera. Senza alcuna esitazione la puntò al ventre dell'uomo pietrificato davanti a sé.
"Monsieur, c-cosa c-credete di f-fare?" fu l'inutile e ultima frase di quell'uomo.
Il primo colpo era già partito. Il proiettile, a tale distanza, attraversò la pancia di Lavigne, scavando un tunnel dalla superficie di grasso che il direttore aveva accumulato intorno all'ombelico, in anni di pigre abbuffate, fino a quella più sottile ma non meno flaccida della schiena. Il tutto passando indisturbato per tutto lo stomaco, salutando con orgoglio i succhi gastrici come fa un ciclista con il pubblico tagliando il traguardo.
Il secondo proiettile bucò senza pietà la coscia destra, andandosi ad incastrarsi tragicamente nell'osso del femore, il quale iniziò a tremare e sussultare terrorizzato, non avvezzo a tali incidenti, vissuto con l'unico compito di sorreggere insieme al suo fratello gemello il grosso culo del Lavigne.
Il terzo aprì un occhio, spalancato come la fede di un mistico di fronte al tanto sospirato miracolo, nella mano sinistra della vittima, ingenua nell'istintivo tentativo di proteggere il viso dalla fiammata.
Difatti il colpo fu leggermente spostato a destra ma colse comunque in pieno l'orecchio mancino, frantumandolo in centinaia di coriandoli insanguinati.
Il quarto proiettile fu a correzione del precedente.
Diretto, centrale, come quei tiri in porta belli, forti ma in bocca al portiere.
Tuttavia, stavolta, era proprio la figura il bersaglio.
La pallottola aprì una voragine nella fronte di monsieur Lavigne, con la pelle arricciata tutta intorno e grumi di cervello ben visibili dall'esterno, affollati sul cratere, decisi ad abbandonare la nave in balìa della falla. La vita dell'uomo aveva ormai preso la stessa direzione, tuttavia, Pascal aveva ancora due colpi e non voleva assolutamente privarsi di tale privilegiato sadico godimento.
Un altro colpo partì e trafisse il cuore ormai fermo, licenziato da quel corpo ormai incapace di capire in quale direzione nascesse il dolore. Fu una bella morte, senza alcun senso di colpa, si disse il prezioso organo prima di esalare l'ultimo respiro.
E infine l'ultimo proiettile.
Pascal stava per premere il grilletto quando toccò a lui far volare i propri pensieri verso la volta del teatro.
"No, questo no. Questo va conservato. Qualche altro monsieur potrebbe chiedermelo in dono con altrettanta sapiente, colta e fine ingordigia."

Tratto dallo spettacolo Fine, 2007.

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lunedì 15 dicembre 2014

Il ricco e il povero versione racconto 2015: la tua anima

La tua anima

Perché noi siamo l’anima, ma ognuno lo è di qualcun altro...

di
Alessandro Ghebreigziabiher


Io non sono uno scrittore, chiariamo subito questo punto.
Non pretendo assolutamente di possedere un particolare talento letterario o uno stile originale degno anche della più insignificante nota. Di conseguenza, non auspico in alcun'anticamera del mio cervello la possibilità che tale mio testo venga pubblicato. Anzi, diffido fin d'ora chiunque dal proporre al sottoscritto una fantomatica proposta editoriale, seppur in qualità di responsabile della più importante casa editrice nazionale.
Non ne faccio altresì una questione di cifre. Non ho particolari bisogni economici, io, e d'altro canto ciò che ho me lo sono guadagnato. Ho solo preso questo cazzo di computer per buttar giù quello che mi è accaduto stamani. Ne ho bisogno, ho un estremo bisogno di rammentare chi sono e, ripeto, gli avvenimenti capitatimi oggi.
Mi chiamo Gianmaria Martini, ho trentasei anni, sono scapolo e vivo in un bell'attico nel centro di Milano. Ecco, almeno questo me lo ricordo bene, buon segno.
Fino a un mese fa frequentavo una ragazza. Simona, occhi verdi, capelli rossi, tatuaggio sul ventre, buon sesso e niente più. Sottolineo a caratteri cubitali: NIENTE PIU'.
La stronza ha avuto la pretesa di aspettarsi che le chiedessi di venire a stare da me. Ma vi rendete conto? Le solite cazzate da ventottenne in crisi: non vuoi crescere, vuoi fare l'immaturo a vita, non vuoi avere una relazione adulta, hai tanta paura… ecc.
Io non ho paura di nulla, lo prova la mia vita.
Oltre tutto sono stato chiaro fin dall'inizio. Le ho detto subito che non volevo alcun coinvolgimento e che potevo offrirle solo divertimento e qualche buona nottata.
Certo, non mi sono espresso proprio in questo modo, eh ? Mica sono un coglione, so parlare alle donne, conosco quelle cazzate che piacciono tanto a loro. E non sono nemmeno monotono. So essere romantico, se serve, o diretto e concreto, se lo desiderano, ma il messaggio è stato inequivocabile comunque: sono single e voglio restare tale.
Ho un buon lavoro. Possiedo un invidiabile contratto a tempo indeterminato. Più di duecentomila euro l'anno scorso, escluso premi e straordinari, non sono mica da tutti, è chiaro.
Il mio ramo è il marketing, che dio abbia in gloria chi ha inventato tale santa pratica. C'è chi dice che sarei capace di vendere il proprio culo a chiunque. In tal modo mi definisce chi conosce le mie qualità.
Ho un’auto niente male, se così si possa descrivere una ferrari nera scintillante, ho una moto da sballo, se così si possa raffigurare una Suzuki ultimo modello.
Aggiungiamo che ieri, sabato, alle ore undici e quarantacinque p.m., in pieno straordinario, dopo aver accettato di sniffare coca con un vecchio perverso di giapponese gonfio di yen fino ai capelli, ho stipulato un affare colossale che la prossima settimana mi consacrerà uomo di punta della mia società.
In sintesi si può sostenere tranquillamente che stamane si presentava come uno di quei giorni in cui uno, al mio posto, ha tutto il sacrosanto diritto di passarlo a darsi pacche sulla schiena e a non fare un benemerito cazzo fino a notte inoltrata, godendo della rendita acquisita.
E' con questo pensiero in testa, verso le otto a.m., sepolto sotto il lenzuolo del mio morbido letto a tre piazze, che ho udito un suono inusitato, ostile in una siffatta mattina: il campanello.
Così, tra l'incredulo e l'infastidito, raggiunsi la porta di casa.
Guardai dallo spioncino ma non c'era nulla. Quindi pronunciai, mi correggo, bofonchiai un cavernoso chi è. E sapete cosa rispose quel cazzo di uomo? Come se ci conoscessimo da una vita, mi fece: "Sono io, Gianmaria. Sono Freddy."
Io mi stropicciai gli occhi e mi passai le mani nei capelli, così, per far meglio mente locale, ma non potei far altro che rispondere: "Freddy chi?"
"Freddy, Gianmaria", rispose quello. “Dai, apri la porta",
Devo ammettere che non ho buona memoria per le persone. Nomi, facce, cazzi loro, non ricordo quasi mai nulla della gente. E mi dispiace se ci rimangono male ma è così, non posso farci nulla.
A meno che non si tratti di lavoro. In quel caso è grave. Questo Freddy poteva essere legato a qualcosa del mio lavoro. Così, peraltro incuriosito, aprii la porta.
Ed ecco che mi trovai davanti questo bassetto, con la barbetta curata, scuro come un indiano, giacca bluette e cravatta rossa, entrambi da mercatino e due occhietti vispi e allegri.
"Ciao Gianmaria, quanta felicità, quanta felicità."
E il tappo mi abbracciò fraterno.
Sottolineo il fatto dell'altezza perché, senza fregare sui centimetri, io sono ben uno e ottantacinque.
Ma torniamo a Freddy. Ero paralizzato, normalmente non gradisco il contatto fisico, a meno che non si tratti di una bellona in attesa di aprire le danze. Così, dopo un'interminabile decina di secondi, allontanai l'omuncolo e chiesi spiegazioni.
"Ma chi cazzo sei? Io non ti conosco."
"Gianmaria, non mentire. Capisco che tu non ti rammenti di me, ma non puoi dire che non mi conosci."
Lo guardai di nuovo attentamente, ma dovetti confermare la mia totale estraneità sia al viso che alla voce di quell'uomo.
"Ascolta, io non so chi ti manda, ma ti sei sbagliato. Magari conosci un altro Gianmaria ma quel Gianmaria non sono io, credimi. Io non ti ho mai visto in vita mia."
"Certo", fece lui imperturbabile, "se tu mi avessi già visto, ora non saresti qui. Saresti andato."
"Andato dove ?"
"Andato, volato via. Morto, insomma."
"Senti, bello, non è divertente. Vattene dal mio pianerottolo o chiamo la polizia. Da quando avrò chiuso avrai cinque secondi per allontanarti. A partire da ora…"
Ecco, stavo per sbattergli la porta sul muso, spingendolo con una mano sul petto, quando il tizio, sempre calmissimo, estrasse una pistola e me la puntò alla testa.
Ora, io non lo so se vi sia mai capitato, ma per me è stata la prima volta. Ho sentito il cuore sobbalzare come il palo della porta colpito da Messi o Cristiano Ronaldo, non so se mi spiego.
"Non sparare, non sparare", riuscii a supplicare col fiato mozzato.
"E tu fammi entrare. Non ho molto tempo", disse Freddy serafico.
E così mi invitò ad arretrare e scivolare dentro casa di spalle, mentre pian piano avanzava e chiudeva dietro di sé la porta.
L'ometto mi fece accomodare su una sedia in cucina. Molto tranquillo, si prese un bicchiere d'acqua e lo bevve lentamente, senza smettere di puntarmi la canna dell'arma. Quindi sistemò una sedia di fronte alla mia, si tolse la giacca ponendola intorno alla spalliera e si sedette accavallando comodamente le gambe.
"Ricominciamo da capo", fece un secondo dopo. "Speravo in qualcosa di utopico. Che tu fossi capace di riconoscermi. Tuttavia mi sono illuso. In quel caso sarebbe stato inutile portarmi la pistola. E, del resto, basta guardare dove vivi per comprendere che tu non potresti in alcun modo accorgerti di me, pure se fossi l'ultima persona al mondo."
"Ma insomma", sbottai, "si può sapere chi sei e cosa vuoi da me ?"
"Presto detto. Non sarà facile per te credermi ma abbiamo una giornata con noi e ce la faremo bastare: io sono Freddy, la tua anima."
Ricordo che quando pronunciò quell'ultima frase sudai freddo all'improvviso, come se d'incanto si fosse spento il riscaldamento interno della mia pelle terrorizzata.
Eh, sì, perché di terrore si iniziò a parlare nella mia testa, da quel momento.
Questo è pazzo, pensai. Questo è completamente pazzo e sono solo in casa con lui mentre mi punta una pistola in faccia.
"Scusami", mi scivolò via dalla bocca, "non ho capito bene. Puoi ripetere?"
"E' molto più semplice di quello che credi, Gianmaria. Io sono la tua anima."
"Che cosa vuol dire ?"
Avevo visto in tanti film che quando c'è un pazzo bisogna assecondarlo, prendere tempo, non innervosirlo e sperare nell'arrivo della polizia, o dell'ambulanza, in questo caso.
"Vuol dire che io, Freddy, sono l'anima di Gianmaria Martini. O forse pensavi che l'anima fosse qualcosa di spirituale, etereo, invisibile? Troppo facile. La gente usa questa falsa immagine, ognuno a proprio servizio."
"Io no, Freddy, te lo giuro."
"Certo, Gianmaria, lo so bene. Tu appartieni alla parte che resta. Ti dici cinico ma non lo sei davvero, perché se tu lo fossi sul serio non avresti passato i tuoi ultimi dieci anni ad accumulare roba ma piuttosto a distruggere quella del prossimo. E alla gente come te fa comodo che tutti gli altri dicano di credere in qualcosa che non si vede e non si tocca. E' una grande forza, la tua."
"Spiegati meglio…"
"Non dirmi che non ti fa sentire bene il poter dire che non esiste niente che non si veda."
In quel momento mi cominciai a sentire male. La follia della situazione, la tensione in crescita, la paura nelle budella, ma anche la netta sensazione che quel cazzo di Freddy qualcosa di me la sapeva.
"Ho voglia di vomitare…"
"Calmo, Gianmaria, lo so che è difficile ma devi fare uno sforzo. Non ti devi preoccupare, in ogni caso. Vedrai che molto probabilmente non cambieranno di molto le cose, dopo. Tuttavia, qualcos'altro non sarà più lo stesso, da oggi in poi, per tutti e due e in modo irreversibile. Capita solo una volta nella vita di conoscere la propria anima."
Stavo male ma ripresi comunque la strategia da cinema, sul temporeggiare: "Senti, Freddy. Tu dici di essere la mia anima. Ma tu sembri solo un uomo come me."
In quell'attimo si alzò in piedi di scatto e lasciando andare il braccio con l'arma lungo il corpo, fissando i suoi occhi marroni nei miei, esclamò: "Io sarei un uomo come te? Tu saresti un uomo come me? Io non ho niente di quello che hai tu. Ho una casa di merda, in un pulcioso quartiere di merda. Lavoro come uno schiavo cinquanta, sessanta ore alla settimana e sai cosa dice mia moglie? Che ha sposato un perdente. Dice che ha sposato un perdente perché non ho i soldi per il condizionatore. La prossima estate farà anche più caldo dell'anno scorso e lei già comincia a tormentarmi. A proposito, che marca è il tuo?"
"Non ricordo…"
"Fantastico. Che modello è?"
"L'ultimo. Ma se vuoi lo puoi prendere, te lo regalo…"
"Gianmaria, rifletti, non è una questione di roba. Tu puoi risolverla così, io no. Mia moglie ha ragione su una cosa: io sono un perdente, condizionatore o meno. Lo sai i miei due figli cosa dicono di me? Che sono bassi per colpa mia. Non perdonano alla madre di aver sposato un uomo così piccolo. Come credi che mi sia sentito quando ho udito i loro discorsi fuori della porta quando stavo per rientrare, l'altra sera, dopo una massacrante giornata di lavoro?"
"Di cacca?"
"Dì pure di merda. E lo sai che lavoro faccio? Addetto alle vendite, come te. Lavoro anch'io nel marketing, Gianmaria. La differenza è il prodotto. Noi siamo quello che vendiamo, ci dev'essere scritto da qualche parte."
"Cosa vendi?" chiesi realmente interessato.
"Cessi."
Stava per partirmi una risata ma miracolosamente riuscii a trattenerla in gola. Lui comunque mi anticipò: "Puoi ridere, se ti va. Non preoccuparti, lo capisco. Dev'essere ridicolo, per te. Anch'io volevo vendere di meglio, cosa credi? Ho mandato il curriculum a tutti i migliori. Ma tu sai meglio di me quanto conti l'immagine nel nostro mondo."
In effetti non posso nascondere di essere un gran bell'uomo, con i miei capelli neri, gli occhi azzurri e gli addominali scolpiti, ma non ero completamente d'accordo con lui.
"Freddy, l'immagine è importante ma non è tutto. C'è un mio collega, Stefano, che…"
"Gianmaria, mi prendi per scemo? So benissimo che il mio problema non sia solo l'aspetto fisico. Io non ho la cattiveria intelligente. Cioè, se voglio so essere crudele, a mio modo. Come quando ho fatto lo sgambetto a quel maledetto cieco che mi abita di sotto e bussa col bastone quando i miei ragazzi fanno chiasso. Ma ci riesco così, d'istinto, di pancia, senza pensarci su. In questa società un vincente è quello che è capace di ragionare, calcolare e pianificare. Il cieco mi ha denunciato e sto ancora pagando. Non basta essere spietati. Occorre progettualità, occorre. Strategia e tattica, strategia e tattica. Non dirmi di no."
Freddy continuava a dire cose sensate, a mio avviso, ciò non toglie che il mio stomaco mi costrinse ad espellere violentemente il sushi della sera prima.
"Be’", commentò osservandomi vomitare, "almeno questo lo facciamo allo stesso modo."
Quindi prese uno straccio e me lo tirò, rimettendosi a sedere.
"Si può sapere cosa vuoi da me?" chiesi ansimando riprendendomi dai conati.
"Cosa pensi che possa volere l'anima?"
"Non lo so, dimmelo tu."
"E' semplice: la propria vita."
Mi era scoppiato un tremendo mal di testa e lo stomaco mi si era rivoltato come un calzino. La vista mi si era annebbiata ed ero sudato fradicio.
"Freddy, scusami… non capisco cosa vuoi."
"Gianmaria, sveglia, cerca di essere attento. Questo è il nostro attimo. Oh, quanta felicità, quanta felicità. Io sono la tua anima e oggi è arrivato il momento di ricongiungerci per continuare insieme il nostro cammino. Vedi, io sono nato lo stesso giorno in cui sei nato tu: il venti maggio di trentasei anni fa."
Ecco, oltre a pulsare di dolore adesso mi girava anche, la testa.
"Come fai a sapere il giorno del mio compleanno? Come fai sapere tutte queste cose di me?"
Senza rendermene conto mi ero alzato in piedi e un colpo partì. Ricordo solo lo sparo e niente più. Nei western o nei polizieschi gli attori dicono sempre: non è nulla, mi ha colpito di striscio.
Così, come se fosse una carezza. Nel mio caso il proiettile mi aveva aperto un solco di mezzo millimetro sulla tempia destra, facendomi svenire dal panico e dal dolore.
Più tardi, verso mezzogiorno, riaprii gli occhi lentamente. Ero sdraiato sul letto con un asciugamano ben stretto intorno alla testa. Freddy era seduto ai miei piedi è stava scorrendo alcune mie foto. Appena vide che ero sveglio le lasciò andare a terra.
"Gianmaria, come stai? Va meglio? Non è nulla, sai? La ferita è solo lieve…"
Non nascondo il desiderio, nell'attimo subito prima di aprire gli occhi, di aver fatto solo un bruttissimo incubo, ma Freddy, la mia anima, era ancora lì, a fissarmi con i suoi occhi.
"Mi hai sparato…" mormorai.
"Certo. Ma è colpa tua, mi hai spaventato. Non vedi quanto sei grosso ?"
In effetti ho veramente un fisico atletico, ottanta chili di muscoli ben allenati con tanto di personal trainer ed istruttore di nuoto.
"Freddy, io non ho ancora capito cosa tu voglia da me…"
"Gianmaria, amico, fratello. Io sono la tua anima e tu sei il mio corpo. Voglio vivere qui, al tuo posto, come è giusto che sia. Io devo essere quello che desidero grazie a quello che tu sei stato capace di realizzare per noi. Anima e corpo, nessuno deve perdere senza l'uno, nessuno deve vincere senza l'altra. E' una questione di giustizia."
"Scusa, ed io dove vado ad abitare?"
"Da nessuna parte, Gianmaria. Il tuo compito finisce qui, la tua vita finisce qui. Sei stato bravo. Ora è giunto il momento di riposarti."
Non nascondo che il terrore in me aveva raggiunto limiti impressionanti. Stavo tremando come una foglia. Quel folle mi aveva già sparato una volta e ora confermava con tutta calma di avere intenzione di finirmi.
"Freddy", dissi cercando di riprendere la tecnica del guadagnare tempo, "non farmi del male. Io potrei darti tutto quello che c'è qui, se vuoi. Ti lascio anche la casa, ti piace? Ti piace la mia casa?"
"E che me ne faccio? Non basta, non basta…"
"Ti prego, ti supplico, risparmiami", sospirai, mettendomi all'improvviso in ginocchio sul letto, mentre Freddy si alzò e indietreggiò cauto.
"Non piagnucolare così, c'è ancora tempo, sai? La sera è lontana. Intanto ordiniamo da mangiare, ti va?"
Così si fece portare un pranzo cinese di ben dodici piatti. Io non riuscii a mandare giù nulla mentre Freddy si spazzolò tutto in poco tempo.
Quindi, si avvicinò di nuovo al letto, dopo aver ricoperto la mia scrivania color ebano di piatti di plastica e contenitori vari.
"Gianmaria, mio corpo", disse accomodandosi su una sedia alla mia destra, senza smettere di puntarmi addosso la pistola. “Veniamo al tuo secondo compito. Il primo lo hai assolto alla grande. Hai costruito una vita da vero vincente, il meglio che si possa ottenere in una città come la nostra."
"Quale sarebbe il secondo, cazzo ?" strillai ormai in piena crisi di nervi.
"Mi devi insegnare come fare a mantenere tutto ciò. Io non ho saputo conquistarmelo ma, col tuo aiuto, saprò non farmelo portare via."
"Lavorando, lavorando alla grande. Ci vuole stoffa, sai? Come credi che un venditore di cessi potrebbe raggiungere tali livelli?"
"Gianmaria, caro. Non credi che conosca già da me ciò che ci differisce? Non te l'ho appena illustrato?"
Si stava innervosendo anche lui e forse non era il caso. Dovevo stare calmo, dovevo restare calmo.
"Perdonami, la ferita…"
"Non è nulla, non preoccuparti. E poi guarda che quel taglio fa male anche a me. Ricorda che tu sei il mio corpo."
"Allora, dicevamo?" chiesi per farlo continuare a parlare.
"Dicevo che mi occorre sapere come hai ottenuto quello che hai. Non ho altro modo per sperare di riuscire a conservarlo. Illuminami: come si diventa Gianmaria Martini?"
Devo dire che fu una cosa paradossalmente piacevole. Nonostante la testa a pezzi, il sangue appiccicato su di essa, lo stomaco frantumato, l'angoscia di quella giornata, il pomeriggio scivolò via come l'acqua.
Ricordare gli anni della scuola fu uno spasso. Fu lì che imparai l'arte dell'aggiramento, dell'astuto salto degli ostacoli per arrivare alla meta il prima possibile. Efficienza e risultati, sempre insieme, altro che anima e corpo. In qualsiasi mondo sono entrato è stato così. All'università funzionò allo stesso identico modo. Ma ancora prima fu lo stile giusto in famiglia, più che mai lodato da mio padre. Lui era un po' come Freddy, un perdente. Certo non era un pazzo, come lui. Piuttosto ne era consapevole. Per questo aveva riposto in me ogni speranza di una vita diversa. Adesso è morto, come mia madre, del resto. A lei non sono mai piaciuto veramente, a dir la verità. Amore sì, di quello me ne aveva donato tanto, ma stima, bah, nulla da fare. Che volete farci, lei era come tutte le donne della sua epoca, con la loro cronica incapacità a non essere romantiche. Per fortuna le femmine della mia generazione non sono così. Hanno compreso l'importanza del vivere la vita per quello che è, senza fronzoli. Anche se questo comporta sporcarsi un po' le mutande. Cazzo, che metafora che m'è uscita! E non sono uno scrittore, eh? Insomma, raccontai a Freddy che la mia vita, dal momento in cui feci mio lo stile maturato nel tempo, è stata solo in discesa. Che stile? Al diavolo gli scrupoli morali ed etici, perché non hanno senso né i primi e tantomeno i secondi, al diavolo i castelli in aria perché mentre te li stai a disegnare nella tua testa fatata c'è qualcuno che te lo butta nel didietro, al diavolo le ideologie perché fortunatamente la società ha capito che non ne ha bisogno per arrivare alla fine della giornata, infine al diavolo chiunque si ponga fra me e quello che voglio perché la sua sconfitta significa la mia vittoria.
Era sera inoltrata quando finii la mia lezione: la vita secondo Gianmaria Martini. Ero stanco, sudato stremato ma incredibilmente soddisfatto, proprio come un professore di fronte ai propri alunni dopo averli illuminati con la propria erudizione. Avevo involontariamente abbassato la testa e la alzai per incontrare gli occhi di Freddy. L'omino era lì, di fronte a me. Immobile, con la pistola in grembo tra le mani. Attento, con la bocca serrata e lo sguardo fisso su di me. Tuttavia, i suoi occhi erano pieni di lacrime, rossi e gonfi di lacrime. Non aveva pianto. Le gocce erano rimaste tutte aggrappate agli occhi, come se non avessero avuto il coraggio di precipitare giù, lungo le guance.
Quindi, mentre una di loro si decise ad aprire la strada alle altre, Freddy parlò.
"Gianmaria, bravo. Tu sì che sei un vincente. Hai capito perfettamente cosa serva per riuscire ad arrivare in cima. E ci arriverai, oh, se ci arriverai."
Nel frattempo continuava a piangere a dirotto. "Te lo meriti, te lo sei guadagnato. Nessuno ti ha regalato nulla e hai lavorato tanto per quello che hai. Sei stato abile, furbo, veloce. Ah, la velocità. Che grande qualità. Il mondo è tuo. E' giusto così."
E fu in quel momento che avvenne l'inaspettato. Freddy abbandonò la pistola a terra e si gettò con la faccia sul letto, travolto dalle lacrime. Io non sapevo cosa fare, ero come paralizzato. Così, vedendo che non si muoveva, mi avvicinai e gli misi una mano sulla spalla, sistemandomi opportunamente tra lui e l'arma, è ovvio.
"Freddy ?" sussurrai.
L'uomo alzò la testa e con il viso rosso, rigato dal pianto, mi disse con voce rotta: "Gianmaria, non posso unirmi a te. Non ne sono degno. Io, la tua anima, non sono alla tua altezza…"
E giù a piangere.
"Ma no", mi ritrovai a dirgli, "Freddy, ma che dici. Tu saresti un perfetto… Gianmaria."
Si alzò in piedi cercando di pulirsi la faccia e ricomporsi. Quindi mormorò mesto: "Io non durerei un'ora nella tua vita. In essa non c'è posto per me. In questo mondo tu fai il tuo viaggio e io il mio e a nessuno importa nulla. Sai perché? Perché a te l'anima non serve. Puoi vivere benissimo anche senza. Sono io che non riesco a continuare senza di te, non essendo come te."
Così, Freddy ha raccolto la sua pistola e se ne è andato, senza neanche salutarmi.
Ecco, questo è tutto.
Non so cosa dire, è difficile commentare la giornata di oggi. Credo che non avrò più una giornata come questa. Forse, più avanti, rileggendo queste righe, saprò farmene un'idea migliore, più chiara.
Una cosa però è certa. Una cosa che ha creato in me un'angoscia insopprimibile.
Ieri sera sono andato a letto che mi sentivo un dio, un re dei re. E ora, qui, solo, nella mia elegante casa nel centro di Milano, io, Gianmaria Martini, un vincente senza ombra di dubbio, sento dentro una cazzo di tristezza enorme, dentro ad un buco che non riesco a capire dove inizi e dove abbia fine.

Racconto pubblicato nella raccolta Mondo giovane, La Ginestra Editrice, 2006.

giovedì 11 dicembre 2014

Il 68 spiegato ai ragazzi: il sogno delle zanzare

Il ’68 delle zanzare

di
Alessandro Ghebreigziabiher


Le zanzare sono da sempre, fra tutti gli insetti, quelli più odiati.
Anche il generoso amante degli animali non può negare di trovare difficoltà ad apprezzare queste piccole, rumorose e fastidiose creature che ci punzecchiano senza tregua dalla primavera all’estate, senza alcuna pietà.
Eppure non sono così cattive come sembrano.
Anzi, molti non sanno quello che accadde nella loro comunità nel secolo scorso.
Dovete sapere che, intorno alla fine degli anni sessanta, alcune sentirono il bisogno di cambiare la realtà.
Non si sa bene come tutto iniziò, tuttavia un giorno una di loro, uscita la sera per la solita scorpacciata notturna, tornò a casa al mattino a bocca asciutta.
Si chiamava Susanna ed era un’adolescente come tante.
Quando la madre la vide arrivare capì subito che qualcosa non era andata a dovere.
Infatti, come voi tutti ben sapete, se per strada avvistate di mattina una zanzara magra, con la vita snella, o fa la modella oppure la sera prima ha trovato la finestra chiusa.
Susy, come la chiamavano a casa, faceva scartare evidentemente la prima ipotesi, in quanto non aveva certo il fisico adatto. Carina era carina, ma l’altezza non era proprio secondo i canoni. Le alucce erano ben proporzionate ma non possedevano certo l’apertura elegante e vanitosa di una Naomi Zanzel o di una Monica Zanzucci.
Gli occhi, però, non temevano confronti.
Gli occhi di Susanna potevano far perdonare tranquillamente ogni mancanza al resto della sua comunque graziosa figura.
“Susy, cosa è successo?” fece la mamma. “Finestra chiusa, eh? Te l’avevo detto ieri di uscire prima, così saresti arrivata mentre cambiavano l’aria nella stanza. Che stress da quando hanno inventato queste dannate zanzariere.”
“Mamma…”
“Che c’è?”
“Non è stata la finestra.”
“Hai trovato occupato? E’ arrivata prima tua cugina Augusta? Eppure glielo avevo detto a mia sorella che il terzo piano è il nostro.”
“No, mamma, è che…”
“Ho capito: si è messo la crema. Ma tu non devi farci caso, sembra puzzolente, ma dopo un po’ che ti ci abitui non fa alcun effetto. Come quello stupido zampirone: puzza e basta, non fa nulla.”
“No, mamma, sono io.”
“Tu che?”
“Siediti un attimo che ti racconto con calma.”
La madre era piuttosto preoccupata, soprattutto di non aver idea di cosa avesse impedito alla figlia di compiere quello che poi era il dovere della loro specie.
In ogni caso obbedì e Susanna le spiegò: “Vedi, ieri non ho chiuso occhio tutto il giorno, ero agitata ma non sapevo perché. Mi sono rigirata continuamente nel letto e mi è venuto nel pomeriggio un gran mal di testa. La sera, quando sono uscita, ero tutta scombussolata e avevo lo stomaco completamente chiuso.”
“Non mi dire che hai preso un’altra cotta. Per caso hai rivisto quel moscone del figlio dei nostri vicini? Lo sai che non mi piace che lo frequenti.”
“Ma no, non ho visto nessuno. Mi sono diretta subito alla finestra, che tra l’altro era ben spalancata. Sono entrata velocemente e ho aspettato appoggiata alla parete. Nell’attesa però è successa una cosa strana, molto strana. Vedi, la parete non era proprio una parete. Gli esseri umani lo chiamano specchio. All’inizio non me ne ero accorta perché ogni mia attenzione era rivolta alla stanza, per evitare di essere sorpresa e fare la fine di zia Peppa, morta schiacciata dalla ciabatta.”
“Quante volte glielo avevo detto a Peppa: mettiti gli occhiali, mettiti quei dannati occhiali che ogni volta vai a cozzare contro il vetro…”
“Sì, è vero. Così, quando mi sono resa conto che era tutto tranquillo, ho rivolto lo sguardo su dove ero atterrata e ho visto me stessa, da sotto, dalla parte della pancia. Sai com'è uno specchio, no?”
“Ragazzina, vuoi spiegare a mamma com’è il mondo?”
“Scusa, ma’, non volevo. Ti dicevo, i miei occhi si sono fermati su quella me stessa capovolta e, ora so che ti arrabbierai, mi sono addormentata.”
“Cosa? Stai scherzando?”
“No.”
“Susanna, hai forse dimenticato le tre regole?”
“No, mamma, le so: non succhiare troppo, altrimenti ci si appesantisce e si vola lenti, evitare di planare su superfici bianche poiché l’uomo così ci individua facilmente e, soprattutto, mai addormentarsi.”
“Sì, ma non sono una canzoncina, le devi mettere in pratica.”
“Hai ragione, mamma, hai perfettamente ragione. Ma, sarà stato il sonno arretrato, la mancanza di appetito che mi aveva reso poco attenta, lo specchio sul quale non mi ero mai appoggiata, oh, mi sono addormentata come una libellula.”
“Incosciente! Tu vuoi farmi morire di crepacuore…”
“Aspetta, senti il resto: ho fatto un sogno. Ho fatto il più strano sogno della mia vita. Così strano che non sembrava nemmeno tale, pareva vero, come la vita.”
“Susanna… non è che hai preso qualcosa? Te l’ha passato quel moscone? Lo sanno tutti che quello sbandato fuma il ddt…”
“No, mamma, ti giuro che non ho preso nulla. Ho solo sognato.”
“Cara, guarda che anche tuo padre, quando eravamo giovani, venne in ritardo ad un appuntamento e con le ali tutte stropicciate, dicendo di essersi addormentato e di aver sognato. Poi è uscito fuori che si era bevuto mezzo litro di amarena. Con questo scherzo ora si ritrova il diabete.”
“Ma quale amarena? Ti sto dicendo che ho solo fatto uno strano sogno. Vuoi sentirlo?”
“Vai, racconta.”
“Ecco, ad essere precisa io parlo di sogno perché solo questo può essere quello che ho visto. Ad un tratto la mia immagine riflessa si è allontanata da me, come se dall’altra parte dello specchio ci fosse stato un altro mondo, diverso dal nostro. Ho visto me stessa volare come non ho mai volato. In alto, dove non sono mai stata. Tu non immagini, mamma, quanto è grande il cielo. Tu non immagini quante creature volano come noi. Miliardi, ma che dico, di più, non si possono contare. Di tutte le forme, colori, grandezze, ognuna con una voce diversa, con una vita diversa. Eppure, sembra che nessuna di esse si renda conto di quale dono sia veramente volare. Eppure, basterebbe poco, sarebbe sufficiente accorgersi di quanti altri esseri non ne hanno la possibilità. Tanti, in molti più di noi, sono giù, incollati alla terra, in pericolo di essere schiacciati in qualsiasi momento. Non voleranno mai, possono solo sognare di farlo, possono convincersi che magari un giorno si sveglieranno con le ali e si solleveranno in alto, ma nel frattempo sono lì, e camminano, corrono, e camminano, e corrono, ma non volano mai.
“Poi ho visto noi, tu, papà, e tutte le zanzare. Ho visto voi volare con me e scoprire insieme che non serve altro, che è bello vivere sognando di notte e librandosi nel cielo di giorno, che è la cosa giusta.
“Soprattutto che il sangue dell’uomo non ci serve, che ci si può nutrire d’altro. E che quindi non ci servono le tre regole. Che non ci servono proprio le regole.
“Che non occorre aver paura se si riesce a volare davvero.
“Ma soprattutto ho sentito dire da ogni creatura della terra che le zanzare sono esseri fatti per levarsi in alto e celebrare questo dono ogni giorno e non quegli odiosi insetti che vivono sulle spalle dell’uomo.
“In quel momento mi sono svegliata.
“E la sai una cosa? Era mattina e il ragazzino che avrei dovuto pungere quella notte era fermo davanti a me e mi fissava, con ancora indosso il pigiama. Ho sentito l’impulso di fuggire via ma non l’ho fatto e sono rimasta immobile, ferma.
“Sai cosa è successo?
“Il ragazzino non mi ha fatto nulla. Anzi, mi ha sorriso e se ne andato.
“Ed eccomi qua. Mamma, non mi sono mai sentita bene come ora…”
La madre di Susanna era a bocca aperta, con le ali dischiuse e tremanti sopra la testa.
Balbettando vistosamente, mormorò: “S-Susy, te lo richiedo con calma: hai fumato quel ddt?”
“No, mamma, non c’è n’è stato bisogno.”
“Devo parlare con tuo padre.”
Il papà di Susanna accolse ancora peggio il racconto della figlia e per precauzione decise con la moglie di proibirle per un mese di uscire di casa, portandole la razione di sangue direttamente in camera.
La piccola zanzara, tuttavia, non ne toccò una goccia, poiché qualcosa era definitivamente cambiato.
Passato quel mese, infatti, Susanna se ne andò di casa.
Quello che intraprese fu un viaggio particolare, intenso, bello e triste allo stesso tempo.
All’inizio sembrava simile al meraviglioso sogno che aveva fatto quella notte e sapeva di magico ma, col tempo, tante, troppe volte si accorse di quante crepe vi erano in quello specchio.
La cosa bella fu che conobbe tanti come lei, che avevano fatto lo stesso identico sogno e anche questo sembrava un miracolo, ma ciò non bastò a tutti loro per trovare la forza di accettare che la realtà di ogni giorno non era proprio come quella riflessa nei sogni di una notte.
Tuttavia, non si fermarono, continuarono a volare, convincendosi che il segreto fosse ignorare tutto ciò che smentiva quel perfetto disegno impresso dallo specchio nel loro cuore.
Caddero, tanti caddero come ciechi, come la zia Peppa che non voleva portare gli occhiali.
E così terminò anche il viaggio di Susanna.
Fu trovata morta, proprio sopra uno specchio, schiacciata, come se avesse lei stessa stirato le sue membra nell’utopico tentativo di passare dall’altra parte.
In seguito, alla fine di quel folle volo, qualcuno ne approfittò.
Fin da quegli anni si sentiva parlare di loro.
Osservarono gli eventi in silenzio, odiando e disprezzando quelli come la piccola zanzara.
E col tempo, grazie al silenzio del dolore, il rumore della sconfitta e il trionfo della paura e della realtà di sempre, con il rinnovato fulgore delle sacrosante tre regole, esse si imposero come modello per tutti.
Veloci, piccole ma silenziose. Non più quell’assordante canto ormai riconosciuto facilmente dalla vittima di turno. Efficienti, furbe, aggressive e difficilmente distinguibili l’una dall’altra.
Tutte indistintamente con indosso una divisa a righe.
Al giorno d’oggi sono loro a dettare legge.
Le conoscete, no?
Le chiamano zanzare tigre.
Tuttavia non sono invincibili e una ciabattata le può uccidere sul colpo facilmente, tanto come quelle di un tempo.
Rimane una domanda: cosa sarebbe successo se Susanna e le altre avessero avuto la forza di accettare il fatto che la vita può essere come uno specchio, un bellissimo e meraviglioso specchio eppur ricoperto di tante, tantissime crepe e che è bella proprio per questo?
Cosa sarebbe successo se fossero state capaci di accettarlo?
E cosa succederà se un giorno riusciranno a farlo?


Racconto pubblicato nel 2008 su "Voci dal silenzio", Comune di Ferrara

mercoledì 10 dicembre 2014

Dichiarazione universale dei diritti umani spiegata ai bambini

I tuoi diritti

di
Alessandro Ghebreigziabiher



In un futuro imprecisato.
Luca torna da scuola con la Dichiarazione universale dei diritti umani.
Pare che il nuovo governo abbia deciso di distribuire il fondamentale testo agli studenti di tutti gli istituti.
Il bambino ha dieci anni, ha letto l’intera dichiarazione, ma non ha ben capito cosa voglia dire.
Così, decide di chiedere spiegazioni al padre.
Su tutti e trenta gli articoli…
L’impresa non è facile ma, forse, il genitore non ha molte alternative oltre a raccontargliela a misura della sua vita, del suo mondo, approfittando della metafora calcistica e sostituendo di volta in volta il termine individuo con bambino.

Compra il libro:

“Allora, Luca, sei pronto?”
“Sì, papà.”
“Mi raccomando: ogni volta che pronuncio una parola o una frase che non comprendi, tu avvertimi, chiaro?”
“Sì.”
“Articolo uno: ‘Tutti i bambini nascono liberi ed eguali in dignità e diritti. Essi sono dotati di ragione e di coscienza e devono agire gli uni verso gli altri in spirito di fratellanza.’”
“Cosa vuol dire essere eguali in dignità?”
“Vuol dire che ogni bambino ha valore. E nessun bambino è più importante degli altri.”
“E cosa significa essere dotati di coscienza?”
“Significa che quando fai qualcosa devi pensare bene a cosa fai e perché la fai. Vado avanti?”
“Vai pure.”
“Articolo due: ‘A ogni bambino spettano tutti i diritti e tutte le libertà enunciate nella presente Dichiarazione, senza distinzione alcuna, per ragioni di razza, di colore, di sesso, di lingua, di religione, di opinione politica o di altro genere, di origine nazionale o sociale, di ricchezza, di nascita o di altra condizione.’ Fin qui ci sei?”
“Credo di sì. Vuol dire che la dichiarazione vale per tutti i bambini. Tutti quanti.”
“Bravo. Sembra più semplice, così. Il resto dice: ‘Nessuna distinzione sarà inoltre stabilita sulla base dello statuto politico, giuridico o internazionale del paese o del territorio cui una persona appartiene, sia indipendente, o sottoposto ad amministrazione fiduciaria o non autonomo, o soggetto a qualsiasi altra limitazione di sovranità.’“
“Questa parte non l’ho capita…”
“Be’, in pratica intende sottolineare ulteriormente che questi articoli valgono proprio per tutti i bambini.”
“Giusto.”
“Articolo tre: ‘Ogni bambino ha diritto alla vita, alla libertà e alla sicurezza della propria persona.’ Questo è chiaro, no?”
“Sì.”
“Articolo quattro: ‘Nessun bambino potrà essere tenuto in stato di schiavitù o di servitù; la schiavitù e la tratta degli schiavi saranno proibite sotto qualsiasi forma.’“
“Scusa, papà, ma questo è inutile. La gente che se ne fa di un bambino schiavo? È piccolo, non ce la fa a lavorare come i grandi.”
“In effetti hai ragione… ma sai, stabilendo i diritti è sempre meglio metterci tutto, per sicurezza, non si sa mai.”
“Va bene.”
“Articolo cinque: ‘Nessun bambino potrà essere sottoposto a tormenti o a trattamenti o a punizioni dure, inumane e disonorevoli.’“
“Che significa trattamento disonorevole?”
“Che non rispetta l’onore.”
“E cos’è l’onore? Io ce l’ho?”
“Certo. Tutti i bambini ce l’hanno. Rappresenta l’insieme delle cose belle che hai fatto fino a quel momento, che ti hanno fatto guadagnare l’affetto e l’apprezzamento degli altri.”
“Spero di aver guadagnato molto onore, fino a oggi.”
“Sì, non c’è male.”
“Andiamo avanti. Mi piace.”
“Bene. Articolo sei: ‘Ogni bambino ha diritto, in ogni luogo, al riconoscimento della sua personalità giuridica.’“
“Papà. Non ho capito niente… ”
“Vuol dire che ovunque si trovino, dentro casa, a scuola, al campetto a giocare a pallone, per tutti i bambini ci sono delle leggi che li tutelano, a difesa dei loro diritti.”
“Al campetto è difficile. Per esempio, quando perde, Mauro si mette a spingere e a tirare calci. Mica è permesso, quando si gioca a pallone, ma lui lo fa lo stesso.”
“È per questo che nelle partite ci vuole l’arbitro.”
“È vero. Senza l’arbitro ognuno fa quello che gli pare. ”
“Già, come il piccolo Mauro. Infatti, articolo sette: ‘Tutti sono eguali dinanzi alla legge e hanno diritto, senza alcuna discriminazione, a una eguale tutela da parte della legge. Tutti hanno diritto a una eguale tutela contro ogni discriminazione che violi la presente Dichiarazione come contro qualsiasi incitamento a tale discriminazione.’”
“Discriminazione… che significa?”
“Vuol dire disparità, distinzione. In pratica le leggi e gli articoli sono eguali per tutti.”
“Giustissimo.”
“Articolo otto: ‘Ogni bambino ha diritto a un’effettiva possibilità di ricorso a competenti tribunali nazionali contro atti che violino i diritti fondamentali a lui riconosciuti dalla costituzione o dalla legge.’”
“Spiega, papà.”
“Significa che se qualcuno non dovesse rispettare i diritti di un bambino allora lui può andare a raccontare la cosa a un tribunale che si occupi di far rispettare le leggi.”
“È un po’ come andare dall’arbitro?”
“Sì, più o meno.”
“Articolo nove: ‘Nessun bambino potrà essere arbitrariamente arrestato, detenuto o esiliato.’”
“Cosa vuol dire arbitrariamente?”
“Vuol dire decidere una cosa senza rispettare le leggi.”
“È come se qualcuno fingesse di essere l’arbitro senza esserlo davvero?”
“È così.”
“Quindi, quando Mauro sostiene che secondo lui è rigore, anche se il fallo è fuori area, lo fa arbitrariamente?”
“Esempio perfetto.”
“C’è un’altra cosa che non ho capito: i bambini possono essere arrestati?”
“No, in effetti, no…”
“Allora anche questo è inutile ma non si sa mai, vero?”
“Vero. Articolo dieci: ‘Ogni bambino ha diritto, in posizione di piena eguaglianza, a una equa e pubblica udienza a un tribunale indipendente e imparziale, al fine della determinazione dei suoi diritti e dei suoi doveri, nonché della fondatezza di ogni accusa penale che gli venga rivolta.’”
“Che vuol dire?”
“Ti faccio un esempio. Mettiamo che domani al campetto facciate una partita e che questa volta decidiate di avere un arbitro. Quest’ultimo, per risultare onesto, deve comportarsi in maniera imparziale. Non può essere un amico di Mauro e neanche uno tuo. Deve essere un tipo giusto, che non abbia alcun interesse a far vincere lui o te.”
“Eh, ci vorrebbe proprio.”
“Proseguiamo con l’articolo undici: ‘Ogni bambino accusato di un reato è presunto innocente sino a che la sua colpevolezza non sia stata provata legalmente in un pubblico processo nel quale egli abbia avuto tutte le garanzie necessarie per la sua difesa.’ Ti è chiaro, per ora?”
“Mi sembra di sì. Significa che finché l’arbitro, quello imparziale, non abbia deciso per il rigore, il fallo non c’è.”
“Diciamo di sì. Il seguito dice: ‘Nessun bambino sarà condannato per un comportamento commissivo od omissivo che, al momento in cui sia stato perpetrato, non costituisse reato secondo il diritto interno o secondo il diritto internazionale. Non potrà del pari essere inflitta alcuna pena superiore a quella applicabile al momento in cui il reato sia stato commesso.’”
“Cosa significa?”
“Significa che l’arbitro non può punire Mauro, te o qualsiasi altro giocatore per una norma che non sia nel regolamento. Per esempio non può fischiare fallo o ammonirti se tu hai fatto passare la palla sotto le gambe al tuo avversario e questi se la prende.”
“Anzi, è divertente. Si dice tunnel, papà. Ma non ho capito anche due parole: commissivo ed omiss... qualcosa.”
“Omissivo. Comportamento commissivo è quando fai fare qualcosa a qualcuno. È un reato nel caso questa cosa non sia legale, anche se non l’hai fatta tu. Invece comportamento omissivo è quando non fai qualcosa. Ed è un reato quando la legge afferma che in quella data situazione avresti dovuto fare qualcosa. Ti faccio un esempio?”
“Sì.”
“Se durante la partita un giocatore della tua squadra, come di quella avversaria, si dovesse fare male e tu non lo aiutassi e continuassi a giocare quella è omissione di soccorso. Avevi il dovere di aiutarlo e non l’hai fatto.”
“Ho capito.”
“Articolo dodici: ‘Nessun bambino potrà essere sottoposto a interferenze arbitrarie nella sua vita privata, nella sua famiglia, nella sua casa, nella sua corrispondenza, né a lesione del suo onore e della sua reputazione. Ogni bambino ha diritto a essere tutelato dalla legge contro tali interferenze o lesioni.’”
“Cosa sono le interferenze?”
“È quando qualcuno s’intromette nella vita degli altri. E lo fa in maniera arbitraria, credo ti sia chiaro ormai, qualora non rispetti le leggi, le regole, gli articoli della Dichiarazione.”
“Come quando ho letto nel diario di Elisa e lei si è arrabbiata? Ho fatto un’interferenza arbitraria, vero?”
“Bravo. Vedo che hai capito. Articolo tredici: ‘Ogni bambino ha diritto alla libertà di movimento e di residenza entro i confini di ogni Stato. Ogni bambino ha diritto di lasciare qualsiasi paese, incluso il proprio, e di ritornare nel proprio paese.’”
“Non è vero: io non posso entrare nel bagno delle femmine a scuola o nella camera di Elisa.”
“Quest’ultimo articolo, come eccezione, lo aggiungiamo noi. Andiamo avanti: Articolo quattordici: ‘Ogni bambino ha il diritto di cercare e di godere in altri paesi asilo dalle persecuzioni. Questo diritto non potrà essere invocato qualora il bambino sia realmente ricercato per reati non politici o per azioni contrarie ai fini e ai principi delle Nazioni unite.’”
“Cosa vuol dire cercare asilo?”
“Vuol dire cercare protezione, aiuto. Come l’asilo nido, dove sei andato anche tu, ricordi? Lì hai trovato qualcuno che si è preso cura di te, che accoglie i bambini piccoli e indifesi. Devi sapere che le nazioni del mondo, per mantenere la pace e i diritti di tutti, si sono accordate formando una specie di associazione: le Nazioni Unite.”
“Ma non ho capito l’articolo.”
“Guarda, te lo spiego così: immagina che io e tutti i vicini di casa decidessimo di formare un associazione per… per far sì che tutti quanti siano gentili quando ci si incontra sul portone o sulle scale: l’associazione dei vicini gentili.”
“Pure la signora del piano di sotto? Quella non saluta mai.”
“Ecco, soprattutto per la signora del piano di sotto. Infatti, una volta formata l’associazione e deciso il suo scopo, tutti quanti abbiamo il dovere di ricordarle di essere gentile. Non possiamo obbligarla ma abbiamo il dovere di dirglielo, soprattutto se fa parte anche lei dell’associazione. Fin qui ci sei?”
“Sì.”
“Ora, tu sai che lei vive sola e che per questo mamma la chiama la ‘vecchia zitella’, no?”
“Sì.”
“Ecco, se lei invece avesse un figlio, un bambino come te, e lui bussasse alla porta di chiunque di noi chiedendoci di aiutarlo a far diventare la sua mamma più gentile, noi avremmo l’assoluto dovere di sostenerlo, di offrirgli asilo.”
“Chi è il capo dell’associazione delle nazioni?”
“Nessuno è il capo.”
“Sai una cosa, papà?”
“Dimmi.”
“La dovreste fare l’associazione dei vicini gentili.”
“Ci penserò. Articolo quindici: ‘Ogni bambino ha diritto a una cittadinanza. Nessun bambino potrà essere arbitrariamente privato della sua cittadinanza, né al diritto di mutare cittadinanza.’”
“Che vuol dire avere una cittadinanza?”
“Avere una cittadinanza significa avere un insieme di diritti e doveri verso gli altri, stabiliti dalle leggi. Tutto chiaro?”
“Sì. La parola arbitrariamente c’è un sacco di volte. Deve essere importante.”
“Già… Articolo sedici: ‘I bambini e le bambine, una volta diventati grandi, hanno il diritto di sposarsi e di fondare una famiglia, senza alcuna limitazione di razza, cittadinanza o religione. Essi hanno eguali diritti riguardo al matrimonio, durante il matrimonio e all’atto del suo scioglimento. Capito fin qui?”
“Sì.”
“Il seguito dice: ‘Il matrimonio potrà essere concluso soltanto con il libero e pieno consenso dei futuri coniugi. La famiglia è il nucleo naturale e fondamentale della società e ha diritto a essere protetta dalla società e dallo Stato.’”
“Cosa significa nucleo naturale?”
“Significa che noi - mamma, io, Elisa e te - come tutte le persone che vivono insieme e si sentano una famiglia, siamo la parte più interna dello Stato e che esso deve aver cura di noi.”
“Ci deve dare asilo?”
“Già, in un certo senso sì. Come fa il nido con i bambini molto piccoli. Ci deve aiutare a vivere bene e a crescere. Allora, articolo diciassette: ‘Ogni bambino ha il diritto ad avere una proprietà sua personale o in comune con gli altri. Nessun bambino potrà essere arbitrariamente privato della sua proprietà.’”
“Allora tu non potevi togliermi i botti che avevo per Capodanno. Erano mia proprietà.”
“Vedi, è di nuovo quell’arbitrariamente che fa la differenza. In quanto tuo padre, e ho il dovere di prestare attenzione che tu non ti faccia male. I botti che avevi, oltre a essere pericolosi, sono vietati ai bambini della tua età. È come se in quel momento fossi stato l’arbitro.”
“Tu sei papà e sei anche l’arbitro. Così non vale.”
“So che ti possa sembrare ingiusto, ma credimi, essere l’arbitro, se lo fai con onestà, non è un premio o un vantaggio. È una responsabilità. Ci vuole tanto impegno e attenzione. E bisogna anche accettare le lamentele. Come le tue, ora. Vado avanti?”
“Va bene.”
“Articolo diciotto: ‘Ogni bambino ha diritto alla libertà di pensiero, di coscienza e di religione; tale diritto include la libertà di cambiare religione o credo, e la libertà di manifestare, isolatamente o in comune, e sia in pubblico che in privato, la propria religione o il proprio credo nell’insegnamento, nelle pratiche, nel culto e nell’osservanza dei riti.’”
“Libertà di pensiero… significa essere libero di pensare quello che mi va?”
“Certo.”
“Ma scusa, chi può togliermi questa libertà? Chi può sapere cosa sto pensando?”
“Nessuno, credimi. Nessuno può.”
“Allora è inutile…”
“…ma non si sa mai.”
“Cosa vuol dire manifestare una religione?”
“Significa mostrarla agli altri, praticarla davanti a tutti e non di nascosto. Tutti hanno questa libertà.”
“Ho capito.”
“Articolo diciannove: ‘Ogni bambino ha diritto alla libertà di opinione e di espressione, incluso il diritto di non essere molestato per la propria opinione e quello di cercare, ricevere e diffondere informazioni e idee attraverso ogni mezzo e senza riguardo a frontiere.’
“Me lo spieghi?”
“Ti faccio un esempio: fai conto che la tua classe sia come l’Italia e che la soglia della porta dell’aula corrisponda al confine del paese. Cosa c’è fuori?”
“C’è il corridoio.”
“Sul corridoio si affacciano altre aule e così è per gli altri piani della scuola. Giusto?”
“Sì.”
“Ecco. Tu immagina che le altre classi siano gli altri paesi e che ciascuna soglia di ogni aula rappresenti il confine.”
“Va bene.”
“Ora, quest’articolo dice che tu, come i tuoi compagni, siete liberi di dire nella vostra classe ciò che volete, sempre nel rispetto degli altri e nessuno deve impedirvelo.”
“E rispettando gli articoli.”
“Esatto. Inoltre questo vale anche se tu esca dalla tua classe, nel corridoio come in ogni altra aula. Ti è chiaro?”
“In tutta la scuola?”
“Ovunque, anche fuori.”
“In tutto il mondo?”
“In tutto l’universo. Continuo?”
“D’accordo.”
“Articolo venti: ‘Ogni bambino ha diritto alla libertà di riunione e di associazione pacifica. Nessuno può essere costretto a far parte di un’associazione.’”
“Quindi la signora di sotto, nel caso si rifiutasse di far parte dell’associazione dei vicini gentili, potrebbe farlo?”
“Certo, è libera. È suo diritto.”
“E quindi può continuare a non salutare?”
“Sì. Nessuno può obbligarla a essere gentile.”
“Io lo vorrei fare.”
“E magari ci riusciresti, ma lei ti saluterebbe perché l’hai obbligata e non per gentilezza.”
“E allora come si può fare?”
“Tu continua a salutarla. Chissà, forse un giorno ti risponderà. E se lo farà l’avrà scelto spontaneamente, perché si sarà sentita di farlo ed è l’unica cosa che tu possa sperare. Articolo ventuno: ‘Ogni bambino ha diritto di partecipare al governo del proprio paese, sia direttamente, sia attraverso rappresentanti liberamente scelti. Ogni bambino ha diritto di accedere in condizioni di eguaglianza ai pubblici impieghi del proprio paese.’ Chiaro fino a ora?”
“Insomma.”
“Ti spiego. Tutto sta in quel partecipare direttamente o indirettamente. Tu adesso sei ancora un bambino e non sei abbastanza preparato ed esperto per governare. Ciò non toglie, però, che al governo ci debba essere qualcuno che si occupi di te, dei tuoi diritti e in quel caso tu parteciperesti indirettamente, attraverso di lui. Se un domani tu vorrai diventare un governante, qualora ci riuscirai, parteciperai direttamente. Ma indirettamente dovrai aver cura di quelli che ti avranno votato, che avranno avuto fiducia in te, che si saranno affidati a te. Infatti, la seconda parte dice: ‘La volontà popolare è il fondamento dell’autorità del governo; tale volontà deve essere espressa attraverso periodiche e veritiere elezioni, effettuate a suffragio universale ed eguale, e a voto segreto, o secondo una procedura equivalente di libera votazione.’”
“Ma io non voto, papà…”
“Certo, Luca. Infatti i governi devono aver cura soprattutto dei bambini, proprio perché non votano.”
“Ma se non votiamo come fanno a sapere cosa vogliamo?”
“Devono chiedervelo, ogni giorno, dovunque vi troviate.”
“Non è che ce lo chiedano così spesso…”
“Allora in quel caso provate a dirlo voi cosa volete. Soprattutto che è un vostro diritto essere ascoltati. E poi da oggi hai questa Dichiarazione, no?”
“È vero.”
“Articolo ventidue: ‘Ogni bambino, in quanto membro della società, ha diritto alla sicurezza sociale, nonché alla realizzazione attraverso lo sforzo nazionale e la cooperazione internazionale e in rapporto con l’organizzazione e le risorse di ogni Stato, dei diritti economici, sociali e culturali indispensabili alla sua dignità e al libero sviluppo della sua personalità.’”
“La sai una cosa papà? È bello avere tutti questi diritti.”
“Ed è bello che vengano rispettati.”
“Che vuol dire sicurezza sociale?”
“La sicurezza sociale rappresenta la tranquillità che abbiamo mamma e io quando tu vai a giocare a pallone al campetto o stai a scuola. Vuol dire che c’è qualcuno che si preoccupa che non ti succeda nulla di male. Articolo ventitré: ‘Ogni bambino ha diritto al lavoro, alla libera scelta dell’impiego, a giuste e soddisfacenti condizioni di lavoro e alla protezione contro la disoccupazione. Ogni bambino, senza discriminazione, ha diritto a eguale retribuzione per eguale lavoro. Ogni bambino che lavora ha diritto a una remunerazione equa e soddisfacente e che assicuri a lui stesso e alla sua famiglia una esistenza conforme alla dignità umana e integrata, se necessario, da altri mezzi di protezione sociale. Ogni bambino ha diritto di fondare dei sindacati e di aderirvi per la difesa dei propri mezzi.’”
“Papà, io non lavoro.”
“Certo, ed è giusto che sia così. Però vai a scuola, no?”
“Sì.”
“Allora, applichiamo questo articolo alla scuola. Esso dice che tu hai diritto ad andarci e di trovarla in buone condizioni. Inoltre afferma anche che, se tu e un tuo compagno faceste un compito identico, la maestra dovrebbe darvi lo stesso voto, senza fare alcuna differenza.”
“Cosa sono i sindacati?”
“Ecco, i sindacati sono un gruppo che si preoccupa di far valere i tuoi diritti quando essi non vengono rispettati.”
“Sono come l’arbitro?”
“No… sono come una via di mezzo.”
“E se la maestra non rispettasse i nostri diritti? Noi bambini ce l’abbiamo i sindacati?”
“No, ci siamo mamma e io, insieme a tutti gli altri genitori. Però, vedi, i sindacati siete anche voi stessi. Ognuno di noi ha il dovere di far valere i diritti di tutti. Vado avanti?”
“Sì, vai.”
“Articolo ventiquattro: ‘Ogni bambino ha diritto al riposo e allo svago, comprendendo in ciò una ragionevole limitazione delle ore di lavoro e ferie periodiche retribuite.’ Chiaro?”
“Sì, papà.”
“Articolo venticinque: ‘Ogni bambino ha diritto a un tenore di vita sufficiente a garantire la salute e il benessere proprio e della sua famiglia, con particolare riguardo all’alimentazione, al vestiario, all’abitazione, alle cure mediche e ai servizi sociali necessari; e ha diritto alla sicurezza in caso di disoccupazione, malattia, invalidità, vedovanza, vecchiaia o in ogni altro caso di perdita di mezzi di sussistenza per circostanze indipendenti dalla sua volontà. La maternità e l'infanzia hanno diritto a speciali cure e assistenza. Tutti i bambini, nati nel matrimonio o fuori di esso, devono godere della stessa protezione sociale.’”
“Cosa vuol dire nati fuori di esso?”
“Tu sei nato dopo che mamma e papà si sono sposati. Questo lo sai, no?”
“Sì, ho visto le foto e il filmino.”
“Se tu fossi nato prima, e noi non ci fossimo sposati, saresti nato fuori del matrimonio.”
“E questo è un problema?”
“No. Anzi, questo articolo dice che tu, Luca, in quel caso avresti avuto gli stessi diritti che hai ora.”
“Sarei stato sempre io, no?”
“Giusto. Saresti stato sempre tu… Articolo ventisei: ‘Ogni bambino ha diritto all’istruzione. L’istruzione deve essere gratuita almeno per quanto riguarda le classi elementari e fondamentali. L’istruzione elementare deve essere obbligatoria. L’istruzione tecnica e professionale deve essere messa alla portata di tutti e l’istruzione superiore deve essere egualmente accessibile a tutti sulla base del merito. L’istruzione deve essere indirizzata al pieno sviluppo della personalità umana e al rafforzamento del rispetto dei diritti umani e delle libertà fondamentali. Essa deve promuovere la comprensione, la tolleranza, l’amicizia fra tutte le Nazioni, i gruppi razziali e religiosi, e deve favorire l’opera delle Nazioni unite per il mantenimento della pace. I genitori hanno diritto di priorità nella scelta del genere di istruzione da impartire ai loro figli.’ Capito tutto?”
“La scuola fa tutte queste cose?”
“Non so se tutte le scuole le facciano ma questo articolo afferma che dovrebbero farlo.”
“È difficile fare la maestra, allora…”
“Sì, è una grande responsabilità ed è per questo che lo Stato deve aiutarla a svolgere nel modo migliore il suo importante lavoro. Articolo ventisette: ‘Ogni bambino ha diritto di prendere parte liberamente alla vita culturale della comunità, a godere delle arti e a partecipare al progresso scientifico e ai suoi benefici.’”
“Cos’è la vita culturale?”
“Rappresenta tutte quelle azioni della vita comune che riguardano la cultura in senso generale. Come scrivere, leggere, disegnare, andare a teatro, visitare un museo, andare al cinema, ecc.”
“Anche guardare la tv?”
“Ecco, la tv non è sempre cultura. Nella tv c’è anche la cultura, ma ci sono pure tante altre cose che non lo sono.”
“Quali?”
“Le pubblicità, per esempio. Quando qualcuno ti consiglia di comprare un detersivo o una macchina non è che stia pensando ad accrescere la tua cultura, ma il suo portafogli.”
“E perché la televisione glielo permette?”
“Vedi, la televisione, come tante altre cose del nostro paese, fa delle cose che noi permettiamo, non lei. Siamo noi che abbiamo il telecomando e spesso ce lo dimentichiamo. Articolo ventotto: ‘Ogni bambino ha diritto a un ordine sociale e internazionale nel quale i diritti e le libertà enunciati in questa Dichiarazione possano essere pienamente realizzati.’ In altre parole, le Nazioni unite devono organizzarsi in modo che la Dichiarazione venga rispettata.”
“Qua ci vuole un arbitro.”
“Esatto. Articolo ventinove: ‘Ogni bambino ha dei doveri verso la comunità, nella quale soltanto è possibile il libero e pieno sviluppo della sua personalità. Nell’esercizio dei suoi diritti e delle sue libertà, ognuno deve essere sottoposto soltanto a quelle limitazioni che sono stabilite dalla legge per assicurare il riconoscimento e il rispetto dei diritti e delle libertà degli altri e per soddisfare le giuste esigenze della morale, dell’ordine pubblico e del benessere generale in una società democratica. Questi diritti e queste libertà non possono in nessun caso essere esercitati in contrasto con i fini e i principi delle Nazioni unite.’”
“Spiega tutto.”
“Allora, pensa a tutte le persone che conosci e che incontri ogni giorno. Come la tua famiglia, i parenti, i compagni di scuola, i vicini di casa, gli amici al campetto e così via.”
“Fatto.”
“Ecco, loro sono la tua comunità, le persone con cui vivi. La tua personalità, il tuo carattere, le tue idee, il tuo modo di comportarti, devono potersi sentire liberi di esprimersi come vogliono, sempre rispettando la legge e la personalità, il carattere, le idee, degli altri. Però, questa libertà non deve mai contraddire le Nazioni Unite e i valori che le uniscono.”
“E come può succedere?”
“Questo può succedere perché non tutti abbiamo la stessa personalità, carattere e idee. E non tutte le nazioni hanno la medesima idea di libertà. Infatti, se tu vai in un paese che non è il tuo hai il dovere di tener conto delle sue leggi. Prendi la signora del piano di sotto. Ecco, lei non è gentile evitando di rispondere al tuo saluto, ma è anche libera di non farlo. Tu senti il dovere di salutarla, per cortesia e buona educazione, come mamma e io ti abbiamo insegnato. Può darsi che i suoi genitori non abbiano fatto lo stesso con lei e nessuno può obbligarla a farlo ora.”
“Manca l’ultimo articolo.”
“Sì. Articolo trenta: ‘Nulla nella presente Dichiarazione può essere interpretato nel senso di implicare un diritto di un qualsiasi Stato, gruppo o persona di esercitare un’attività o di compiere un atto mirante alla distruzione di alcuno dei diritti e delle libertà in esso enunciati.’”
“Vuol dire?”
“Questo è molto importante. Afferma che nessuno può sostenere che questa Dichiarazione permetta di mancare di rispetto ai diritti e alle libertà di qualcuno, difesi dalla dichiarazione stessa. È come se qualcuno al campetto dicesse che lo sgambetto si può fare e che questo lo afferma il regolamento.”
“Non è possibile. Nessuno gli darebbe ragione.”
“E sai perché? Perché tutti conoscono le regole. Per questo è importante conoscere e capire questa Dichiarazione.”
“C’è una cosa che non ho capito, papà.”
“Dimmi.”
“Sul testo che ci ha dato la maestra, in ogni articolo, c’è scritto individuo e non bambino…”
“Sì, hai ragione. Infatti essa vale per tutti, a prescindere dall’età. Ma io te l’ho voluta spiegare in questo modo perché è importante che tu, fin da piccolo, capisca che hai dei diritti e dei doveri. E che fin da ora inizi a imprimerteli nella memoria, perché gli adulti se ne dimenticano facilmente, un po’ come col telecomando. Molti non li conoscono nemmeno e un domani sarete voi a doverglieli ricordare.”
“Ce la farò?”
“Sono sicuro di sì. Perché ho una grandissima fiducia in te.”
“Grazie, papà.”

giovedì 4 dicembre 2014

Storie di scrittori: come dire…

Come dire...

di
Alessandro Ghebreigziabiher

Il mio nome è Pierre e posso dirvi che io scrivo.
Come dire… uso la penna per vivere e per rendere la mia esistenza il più sopportabile possibile. Nondimeno, senza l’inchiostro il bianco del foglio rimane illibato, come dire, inutile. E per le penne come la mia sono proprio le persone come lei a riempire di china la boccetta.
Il liquido che ristagna all’interno di quest’ultima può apparire di un anonimo nero ad un occhio distratto, come dire, di fretta.
Che grave errore, amici, come dire, quale straordinario abbaglio: c’è né molti più di colori nel nero di quanti la scienza affermi nel bianco. Essa lo dimostra, come dire, prova la sua teoria con insindacabili testimonianze e calcoli. Tuttavia, quelli come il soprascritto, che ardiscono di trasformare un pezzo di carta in un mondo alieno in cui far smarrire il prossimo, se ne fregano delle prove, come dire, non sanno cosa farsene di insindacabili testimonianze e calcoli.
Io ho bisogno delle strade cosiddette altre, io ho bisogno di trovare l’oro dove non può essercene alcuno, io ho bisogno di credere che l’uomo più stupido della terra scopra la risposta alla domanda più difficile, come dire, io cerco di intrappolare l’impossibile perché so che non ho altra occasione per farmi seguire sino all’ultima pagina della mia vita.
E allora il nero è pieno di colori, come non li avete mai visti, vi do la mia parola, non ve lo posso dimostrare, come dire, scientificamente. Posso solo dirvi che lei è uno di questi, come dire, simile ad un colore nascosto nel buio.
Che colore? Non lo so, non ho prove, come dire, non possiedo alcuna certezza. Posso solo affermare che un giorno l’ho incontrata e, quando se n’è andata, non ho potuto far altro che gettarmi sul foglio a cavallo della mia penna, con la speranza di ritrovarla.
Mi chiamo Pierre e come vi ho detto, scrivo. Non sapevo che avrei raccontato di lei, come dire, non avevo compreso cosa il mio inconscio avesse intenzione di rivelare.
Aveva corso, la mia penna, raggiungendo mai doma la fine di ogni pagina senza mai voltarsi indietro, come dire, con la punta rivolta sempre alla riga successiva.
E’ stata paziente, ogni volta che finiva l’inchiostro, come dire, ogni volta è stata pronta a ripartire dal punto esatto in cui era stata strappata al suo sogno. Il suo, forse, giammai il mio.
Il mio, quello veramente mio, come dire, quell’anelito impronunciabile nemmeno nel silenzio della propria mente è sempre rimasto cristallizzato nel regno della peggiore razza di utopia al mondo.
Sto parlando di quella illusoria vana speranza, come dire, quella che nascondiamo anche a noi stessi: un padre, una madre e un vita nel mezzo.
In altre parole uno scrittore, dei libri non più manoscritti, un’attrice rispettata sopra e - soprattutto - al di sotto del palcoscenico e, al sicuro tra di loro, una creatura capace di vincere il tempo.
Non tutto, come dire, non sto parlando dell’eternità, qualsiasi cosa più che solo otto miseri anni. Forse, se non fosse stato per lei, la scrittura non sarebbe riuscita a realizzare il miracolo di donare rifugio a questa fantasia pura come l’acqua dell’eden.
Come dire, talvolta i sogni è meglio che rimangano tali.

Tratto dal testo dello spettacolo La vera storia di Jean-Baptiste du Val-de-Grâce, oratore della razza umana (2008), pubblicato nel libro Amori diversi, Tempesta Editore (2013).

mercoledì 3 dicembre 2014

Storia d'amore contrastata: Nicolai e Olga

Nicolai Barlokkin e la lucertola che imparò a miagolare

di
Alessandro Ghebreigziabiher


1

Nicolai Barlokkin nacque a Mosca il 19 settembre del 1902 da una famiglia dell’alta borghesia russa.
I genitori, entrambi professori universitari, fin dai primi mesi gli impartirono una rigida educazione, fondata su principi, doveri e, soprattutto, insegnamenti di natura etica.
Dal canto suo, il piccolo Nicolai maturò nel tempo un odio smisurato per la morale, con qualsiasi forma essa si presentasse.
Bontà, gentilezza, altruismo, generosità erano parole che scatenavano in lui una particolare allergia, quanto mai violenta se contenute in detti e aforismi densi di valore etico e formativo.
Sin dalla primissima infanzia tutte le volte che la madre, Veruschka, usava frasi che amava tanto, tipo: “La gentilezza compra tutto e non costa niente” ,“Essere altruisti è un regalo per se stessi e non per gli altri”, e più che mai “Ciò che dai al prossimo prima o poi ti torna indietro centuplicato”, causava nel bambino una strana forma di reazione allergica, con eruzioni cutanee che rendevano la sua pelle ruvida e squamosa, molto simile a quella di un rettile.
Il padre, Oleg, condusse suo figlio dai migliori specialisti, da sacerdoti, perfino da maghi e fattucchiere, tuttavia il risultato era sempre un grande interrogativo sulla misteriosa intolleranza di Nicolai.
Lo strano fenomeno si ripeté anche a scuola.
Un giorno la maestra lo riprese perché non aveva fatto i compiti e il nostro giustificò la cosa attribuendo la responsabilità ad un fantomatico maremoto, colpevole di aver spazzato via la sua casa.
L’insegnante lo ammonì, senza essere troppo severa, ma tenne a sottolineare in questo modo, a lui come al resto della classe, l’importanza della sincerità: “Le bugie”, recitò con enfasi, “hanno le gambe corte e dire la verità prima o poi ripaga”.
Poche frazioni di secondo e la trasformazione ebbe inizio. Nell’aula si diffuse lo stupore e l’aspetto di Nicolai, oltre alla preoccupazione della maestra, suscitò l’ilarità generale, facendogli guadagnare il soprannome di ‘Lucertola’ Barlokkin.



2

L’adolescenza di Nicolai fu molto dura.
Né i genitori, né le istituzioni preposte, e tanto meno il ragazzo stesso, riuscivano a collegare la vistosa reazione allergica con le affermazioni di carattere moralistico che un attimo prima della trasformazione venivano pronunciate. Tuttavia Lucertola Barlokkin, ormai noto in questo modo nel quartiere, trovò nella relazione con una ragazza molto più grande di lui, un sostegno per sopportare le difficoltà della sua natura.
Si trattava di Olga Belova, una giovane donna con un conflittuale rapporto con i genitori.
Ella, fin da bambina, si dimostrò dotata di un notevole scilinguagnolo, probabilmente dovuto alle celate origini italiane, per la precisione partenopee, del padre, tale Ciro Espositov.
La figlia assunse in seguito il cognome della mamma, Irina Belova.
L’incessante parlantina le creò fin da piccola non pochi problemi in quanto si manifestava con un continuo ‘sebbene’.
Ad esempio, quand’era bambina: “Olga, hai fatto i compiti?” chiedeva la madre.
“Certo, mamma. Sebbene non ne avessi voglia.”
“E perché non ne avevi?”
“Ero distratta dal nitrire dei cavalli nella stalla. Sebbene io sia abituata ai loro versi.”
“Di quali cavalli parli, Olga? Siamo al quinto piano, al centro di Mosca.”
“E’ vero, siamo al quinto. Sebbene il primo non conti poiché è un piano rialzato.”
E così, di sebbene in sebbene, andava avanti per ore, snervando i due poveri genitori.
All’età di ventisei anni la ragazza vide Nicolai appena quindicenne, solo su una panchina, mentre i compagni si divertivano giocando con una palla.
Lei si avvicinò e gli chiese: “Perché non giochi insieme agli altri? Sebbene il calcio sia a mio avviso uno sport sopravvalutato.”
Il nostro così rispose: “L’ultima volta, durante la partita, ho fatto lo sgambetto ad un avversario e questi è caduto, graffiandosi il ginocchio. Ha cominciato a piangere ed è arrivato il padre che mi ha detto: Nicolai, non devi essere così accanito: l’importante è partecipare. E poi è successa una cosa che è meglio non vedere.”
“Sei un tipo interessante, sai?” fece lei. “Sebbene un po’ ermetico.”
Sebbene che?”
E così ebbe inizio la loro relazione.

Continua...

Brano tratto da L'intervallo, romanzo, Intermezzi Editore (2008)