mercoledì 30 settembre 2015

Storie di donne: Guardami

Guardami

di
Alessandro Ghebreigziabiher


Domani è il mio compleanno, pensa Elisa.
Ma la mia festa è oggi.
Perché oggi sono bella.
Perché oggi vorrei esserlo.
Domani non so.
Brandelli di pensiero coerente, rattoppati alla bisogna per esigenze editoriali. 
Sempre se qualcuno mostrerà mai la benevolenza nel valutare questo mio scritto.
Ah, io scrivo.
E non pubblico.
Sia dal punto di vista librario che in materia di ascolto, ecco.
Nel senso che quella roba con cui insisto ad appesantire la memoria del pc non ha mai trovato casa in una pagina che non fosse digitale e in uno sguardo che non fosse il mio.
Sì, lo so, ci sono gli Ebook, ma non l’ho mai presi in considerazione davvero.
Senza offesa ma scrivere per me è magia.
E magia vuol dire trasformazione.
Una cosa che ne diviene un’altra totalmente differente.
Il volume telematico non è abbastanza inverosimile per il sottoscritto, troppo logico.
Ho bisogno che le parole fuggano dalla cella che le ospita come un anonimo bruco che diviene farfalla.
O, meglio, come un’adolescente dall’anima perplessa che dopo esser rimasta chiusa in casa per più di due anni, a maltrattare per prima quella medesima anima, decida di evadere da se stessa alla vigilia del suo diciottesimo genetliaco.
Lo giuro.
Quella mattina non stavo chattando.
E neanche facendo finta di farlo per evitare gli occhi della folla sul metrò.
Ammiravo una foto, tutto qui.
Mio padre che russava sul divano dopo l’ennesima notte trascorsa intrappolato tra le certezze dell’alcool e la confusione delle personali emozioni.
Riposa, gli ho augurato prima di uscire per andare a scuola.
Per una volta, riposa e svegliati sul serio.
Da quel maledetto incubo.
Tuttavia, così va la narrazione che scivola sulla superficie del mare.
Tutto sembra uguale ed è difficile distinguere un’onda dall’altra.
Come una selva di teste chinate sul prezioso cellulare.
Ecco come dov’essere apparso il mondo ritrovato alla ragazzina che è salita alla fermata non ricordo quale, ma rammento lei.
Oh, se la rammento.
Due anni addietro era nella fila accanto alla mia, lei all’ultimo banco, io al penultimo.
La prima volta che ci siamo davvero guardati.
E sorrisi.
Cioè, io avevo sorriso, ma lei no.
Ma cosa importa a uno scrittore incompiuto?
Prima o poi arriverà.
Se non il libro.
Il lettore.
“Guardami”, gridò a squarciagola Elisa quella mattina, dopo avermi scorto tra i passeggeri.
Domani sarà il mio compleanno, dicevano i suoi occhi. Ma è oggi che voglio festeggiare. Perché oggi voglio essere bella. Ecco perché so di esserlo, oggi.
Domani non conta.
Un po’ tutti abbiamo sollevato il capo e guardato quella ragazzina vestita elegante, truccata e pettinata come per una serata speciale.
Un po’ tutti abbiamo fissato i nostri occhi nei suoi.
Ma uno solo tra tutti ha ricevuto in cambio il suo sorriso.
C’è voluto tempo per la risposta.
La vera magia non è mai roba di un attimo.
Ecco perché continuo a scrivere.
Ed ecco perché mi sono alzato e mi sono avvicinato a lei.
Non ci crederete, ma stiamo ancora ballando.

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mercoledì 23 settembre 2015

Storie di fantascienza: il pianeta Insomma

Il pianeta Insomma

di
Alessandro Ghebreigziabiher


C’è un pianeta.
Non so dire dove sia, insomma.
E se lo sapessi spiegare, non sono certo che lo scriverei qui, ora.
Non sono certo di alcunché.
Per questo, spero che quando arriverò mi faranno perlomeno atterrare.
Oh, ma perdonate, insomma, non mi sono ancora presentato.
Di me dicono poco.
La più ricorrente è che abuso di una parola.
Insomma.
Che volete farci, mi piace il suono, non il significato. Ecco perché spero vivamente che i puristi della semantica in ascolto saranno clementi, laddove ne scorgeranno l’inopportuna presenza.
D’altra parte, innanzi all’abuso di ben altro intorno a noi, credo che quello delle parole mi renda un colpevole di grado tollerabile.
C’è un pianeta, dicevo, insomma.
Senti, chiamiamolo così, pianeta insomma, così almeno il vocabolo troverà un’istanza coerente in questo mio confuso componimento.
Su questo pianeta non c’è scuola o università e dottorati vari.
Nel mezzo non v’è traccia di medie e superiori, inferiori e paritarie.
Non vi sono master e corsi di ogni tipo.
Le cose si fanno o non si sanno fare.
E nell’ultimo caso, non si fanno.
Insomma, quindi gli abitanti hanno, come dire, un’esistenza binaria.
Insomma.
Fare o stare in panciolle, senza compromessi e con tutti i diritti garantiti.
Da cui vantaggi non comuni.
Ad esempio, nessuno si sognerebbe sul pianeta insomma di accusare chicchessia di pigrizia.
Parola che insomma poi non esiste, laggiù.
Così come ozio e perdigiorno, nullafacente e soprattutto accidia.
Sarebbe stato sufficiente quest’ultimo aneddoto a convincermi a costruire l’astronave sulla quale mi trovo or ora e partire per Insomma, maiuscolo altrimenti si confonde con tutti gli altri.
Confesso che ho sempre avuto paura dell’accidia, se non altro fino al momento in cui ne ho scoperto il vero significato, al di là del suono.
Tra tutti i noti vizi è sempre quello che ho temuto di più.
Sarà insomma perché presto maggiore attenzione alla musica delle lettere piuttosto che al reale peso che hanno nella nostra vita.
Tornando a Insomma, sul pianeta che proprio adesso ho avvistato attraverso l’oblò non crediate che in assenza di un’istruzione regolata vivano una massa di barbari incolti e aridi di mente e passioni alte.
Tutt’altro.
Di quelli che insomma troviate per niente affaccendati non posso dir molto, ma per gli altri il talento parla per loro.
Gli Insommiani fanno perché sono bravi.
Ovvero, fanno solo ciò in cui sono bravi.
E non per vanità o altri fini, perché non esiste pubblico pagante o meno, fan adoranti o critici spietati.
Tutti quel che fanno, e splendidamente, non avrebbero tempo per applaudire alle imprese altrui perché concentrati sul proprio fare.
Tutti gli altri sono quelli che non fanno.
Nulla.
Figuriamoci saltare come indemoniati e strillare il nome amato sul palco della vita, per poi lanciarsi a caccia di briciole dell’altrui notorietà.
Allora, insomma, ecco, indi per cui, vedi un po’ – ho messo altra roba a caso per distogliere l’attenzione dal noioso lemma – qualcuno tra voi si starà chiedendo: ma su questo pianeta ci sarà pure un qualche tipo di prova, esame o simile.
Sì, c’è.
E’ il motivo principale per il quale in questo preciso momento sto atterrando sulla superficie.
C’è un pianeta.
Insomma.
E questo è il nome.
Dove per poter avere il privilegio di fare.
Per poi smettere.
E far di nuovo.
Bisogna dimostrare di saper riconoscere il bello, laddove lo si incontri per la prima volta.
Senza saper nulla del nome o da dove arrivi.
Delle origini dell’abito come dell’ennesimo trascurabile indizio.
Del modo e del perché.
È qui, con noi.
Come se all’improvviso.
Da quello stesso nulla saltasse fuori.
Spero proprio di superare il test.
Perché desidero fare anch’io.
Ho sempre desiderato di esser degno.
Di questo tipo.
Di fare.

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mercoledì 16 settembre 2015

Storie di scuola: Quelli che non ci sono

Quelli che non ci sono

di
Alessandro Ghebreigziabiher


C’era una volta una classe.
Anzi, non c’era.
C’è, c’è sempre.
Da qualche parte c’è.
E’ lì.
Io la vedo e l’hai vista anche te.
Anche solo un pezzetto.
Per un istante, pure breve e distratto.
Dimentica il tuo, di banco, e guardati in giro, se non mi credi.
Sì, lo so, sei all’inizio del viaggio ed è normale e giusto che il protagonista sia tu e solo tu.
Ma la storia ha bisogno di incontri e scontri.
Di eroi consapevoli della fortuna dei primi e, specialmente, senza covar vani timori verso i secondi.
La storia ha bisogno degli altri, altrimenti non v’è racconto.
Soprattutto di quelli che non ci sono.
Sì, è proprio di quella sedia vuota, che sto parlando.
Già, quella lì, al terzo banco.
No, non è in ritardo.
Il tempo non è mai stato un problema per lei.
E non ha neanche sbagliato classe.
La sbadataggine è sempre stato l’ultimo dei problemi, per lui.
Vuoi andare avanti?
Vuoi davvero scoprire cosa dicano gli spazi vuoti tra una riga e l’altra?
Allora, alzati e molla la tua, di sedia.
Senza muoverti da lì, tranquillo, è roba di magia.
Nessuno se ne accorgerà, per ora.
Immagina un’altra classe e osservala.
Come se ci fosse davvero.
O meglio, come se avessi sul serio la capacità e l’umanità di vederla.
Ci sono tutti.
Quelli che non ci sono, sono tutti presenti.
Hanno grembiuli e quaderni, libri di testo e voglie, esattamente come te.
E’ solo che avevano bisogno di una classe.
Un’altra.
Dove non fossero solo una sedia vuota.
Una testa fuori giri.
E una incontenibile brama di gridare.
Il terrore di essere capiti, del tutto.
E la certezza di aver capito, proprio tutto.
Una pancia fragile come carta velina.
E le mani come foglie al vento, capaci di far qualsiasi cosa.
Tranne che proteggere il tenero.
Martoriato da un destino cieco.
Ora riprendi pure il tuo posto nel mondo che c’è.
Ritorna.
E sappi che un giorno anche loro torneranno.
Questo dice l’orizzonte, il loro.
E’ che ancora non lo sanno.
Ma ora anche tu lo sai.
E stavolta, tutti se ne accorgeranno.

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mercoledì 9 settembre 2015

Storie di scuola: il bambino con lo zaino troppo pesante

Il bambino con lo zaino troppo pesante


di
Alessandro Ghebreigziabiher


Cara maestra,
gentili professori tutti,
e soprattutto egregio preside,
mi dispiace.
Sì, lo so, non è un bel modo per iniziare l’anno.
Partire con delle scuse non è il massimo, me ne rendo conto, ma dietro a esse si nasconde la verità.
Voglio dire la verità.
Voglio cominciare dalla verità.
E questo non è invece un meraviglioso modo per iniziare?
I miei hanno terminato di comprare i libri di testo.
Sono tanti e la spesa è stata ingente.
Mi dispiace.
Sì, lo so, non è un bel modo per ripetersi in così poche righe.
Non è il massimo, ne sono consapevole, ma voglio dirla tutta, come si suol dire.
E questo non è un bel modo per riempire il foglio?
Insieme ai libri i miei genitori mi hanno comprato anche lo zaino.
Un voluminoso e vorace zaino.
L’ho riempito con cura con tutto l’occorrente, così, per fare una prova.
Per non arrivare al primo giorno impreparato.
Diario, astuccio con penne, matite e pennarelli, quaderni, a righe e a quadretti, il solito bagaglio, insomma.
E loro, i libri.
Mi dispiace.
Sì, capisco, non è un bel modo perseverare nelle stesse parole, laddove non promettano alcunché di buono.
Non è indubbiamente il massimo.
Se fossero state, che so, che emozione o non vedo l’ora, magari esaltate da un aitante punto esclamativo sarebbe stato diverso.
Tuttavia, è la verità che mi costringe a ripetermi.
E’ non è una giusta ragione per farlo?
Dicevo, e poi ci sono loro, i libri.
Ma non solo quelli da voi richiesti.
Mi sono permesso di aggiungerne altri.
Altre materie, che magari potreste considerare tra una parentesi e l’altra del santo programma.
Ne butto lì alcune.
Giocosità democratica, dove si gioca tutti insieme, anche le maestre, i bidelli e le cuoche della mensa.
Della serie adesso facciamo un gioco, non fate o vi faccio fare un gioco.
Sottrazione della paura o Addizione della curiosità, l’una vale l’altra, dove impareremo, anche stavolta tutti, a guardare il prossimo come un universo da esplorare e non come un alieno da identificare.
Diritto di anarchia, ovvero la possibilità, anzi, la più che mai gradita eventualità che si vada fuori tema in qualsiasi istante, dimenticando anche solo per poco che siamo chiusi dentro quattro mura al presunto riparo dal mondo di fuori.
E rammentando che siamo in quello stesso mondo.
Sempre.
Tutti.
Mi dispiace.
Lo so, so bene tutto, anche che il detto dice non c’è due senza tre, non quattro.
Nondimeno il quarto “mi dispiace” è il più importante di tutti.
Una volta riempito lo zaino è stato difficile da chiudere, ma ce l’ho fatta.
Tuttavia, ha un peso inaccettabile, anche per un bambino forte di speranza e immaginazione come il sottoscritto.
Potrei togliere qualche libro, ma non chiedetemi di decidere.
Non credo che sareste d’accordo con la scelta.
Così non rimane che la verità.
Mi dispiace, vi dico per la quinta e ultima volta.
Il primo giorno di scuola il pesante zaino non verrà.
Ma io sì.
Spero.
Spero tanto che ciò vi basterà.
Che questo sia quel che davvero conti per voi.
E che non vi spiacerà...

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mercoledì 2 settembre 2015

Storie di giocattoli: Qualcosa di rotto

Qualcosa di rotto


di
Alessandro Ghebreigziabiher


 
E se fosse un dono?
Questo pensò Alec, seduto in terra, solo.
Aveva appena pianto per Jack, il peluche che aveva osato lacerarsi sulle spalle a testimonianza della propria vulnerabilità.
La finzione sotto la pelle che non dovrebbe mai esser conosciuta del tutto.
La mano non vista, si dice così, il non è fondamentale, la magia ha bisogno dei non di questo mondo.
Non guardare tutto, non puoi e non devi guardare tutto, se non altro nel medesimo istante, altrimenti quello non è un universo di vita che soffre e ride, che adora e muore, e poi resuscita.
Ma solo un sottovalutato composto di carta e inchiostro.
Alec aveva dieci anni ed era un mostro, così aveva scherzato lo zio Claude.
Mistificazione tra le più comuni, quella di ritenere la semantica roba aliena alle imberbi menti.
Il più delle volte comprendono il senso che a te, navigato lupo grigio, è sempre sfuggito.
Talvolta ne intuiscono l’essenza invisibile, la sola che ti permetta di sommare le conseguenze sino alla pignatta d’oro.
Nondimeno, Alec era davvero un mostro.
Un bambino capace di mettersi nei panni di chiunque avesse davanti può generare paure ancestrali anche nel più impavido degli astanti.
Perché è un bambino, pensi.
E perché subito dopo ti figuri cosa potrebbe fare da grande.
Di quel che vede.
E se fosse davvero un dono?
La frase echeggia nella mente del ragazzino, mentre tenta di riportare le viscere dell’amato cagnolino di pezza sulla retta via.
Vedere, sì, è un privilegio.
Ma rimettere le cose a posto un istante più tardi è una responsabilità che in pochi si prendono.
Così capita che un’anima di appena dieci anni compia la scelta di una vita.
Un tempo era l’adolescenza l’età delle decisioni primarie.
Dove sedersi, con chi sedersi e, soprattutto, da chi tenersi lontano.
Difficile immaginarsi delle creature appena giunte in doppia cifra definire la società che verrà ed è forse per questo che la scuola dimostra ancora oggi di avere tanto da imparare da ciò che va in scena nel suo stesso ventre.
Alec si guardò in giro in cerca di qualcosa con cui serrare le ferita.
Lo scotch no, non è affidabile, lo sa bene il drago che ha perso la coda.
Non si è mai lamentato, peraltro, nonostante il ruggito abbia smarrito autorevolezza causa l’inevitabile indebolimento delle batterie.
La madre è ora sullo schermo, mentre rattoppa le ginocchia del jeans a velocità siderali.
Rimettere le cose a posto un istante più tardi è una responsabilità che in pochi si prendono.
E ci sono alcuni che lo fanno senza vantarsi, come se fosse la cosa più naturale del mondo.
Ti voglio bene, disse senza parole Alec cambiando canale.
Tornando alla diretta.
E’ se fosse un dono anche quello?
Alec prese tra le braccia il cane amato e facendo in modo che la vita rivelata non fuggisse via lo depositò con estrema delicatezza sul proprio letto.
Bellissimo, mormorò il bambino disegnando sul volto un inaspettato sorriso, deciso, tutt’altro che inconsapevole, sapiente di attimi assaporati senza risparmiarsi, cancellando del tutto il dolore di poco prima.
E’ un dono, scrisse Alec nel diario delle scoperte fondamentali.
E’ un indiscutibile dono intravedere meraviglia, l’unica che valga il prezzo del biglietto, laddove tutti gli altri vedano solo qualcosa di rotto.

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