mercoledì 31 maggio 2017

Storie di ragazzi: Via d’uscita

Via d'uscita

di
Alessandro Ghebreigziabiher

“Ciao, Claudio.”
“Ciao a te, Adele.”
Pausa imbarazzata barra prendi tempo.
“E’ strano vederti qui, in comitiva.”

Alessandro Ghebreigziabiher
“Già, lo è anche per me.”
“Cosa?”
“Vedermi qui. Anche vedere te, eh? Ma non che tua sia strana, chiaro? E’ strano il vederti, non te. Non mi permetterei mai…”
Provvidenziale risata condivisa e sciogli tensione.
“Hai fatto bene, comunque. Te ne stai sempre chiuso in casa con la play…”
“E’ vero.”
“E come mai sei qui, oggi?”
“E’ colpa di un gioco.”
Merito, ovvero dicesi intervento specificante non richiesto, tipico dello scrittore invadente.
“Raccontami, sono curiosa, anche se non ci capisco nulla.”
“D’accordo, se proprio vuoi.”
“Lo voglio.”
Seconda pausa imbarazzata, ma solo da una parte, riconoscibile per la maggiore intensità di rosso sulle gote.
“Allora, erano settimane che stavo incollato al monitor, giorno e notte, incastrato in questo quadro assurdo. Ero bloccato, avevo provato di tutto, anche cercando soluzioni in rete, ma nulla da fare. Nessuno aveva aiuti da suggerire, perché nessuno aveva risolto l’enigma.”
“E cosa è successo?”
Pausa alimenta suspense del narratore in primo piano.
“Ebbene, dopo aver saltato anche l’ennesima cena, ho avuto l’illuminazione.”
“E hai finito il gioco? Bravo!”
“No, aspetta a dirlo, sono solo riuscito a scovare un passaggio segreto. L’ho aperto e mi sono trovato in una stanza ancora più complicata della precedente.”
“Cavolo.”
“Già.”
Scambio di sorrisi che non c’entrano nulla con il discorso in oggetto, ma fanno bene a entrambi.
“Così, galvanizzato per la recente impresa mi sono concentrato e dopo due giorni e altrettante notti ho superato anche quella.”
“Grande! Ce l’hai fatta.”
“Ma non ho ancora finito, eh? Perché dopo c’era un’altra sala, anch’essa piena di indovinelli e senza indizi a sostegno, un vero rompicapo.”
“Caspita. E poi?”
Pausa assaporante, perché talvolta è bello ascoltare e lo è ancor di più essere ascoltati.
“Un’altra stanza.”
“E poi?”
“Un’altra ancora.”
“E poi…?”
“Un’altra.”
“Poi?!”
“Poi ho spento tutto e sono uscito dalla mia, di camera.”
Pausa perfetta, di emozioni e pensieri speciali.
Perché solo ora che sono qui, e ti guardo, so dove era nascosto il tesoro.


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mercoledì 24 maggio 2017

Storie con morale: il paese del non detto

Il paese del non detto

di
Alessandro Ghebreigziabiher

C’era una volta, e c’è ancora, il paese del non detto.
Dove tutti parlano ma nessuno dice.
Dove tutti ascoltano ma nessuno ricorda.
Il non detto.

Alessandro Ghebreigziabiher
Ma tale luogo è molto più vasto di quel che sembri.
E all’interno di esso vi è un altro paese.
Quello del non espresso.
Con emozioni, nel breve.
Con sentimenti, nel tragitto lungo.
Con entrambi, in entrambi.
Eppure, si grida e si piange.
Si litiga e ci si nasconde.
Ma sempre fuori contesto.
Tuttavia, il paese del non espresso è anch’esso più grande di quel che ti aspetti.
Perché dentro ve n’è un altro.
Il paese del non condiviso.
Il più contraddittorio dei precedenti, a dirla tutta.
Perché malgrado il frenetico passamano di quintali di parole e vibrazioni del cuore, o della pancia, sia incessante, allorché ti recassi a pesare il tutto, la bilancia ti osserverebbe con occhi increduli e la fronte aggrottata di perplessità.
Come dire, perché chiedi il mio aiuto se niente hai da chiedermi?
Secondo copione, pure il paese del non condiviso è sottovalutato per le sue dimensioni.
Poiché nasconde tra i suoi confini un altro paese.
Quello del non guardato.
E anche in codesto il paradosso è sorprendente, visto che gli abitanti son fatti di soli occhi.
Sempre aperti, come ipnotizzati.
Sempre fermi sullo stesso punto, come intrappolati.
Sempre pronti a riflettere qualsiasi cosa, come obbedienti specchi senz’anima.
Senza sorpresa, financo il paese del non guardato è ben più ampio di ciò che l’apparenza suggerisce.
Perché al suo interno ve ne alberga un altro.
Il paese del non vissuto.
Dove il tempo è fatto di ore, minuti e secondi.
Non di attimi.
Dove il calendario scandisce giorni, mesi e anni.
Giammai l’adesso.
E dove il futuro è un’amara certezza, il passato un orizzonte possibile e il presente un dono mai scartato.
Quale prosieguo ormai prevedibile, nel mezzo del paese del non vissuto ecco l’ultimo.
Il paese del non scritto.
Delle frasi inaccettabilmente pesanti per balzare dalla mente alla pagina.
E dei personaggi eccessivamente veri per esser ritenuti credibili.
Delle domande talmente coerenti da non aver bisogno di risposte.
E delle risposte così evidenti da non aver necessità di pensarle.
C’erano una volta, e ci sono ancora oggi, il paese del non detto e del non espresso, del non condiviso e del non guardato, del non vissuto e del non scritto.
Finché l’inaspettato accade.
Che qualcuno ne narri la storia e qualcun altro provi qualcosa nel leggerla, che la racconti a sua volta e qualcun altro ancora si volti per ascoltarla, per poi decidere di viverla e di scriverla a suo modo.
Per creare insieme, finalmente.
Il meraviglioso paese che potremmo essere e ancora non c’è.


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mercoledì 17 maggio 2017

Storie di immigrati: Il paese dei senza nome

Il paese dei senza nome

di
Alessandro Ghebreigziabiher

C’era una volta il paese dei senza nome.
Delle creature dalle facce tutte uguali nella stretta inquadratura delle anime dal cuore miope.

Alessandro Ghebreigziabiher
Perché è risaputo, se dai un nome a una cosa, poi ti ci affezioni.
E allora tutto diventa più complicato.
Ci si confonde, ovvero ci si fa delle domande.
E non sia mai che qualcuno indovini la risposta giusta.
Perciò, per non correr rischi, si tolse ancora qualcosa ai senza nome.
Che diventarono anche senza emozioni.
Figure indefinite e inerti, come immobili caricature in una foto o in una approssimata storia, una di quelle narrate di fretta, solo perché si devono raccontare, giammai per il piacere di farlo.
E allora, se non provano alcunché, perché preoccuparsi?
Perché struggersi se son come giocattoli?
Laddove si rompano, si aggiustano, o al meglio se ne comprano altri.
Altrimenti, ci si potrebbe immedesimare, strada tra le più perigliose, al giorno d’oggi.
Con la temibile possibilità di condividere il medesimo sentore.
E con la ben più terrificante eventualità che il giocattolo non lo compri più nessuno.
Indi per cui, si decise di privare i senza nome ed emozioni, anche dei diritti.
Rendendoli simili a oggetti inanimati.
Cosa rivendichi, se non hai ragione di farlo?
Può un sasso esigere giustizia?
Avete mai visto la gente ascoltare le rimostranze di un pallone, stanco di esser preso a calci da tutti?
E, soprattutto, è mai sceso qualcuno in campo a difesa dei pavimenti, calpestati da chiunque lo desideri?
Perché in caso contrario, lo spettacolo verrebbe fermato dal primo essere umano, degno di questo nome, seduto tra il pubblico.
E se fossero addirittura in due, o miracolosamente in tre, si potrebbe paventare una vera e propria sommossa.
Allora, per esser certi di evitare ogni tracollo del sistema, oltre alle emozioni e i diritti, si tolse ai senza nome anche il passato.
Intervento funzionale ed efficiente, se ci pensi.
Perché se ignori l’inizio del film non ti appassioni alla vicenda, non capisci quel che sta accadendo e cambi canale.
Ma ci sono sempre quei ficcanaso fissati con la memoria e i perché, che a forza di curiosare tra le pagine strappate dei calendari potrebbero trovare indizi del misfatto.
Allora i senza nome, diritti ed emozioni, dopo il passato si videro cancellare anche il presente.
Manovra chirurgica, degna dei più scaltri manipolatori delle moderne strategie sociali.
Perché se in seguito al passato, cancelli anche il presente, ti sarai liberato anche del loro futuro, il quale deve le sue radici ai precedenti.
C’erano una volta i senza nome.
Che a vantaggio dei loro ideatori, disegnatori e sceneggiatori, divennero col tempo anche senza emozioni e diritti, senza passato, presente e futuro.
Al punto da vivere nelle parole e nei pensieri della popolazione più superficiale come se non esistessero davvero.
E ciò che, in apparenza, non ha reale sostanza può esser sfruttato e venduto in eterno, unicamente a vantaggio di coloro che sanno la verità e fanno di tutto per nasconderla.
La farsa funziona e ha un solo tallone d’Achille.
Il momento in cui uno dei senza nome contraddice il racconto, pronunciandolo ad alta voce, palesando emozioni e reclamando diritti, mostrando di ricordare il proprio passato, chiedendo rispetto per il proprio presente e sopravvivenza per il proprio futuro.
E’ quello l’istante in cui ci rendiamo conto.
Che i veri senza nome, emozioni, diritti, passato, presente e futuro.
Siamo noi.

 

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mercoledì 10 maggio 2017

Storie di adolescenti: Corrado il pazzo

Corrado il pazzo

di
Alessandro Ghebreigziabiher

Da qualche parte, laggiù, in un probabile futuro.
“Signora, buongiorno.”
“Si fa per dire, dottore… qui non si va di male in peggio, ma di peggio in peggio. Mi sembra di

Alessandro Ghebreigziabiher
rotolare da una scala e scoprire a ogni tonfo che esiste un ennesimo scalino verso il basso…”
“Su, non la prenda così, guardi che ho buone notizie.”
“Sarà. Mio marito e io non ce la facciamo più, mi creda. Le abbiamo provate tutte, fino alla soluzione estrema, che lei sa.”
“A questo proposito…”
“No, dico, a Corrado gli abbiamo comprato di tutto. A dodici anni non avevo neppure il mio primo telecomando telepatico per la tv, ma si rende conto? Abbiamo speso una fortuna. Il computer neuronale che si connette senza fili, ripeto, senza fili, ha presente? Con tutti i programmi emozionali, ha visto la pubblicità?”
“Certo, ma riguardo a…”
“Può ridere a crepapelle quando gli va o rilassarsi se preferisce calmarsi un po’, gli basta accendere il pc e lanciare il software con la mente, non deve neppure alzare il culo…”
“Signora, si calmi, per favore. Inoltre, rispetto al…”
“E il palmocellulare? Ne vogliamo parlare? Abbiamo ipotecato la casa e fatto venire quella ditta svedese, quelli della biotelefonia. Per azionare le app non deve far altro che distendere la mano e premere le icone che si illuminano sul palmo.”
“Ho capito, signora, ma per quanto concerne…”
“E i giochi? Le ha detto del Guadagna tempo?”
“Che?”
“Ah, sì, forse lei lo conosce come Falli rosicare, giusto?”
“Questo me lo sono perso, signora. Tuttavia, vorrei…”
“Abbiamo venduto la seconda auto, dottore, capisce? In classe… ma che dico? In tutta la scuola ce l’ha solo lui.”
“Cosa?”
“L’innesto postludico, dottore, il nome scientifico è questo, credo. Gliel’abbiamo fatto, mi scusi se non l’abbiamo informata prima, ma eravamo disperati e non sapevamo più cosa provare. In pratica, dal momento che gli viene aggiornata la memoria, il nostro Corradino può vantarsi con gli amici di aver provato ogni videogioco esistente. Non è che ci abbia effettivamente giocato, ecco, ma è come se lo avesse fatto ed è questo che conta, no? Come dice il nuovo articolo della costituzione, la realtà è tutto quello che può essere creduto.”
“Ho inteso, signora, ma adesso mi deve ascoltare…”
“E lui? Dopo che ci siamo indebitati con il mondo, non ha cambiato di un millimetro quell’espressione perennemente afflitta, con gli occhi spenti e i lati della bocca incurvati verso il basso.”
“Signora…”
“Pensavamo di aver toccato fondo, finché non abbiamo provato anche la soluzione estrema…”
“Proprio di questo volevo parlarle.”
“Almeno prima lo chiamavano Corrado il triste. Non è il massimo, ma sempre meglio di Corrado il pazzo.”
“Lo chiamano così, adesso?”
“Sì, e glielo devo dire, anche a noi ci inquieta, con quegli occhi sempre sgranati e la bocca spalancata. A proposito, non c’è pericolo che ingoi una mosca o altro?”
“Non c’è alcun pericolo, signora, è questo ciò di cui volevo parlarle.”
“Scherza?”
“No, affatto. All’inizio ero preoccupato anch’io. Non avevo mai visto un’espressione del genere, così ho cercato di documentarmi. Mi sono messo giorno e notte a scandagliare gli archivi emotivi del passato e alla fine ho capito cosa è successo a Corrado. Potrei sapere dove l’avete portato?”
“Dottore, è la soluzione estrema. Come richiedono le indicazioni sulla ricetta, si prende il ragazzino e lo si conduce a forza fuori di casa, portandolo in un luogo selvatico, dove non ci sia campo e nessuna possibilità di connettersi ad alcuna rete, per provare l’angoscia...”
“Ecco, signora, è questo il punto. Da quello che ho capito, Corrado non è affatto angosciato.”
“Ah, no? E’ sicuro? Mio marito è quasi svenuto e io ho iniziato ad avere subito dei giramenti di testa, non appena siamo arrivati in riva al mare…”
“Capisco, ma quello che invece ha provato vostro figlio non è angoscia, bensì, stupore.”
“Ed è grave?”
“No, è solo qualcosa di meraviglioso che abbiamo dimenticato.”



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mercoledì 3 maggio 2017

Storie per riflettere: Io sono, quindi esisto

Io sono, quindi esisto

di
Alessandro Ghebreigziabiher

Io sono.
Quindi esisto.
E’ questo che vuol dire.
Ecco perché ho bisogno di dirlo.
Di scriverlo e di leggerlo.

Alessandro Ghebreigziabiher
Perché in questa storia corro continuamente il rischio di convincermi del contrario.
Cosa sono, allora?
Sono un abitante lontano che vive vicino.
A te, e a molti altri.
Che ruba al massimo qualche secondo del tempo che si nutre di velocità.
Che occupa minuscole porzioni di mondo, malgrado sembrino interi continenti nei racconti più urlati.
Più temuti.
Maggiormente sfruttati.
Sono un’interruzione dei consueti programmi.
L’intervallo meno rilevante che esista.
Tra un tempo e l’altro che sono divenuti identici.
Sono il canale in cui ti imbatti quando pigi per errore un tasto a caso del telecomando.
Disturbando un’emozione con un’altra.
Sono un attore senza copione che vaga da un set all’altro.
In attesa che la sua battuta venga ascoltata.
Sono il pesce che vive nell’acquario da ancor prima che fosse inventato quest’ultimo.
Su questa terra vi sono taluni che nascono con un destino già deciso, perché si andava di fretta o perché si era distratti, ma tanto poi un posto nella storia lo si trova sempre, per le irrilevanti comparse.
Sono un desiderio incompiuto e la mia gioia è nelle tue mani.
Nei tuoi occhi che mi osservano lontani, eppur vicini.
Nell’espressione indifferente.
Infastidita, disgustata o addirittura ostile.
Sono una nota imprevista che risuona nelle pause del pentagramma.
Resa muta dalle fredde regole di quest’ultimo.
Finché qualcuno rompe il muro che divide i futuri di questo mondo.
Non serve alcuna violenza.
Non devi esser forzuto o invincibile, per deviare il fiume del silenzio.
Non hai bisogno di un esercito per oltrepassare il falso confine che ci rende quel che siamo.
Lontani, vicini.
Ti basta una mano, anche solo un dito.
E la parete invisibile diventa tale, sfumando verso il basso.
Così, esaudisci il mio povero sogno.
Quello di poter schiarire il tuo orizzonte, ovvero l’opposto di ciò che spacciano i venditori di paura.
Io sono e adesso lo sai.
Io sono, quindi esisto, esattamente come te.
Che tu mi conceda o meno.
Di pulire il vetro della tua auto.

 
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