mercoledì 29 marzo 2017

Storie di ragazze: La clinica dei sogni

La clinica dei sogni

di
Alessandro Ghebreigziabiher

“Nonno… scusa”, fece comprensibilmente scettica Roberta, “ma a cosa mi serve accompagnarti da nonna?”
Alessandro Ghebreigziabiher
“Non hai detto che vuoi guarire subito?” chiese l’uomo ultraottantenne, malgrado sembrasse ignorarlo, mentre spingeva la sedia a rotelle.
“Sì, certo che l’ho detto, ma tanto le gambe sono andate… e anche il campionato. Anzi, è la pallavolo a essere finita.”
“Perché?”
“Primo, perché per colpa di quel dannato scooter ho fratture ovunque e ci vorranno mesi per tornare in piedi, tra fisioterapia e tutto il resto. Secondo, perché nel frattempo qualcuna della panchina mi avrà rimpiazzato alla grande e si sarà di sicuro dimostrata più forte di me.”
Le lacrime condirono di amarezza le parole.
“No.”
“No cosa?”
“Dicevo, perché hai smesso di sognare?”
“Nonno, non cominciare… mi bastano papà e mamma.”
“A cosa ti riferisci?” domandò il vecchio mentre spingeva la nipote all’interno della casa di cura.
“Dovresti conoscerli meglio della sottoscritta, soprattutto mamma, visto che è tua figlia. Invece di rattristarsi per me, per la mia disgrazia, mi hanno detto di non lamentarmi e di darmi da fare. E poi sono tornati alle loro stramberie, lui a esercitarsi con il piano e lei con la danza.”
“E cosa c’è di sbagliato?”
“Di sbagliato c’è che sono degli illusi. Papà vende sanitari e saranno due anni che è in cassa integrazione, mentre mamma fa supplenze alla materna da una vita. Eppure si credono uno un pianista e l’altra una regina delle piste da ballo.”
“Sono contenti.”
“Sono dei folli, è diverso.”
“E contenti.”
“Contenti, come vuoi tu.”
Nel frattempo i due raggiunsero la sala comune, dove senza sorpresa trovarono la nonna seduta a prendere il sole, accanto alla finestra, da cui osservava immancabilmente il prato antistante.
“Ciao Matilde”, fece il marito baciando la guancia raggrinzita della donna, con lo sguardo assorto e al contempo assente, dissonanza frequente nei pazienti affetti da Alzheimer.
“Ciao nonna”, fece meccanicamente Roberta.
Il nonno prese una sedia e si sedette accanto alla moglie.
Quindi le prese una mano e lo stesso fece con la nipote.
“Cara”, mormorò come se la vecchina potesse davvero sentirlo, “Roberta ha bisogno d’aiuto.”
“Nonno…”
“Cosa c’è?”
“Cosa stiamo facendo?”
“Semplice, ti aiutiamo a guarire subito.”
“Fate magie, per caso? Siete degli stregoni e me lo dite solo adesso?”
“No, nessuna magia, Roberta. Vedi, in realtà quella che cura è solo tua nonna.”
“E come fa?”
“Roberta, ti presento la direttrice della clinica dei sogni. Matilde ha sempre avuto un dono, piccola mia. Lei aggiusta i sogni, amore mio. E i sogni sono come le ossa del corpo. Si fratturano, si lussano e si rompono quasi del tutto. Sembrano bloccarsi e si debilitano, hanno bisogno di esercizio e di un’alimentazione sana, devi proteggerli e ricoprirli di muscoli, affinché restino integri e sopravvivano agli scontri. E sono tanti, gli scontri, gli incidenti capitano, devono capitare, è normale, è necessario, è giusto, perché con i sogni si corre e si salta, si va dove c’è il pericolo e dove ci sono coloro che non aspettano altro che ferirli, che ferire te, che ancora credi in loro. Sono fatti per farsi male, è nella loro natura, tesoro. I sogni che nascono e rimangono perfetti per sempre, senza dare mai dolore, si chiamano illusioni. Sognare vuol dire aver cura dei sogni e questa bellissima donna, che vedi qui tutta piena di rughe e acciacchi, ha rattoppato i miei e quelli dei tuoi genitori, lo fa anche adesso, ci basta stare qui un po’. Perché è così che l’amore preserva orizzonti e futuri. Gli basta rimanerti accanto.”
Altre lacrime condirono stavolta i silenzi di Roberta.
Con la tanto sottovalutata.
Folle contentezza.


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mercoledì 22 marzo 2017

Storie sulle emozioni: la vita in differita

La vita in differita

di
Alessandro Ghebreigziabiher

“Come si sente?” chiese lo specialista.
“Arrabbiato”, rispose lui.

Alessandro Ghebreigziabiher
“Be’, si calmi, andare da un dottore della mente è cosa normale, al giorno d’oggi, mi creda. Per tanti, molti di più di ciò che pensa, l’anormalità è il contrario.”
“No, dottore, si sbaglia… ed è proprio questo il mio problema.”
“Mi spieghi, allora.”
“Ecco, vede, io non sono arrabbiato perché mi trovo qui, ora. Piuttosto, sono irritato per la signora alta.”
“Chi?”
“Quando sono arrivato prima, con l’auto avevo trovato parcheggio proprio qui sotto, esattamente di fronte al portone, ma una macchina mi ha rubato il posto.”
“E lei cos’ha fatto?”
“Sono sceso dall’auto e lo stesso ha fatto la signora alta che mi ha fatto lo sgarbo.”
“Ho capito, è ancora scosso per la lite con la tipa.”
“Non è così, io non ho avuto alcuna lite con lei. Le ho sorriso e non ho potuto far altro.”
“Perché?”
“Perché quando ho lasciato mia figlia a scuola, prima di venire qui, mi ha detto che io per lei sono più forte e più bello di Iron Man.”
“E lei avrà gioito.”
“Al momento, non tanto, ecco.”
“Come sarebbe a dire?”
“Piangevo.”
“Dalla commozione?”
“No, per la notizia su mia madre riguardo al malore che ha avuto alla casa di cura. L'ho appreso dalla responsabile al mio risveglio.”
“Senta, le confesso che sono un po’ confuso…”
“Lo dica a me, per questo sono venuto da lei. E’ come se da un po’ di tempo, ciò che provo, nell’istante in cui lo provo, si riferisca sempre a qualcosa che è accaduto poco prima…”
“Ah, certo, adesso capisco… ma è incredibile…”
“No, è una vera rottura.”
“Chiaro, concordo, ma intendevo che è una cosa eccezionale, lei è affetto da un disturbo di cui avevo letto tempo fa all’università, una patologia rarissima, pochi casi al mondo, ma ho letto anche che di recente si sta diffondendo con maggiore frequenza nei paesi più ricchi e maggiormente industrializzati, dove la vita è più frenetica e asociale.”
“E’ grave?”
“No, ed è una cosa passeggera. Lei è stato colto dalla sindrome dell’emozione ritardata. In pratica lei sente dopo quel che avrebbe dovuto sentire prima, è una sfasatura della diretta emozionale. Lei reagisce alle cose in differita, in breve.”
“Oh, non sapevo che esistesse una roba del genere…”
“Mi rendo conto.”
“E come si cura?”
“Oh, va via facilmente, e per quanto ne so il rimedio è unico.”
“Mi dica.”
“Primo, quando sta con qualcuno metta via il cellulare e, se può, lo spenga. Secondo, mentre parla con una persona, la guardi negli occhi, non alla sua destra o sinistra, mai oltre, ma sempre negli occhi. E terzo, the last but non the least, laddove sia lei a parlare, la ascolti attentamente, ciò che dice e soprattutto quello che sta provando a sua volta.”
“E mi assicura che funziona?”
“Be’, è la sola via per non perdersi la diretta della vita delle persone amate.”
E, quindi, della propria.

 
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mercoledì 15 marzo 2017

Storie per riflettere: Lo scafista

Lo scafista

di
Alessandro Ghebreigziabiher

Sì, lo so.
La maggior parte di voi mi detesta.
Mi incolpate di tutto e fate bene, perché è mia la responsabilità del viaggio.

Alessandro Ghebreigziabiher
Sono io che vengo pagato.
Sono io al timone.
Io decido chi sale a bordo e chi no.
Io decido chi scende e quando.
Sono la persona di spalle, per chi parte e vede il mondo scorrere di lato.
Sono la creatura a metà, per chi vive di lato.
E sono gli occhi che vi osservano solo di riflesso.
Sì, lo so.
Mi accusate di disumanità per questa e mille altre ragioni.
Perché con altrettanto gelido distacco assolvo al mio compito.
Moderno Caronte di anime affannate in cerca della meta promessa e sancita dalle mappe di un mondo che col tempo diventa sempre più piccolo.
Forse avete ragione.
Anzi, senza forse, è così, non può essere altrimenti.
Io devo svolgere il mio ruolo e voi il vostro.
Ma non pensiate che non mi accorga di quel che accade dietro di me.
Della gente che spinge per un posto all’ombra.
E di quella che fa lo stesso per uno spicchio di cielo.
Di chi soffre al pensiero di non arrivare in tempo.
E di chi gioisce del contrario.
Di chi si arrovella per il clima gramo e di chi si rode dall’invidia per chi viaggia in prima classe.
Dei migranti, che oramai sono la maggior parte che ancora crede in me.
E dei disperati, che vorrebbero restare in mia compagnia per sempre.
Perché finché sei in viaggio tutto è ancora vivo, possibile e più che mai non deludibile da ciò che attende all’orizzonte.
Sì, lo so.
Spesso sembra che sia disposto a passare sopra tutto e tutti pur di arrivare alla fine della giornata.
Altrettanto di frequente pare che se non ci fossi io, al mondo, sarebbe più facile per tutti viaggiare e addirittura camminare.
Eppure, non meno sovente, mi maledite per non essere pronto ad accogliervi, laddove necessitate del passaggio tanto agognato.
E ugualmente incolpate il sottoscritto, allorché la misura sia ormai colma e rimanete a terra, a invidiare i presunti fortunati che vi hanno preceduto.
Sì, lo so.
E’ il mio lavoro, l’ho scelto io, nessuno mi obbliga davvero a scrivere ogni giorno lo stesso tragitto dal prima al dopo.
Fate bene a puntare il dito su di me, io non mi scanso.
Perché sono colui al quale mettete la vostra vita in mano.
Ciò malgrado, ogni qual volta il viaggio si trasformi in dramma, fareste un errore madornale se mi consideraste l’unico responsabile.
Perché, in fondo, io ero, sono e sempre sarò.
Solo l’autista dell’autobus…

 
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mercoledì 8 marzo 2017

Storie sui diritti umani: chi è che piange?

Chi è che piange?

di
Alessandro Ghebreigziabiher

C’era una volta un mondo fatto di quadratini, tutti uguali, tutti perfetti, tutti incollati l’uno all’altro.
Alessandro Ghebreigziabiher
Sui quadratini vivevano gli abitanti, tutti uguali, ovvero tutti imperfetti allo stesso modo, tutti incollati, cioè tutti vicini per ragioni identiche.
La maggior parte del tempo, costoro la trascorrevano all’interno del proprio quadratino, al riparo dei confini del loro possedimento, le quattro sacre linee.
Oh, come adoravano queste ultime e non mancavano mai di lodarle ed esaltarne il valore.
Difatti, sia al mattino che alla sera i nostri recitavano siffatta supplica: che il cielo mantenga sempre retti gli angoli e ben chiuse le rette che li formano.
Tuttavia, la vera peculiarità della vita degli abitanti, tutti uguali, ovverosia incredibilmente simili nel credere di esserlo, era quella di trascorrere il proprio tempo seduti.
Seduti si veniva al mondo e seduti si diceva addio a quest’ultimo e soprattutto agli amati quadratini.
Seduto era lo stile maggiormente in voga su quel pianeta.
Seduti non ci si stancava, e stancarsi era male.
Seduti non si correva il rischio di cadere, e cadere era peggio.
Seduti non si poteva incontrare la gente cattiva, e la gente cattiva era ovunque, ma solo al di là delle quattro sacre linee.
In breve, da seduti la vita era facile, perché potevi convincerti che fosse tutta lì, al riparo di queste ultime.
Un giorno capitò l’evento che avrebbe sconvolto la vita di tutti loro.
All’improvviso, si levò nell’aria un suono inusitato nel mondo ricoperto da quadratini, tutti uguali, tutti perfetti, tutti incollati l’uno all’altro, da sembrarne uno solo.
Un lamento, che man mano si trasformò in un pianto sommesso, per poi levar di volume, intensità e soprattutto dolore.
Chi è che piange? Chiese uno degli abitanti.
Nessuno rispose, ma il singhiozzo proseguì imperterrito.
Ma perché sta piangendo? Chiese curioso un altro.
Idem come sopra e il gemito si fece addirittura più potente.
Cos’hai da frignare? Domandò incredulo un altro ancora. Non hai nulla da temere se non oltrepassi le linee.
Nulla da fare.
Il pianto sembrò moltiplicarsi, come se fosse prodotto da un coro polifonico di voci sofferenti, che si univano alle altre incoraggiate dalle prime.
Basta con questa lagna, urlò qualcuno degli abitanti.
Abbassate almeno il volume, per cortesia, chiese un altro, vorrei un po’ di rispetto.
E’ una violenza inaccettabile, questa, sentenziò inviperito un altro ancora.
Ma si può sapere chi è che piange? Chiese di nuovo la maggior parte.
Poi, l’evento sconvolgente ottenne l’effetto quanto mai desiderato.
Esasperati e irritati, angosciati e più che mai vinti, gli abitanti del mondo dei quadratini si alzarono in piedi quasi tutti allo stesso momento, per capire una volta per tutte chi tra loro osasse lamentarsi.
E fu così che il pianto finì.
Perché finalmente, tutte le altre creature del pianeta, sopra le quali gli abitanti erano seduti, furono libere di correre e volare.
Oltre ogni linea...

 
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mercoledì 1 marzo 2017

Razzismo spiegato ai bambini

La lampadina straniera

di
Alessandro Ghebreigziabiher

C’era una volta il regno delle lampadine.
Sì, lo so, sembra assurdo, ma voi assecondatemi.

Alessandro Ghebreigziabiher
Nel regno delle lampadine, il tempo scorreva con andatura moderata, la vita era vissuta con fare ordinario e il futuro era disegnato con mano timorata e costante.
Tale incastro fatto d’equilibrio e compattezza, perlomeno secondo l’opinione delle lampadine stesse, era basato su un’idea fondamentale.
Le lampadine erano tutte uguali.
Ora, ciò che non ho premesso e che credo sia necessario ricordare, è che stiamo parlando delle ormai datate lampadine a incandescenza, le quali, se ci pensate sono davvero tutte identiche.
Il bulbo di vetro al posto della testa, ovvero un bel capoccione, indubbiamente testardo, se proprio vogliamo dirla tutta, la base a vite come unico abito alla moda permesso e la totale assenza di braccia o gambe. Mancanza per tutti, problema per nessuno, recitava un loro famoso motto.
Soprattutto condividevano e proteggevano un’uguaglianza tra tutte.



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Quella dell’anima, leggi pure come il prezioso e delicato filo di tungsteno.
Tutto procedeva placidamente finché qualcosa si presentò a disturbare il disegno ormai noto.
Un’altra lampadina.
Una lampadina straniera.
Quest’ultima, non appena fu avvistata da tutte le altre, si guadagnò all’istante ogni attenzione.
Inevitabile, ma non per il motivo che credete e che credevano le lampadine stesse.
Accade sovente, assecondatemi anche su questo.
Le reazioni delle lampadine furono variopinte e diversificate, ma coerenti e complementari in un unico coro di sdegno e rifiuto.
Perché la lampadina straniera rubava il posto alle altre.
E perché sembrava credere in qualcosa di diverso da loro.
Perché pareva non rispettare le loro leggi.
E perché non faceva quel che loro facevano.
Perché faceva cose che loro non immaginavano.
E perché sembrava simile a loro e questo era l’inganno.
Perché era molto più simile a loro di quel che pensavano e questo era il segreto.
Perché era pure vestita allo stesso modo e aveva anch’ella un testone sproporzionato.
Ma non basta camuffarti come noi, per essere una di noi, dicevano.
Perché se permettiamo a tutte le lampadine straniere di venire qui.
Noi scompariremo, nel buio.
C’era una volta, quindi, un mondo abitato da sole lampadine.
Finché non giunse una lampadina differente.
Una lampadina straniera.
La quale fu respinta ed espulsa per sempre.
Perché quella lampadina.
Era accesa.

 
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