mercoledì 16 dicembre 2015

Storie di ragazze e ragazzi: Il più bel regalo di Natale

Il più bel regalo di Natale

di
Alessandro Ghebreigziabiher

C’erano una volta le feste.
Puntuali come i ceffoni, quando le bottiglie erano ormai tutte vuote.
Poveri grandi.
Vanno capiti, devi capirli, altrimenti sei tu quello che diviene incomprensibile.
E questo non è giusto.
A tredici anni non lo è.
Anche questo, no, dai.
Che poi, la sorte era stata malevola fin dall’inizio.
Quale specie di sadismo arriva a imprimere siffatto nome sulla fronte di un’anima destinata a un’adolescenza segnata da privazioni, laddove le esistenze coetanee godano di luci e sorrisi.
Natale.
Ebbene sì, il ragazzino si chiamava Natale e sarebbe bastato questo per odiare quest’ultimo.
La festività, ovviamente, non se stesso.
E sarebbe bastato nel senso che se lo sarebbe fatto bastare, ecco.
Ma poi il racconto era andato avanti e l’insopportabile contraddizione si era fatta ogni anno più assordante.
Come il colossale ditone di un crudele gigante dal beffardo ghigno che insista non solo nel portarlo fin nel profondo della piaga ma addirittura facendolo danzare impazzito nella ferita.
Questa avrebbe potuto essere l’impietosa raffigurazione dell’incubo dicembrino.
Sullo sfondo il clamore dei festoni e dei simboli addobbanti e addobbati, con il sottofondo necessariamente lieto di inni e jingle sempre uguali e nel mezzo della scena la mangiatoia globale di fine anno.
Tra tutto, malgrado invisibile alle lunghezze d’onda che si concentrano sulle prime righe dei titoli di coda, c’era lui.
Anche.
Lui.
Loro, se proprio desideri addentrarti nel sottobosco del mito chiamato realtà.
La fatidica notte, impropriamente a lui dedicata, Natale era solo.
Non alla lettera, d’accordo.
Diciamo al netto di un padre collassato in camera e una madre sconfitta sul pavimento della cucina dal medesimo nemico.
Il vero colui che non deve essere nominato, altrimenti come si fa a non arricchire le fabbriche di alcolici.
A un passo dalla mezzanotte il ragazzino si avvicinò alla finestra in salotto, quella che dava sulla via principale, dove si affacciavano altrettante finestre.
Che inevitabilmente risuonavano tutte, nessuna esclusa, più fortunate della sua.
Un’intuizione e una promessa.
Ovvero, il fiocco sulla scatola e il dono.
Il primo regalo di Natale.
Il migliore.
Forse non sono solo come credo.
Ma, soprattutto, un giorno uscirò da qui, volando, se devo.
E ci abbracceremo.
Tutti.


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mercoledì 9 dicembre 2015

Storie di bambini: Dicono che apriranno la porta

Dicono che apriranno la porta

di
Alessandro Ghebreigziabiher


C’era una volta una vita.
Non conta il nome.
Il genere e i gusti canonici.
O meno.
Il taglio di capelli e la qualità dell’abito.
La marca del cellulare e la foto sul profilo, se vi è più familiare.
La nazionalità e il colore della pelle, se vi è più chiaro.
Ciò che conta è che sia viva.
Al di là di una banale storiella.
Dicono che c’è il giubileo.
Dicono che durerà un anno.
Ma, soprattutto, dicono che apriranno la porta.
L’evento esplode e le parole corrono spinte dal vento supremo.
Quello che soffia dall’alto.
Spesso si fermano ai confini del mondo dimenticato.
Talvolta un cocciuto alito infrange le regole.
E penetra sotto il tappeto.
Dove la polvere si nasconde.
O viene nascosta.
Questo solo la Storia con la esse stimata lo dirà, insieme a qualche inviso ciarlatano dalla bocca allargata da sogni e deliri.
Dicono che c’è il giubileo.
Ma cosa vuol dire, si chiede la vita.
Che, malgrado tutto il peggio raffigurabile, si sente ancora degna di questo nome.
Ha a che fare con la gioia? D’accordo, questa la passo, dice.
Anzi, mormora, perché il fiato è poco per respirare.
Figuriamoci per pronunciare inutili sottintesi.
Dicono che durerà un anno.
Ma cosa vuol dire, un anno?
La vita di cui parlo guarda un giorno passare.
Prolisso di una lentezza imperdonabile.
Cinque giorni, sommati a sessanta e addirittura con l’aggiunta di trecento suonano come l’eternità che solo i baciati dalla sorte riescono a figurarsi.
Quindi, passo anche questa.
Dice, tra sé, la vita dice, stavolta sì.
Perché il fiato è corto, ma lo è anche la pazienza.
Per chi ancora non abbia capito quale sia il senso del copione assegnatogli.
Dicono che apriranno la porta.
Questo lo so cosa vuol dire, grida la vita.
Non so altro meglio di così.
Perché qui, fino a oggi, vita ha avuto luogo solo in un modo.
Ovvero, nel triste inverso, modo solo in un luogo.
Una prigione.
Una cella di pareti rinforzate quotidianamente da indifferenza e ipocrisie.
Cecità e sordità istituzionali.
E un numero incalcolabile di piccoli mattoncini legati l’uno all’altro dal più funzionale collante della storia dei muri di questo mondo.
Il silenzio.
Il silenzio quando non v’è più bisogno di parole.
Facili.
Apriranno la porta? Chiede conferma la vita segregata.
D’accordo, sono pronto.
Fatemi uscire da qui…



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mercoledì 2 dicembre 2015

Il Natale spiegato ai bambini stranieri

Il Natale spiegato ai bambini stranieri

di
Alessandro Ghebreigziabiher


C’era una volta una scuola.
Nella scuola c’era un maestro.
Nella scuola dove c’era un maestro c’era una classe, la sua.
Dove i bambini erano tutti stranieri.
Certo, potrei aggiungere che non tutti i bambini stranieri sono stranieri allo stesso modo.
Nondimeno, meglio dedicare i racconti a una diversità per volta.
Come sussurrò il principe alla bella addormentata prima del liberatorio bacio, apri gli occhi lentamente.
Altrimenti potresti richiuderli per troppe emozioni tutte insieme.
Era dicembre e il maestro, venuto a conoscenza delle numerose polemiche su come e se festeggiare il Natale nelle scuole affette dal pericoloso virus della stranierità, decise di intraprendere una via suggestiva.
Originale, direi.
Spiegare il Natale ai propri alunni, come già detto, tutti stranieri.
“Care bimbe, cari bimbi, tra pochi giorni sarà Natale. Il giorno in cui il paese dove viviamo celebra una festa cristiana, a ricordo della nascita di Gesù.”
“Maestro?” domandò un’alunna dalla carnagione, di questi tempi e in questi luoghi, tutt’altro che vantaggiosa.
“Sì?”
“Perché il paese in cui viviamo celebra una festa cristiana?”
Il maestro non si aspettava cotanta perspicacia.
“Perché fa parte delle nostre tradizioni e della nostra cultura. E’ la storia del paese in cui viviamo”, rispose ispirato.
Seguì un silenzio assoluto.
Gli occhi delle bimbe e quelli dei bimbi.
Ogni sguardo era perso nel suo.
Ovvero il contrario.
Forse quegli occhi dicevano qualcosa.
O magari fu solo quel che l’uomo volle leggerci.
Nondimeno, il maestro si sentì comunque in dovere di dirla tutta.
“Sì, lo so”, mormorò mollando la cattedra e facendo un passo verso i piccoli alunni.
“Anche il ripudio della guerra fa parte della nostra storia. E che l’apologia del fascismo è reato. Sì, c’è anche questo. Il paese in cui viviamo è una repubblica democratica fondata sul lavoro? Sicuro, è nella nostra storia, soprattutto che è democratica. Nelle nostre tradizioni, cultura e storia c’è anche che il nostro paese riconosce e garantisce i diritti inviolabili dell’uomo. Certo, bambini, ho capito cosa volete dirmi, che nelle medesime tradizioni, cultura e storia del paese in cui viviamo c’è scritto che tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono eguali davanti alla legge, senza distinzione di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali. Va bene, non l’ho dimenticato, c’è scritto pure che lo Stato e la Chiesa cattolica sono, ciascuno nel proprio ordine, indipendenti e sovrani
“Va bene, avete ragione voi, come al solito. Un’infinità di cose, alcune di un’importanza straordinaria, fanno parte delle tradizioni, cultura e storia del paese in cui viviamo. Vedrete che dopo questo Natale saremo davvero tutti più buoni.”
E inizieremo a celebrarle tutte.
Per la prima volta…


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