mercoledì 30 marzo 2016

Ridatemi il piacere di perdere

Ridatemi il piacere di perdere

di
Alessandro Ghebreigziabiher



“Hai votato?” chiese quella domenica mattina la moglie al marito.
Alessandro Ghebreigziabiher
“Sì… e tu quando vai?”
“Più tardi”, rispose la donna mentre impacchettava le cibarie. “Quando torniamo dalla gita passiamo dal seggio.”
Solo mentre l’uomo si lasciò andare sul divano, la compagna si accorse della sua espressione smarrita.
“Tutto bene?”
“Sì…”
“Non sembra.”
“No, è che poco fa al seggio è successa una cosa strana.”
“Che cosa?”
La donna mollò i preparativi per la scampagnata e andò a sedersi accanto al marito.
“Sono entrato con la mia scheda e documenti tra le mani, pronto per assolvere al mio dovere di cittadino modello.”
“Bravo. E allora?”
“Allora, aspetto il mio turno. Più tardi, quando mi chiamano prendo le varie cedoline con la matita e mi avvio alla cabina.”
“Tante cedoline, stavolta, vero?”
“Tantissime.”
“E poi?”
“E poi, finalmente trovo il simbolo che cercavo, stavo per mettere la mia crocetta quando ho sentito urlare nella stanza.”
“Un attentato? I terroristi?”
“No, ma quale attentato. Era solo una ragazza…”
“Una pazza?”
“Non lo so, a questo punto non so più nulla.”
“Racconta, sono curiosa.”
“Ebbene, non capendo cosa urlasse la tipa, sono uscito dalla cabina e ho visto questa giovane che avrà avuto al massimo vent’anni, tutta spettinata e con gli occhi fuori dalle orbite, in piena crisi isterica.”
“Una matta.”
“Non lo so, te l’ho detto. Non so più cosa pensare, adesso.”
“Ho capito. Ma dimmi della ragazza.”
“La ragazza gridava.”
“E cosa gridava?”
“Non ho capito molto, perché era veramente fuori di sé…”
“Una sciroccata.“
“Insomma, ma possibile che la follia sia l’unica ragione che hai per spiegare le cose insolite?”
“E se tu non mi racconti tutto…”
“Scusa, è che sono ancora confuso.”
“Dimmi almeno quello che hai colto.”
“D’accordo.”
L’uomo si alzò in piedi e si pose nel mezzo della stanza, come per mettersi letteralmente nei panni della giovane.
“Era arrabbiata…” mormorò facendo mente locale con la fronte aggrottata allo spasimo. “Molto arrabbiata e ce l’aveva con tutti i presenti. A un tratto ha guardato con ira anche il sottoscritto. Diceva… diceva di non essere come noi. Che non gli importava di vincere, che quelle come lei avrebbero sempre perso, che lo aveva capito ma che… che sì, lo aveva accettato e le stava bene. Che non è importante se vinci e perdi, ma come vinci e soprattutto come perdi.”
“Ma perché era così in collera?”
“Perché ha detto… adesso ricordo, che riempiendo lo schermo solo di una folla di mezzi vincitori, tutti sorridenti e trionfanti comunque vada, le abbiamo tolto l’unica cosa che avesse.”
“Cosa?”
“Il piacere di una dignitosa sconfitta.”
“Ecco, avevo ragione. Era una pazza, no?”
“Non lo so. Dopo stamattina non so più cosa pensare…”


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mercoledì 16 marzo 2016

Il sogno

Il sogno


di
Alessandro Ghebreigziabiher



Uno grida.
Alessandro Ghebreigziabiher
L’altro lo soccorre.
“Cosa ti succede?”
“Niente, scusami… è che ero grasso, molto grasso.”
“Come?”
“Sì, e un attimo dopo ero magro, troppo magro. Quindi avevo il volto martoriato dall’acne e poi le classiche orecchie… come si dice?”
“A sventola.”
“Esatto, proprio così. Quindi ero nero, cioè in realtà marrone, ma chiaro, però.”
“Differenza veniale.
“Già, poi ero donna, ma ero ancora uomo. E di seguito l’opposto. Ma ero sempre io…”
“Capisco.”
“Poi ero bello, infinitamente bello e un istante più tardi mi ci sentivo solo, bello. E ancora adesso non ho capito la differenza.”
“Tipico.”
“Ovviamente, sono stato anche alto e basso. Anche se questa non l’ho intesa appieno. Alto o basso rispetto a cosa?”
“E lo chiedi a me?”
“No, figurati. Avevo gli occhi a mandorla ma belli. Poi gli occhi azzurri ma cattivi. Quindi gli occhi verdi ma strabici e gli occhi scuri con qualcosa di chiaro.”
“E’ la cataratta.”
“Sarà come dici tu. Ho avuto i tatuaggi e le cicatrici, i nei e le voglie.”
“Di cosa?”
“Di sentirmi bene, di essere felice il più a lungo possibile, insomma.”
“Un classico.”
“No, non un solo classico, ma tutti, tutti nello stesso tempo. Avevo i capelli lisci e biondi e poi ricci e rossi, quindi ero pelato tranne qualche ostinato sopravvissuto e glabro come la classica palla da biliardo.”
“Tu non stai bene.”
“Forse hai ragione. Mi sono comunque sforzato di sorridere e ho visto denti perfetti. Questo prima, perché in seguito sembravo Dracula dopo una visita completa da un dentista cieco e pure sadico.”
“Tu mi fai paura…”
“Aspetta, poi mi sono concentrato sul naso e l’ho visto assumere varie dimensioni davanti ai miei occhi…”
“Quello è Pinocchio.”
“Ma io non sto mentendo.”
“Allora c’è una sola spiegazione.”
“Quale?”
“E’ stato solo un meraviglioso sogno”, dice l’altro specchio che gli è accanto. “Noi non possiamo essere tutte queste cose diverse allo stesso tempo e neppure in un miliardo di anni.”
“Perché?”
“Perché noi, per nostra sfortuna, possiamo cambiare cornice ma siamo sempre tutti uguali…”



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mercoledì 9 marzo 2016

Sei troppo scura

Sei troppo scura

di
Alessandro Ghebreigziabiher


Quando mia figlia mi raccontò quel che era accaduto a scuola il cuore mi si strinse.
Al contempo, il petto prese a sobbalzare impazzito.
Mi impegnai strenuamente nel soffocare le cause di entrambi i fenomeni, dolore e rabbia, ancora loro.
Micidiali insieme, vero?
Tuttavia, ogni energia si esaurì nello sforzo di reprimerle e le poche parole che riuscii a pronunciare, a mio avviso, non valsero affatto il prezzo del biglietto per lo spettacolo, ovvero il viaggio per essere un giorno la madre che avrei sempre voluto.
“Non è nulla”, le dissi. “Sabato faremo qualcos’altro. Andiamo insieme al cinema, okay?”
In quel momento non avevo idea di quel che la piccola avesse dentro.
Non potevo, in effetti. Perché nessuno è in grado di misurare con precisione le meraviglie che una giovane fantasia può disegnare.
Soprattutto un adulto.
Certo, spesso ci vuole uno stimolo, come una spinta.
A volare.
Peccato che il più delle volte si tratti di qualcosa di spiacevole.
Come una compagna di classe che ti informa che non ti ha invitato alla sua festa di compleanno perché hai la pelle troppo scura.
La mia bambina trascorse l’intero pomeriggio in camera, seduta alla scrivania.
“Fai ancora i compiti?” le chiesi poco prima di cena, facendo capolino sulla soglia.
Mi guardò, sorrise e si limitò a fare un cenno affermativo col capo.
Sarò di parte, ma non avevo mai visto un volto più luminoso di quello.
Altro che scuro.
Quel che accadde il giorno dopo a scuola lo appresi dalla maestra.
Mia figlia entrò puntuale e si sedette al solito banco.
Ma prima che l’insegnante potesse dare il via alla lezione levò la sua manina.
“Sì?”
“Ho scritto una storia e vorrei leggerla ad alta voce.”
“Va bene”, fece la maestra spiazzata. “Da lì?”
“No”, rispose lei. “Preferisco venire alla lavagna.”
“Brava, così ti vedono tutti.”
“No”, precisò mia figlia. “Perché così io vedo tutti.”
“C’era una volta una bambina a cui avevano detto che era troppo scura per venire a una festa”, disse quindi con il quaderno aperto tra le mani. “Allora tornò a casa e il giorno dopo si presentò con il viso verniciato di azzurro. Le dissero che non andava bene, perché così si sarebbe confusa con le pareti della casa, che erano proprio dello stesso colore. L’indomani entrò con la faccia tutta gialla, ma le dissero ancora che non era il caso, perché si sarebbe confusa con le patatine, gialle del medesimo giallo. Il giorno dopo venne con il volto completamente rosso. Ma allora lo fai apposta? Le dissero. Non va bene, perché così ti confondiamo con il succo d’arancia. Rossa, giustappunto. Anche il verde e il rosa vennero rifiutati, il primo perché praticamente identico alla tonalità del giardino dove avrebbero giocato e il secondo… be’, il secondo era spiccicato al colore del vestito della festeggiata. Dopo aver provato tutti i colori possibili, la bambina disse che ne rimaneva uno solo.”
“Quale?” chiese un compagno di mia figlia seduto al primo banco.
“Quello della pelle degli altri”, rispose lei. “Mi dispiace, ma con questo non posso colorare la mia faccia.”
“Perché?” domandò proprio la compagna che l’aveva esclusa dalla sua festa.
“Perché in quel caso mi confonderei con tutti e sarebbe la cosa peggiore che mi potrebbe capitare nella mia vita.”


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mercoledì 2 marzo 2016

Storie di fantascienza: solo

Solo

di
Alessandro Ghebreigziabiher



Solo.
Solo era solo.
Per questo l’avevano chiamato così, gli alieni.
“Sei Solo”, gli dissero il primo giorno, quando lo rimisero in funzione.
“E gli altri dove sono?”
“No, sei Solo, nel senso che è il tuo nome…”
“Ah, ecco, mi sembrava. E dove sono gli altri?”
“Sei solo.”
“Ho capito, l’avete già detto, mica sono scemo.”
“No… cioè forse un po’ lo sei, perché sei un umano, ma non è questo il punto. Solo è il tuo nome, ma sei anche solo, nel senso che gli altri non ci sono.”
“E come mai non ci sono?”
“Sono morti tutti, non ricordi?”
“No.”
“E cosa ricordi?”
“Ricordo che stavo sulla metropolitana chattando con il cellulare e poi…”
“Bum?”
“Già, bum. Cosa è successo?”
“Vi siete estinti.”
“Ci avete distrutto voi?”
“Non abbiamo fatto in tempo.”
“Ma tu guarda la sfortuna. E perché mi avete risvegliato?”
“Per capire.”
“Cosa?”
“Ancora non lo sappiamo. Intanto, possiamo fare qualcosa per te?”
“Be’, in effetti… mi sento un po’ solo…”
“Ma tu sei Solo. Tutto, non solo un po’.”
“Non intendevo il nome… che poi sarebbe Attilio, a dire la verità.”
“Quella è la vecchia versione di te. Ti abbiamo aggiornato con il nuovo sistema operativo e ora sei Solo.”
“In ogni senso?”
“Esatto.”
“Non mi piace… mi rattrista. Non potreste aiutarmi voi che siete alieni intelligentissimi, potentissimi e super fichissimi?”
“Non fare il ruffiano, perché non attacca. A ogni buon conto, ecco quello che possiamo fare per te. Indossa questo casco. Con esso potrai parlare con un altro te.”
“Chi?”
“Te.”
“No… chi è l’altro?”
“Sei sempre te, parlerai con te stesso, ma avrai la netta sensazione di stare parlando con un altro.”
“Posso scegliere come dovrebbe essere?”
“Sì, ma nulla di erotico.”
“Alieni moralisti?”
“No, è che da nudi ci fate paura, siete mostruosi.”
“Grazie. Comunque, vorrei parlare con una bella moretta con gli occhi scuri e la voce simpatica. Si può?”
“Certo, già fatto. Eccoti il casco.”
Solo lo indossò immediatamente e dopo qualche giorno gli alieni lo interrogarono.
“Come va?”
“Bene, ma sono di nuovo triste.”
“Perché? Non ti piace la moretta?”
“Sì, ma mi manca qualcosa.”
“Che?”
“Qualcuno con cui vantarmi di lei. Non si potrebbe ampliare la cosa?”
“Sicuro, ma ricorda: sarai sempre te.”
“Meglio di essere solo.”
“Ma tu sei Solo.”
“Ancora? Dai, saltiamola stavolta e aggiornate il casco, per favore. Voglio un amico, non importa come sia, basta che sappia ascoltare e che non sparli in giro sulle mie confidenze.”
“E con chi potrebbe se sei so…”
Gli alieni si interruppero notando lo sguardo irritato dell’uomo. Il nostro si collegò subito con il nuovo arrivato e un paio di settimane più tardi gli extraterrestri si fecero vivi di nuovo.
“Come procede?”
“Insomma.”
“Perché? Non sei contento?”
“Sì… cioè no.”
“Qual è il problema?”
“E’ semplice: nonostante la moretta e l’amico, mi sento solo…”
“Ma tu sei…”
“Ho capito! Sono Solo e solo, non serve ripeterlo tutte le volte.”
“Cosa vorresti? Cambiare ragazza, per esempio? Preferisci una bionda? Oppure, che ne diresti di qualche amico in più? Magari una comitiva con cui andare a bere al pub o a vedere la partita? Possiamo caricare nel casco tutta la gente che vuoi.”
“L’ho capito, sono un umano scemo, ma questo l’ho capito. Il fatto è che sono sempre solo, di nome e di fatto. Non riesco a vivere così, senza entrare in contatto diretto con gli altri, senza sfiorarli con le mani, ascoltando davvero la loro voce e guardandoli sul serio negli occhi…”
“Questo è ottimo”, osservarono raggianti gli alieni. “Vuol dire che l’aggiornamento che ti abbiamo messo sta funzionando bene.”
“Perché?”
“Perché prima a vivere così ci riuscivi perfettamente.”


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