mercoledì 24 febbraio 2016

Storie sull'ambiente: L’ultimo bicchiere d’acqua

L’ultimo bicchiere d’acqua

di
Alessandro Ghebreigziabiher


C’era una volta l’acqua.
Va bene, non esageriamo, non possiamo più, ormai.
Diciamo la verità.
C’era una volta l’ultimo bicchiere d’acqua.
Immaginatelo, immaginatevi.
Tutta la gente del mondo che accorra stremata e consumata dall’arsura attorno all’ultimo dono rimasto.
Ovvero due.
Perché anche il bicchiere è un meraviglioso presente, se ci pensi, così come tutto quel che abbia la fortuna di contenere la parte migliore di noi. Ecco perché nessuno si dovrebbe sentire in diritto di maledire e in qualsiasi modo imprigionare il corpo altrui, per quanto inopportuno nelle forme e nel movimento.
Ma questa è un’altra storia.
Ragioniamo sulla scena.
Se fosse uno solo a raggiungere il bicchiere, senza indugiare neanche per un secondo, lo afferrerebbe con foga e berrebbe avidamente.
Laddove arrivassero in due, ecco l’esito più probabile: si scannerebbero con le poche forze rimaste e l’unico sopravvissuto alla tenzone, semmai ce ne fosse uno, prenderebbe il bicchiere e ingollerebbe l’acqua con un’espressione tronfia.
Nel caso ne arrivassero tre, facile prevedere il risultato, perché quasi di sicuro i due più smaliziati si unirebbero contro il più ingenuo eliminandolo in qualche modo, per poi affrontarsi a loro volta, con l’acqua destinata al vincitore.
Allorché gli scopritori del fatidico bicchiere fossero quattro, sarebbero tre gli scaltri a privarsi del sempliciotto del gruppo, per poi vedere ripetersi l’eventualità subito precedente.
E così via.
Ormai presumo sia chiaro che, per quante persone possano ritrovarsi di fronte all’ultima bevuta sulla terra, l’epilogo che vedremmo non cambierebbe.
Ebbene, come spesso capita, la realtà supera di gran lunga l’immaginazione di una qualsivoglia storiella di poco conto come questa.
Perché per quanto possa essere capiente quel bicchiere, per quanto sia ingente la quantità di acqua che ci rimane, per quante persone effettivamente ne stiano disponendo, la fine della storia che stiamo scrivendo è questa.
Uno beve e tutti gli altri no…


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mercoledì 17 febbraio 2016

Storie di ragazzi: Andrea che non era abbastanza

Andrea che non era abbastanza

di
Alessandro Ghebreigziabiher


“Vede, signora”, fece l’insegnante con tono paterno. “Non è che suo figlio non si applichi, tutt’altro. E’ che non ce la fa a fare di più, ecco. Il livello è quello, ma non è abbastanza.”
Così, tornai a casa afflitta.
E così, alla fine dell’anno Andrea fu bocciato in prima media.
Qualcuno dirà che l’intelligenza non è tutto nella vita.
C’è altro, deve esserci.
A trovarlo, avrebbe detto Matteo, mio marito.
L’aveva presa così, il padre, con sarcasmo e cinismo, i più facili accorgimenti per gestire i propri fallimenti. Perché così vedeva nostro figlio: un fallimento su tutta la linea.
A riprova di ciò, l’amara scena del ricevimento genitori a scuola si ripeté in modo praticamente uguale in altri ambiti.
“Ma non lo convocate mai per la partita?” chiesi un giorno all’allenatore di basket, dopo almeno due anni di frequentazione della palestra.
“Vede, signora…”
Ogni volta che qualcuno inizia una frase con vede signora non è in arrivo nulla di buono, pensai ma non dissi.
“Suo figlio si impegna, corre molto, anche più di altri, arriva sempre con la maglia incollata alla pelle per il sudore alla fine dell’allenamento, ma per la partita io devo chiamare i più forti, lei capisce.”
Lei capisce suona come vede signora.
Quindi la sentenza: “Suo figlio ci mette tutto quello che ha, ma non è abbastanza.”
Ciò malgrado, secondo un copione inevitabile, continuai a incoraggiare Andrea, cercando di infondergli in ogni istante sicurezza e apprezzamento per se stesso.
Per le sue qualità.
Ad avercele, l’eco del Matteo pensiero.
Il giorno che lo vidi più triste, fu quando tornò a casa un piovoso sabato pomeriggio d’autunno.
Aveva diciassette anni, il viso tempestato di brufoli e tutto il resto. Capelli appiccicati perennemente sulla fronte da uomo pesce altrettanto incessantemente ubriaco, occhi minuscoli da topo spaurito, naso a becco di tucano confuso, mento per i capperi suoi e denti storti da pipistrello cieco davvero. Atro che radar, quindi, reduce da innumerevoli zuccate sul duro di turno, da cui l’irregolarità mandibolare.
Lo trovai seduto sul letto nella sua stanza, con un’espressione afflitta e una rosa maltrattata tra le mani.
“Cosa è successo, caro?” chiesi entrando prima di sedermi accanto a lui.
“Vede, signora…”
Ops, mi correggo, anche se il risultato non cambia.
“Vedi, mamma, oggi ho chiesto a quella compagna di classe che mi piace di mettersi con me.”
“Bravo”, esclamai ben consapevole di come fosse andata, per dargli comunque il mio supporto. “E lei cos’ha detto?”
“Ha detto che sta bene con me, che mi trova simpatico, che la nostra è solo un’amicizia, ma che per mettersi insieme non è abbastanza.”
Non aspettatevi luce all’orizzonte per il mio Andrea, ve lo dico subito.
Provò l’università, ma in tre anni fece un solo esame. Ancora mi chiedo come abbia fatto.
Lavoro, manco a parlarne. Ha collezionato licenziamenti e lettere di rifiuto come le figurine dei calciatori.
Non è mai stato abbastanza per nulla, il mio adorato figlio.
Finché la sfortuna ha smesso di infierire su di lui nell’ultimo paragrafo della sua esistenza, poiché un male incurabile lo ha condannato a un mese di vita.
Inutile dire con quali due parole il medico iniziò il discorso con cui mi comunicò la tragica notizia.
Nondimeno, quel mese è stato il periodo più bello che ha vissuto.
E anche il mio, lo dico ancora oggi che sono vecchia.
Forse perché in quei giorni ci siamo permessi entrambi di fregarcene dei vede signora e lei capisce. Ma, soprattutto, perché alla fine del nostro comune viaggio abbiamo compreso che quel che conta davvero nella vita è ciò che è abbastanza.
Per noi.
Ah, dimenticavo. Andrea ha donato i suoi organi e oggi una ragazza della sua stessa età è ancora viva grazie a lui.
Perché talvolta capita che ciò che non era abbastanza per tutti.
Diventi tutto per qualcuno.


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mercoledì 10 febbraio 2016

Matrimoni omosessuali spiegati ai bambini e ai ragazzi

Le casette per tutto l’amore che c’è

di
Alessandro Ghebreigziabiher


C’era una volta una scuola.
Nella scuola c’era una classe.
Come tante.
La classe aveva un maestro.
Confuso.
Come molti.
Il maestro confuso decise di trovare le risposte che cercava proprio da coloro i quali avrebbero dovuto aspettarsele da lui.
Ovviamente, si avvalse dei preziosi vantaggi del linguaggio semplice delle esistenze incontaminate.
“Bambine e bambini”, disse avvicinandosi alla lavagna. “Oggi vi propongo una specie di indovinello. Immaginatevi un mondo dove soltanto due tipi di figure possano decidere di amarsi e costruire insieme una casa: un quadrato e un triangolo:


“Disegnate ora le casette che ne verrebbero fuori.”
I piccoli alunni apprezzarono quasi tutti all’unisono la possibilità di risolvere il problema con colori e matite, forse perché alla loro età è come liberare un uccellino dalla gabbia.
Osservando le varie creazioni degli studenti, il maestro confuso si rese conto che, sebbene con tonalità differenti, le case avevano più o meno tutte questa forma:



Lodò comunque i bambini per il lavoro svolto, soprattutto per l’originalità dei colori. Si riavvicinò quindi alla lavagna e disse: “Adesso mettiamo che, in quello stesso mondo, il diritto di amarsi e costruire una casa sia dato anche a due triangoli:



“E due quadrati:


“Quali casette ne verrebbero fuori, stavolta?”
I bambini esitarono un po’ tutti osservando la lavagna con espressioni perplesse.
In quel momento il maestro confuso iniziò a sentirsi terribilmente in colpa, temendo di aver trasferito la propria confusione anche a loro.
Niente di male, capita a più adulti di quanti se ne possano effettivamente contare di confondere un bambino smarrito con uno concentrato. Ma anche uno arrabbiato con uno pensieroso e uno depresso con uno semplicemente calmo.
Ci vorrebbero degli occhiali con delle lenti magiche in grado di ridurre la paura nel cuore.
Pochi istanti e gli alunni si misero al lavoro.
Per tutta la mattinata il silenzio dell’aula fu riempito da un febbrile sfregare di matite sulla carta e un convulso sfrigolio di temperini sulle punte.
Allo stesso tempo, il miracolo iniziò a compiersi, perché man mano che il tempo scorreva il maestro diveniva sempre meno confuso e sempre più curioso.
Emozionato e perfino orgoglioso.
Poco prima della campanella finale, dopo aver ammirato i disegni, applaudì l’intera aula e pronunciò una sola parola.
Fu la prima volta che un maestro confuso disse grazie ai propri studenti, felice di aver rammentato che l’amore è come la fantasia.
Solo chi ne ha tanto da offrire può capirlo appieno.
Quindi prese le opere dei bambini e con esse tappezzò l’intero corridoio, a futura memoria.

Casa Obliqua (con scivolo incorporato a sinistra e ombra perenne a destra, consigliata sia per giornate nevose che particolarmente assolate )

Casa Aquilone (Cavo e rocchetto compresi nel prezzo, fortemente consigliata per volatori accaniti e fissati con le cose che si vedono dall'alto, per ricordarsi quanto siano in realtà piccole e insignificanti)

E tante, tantissime altre.

Per tutto l'amore che c'è...

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mercoledì 3 febbraio 2016

Storie sui diritti umani: Il vero problema è la distanza

Il vero problema è la distanza

di
Alessandro Ghebreigziabiher


“Mamma”, chiese un giorno una bimba aliena alla madre. “Gli umani sono come noi?”
“No, cara.”
“Perché?”
“Perché hanno dei problemi.”
“Tanti?”
“Molti, ma uno più di tutti.”
“Quale?”
La madre aliena ci pensò su un istante ma poi decise di affidarsi al super potere più invincibile dell’universo.
Le storie.
“C’era una volta un essere umano. Immagina una persona che in tutta la sua vita si sia dimostrato il più egoista e insensibile tra i suoi simili. Ora, mettiamo che il nostro si ritrovi chiuso dentro una stanza come un prigioniero, seduto su un divano e con una televisione sempre accesa in cui trasmettano solo tg, detto in breve. Per esteso, il racconto delle quotidiane miserie umane. Ma mettiamo anche che con lui, riverso in terra, ci sia un altro essere umano. Una vita ricoperta di stracci e polvere, amarezza e mala sorte, un figlio dell’ultimo gradino del mondo. Cosa succederebbe, secondo te?”
La bimba aliena ci pensò su un istante anche lei.
“Niente, credo. Hai detto che l’uomo sul divano è un egoista e un insensibile. Quindi continuerà a guardare il tg e ignorerà l’altro.”
“Hai ragione, ma questa situazione non durerà all’infinito. Perché prima o poi si accorgerà del proprio simile in terra. Perché sentirà il bisogno di guardarlo, di sapere cosa sta pensando e di capire cosa sta provando. E vorrà altrettanto. Fidati di me, ma prima o poi verrà il giorno in cui avvicinarsi l’uno all’altro diventerà il solo e unico scopo della loro comune vita nella stanza.”
“Perché?”
“Perché così sono gli umani, è un fatto naturale. Questa è l’umanità.”
“E qual è il problema di cui parlavi?”
“Ci arrivo. Immagina adesso di cancellare l’uomo in terra, come se non ci fosse mai stato e mettiamo che sia sempre nelle stesse condizioni, ma in un’altra stanza, attigua alla prima. Immagina di osservare entrambe le scene divise da un muro. Cosa succederebbe?”
“Niente.”
“Stavolta hai ragione. Il primo uomo continuerebbe imperterrito a guardare il tg e il secondo rimarrebbe nella stessa meschina situazione di prima. E se quest’ultimo fosse in un altro palazzo?”
“Uguale, sempre niente.”
“E se fosse in un’altra città?”
“Niente ancora.”
“In un’altra nazione?”
“Niente, mamma.”
“In un altro continente, magari al di là del mare?”
“Sempre niente.”
“E se all’improvviso l’essere umano sul divano vedesse quello più sfortunato apparire in una delle storie del tg? Cambierebbe qualcosa, secondo te?”
Qui la bimba aliena mostrò un’espressione perplessa.
“Non so…”
“Te lo dico io: niente, assolutamente niente. L’umano sul divano potrebbe provare dispiacere per l’altro. O addirittura odio, ritenendolo in qualche modo colpevole della sua seppur comoda prigionia. Ma, in buona sostanza, nulla cambierebbe.”
“Perché?”
“Perché questo è il vero problema degli esseri umani.”
“Quale?”
“La distanza.”
“La distanza tra di loro?”
“No, piccola mia. La distanza tra la testa e il cuore…”


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