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Visualizzazione dei post da Marzo, 2017

Storie di ragazze: La clinica dei sogni

La clinica dei sogni di Alessandro Ghebreigziabiher “Nonno… scusa”, fece comprensibilmente scettica Roberta, “ma a cosa mi serve accompagnarti da nonna?” “Non hai detto che vuoi guarire subito?” chiese l’uomo ultraottantenne, malgrado sembrasse ignorarlo, mentre spingeva la sedia a rotelle. “Sì, certo che l’ho detto, ma tanto le gambe sono andate… e anche il campionato. Anzi, è la pallavolo a essere finita.” “Perché?” “Primo, perché per colpa di quel dannato scooter ho fratture ovunque e ci vorranno mesi per tornare in piedi, tra fisioterapia e tutto il resto. Secondo, perché nel frattempo qualcuna della panchina mi avrà rimpiazzato alla grande e si sarà di sicuro dimostrata più forte di me.” Le lacrime condirono di amarezza le parole. “No.” “No cosa?” “Dicevo, perché hai smesso di sognare?” “Nonno, non cominciare… mi bastano papà e mamma.” “A cosa ti riferisci?” domandò il vecchio mentre spingeva la nipote all’interno della casa di cura. “Dovresti conoscerli

Storie sulle emozioni: la vita in differita

La vita in differita di Alessandro Ghebreigziabiher “Come si sente?” chiese lo specialista. “Arrabbiato”, rispose lui. “Be’, si calmi, andare da un dottore della mente è cosa normale, al giorno d’oggi, mi creda. Per tanti, molti di più di ciò che pensa, l’anormalità è il contrario.” “No, dottore, si sbaglia… ed è proprio questo il mio problema.” “Mi spieghi, allora.” “Ecco, vede, io non sono arrabbiato perché mi trovo qui, ora. Piuttosto, sono irritato per la signora alta.” “Chi?” “Quando sono arrivato prima, con l’auto avevo trovato parcheggio proprio qui sotto, esattamente di fronte al portone, ma una macchina mi ha rubato il posto.” “E lei cos’ha fatto?” “Sono sceso dall’auto e lo stesso ha fatto la signora alta che mi ha fatto lo sgarbo.” “Ho capito, è ancora scosso per la lite con la tipa.” “Non è così, io non ho avuto alcuna lite con lei. Le ho sorriso e non ho potuto far altro.” “Perché?” “Perché quando ho lasciato mia figlia a scuola, prima di venire

Storie per riflettere: Lo scafista

Lo scafista di Alessandro Ghebreigziabiher Sì, lo so. La maggior parte di voi mi detesta. Mi incolpate di tutto e fate bene, perché è mia la responsabilità del viaggio. Sono io che vengo pagato. Sono io al timone. Io decido chi sale a bordo e chi no. Io decido chi scende e quando. Sono la persona di spalle, per chi parte e vede il mondo scorrere di lato. Sono la creatura a metà, per chi vive di lato. E sono gli occhi che vi osservano solo di riflesso. Sì, lo so. Mi accusate di disumanità per questa e mille altre ragioni. Perché con altrettanto gelido distacco assolvo al mio compito. Moderno Caronte di anime affannate in cerca della meta promessa e sancita dalle mappe di un mondo che col tempo diventa sempre più piccolo. Forse avete ragione. Anzi, senza forse, è così, non può essere altrimenti. Io devo svolgere il mio ruolo e voi il vostro. Ma non pensiate che non mi accorga di quel che accade dietro di me. Della gente che spinge per un posto all’ombra.

Storie sui diritti umani: chi è che piange?

Chi è che piange? di Alessandro Ghebreigziabiher C’era una volta un mondo fatto di quadratini, tutti uguali, tutti perfetti, tutti incollati l’uno all’altro. Sui quadratini vivevano gli abitanti, tutti uguali, ovvero tutti imperfetti allo stesso modo, tutti incollati, cioè tutti vicini per ragioni identiche. La maggior parte del tempo, costoro la trascorrevano all’interno del proprio quadratino, al riparo dei confini del loro possedimento, le quattro sacre linee . Oh, come adoravano queste ultime e non mancavano mai di lodarle ed esaltarne il valore. Difatti, sia al mattino che alla sera i nostri recitavano siffatta supplica: che il cielo mantenga sempre retti gli angoli e ben chiuse le rette che li formano . Tuttavia, la vera peculiarità della vita degli abitanti, tutti uguali, ovverosia incredibilmente simili nel credere di esserlo, era quella di trascorrere il proprio tempo seduti . Seduti si veniva al mondo e seduti si diceva addio a quest’ultimo e soprattutto a

Razzismo spiegato ai bambini

La lampadina straniera di Alessandro Ghebreigziabiher C’era una volta il regno delle lampadine. Sì, lo so, sembra assurdo, ma voi assecondatemi. Nel regno delle lampadine, il tempo scorreva con andatura moderata, la vita era vissuta con fare ordinario e il futuro era disegnato con mano timorata e costante. Tale incastro fatto d’equilibrio e compattezza, perlomeno secondo l’opinione delle lampadine stesse, era basato su un’idea fondamentale. Le lampadine erano tutte uguali. Ora, ciò che non ho premesso e che credo sia necessario ricordare, è che stiamo parlando delle ormai datate lampadine a incandescenza , le quali, se ci pensate sono davvero tutte identiche. Il bulbo di vetro al posto della testa, ovvero un bel capoccione, indubbiamente testardo, se proprio vogliamo dirla tutta, la base a vite come unico abito alla moda permesso e la totale assenza di braccia o gambe. Mancanza per tutti, problema per nessuno , recitava un loro famoso motto. Soprattutto condivide