mercoledì 27 maggio 2015

Storie di scrittori: Fa male

Fa male


di
Alessandro Ghebreigziabiher


“Ringraziamo con un altro applauso Omero Malfatti per averci letto questi brani”, disse con voce impostata l’affascinante conduttrice della serata. “Il Malfatti è un attore di cui sentiremo spesso parlare. Grazie ancora, Omero. Allora, la parola agli editori.”
“Signore e signori, buonasera” disse Margutta raggiante. “Siamo qui oggi per presentarvi un libro del quale Carpinelli ed io siamo orgogliosi. Chi ci conosce sa che la nostra produzione non è così vasta, sei, sette uscite all'anno. Tuttavia ciò nasce da una scelta ben precisa. Quando vent'anni fa abbiamo deciso di intraprendere questo viaggio ci siamo detti che avremmo pubblicato esclusivamente i manoscritti che ci fossero veramente piaciuti, unanimemente. Da questo non immaginate quante volte ci scanniamo laddove naturalmente capiti che arrivi in redazione un testo apprezzato da uno solo dei due.
Ci sono voluti vent'anni prima che giungesse da noi un lavoro che, letto al contempo da entrambi, fosse capace di suscitare lo stesso sincero apprezzamento. Fine, ancor prima di pronunciarci sulla sua destinazione editoriale o meno, di trovare la coerente collocazione tra le nostre selezionate collane, ci è piaciuto come semplici lettori, amanti della buona scrittura. Aldo, vuoi aggiungere qualcosa?”
“Ti ringrazio, Felice”, fece l’altro imbarazzato, meno uso alle scene. “Chiedo scusa, sicuramente io non possiedo l'eloquio e la sfrontatezza del buon Margutta e, difatti, è di solito lui a presentare i nostri libri. Tuttavia, nonostante la mia timidezza, ci ho tenuto ad essere qui, questa sera, perché sono contento di questo libro come non mai. Ecco, ho detto fin troppo. Lascerei ora la parola a Luca Smiraglia, colui che meglio di ogni altro può dirci qualcosa su questo volume.”

Gentili Carpinelli e Margutta Editori,
vorrei proporvi un lavoro dal titolo 'Fine'. Di esso posso dirvi che è stato difficile non esserci, come storia personale, quanto è stato difficile esserci, come nella natura dello scrivere quando si è alla fine di un viaggio o di una storia.
Posso garantirvi, però, che non c'è niente di fondamentalmente vero, a parte tutto ciò che riguarda me…
Aspettando vostre notizie, cari saluti.

Luca Smiraglia

Questa era stata la lettera con la quale il nostro aveva accompagnato il manoscritto in viaggio verso la casa editrice. Stringata ma col tentativo di accattivare, incuriosire. Aveva letto in un manuale dell'aspirante autore che fosse la formula migliore per proporsi. E il consiglio, a quanto pare, aveva portato fortuna.

Gentile Luca Smiraglia,
il suo testo è interessante.
Carpinelli ed io vorremmo scambiare due parole con lei. Ci chiami in settimana al numero 06 7745142.

Felice Margutta

Luca non riusciva a crederci. Non la solita redazione o segreteria, peraltro con le consuete risposte sulla programmazione già completa o sul suo lavoro perennemente inadatto alla linea editoriale di turno.
L'editore in persona, lui di suo pugno, aveva risposto. E aveva usato la parola interessante.
Poi ci furono l'emozionato colpo di telefono, l'incontro a voce nella sede della casa editrice - che tra l'altro tutto aveva immaginato tranne che fosse in un semplice appartamento - la firma del contratto e, quale sogno ad occhi aperti, le sue parole, le sue intuizioni, le immagini costruite alacremente nella zona più privata della sua testa, divenute il libro, un libro vero, con la copertina rigida e le pagine numerate, col suo nome in prima e la biografia in quarta.
Tutto questo passò nella sua mente quella sera, in quell'attimo, seduto nella sala eventi di una delle più importanti librerie della città, innanzi a giornalisti, critici, ma soprattutto tanta gente comune. Quella che entra assetata in un negozio in cerca di ciò che lui, da sempre, pretendeva di essere in grado di dare, come uno spacciatore di ritorno dall'estero con una nuova e potente miscela. E ora doveva rendere conto della sua droga.
“Prima di tutto vorrei ringraziare Felice e Aldo dei complimenti e soprattutto dei numerosi consigli che mi hanno dato in fase di revisione delle bozze. Sono stato fortunato nel pubblicare il mio primo libro con due persone così amanti del proprio lavoro.
“Che dire, Fine è nato da una parola, il titolo. Dal suo significato letterale ma soprattutto dalla valenza che tale concetto aveva in me, nel momento in cui mi trovavo, quando decisi di scriverne. Il tutto trovò la forza di andare avanti grazie ad una domanda che ponevo di conseguenza a me stesso, come spesso accade quando scrivo, peraltro senza trovare risposta: 'Può avere veramente fine la presenza di un lato autobiografico in ciò che si scrive?' O, meglio, in ciò che scrivo io. Ovviamente non ho preso la strada di un saggio sull'argomento, non è nelle mie corde e tantomeno nelle mie possibilità, presumo. Ho pensato che l'invenzione fosse la strada migliore per allontanarmi definitivamente da me.”
E la prima levata di mano tra i presenti apparve cautamente: “Signor Smiraglia”, disse la ragazza, invitata a parlare da Luca con un cenno del capo, “ci è riuscito?”
“Non lo so, signorina. Non saprei dirlo con certezza. Credo, però, di aver fatto molta strada.”
Da quel momento, ad effetto domino, le domande si susseguirono: “Scusi, per allontanarsi da sé è partito scrivendo qualcosa di personale, per poi prendere altre strade, oppure si è lanciato lontano già nelle prime righe?”
“Vede, l'idea era la seconda, di base. Ma se fosse stato così semplice farlo fin dalla prima pagina non avrebbe avuto senso seguire la domanda, non crede?”
“Smiraglia, lei crede che ci sia stata, nel percorso da lei attraversato, una crescente separazione dalle sue vicende personali, nel senso di riconoscibile in una attenta lettura?”
“Questa è una bella domanda. Le posso dire che, per quanto riguardi il sottoscritto, tutto dipende da cosa si intenda per attenta lettura. Ogni volta che rileggo questo testo me ne faccio un'idea diversa.”
“Signor Smiraglia, lei è contento del suo lavoro? Ne è soddisfatto?”
“Be’, sì. Non credo assolutamente di aver risposto definitivamente alla domanda di cui sopra ma penso di aver imboccato una strada che ad essa risponde o meglio reagisce, seppur senza approdare ad un risultato ben tangibile.”
Ci fu un attimo di silenzio, una ventina di interminabili secondi e una voce inconfondibile emerse tra la platea senza volto: “Signor Smiraglia”, con tono sarcastico, “cosa accade se qualcuno legge il suo libro e ritrova la ‘sua’ di storia personale, con l'enorme desiderio di allontanarsi da essa una volta per tutte?”
A Luca gelò il sangue, all'istante. Aveva rimosso quella consapevolezza, quella che qualcuno in particolare poteva non essere d'accordo con le sue scelte tra realtà e finzione.
“Elisa… ciao…”
Signor Smiraglia, risponda alla domanda”, aggiunse la ragazzina, alzandosi in piedi, chiara e diretta come sempre.
“Non lo so, figlia mia, non lo so”, ripose lui, congelando i presenti in un'impacciata tensione emotiva.
“Te lo dico io, allora, papà: fa male. Fa male e nient'altro.”
“Elisa, io… io non volevo ferirti…” esclamò Luca tra le lacrime, di fronte all'unica persona al mondo in grado di generarle e allo sguardo preoccupato di Carpinelli e Margutta, un attimo prima sfavillante come non mai in una presentazione.
“Lo so, papà. Lo so. Ma tu, sei sicuro di voler mettere la parola fine, una volta per tutte, alla tua storia nella nostra storia?”

Testo tratto dallo spettacolo di teatro narrazione Fine.

giovedì 21 maggio 2015

Storie di animali divertenti: Animali misti

Animali misti

di
Alessandro Ghebreigziabiher



C’era una volta una foresta. Nella foresta vi erano tanti animali. Gli animali erano tutti riuniti in branchi, ognuno della propria specie. Le tigri vivevano con le tigri. I leoni andavano a caccia con i leoni. Le zebre scappavano da questi ultimi insieme alle altre zebre. Le giraffe allungavano i loro colli per mangiare. In compagnia di chi? Di altre giraffe, nessuna sorpresa. L’elefante passeggiava con l’elefante, il serpente sibilava con il serpente e il coccodrillo… be’, il coccodrillo chiacchierava qualche volta con il caimano, ma solo di rado.
Ogni animale viveva con quelli della propria specie, con i propri simili e tutti credevano che fosse il volere della natura.
Tuttavia, si sa come fa.
La natura, intendo. Essa è imprevedibile, cambia idea da un momento all’altro. Un attimo prima c’è il sole e un attimo dopo piove. Quando il cielo è azzurro sembra sempre uguale, ma provate a osservarlo allorché si ricopri di nuvole.
E’ ogni volta diverso, non è vero? Magari qualcuno vi dirà che un cielo nuvoloso è un cielo nuvoloso, nulla di particolare, ma non è affatto così e chi ha occhio e mente libera lo sa bene.
Un fiume in piena cambia di continuo al ritmo dell’acqua che vi scorre. Non sai mai con certezza quando finirà la danza di una foglia sospinta dal vento. E una rondine che spicca il primo volo della sua vita proverà sempre emozioni irripetibili e uniche.
Perciò, un bel giorno, nella foresta le cose iniziarono a cambiare. Nessuno seppe chi fu il primo. Ancora oggi c’è chi sostiene che sia stata la gazzella. Qualcun altro afferma che fu l’ippopotamo. Altri ancora sono sicuri che sia stata l’aquila. Chi può dirlo? Sta di fatto che gli animali cominciarono a non stare solo con quelli della propria specie.
La tigre faceva il bagno col leone, la zebra prendeva il sole con il gorilla, la giraffa sussurrava storie al rinoceronte e questi le raccontava al ghepardo, che andava sempre di corsa, ma quando c’era da ascoltare una bella storia aveva sempre tempo. E nella foresta arrivarono altri animali. All’inizio li chiamarono animali misti. In seguito divennero animali e basta.
Tuttavia, per ogni grande cambiamento ci vuole tempo ed è o non è la scuola il luogo delle grandi trasformazioni? Era l’inizio dell’anno scolastico e la maestra, la lucertola, era pronta a dare il via al primo giorno di lezione. In realtà si trattava della supplente, perché la titolare, la civetta, era a casa con un tremendo raffreddore.
“Eh certo”, brontolò suo marito il gufo, “te ne vai a fare il surf in ottobre… Guarda che l’estate è finita. Che poi, non s’è mai vista una civetta che faccia il surf…”
Parole inutili, perché niente avrebbe potuto distogliere sua moglie dal fascino delle onde e anche per questo motivo durante buona parte dell’anno scolastico era assente per malattia, mentre in classe c’era la lucertola.
Quest’ultima salutò i cuccioli presenti, i quali si erano già accorti dei nuovi compagni. Nuovi in tutti i sensi, non so se mi spiego. Infatti la maestra si accinse subito a presentarli: “Buongiorno. Prima di tutto vi mando i saluti della signora civetta. Non è affogata neanche stavolta, state tranquilli. Ha sette vite come i gatti, quella… Che? Cosa dici, micina? Ma no, sette vite è solo un modo di dire. Allora, come vedete, quest’anno vi farete dei nuovi amici e ora ve li presento come si deve. Lupetto, non fissare così il tuo compagno di banco. Non hai mai visto un tigrone? Eh no, lo credo, è appena arrivato.
“Dovete sapere che il tigrone nasce dall’unione di una tigre e un leone ed è un mammifero. Ha un peso che può arrivare fino agli ottocento chili, superando di gran lunga il leone e soprattutto la tigre. Tuttavia, ad essere onesti, il tigrone non è esattamente più grosso della tigre, bensì più grasso. Mentre i suoi genitori sono dei carnivori e temibili predatori, il tigrone non solo è vegetariano, ma si nutre esclusivamente di pasta. Spaghetti aglio, olio e peperoncino, bucatini all’Amatriciana, orecchiette alle cime di rapa, il nostro non si fa mancare nulla. Altro particolare che lo differenzia da papà e mamma è la coda, la quale è lunga appena dieci centimetri e termina con un ciuffo peloso molto più folto del normale, che l’animale usa come cuscino per la testa, durante i suoi lunghissimi sonnellini.
“Il tigrone, come il leone, ha la criniera ma non è di certo paragonabile a quella del re della foresta. Gli scienziati ancora oggi si chiedono come sia possibile che l’animale mostri sul capo sin dalla nascita una perfetta chioma in stile rasta, ovvero un intricato cespuglio di treccine degne del celebre musicista giamaicano Bob Marley. Ciò nonostante, è il manto a rendere il tigrone un animale unico. Se da una parte quest’ultimo abbia ereditato il colorito marrone del leone, le classiche strisce della tigre si alternano su tutte le tonalità dell’arcobaleno. Il tigrone è una creatura socievole, tuttavia diviene estremamente nervoso e ostile nei confronti degli umani solo in un caso: quando sbagliano i congiuntivi.
“Si narra che tale scoperta fu fatta da un famoso scienziato naturalista – di cui non facciamo il nome per discrezione – il quale si avvicinò a un cucciolo di tigrone offrendogli quale segno di pace un piatto di tagliatelle pomodoro e basilico, salutandolo con tali parole: «Ciao, piccolo. Facciamo amicizia? Se tu ‘saprebbe’ quanti chilometri ho fatto per incontrarti…»
“Ovviamente avrebbe dovuto dire se tu ‘sapessi’, poiché ‘saprebbe’ è un condizionale, mentre lì ci andava il congiuntivo. Lo scienziato fece comunque conoscere al mondo il tigrone, tuttavia, si beccò un morso sul sedere a causa del quale, ancora oggi, fa fatica a sedersi.
“Ora date il vostro benvenuto anche alla zebrilla, nata dall’unione di una zebra e di un gorilla. È anche lei un mammifero e come altezza ha ereditato quella del gorilla, circa un metro e settanta, ma il peso è decisamente minore, rendendolo un animale snello ed elegante. Difatti, sebbene fisicamente ricordi il gorilla, la zebrilla ha preso dalla zebra il classico manto bianco a strisce nere – o forse è il contrario? - e l’aggraziata linea di quest’ultima. Inoltre ha gli zoccoli alle zampe posteriori e le zampe da scimmia come arti anteriori, divenendo l’unico animale al mondo capace di galoppare e allo stesso tempo sbucciarsi una banana. O anche scaccolarsi, ma questo lo fa quando è da sola o presume di esserlo.
“Il branco delle zebrille è indubbiamente di tipo matriarcale. Secondo un caratteristico rituale le femmine si contendono lo scettro sfidandosi tra loro in estenuanti gare di barzellette, tutte rigorosamente sui maschi. Questi ultimi si limitano ad osservare la scena grugnendo o facendo gli indifferenti, quelli che ci riescono. Tuttavia, anche il maschio della zebrilla ha un ruolo importante nel branco. Adesso non mi sovviene, ma c’è, deve esserci.
“La zebrilla mangia di tutto, è praticamente onnivora. Tuttavia non offritele mai delle frappe, quei buonissimi dolci che si mangiano a carnevale. L’animale, una volta assaggiata la frappa, inizia a venirvi dietro, declamando a voce alta previsioni del tempo a casaccio e non vi molla più, seguendovi fin dentro casa. La cosa va avanti per un mese, e ho detto tutto.
“Nondimeno, a parte questo bizzarro particolare, la zebrilla è una creatura solare e aperta al dialogo. A chi interessa, i suoi argomenti preferiti sono i telefilm della mattina e la soppressata.
“Seduto dietro di lei c’è il giraffonte, il quale nasce dall’unione di una giraffa e un rinoceronte, ed è un mammifero. Come la giraffa, è il più alto fra gli animali, raggiungendo i cinque metri d’altezza. Fisicamente appare come una giraffa con il manto del rinoceronte e il corno di quest’ultimo sulla sommità del muso.
“Il cibo preferito del giraffonte sono le mele cotte. Voi vi chiederete: ma come farà a prepararle? Semplice: il giraffonte si avvicina al melo, infilza un frutto col corno e poi si accuccia sotto il caldo sole di metà mattina. Quando è ora di pranzo, la mela è ben cotta e pronta per essere gustata. Talvolta, accade però che il giraffonte si addormenti e l’aquilone, altrettanto ghiotto di mele cotte, arriva di soppiatto e gliele ruba. Non l’aquilone, quel coso che vola con il vento, sia chiaro. Dell’aquilone, l’animale nato dall’incrocio tra l’aquila e il procione, parleremo più avanti.
“Tornando al giraffonte, gli altri animali della foresta lo chiamano stampellone, pertica o – con nessuna fantasia – anche giraffone, ma sempre alle spalle, perché se li sente gliene dice quattro e non solo.
“Chi lo conosce sa che il nostro è un animale gentile, ma diventa molto suscettibile laddove si faccia dell’ironia sulla sua altezza. La ragione principale è che ha una vista molto ridotta, anzi, diciamo pure che è cieco come una talpa e spesso, quando passeggia nei boschi, rimane impigliato con il corno in qualche ramo di quelli flessibili, il quale – una volta liberato – nel movimento di ritorno lo colpisce sistematicamente sulla nuca. Difatti tutti i giraffonti adulti possiedono un nodoso livido su quella zona del capo.
“Ovviamente, i più attenti tra voi si saranno posti un’altra domanda: se il giraffonte ci vede così male, come fa ad infilzare le mele con il corno? Semplice anche questo. Con pazienza. Molta pazienza.
“Come vi avevo preannunciato, altra new entry nella nostra classe è l’aquilone, il quale – come già detto – nasce dall’unione dell’aquila e il procione. Il corpo dell’animale appare come quello di un procione, con il becco dell’aquila e due piccole ali ufficialmente funzionanti, nonostante ciò che affermi l’aquilone stesso. Difatti, quest’ultimo sostiene che quelle che ha sulla schiena non siano ali, bensì dei ventagli con cui rinfrescarsi dalla calura estiva. La verità è che l’aquilone ha una fifa matta di volare, cosa che fa solo in determinate occasioni: quando è raffreddato o se ha la febbre superiore ai quaranta gradi. Anche quando erutta un vulcano e sta per essere investito da un fiume di lava, se vogliamo dirla tutta, ma questo finora non gli è mai successo, perciò non abbiamo la controprova.
“L’aquilone ha una lunghezza che varia tra i quaranta e i settanta centimetri e ha una coda che può arrivare sino ai cinquanta. La coda, poi, possiede una peculiarità unica, poiché negli aquiloni che fanno fatica ad addormentarsi è in grado di suonare delle ninne nanne deliziose.
“L’esploratore che ha scoperto tale meraviglia ha faticato molto a registrarne una, poiché ogni volta si appisolava anche lui. Eppure la moglie gli aveva suggerito di portarsi i tappi per le orecchie ma egli aveva risposto come suo solito: che lui era l’esperto e gli esperti sapranno da soli cosa devono portarsi.
“L’aquilone è un predatore, ovvero, vorrebbe esserlo, tuttavia ogni volta che catturi una vittima, quest’ultima inizia a singhiozzare, tirando in ballo la nonna malata, i figli con la tosse e la tana sotto sfratto. Il nostro, che è un sentimentale senza paragoni, si intenerisce e rimane a bocca asciutta, lasciando andare l’animale catturato, felice dello scampato pericolo. Tuttavia, ogni mattina del suo compleanno l’aquilone esce di casa e trova sulla soglia un vassoio di carni miste cotte alla brace con olio e rosmarino. Eppure, ancora oggi, non c’è aquilone sulla terra che abbia compreso chi sia l’autore del succulento dono. Ma voi l’avete capito, non è così?
“Vero miracolo della natura, a dimostrare che l’amore superi ogni distanza, è di sicuro la vostra nuova compagna, al primo banco vicino alla finestra: la farfallucca, la quale nasce dall’unione tra la farfalla e la mucca.
“Come potete vedere, appare come una normale mucca con le tipiche ali della farfalla, nel suo caso grandi come quelle di un’aquila. I colori delle ali possono variare e caratterizzano l’animale in maniera fondamentale. Difatti la farfallucca, a differenza della mucca, è sempre un mammifero, ma non dà latte e offre ben altri tipi di bevande, a seconda del colore delle ali. Ad esempio, la farfallucca dalle ali marroni, se munta d’estate, regala del buon cioccolato caldo, per giunta già zuccherato. Un esemplare dalle ali arancioni fornisce ovviamente aranciata. Amara quando l’animale si è svegliato con la luna storta. La farfallucca con le ali nere fa un incredibile caffé alla napoletana mentre quelle con le ali rosse producono un succo d’amarena delizioso. E così via, attraverso tutta la scala cromatica, questo straordinario animale è in grado di soddisfare le gole di ciascun bevitore di questo mondo.
“Le farfallucche, poi, sono speciali anche per i loro gusti in fatto di alimentazione. Sono erbivore, tuttavia, il loro cibo preferito sono le uova di pasqua. Le farfallucche ne sono talmente ghiotte che quando giunge il periodo dell’anno preposto, arrivano perfino a rubarle, nei supermercati come dalla tavola delle famiglie, le quali sono invitate a tener ben chiusa la finestra prima di scartarle. Molti non sanno però che il vero motivo di tanto apprezzamento risiede in quei ripieni croccanti nascosti nelle uova, che gli umani chiamano sorprese.
“Nonostante l’eccezionalità di queste caratteristiche, la vera peculiarità della farfallucca risiede in una sua ossessione: quella per la figurina dell’orsetto lavatore. Da quando sono comparse sulla terra, le farfallucche cercano invano di terminare l’album degli animali. Gli manca solo quella dell’orsetto e ci sono alcune che sono disposte a promettere bevande gratis a vita, pur di riuscire nell’impresa di completare la collezione.
“Un consiglio: non tentate di imbrogliarle offrendo loro un’imitazione perché si arrabbiano di brutto. Ci ha provato l’aquilone, che così ha trovato un altro motivo per ricordarsi come si vola.
“Altro nuovo arrivo è l’elefantuzzo, che nasce dall’unione tra un elefante e lo struzzo. Come quest’ultimo non sa volare. Piuttosto, quando dorme russa che sembra che stanno facendo i lavori nell’appartamento a fianco, invece è l’elefantuzzo. Lo so, non c’entra nulla con il volo, ma provateci voi a cercare di riposare con un elefantuzzo che russa a pochi metri da voi e poi mi direte.
“Fisicamente è un elefante con le piume dello struzzo e il becco di quest’ultimo al posto della proboscide. Ha le zanne del pachiderma, ma sono di gomma, come quelle dei giocattoli, e per tenere alla larga i cacciatori d’avorio alcuni esemplari indossano una t-shirt con su scritto:

ZANNE FINTE.
AD OGNI MODO, PROVA A PRENDERMELE E TI FACCIO IL SEDERINO A STRISCE!

L’elefantuzzo non ha le ali, ma lui è sicuro di averle. Difatti, puntualmente il branco presenta il proprio campione all’annuale gara di volo e la giuria si rifiuta di accettarne l’iscrizione, motivando la propria decisione con il fatto che non basta essere uccelli per partecipare, altrimenti ci rimane male la gallina. Oltretutto, si tratta di una gara di volo non di pennuti e basta. Ciò nonostante, gli elefantuzzi si sono convinti che si tratti di una discriminazione bella e buona, poiché la gallina non ha mai manifestato il desiderio di iscriversi. Il tacchino sì, ribatte spesso la giuria e la polemica s’infiamma.
“Gli elefantuzzi mangiano di tutto, ma il loro alimento preferito è il pop corn. Ovvero, questo è quello che affermano loro. Il fatto è che gli elefantuzzi non l’hanno mai mangiato in vita loro, ma sono certi che ne andrebbero matti.
“Come l’elefante, anche l’elefantuzzo ha una memoria particolare, detta memoria fortunata.
“In realtà non ricorda proprio tutto, anzi, quasi nulla, ma si butta e ci prende spesso.
“Per quanto riguarda l’abitudine dello struzzo di nascondere la testa sotto la sabbia - che peraltro è una leggenda, poiché l’uccello abbassa solo la testa in terra per sembrare un cespuglio e ingannare i predatori – l’elefantuzzo ribalta completamente il concetto. Acchiappa il predatore, scava una buca e mette quest’ultimo con la testa sotto la sabbia. Così impari a spaventare gli struzzi, gli strilla subito dopo.
“Seduto al banco alla sua sinistra c’è il pecorillo, che nasce dall’incrocio tra la pecora e il coccodrillo. Il suo corpo ha praticamente forma identica a quella del rettile, tuttavia, al posto delle squame indossa un morbido maglione di bianca lana vergine della migliore qualità. Le zampe sono ricoperte di vero Jeans di marca e la coda è avvolta in un tessuto che è stato riconosciuto essere puro cashmere. Ragion per cui, il pecorillo è un animale di un vanitoso estremo e sono famose nella foresta le sfilate di moda di pecorilli.
“In genere il pecorillo è un animale che se la tira assai e ha nel cinghiale un nemico temibile. Difatti, quest’ultimo ha il vizio di mettere del sonnifero nel suo cibo, tosarlo da capo a zampe e farsi un abito con i vari tessuti.
“Spesso i cinghiali sono stati messi alle strette dai pecorilli, i quali li hanno denunciati più volte al leone, tuttavia – da quando nella foresta hanno aperto i grandi magazzini – il cinghiale afferma di aver comprato lì il vestito e il processo viene archiviato.
“A proposito di cibo, il pecorillo si nutre esclusivamente di alimenti liquidi in quanto completamente sdentato. Inoltre, al compimento della maggiore età ogni esemplare riceve in dono dal branco una cannuccia di bambù, che rappresenta un importante fase di passaggio. La cannuccia è un oggetto personale, intimo, sacro. E’ lei a scegliere il pecorillo e non il contrario, recita sempre il capo branco prima di farne dono al prescelto.
“In realtà, il vero motivo è che i pecorilli sono esageratamente schifiltosi e nessuno di loro userebbe la cannuccia di un altro. Piuttosto rimarrebbe digiuno per una settimana.
“Il pecorillo ha un buon rapporto con gli essere umani, tuttavia, a differenza delle pecore, non è proprio il caso di cercare di tosarlo, poiché diventa una bestia. Cioè, lo è già una bestia, ma ci siamo capiti. Il cinghiale usa il sonnifero, è vero, ma è un sonnifero speciale e l’animale è disposto a cederlo per non meno di un milione di euro. Lo capite da voi che non vale la pena spendere tale cifra per un maglione.
“E’ con piacere che ora vi presento la pappagatta, la quale nasce ovviamente dall’unione tra un pappagallo e una gatta. Si tratta, in pratica, di una gatta variopinta come il pappagallo e con il becco invece del normale muso del felino. Non ha le ali e quindi non vola, ma possiede il patentino da pilota, sebbene nessuna compagnia aerea abbia accettato finora di affidargli uno dei suoi apparecchi.
“Come il pappagallo, anche la pappagatta fa parte dei cosiddetti uccelli parlanti, come le gazze, i merli indiani e il falco chiacchierone, che non è stato ancora scoperto perché parla solo a bassa voce. Tuttavia, mentre il pappagallo ripete parole o brevi frasi ascoltate dall’uomo, le pappagatte fanno lo stesso ma con un pizzico di fantasia in più. Cioè, diciamola tutta: s’inventano tutto di sana pianta, causando non pochi problemi agli esseri umani che decidono di tenerle con loro. Difatti sono spesso causa di litigi tra famigliari e vicini di casa. Che so, vi viene a trovare la suocera e la pappagatta se n’esce con frasi tipo è arrivata la scocciatrice, chiudi quella ciabatta, vecchia megera o quando se ne va apriamo lo spumante.
“Il cibo preferito della pappagatta sono le merendine. A suo avviso una tira l’altra e quando arriva la primavera è puntualmente costretta a correre ai ripari con diete miracolose in sette giorni per far scomparire l’odiata cellulite. Per questo motivo, tra aprile e l’inizio dell’estate i boschi e i parchi nazionali sono letteralmente invasi da pappagatte che corrono, altre che fanno piegamenti per gli addominali, altre ancora che si esercitano in massacranti serie di flessioni. Il tutto inutilmente perché fin dalla sua comparsa non esiste pappagatta che abbia compreso che insieme alla ginnastica deve anche smettere di trangugiare montagne di merendine.
“Un’ultima cosa: come il gatto, anche la pappagatta fa le fusa, ciò nonostante non lo fa per il motivo che pensate voi. Cioè, quando la tenete in braccio, al caldo, dimostrandole il vostro affetto, lei è si contenta ma se inizia a fare quel caratteristico rumorino è perché sta per fare quella grossa.
“Ora salutate il cavallone, che nasce dall’unione di un cavallo e il pitone. Il nome potrebbe essere equivocato e difatti il cavallone, quando si presenta, è da sempre abituato ad aggiungere: sono l’animale, non l’onda del mare che s’infrange con violenza sulla riva.
“Col tempo si è limitato a dire l’animale, non l’onda, perché ha capito che è sufficiente.
“Fisicamente il cavallone è un cavallo con la pelle del pitone. Tuttavia, non ha ereditato solo il manto del serpente. Difatti, proprio come quest’ultimo, il cavallone striscia. Sì, avete capito bene. Nonostante abbia gli zoccoli e galoppando andrebbe sicuramente più veloce, il cavallone preferisce strisciare. Questione di stile, dice lui. Oppure sarà che gli prude quasi sempre la pancia e così muovendosi nel frattempo la gratta, ma questa a suo dire è solo una calunnia.
“Il cavallone, a differenza del cavallo, non ama essere cavalcato. Alcuni affermano che neanche il cavallo ne sia così contento, nondimeno, si narra che un giorno, un famoso e indomito fantino provò a salire in groppa ad un giovane esemplare di cavallone. Quest’ultimo non solo lo disarcionò facendolo cadere in terra ma addirittura lo costrinse a trasportarlo a sua volta, apostrofandolo con tali parole: «Ti peso, caro? Lo vedi adesso cosa vuol dire essere il cavallo, il destriero, il ronzino, eccetera?»
“Il cavallone ha un nitrito esattamente uguale a quello del cavallo, ma questo non lo dite davanti a lui, poiché afferma di essere molto più intonato. Anzi, alcuni cavalloni sono sicuri di saper cantare delle vere e proprie ballate country invece è solo un nitrito. Speriamo che nessuno di loro legga questo racconto.
“Il cibo preferito dei cavalloni è il riso che si lancia ai matrimoni. Difatti non se ne perdono uno e spesso tentano di imbucarsi anche al rinfresco per mangiare la torta. Sfortunatamente non riescono mai a convincere qualcuno di essere tra gli invitati e vengono sistematicamente messi alla porta. Tuttavia, almeno il riso lo gustano, perché quando dopo la cerimonia vanno tutti via, il pavimento ne è pieno. Così avete scoperto perché il giorno dopo non se ne trova neanche un chicco.
“Infine fate ciao all’ippolletta, la quale nasce dall’unione di un ippopotamo e una cavalletta. Fisicamente, l’ippolletta appare come un ippopotamo grande come una cavalletta e le ali di quest’ultima. Per quanto si sforzi l’animale non riesce ad alzarsi da terra, in quanto il peso non glielo permette, tuttavia, molte ippollette sono convinte di non riuscire a volare a causa di una maledizione inflitta loro dalla maga sottiletta. Gli esemplari più razionali della specie si sono impegnati tanto nel tentare di convincere quelli più superstiziosi che la maga sottiletta non esista - la maga mozzarella sì, la strega dei provoloni pure, ma la maga sottiletta non s’è mai vista - ciò nonostante il dibattito è ancora oggi molto acceso.
“A parte questa credenza, sulla cui veridicità non voglio esprimermi, le ippollette sono animali abbastanza concreti e con i piedi per terra, tranne quando si parli del noto Reality Show, L’Isola delle ippollette. In occasione delle consuete audizioni si forma una fila enorme, per non parlare delle sere quando vengono trasmesse le varie puntate. Non c’è un’ippolletta in giro per la foresta, neanche a pagarla oro. Nondimeno, anche su questo tema la questione è controversa, poiché dato che la televisione nella foresta non prende perché non c’è né l’attacco della corrente e tantomeno quello dell’antenna, nessuna di loro ha mai visto una sola volta la trasmissione. Perciò, alcune ippollette insinuano che quella del giraffonte – il quale organizza ogni anno le audizioni in cambio ovviamente di mele cotte – sia solo una truffa e che L’isola delle ippollette sia una grande presa in giro.
“Chi lo sa? Forse un giorno si scoprirà la verità.
“Come le cavallette, anche le ippollette saltano, ma a causa della maggior mole fanno molto più rumore. Ricorderete sicuramente la notizia che uscì su tutti i giornali, quella della lite tra la scarabeo netturbino e l’ippolletta che voleva vincere la medaglia d’oro. Per chi non se la rammenta, in pratica lo scarabeo, siccome lavorava di notte per pulire la foresta, tentava di dormire di giorno. Tuttavia, sempre di giorno si allenava l’ippolletta che abitava ad un passo da lui, per la precisione per la gara di salti sul posto, specialità recentemente inserita alle olimpiadi animalesche. Ora, un ippopotamo grande come una cavalletta che salta sul posto noi lo sentiamo appena ma per un animale delle dimensioni di uno scarabeo è un vero terremoto. Il litigio lo udirono tutti gli animali nel bosco, ciò nonostante qualcosa di inaspettato accadde tra i due: si innamorarono. Così, nacque un altro animale, l’ipposcarabolletta. Quest’ultima sapeva saltare sul posto come nessuno al mondo, ma senza fare alcun rumore. Gli scienziati ancora oggi si chiedono come ciò sia possibile. Già, cuccioli miei, com’è possibile? Probabilmente c’entra l’amore e non la scienza. Forse l’amore è responsabile di molte altre meraviglie della vita e ci permetterebbe di capirle all’istante senza perdere inutilmente tempo in discorsi senza via d’uscita. Chi può dirlo? Magari sarete voi a vedere per primi il tigrone e la zebrilla per quello che sono veramente e non per quello che i grandi hanno bisogno che siano. Conoscerete di persona il giraffonte e l’aquilone e vi farete finalmente un’idea di loro che sarà vostra e non inventata da altri. Stringerete la zampa o lo zoccolo alla farfallucca e l’elefantuzzo e scoprirete che l’amicizia è un valore per tutti gli esseri viventi. Poi guarderete negli occhi il pecorillo e la pappagatta e saprete cosa vedono di voi, un regalo incredibile che solo l’incontro con la diversità sa offrire. Quindi giocherete e vi divertirete con il cavallone e l’ippolletta, accorgendovi che quella era l’unica cosa da fare, fin dall’inizio. Perché siamo tutti un po’ misti di qualcosa. Ed è questo il bello.”

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mercoledì 13 maggio 2015

Storie di razzismo quotidiano: Il mio nemico

Il mio nemico

di
Alessandro Ghebreigziabiher



1

“Glielo dico io, non preoccuparti”, dichiarò con distacco Benni.
“Sei sicuro?” domandò la dottoressa Diop, estremamente lieta di privarsi di quell’oneroso compito. Era da un po’ che lavorava nella clinica e, sebbene oncologia prevedesse quel tipo di doveri da parte dei medici più spesso di quanto si possa pensare, non le era ancora capitato di dover informare il proprio paziente di turno che l’avviso di sfratto fosse imminente, per usare un comunque morbido eufemismo.
Benedetto dottor Benni, primario del reparto, nonché dirigente della clinica stessa. L’uomo, dall’alto della sua esperienza, si era offerto con estrema autorevolezza di toglierla dallo sgradevole impaccio. Tuttavia, cosa che la donna registrò più chiaramente qualche ora dopo, mentre lasciava andare i pensieri intrappolata in auto nel traffico della sera, aveva letto anche qualcos’altro nello sguardo del suo superiore. Un qualcosa di privato, un proprio segno di distinzione personale che aveva a che fare più con il carattere che con la sua professione. Il dottor Benni aveva rilassato ulteriormente le spalle sullo schienale della comoda poltrona e aveva invitato la Diop a far entrare i coniugi Norcini.
Achille, padrone di casa dell’annerito bilocale in cui il signor cancro si era da non poco insediato, avanzò per primo nella stanza. Cinquantanove anni, in soprappeso ben visibile, tanto nella pancia quanto nell’andatura goffa e ingombrante, occhi azzurro spento e barba incolta, unici peli superflui sul viso, dato che il cuoio capelluto era ormai rimasto solo cuoio.
Dalia lo seguiva un passo più indietro. La donna, leggermente più giovane del marito, sembrava dimostrare il contrario. Piuttosto magra, rinsecchita ad essere onesti, con i capelli grigi e le sopracciglia troppo folte. Il primario li osservava in silenzio, mentre l’uomo, senza neanche il benché minimo cenno di saluto, raggiunse una delle due poltrone situate innanzi alla scrivania e lasciò andare il proprio didietro su quest’ultima, mettendola a dura prova.
La moglie guadagnò molto più guardinga la sua. Fissava diffidente il medico e, dopo avergli lanciato un’occhiata veloce, mormorando qualcosa di incomprensibile, si sedette anch’ella in attesa. Benni prese in mano il referto delle ultime analisi e, dopo essersi schiarito la voce, cercò di andare dritto al punto, saltando ogni preambolo: “Signori, devo comunicarvi che…”
“Sono contento”, lo interruppe l’uomo. “Sono contento che si occupi lei della mia pratica.”
“Non capisco…” osservò confuso Benni.
“Sia chiaro, eh?” proseguì l’altro. “Io non ho nulla contro quella gente. Quando sono bravi, sono bravi come tutti, questo lo so bene.”
“Scusi”, fece il primario, che iniziava ad intuire qualcosa, “ma di quale gente sta parlando?”
“Su, che ha capito benissimo. Cioè, io non ho alcun motivo per criticare quella donna, è sempre stata educata. Vero, Dalia?”
La moglie annuì, senza parlare.
“Senta”, commentò irritato il dottore, “vuole spiegarsi meglio?”
“D’accordo”, replicò il signor Norcini altrettanto seccato, “parliamo chiaro. Qui si tratta della mia salute, cazzo. Se permette, quando è in gioco la pellaccia, chi vorrebbe metterla nelle mani di un muso nero?”
Il dottor Benni era allibito. Non si aspettava proprio di trovarsi davanti addirittura due esponenti del Ku Klux Klan… Perlomeno non nel suo ufficio, all’inizio del terzo millennio.
Inspirò profondamente, come gli aveva insegnato la maestra di Yoga, nonché la donna con la quale aveva una relazione da un mese a quella parte, e provò a chiarire la questione: “Signor Norcini, immagino lei si stia riferendo alla dottoressa Diop, dico bene?”
“Esatto”, confermò lui schioccando rumorosamente la lingua, “la negra.”
“Signore”, esclamò Benni alzando notevolmente la voce, “la pregherei di non esprimersi in questo modo parlando di una nostra valente collaboratrice. Sono stato chiaro?”
“Ehi”, fece l’uomo sinceramente sorpreso, “si calmi! Cosa le ha preso? Non mi dica che lei è uno di quelli…”
“Quelli chi?”
“Ha capito perfettamente: quei culattoni amici dei neri. Dalia, ma tua sorella non ti aveva detto che questa era una buona clinica?”
La donna annuì nuovamente con sguardo defunto.
“Non c’è bisogno che lo chieda a sua moglie”, disse Benni spazientito, “glielo garantisco io che questa è una buona clinica. Buona e moderna. Senza pregiudizi, va bene?”
“Va bene, va bene”, rispose Achille grattandosi vistosamente la pancia, “ho capito…”
Il primario era sbigottito, tuttavia i suoi occhi tornarono all’oggetto dell’incontro di quella mattina.
Rilesse attentamente il referto e poi spostò il proprio sguardo sui due, in particolare sull’uomo.
Pochi secondi e colpì senza indugio: “Signor Norcini, mi dispiace comunicarle che lei ha un cancro ai polmoni. E’ maligno. Le metastasi sono ormai in stato avanzato.”
Achille rimase impassibile, mentre solo in quell’istante gli occhi di Dalia sembravano vedere effettivamente la scena innanzi a lei.
“Quanto mi resta?” chiese l’uomo un attimo dopo, con grande freddezza.
“Al massimo sei mesi.”
“Tutta colpa di quella sporca negra…” esclamò il signor Norcini alzandosi in piedi e dando un calcio al cestino dell’immondizia che era accanto a lui.
“Ma cosa fa?” saltò su il primario.
La moglie cercò di calmare il marito mettendogli una mano sul braccio e l’uomo, di tutta risposta, le mollò un violento ceffone sul viso.
Il dottore era senza parole.
Achille si voltò e uscì senza parlare, seguito da Dalia a testa bassa.



2

Qualche ora più tardi il dottor Benni era immerso nell’unico mare capace di lavare via i pensieri del momento.
Il suo ardore era da poco scivolato tra le grazie di Cindy, o per meglio dire, il morbido abbraccio di quest’ultima lo aveva avvolto con consapevolezza, come del resto la donna certificava dall’alto della sua maturata arte della coltivazione del momento presente. Alla perfetta unione, ella sembrava arrivarci molto prima dei ‘propedeutici preliminari’ - come li chiamava lui - capace di espandere il dopo ancor meglio del prima, grazie all’attenzione per l’ora.
Era uno spettacolo, questo si diceva Benni come ultimo pensiero razionale, quando la donna iniziava a danzare come una virtuosa del ventre. Quest’ultimo e tutto il resto sembravano armonizzarsi, in quell’attimo. E solo in quel preciso istante, il nostro riusciva a liberarsi della memoria.
Si alzò dal letto verso le tre del mattino. Gli sembrò di essere stato destato come da un’improvvisa sveglia, insolitamente programmata per quell’ora. Tuttavia non era stata una normale suoneria a rubarlo al sonno, bensì un’immagine. Un viso, ad essere precisi. Quello dell’odioso, malgrado condannato dal cancro, Achille Norcini. Ma c’era anche un suono di sottofondo. Pure quest’ultimo faceva parte del pacco dono piombato nella sua mente nel cuore della notte. Non il ricordo delle offensive parole dell’uomo, piuttosto un altro, forse meno fastidioso: lo schiocco della lingua che Norcini produceva meccanicamente. A pensarci bene, si rammentò che l’insopportabile rumore aveva iniziato a rintronare nella sua testa sin dalle prime ore di sonno. Doveva rimediare assolutamente.
Scese in studio, prese l’agenda e trovò facilmente il numero desiderato. Sollevò la cornetta del telefono, digitò le cifre e attese. Se avesse potuto vedere in uno specchio gli occhi che si erano accesi in lui in quell’istante si sarebbe spaventato non poco. Dopo il settimo squillo una voce roca si fece sentire: “Chi è?”
Nessuna risposta.
“Chi cazzo è?” esclamò nuovamente Achille nel silenzio del proprio appartamento, svegliando del tutto Dalia, nonostante la solita robusta dose di tranquillanti.
“Sono un negro, signor Norcini”, disse la voce nella cornetta.
“Chi cazzo sei?” ripeté l’uomo incollerito e agitato allo stesso tempo.
“Mi sente, signor Norcini? Ho detto che sono un negro.”
“Che cazzo vuoi da me?” gridò Achille. “Chi ti ha dato il mio numero?”
“Non è importante chi le abbia dato il mio numero. Ciò che conta è che io voglia parlarle. E anche lei vuole farlo, non è vero? Anche lei muore dalla voglia di incontrarmi. Di parlare dritto in faccia ad un vero negro, da bianco a negro, e non nascosti da una normale funzione, come il pieno dal benzinaio o la spesa dal droghiere. Lei vuole qualcosa di più, dica la verità. Lei vuole avermi davanti senza una giustificazione plausibile, fermo sulla sua strada, lì ad intralciare il suo cammino. Questo è quel che vuole: un pretesto per investirmi. Per passare sotto le ruote della sua macchina l’inerme immigrato. Lei vuole il suo nemico. Lo ammetta.”
“Ma che cazzo dici?” ripeté ormai monotono il signor Norcini, meno infuriato e sempre più scosso, spaventando sua moglie. “Vai a fare in culo!” gridò e interruppe bruscamente la comunicazione.



3

Benni rimase immobile con la cornetta del telefono incollata all’orecchio. Era sudato ed eccitato, mentre il cuore andava a mille. Gli fu difficile riconoscerlo, ma era contento. Ed era durata troppo poco.
Pochi istanti e rifece il numero.
“Pronto…” fece Achille dopo qualche squillo.
“E’ inutile che dica pronto, signor Norcini,” fece la voce. “Non perdiamo tempo. Lei sa benissimo chi sono.”
La mano dell’uomo iniziò a tremare.
“Senti”, disse a voce bassa, “si può sapere cosa cazzo vuoi da me?”
“Da lei? Io non voglio nulla da lei, signor Norcini. E’ lei che vuole qualcosa da me. Io sono un extracomunitario. Sono la sua più adorata ossessione, sono il suo bersaglio amato, sono il centro della sua vita. Sono il suo avversario, sono il responsabile delle sue sfortune, di tutti i suoi mali, compresa quella merda che si sta nutrendo delle sue carni. In questo preciso istante, ora.”
Achille rimase per un attimo senza parole, fermo sulle ultime pronunciate dall’intrusa voce e, nonostante fossero risultate piuttosto dolorose, ebbe la lucidità di riflettere.
“Come fai a sapere queste cose? Come fai a sapere del cancro? Sei dell’ospedale? Chi cazzo sei? Sei un amico della negra, eh? Sei suo marito?”
Benni non rispose. Non si era preparato a rispondere a quella domanda e, ad esser onesti, in quel preciso momento non aveva la più pallida idea di quale fosse la verità. In altre parole, non sapeva neanche lui cosa stesse parlando in sua vece, quella notte, quale suo lato avesse preso il sopravvento, come in una specie di possessione.
“Chi sei?” gridò Norcini nel silenzio della propria casa, mentre sua moglie Dalia, ormai sveglia del tutto, aveva preso a tremare atterrita.
“Immigrato di merda, avanti, parla! Che cazzo vuoi da me, eh? Che cazzo vuoi?”
“Non alzi la voce, signor Norcini”, disse la voce, con estrema calma, “non le servirà, mi creda. I suoi insulti sono praticamente inutili. Può chiamarmi come vuole. Sono io il primo ad ammetterlo. Sono un negro, sono il suo nemico, sono qui per lei, stanotte. E’ la sua occasione di sfogarsi, lei è il carnefice ed io la vittima. E’ tutto scritto, è ciò che lei ha sempre sognato, non dica di no. Non la perda questa chance, poiché - come ben sa - non le resta molto tempo, ormai.”
Stavolta fu Achille a rimanere senza parole, stretto tra i continui e dolorosi riferimenti al cancro appena scoperto.
“Senti”, fece stancamente. “Se è uno scherzo….”
“Uno scherzo? Signor Norcini, no… non è uno scherzo. In questo mondo, noi extracomunitari non scherziamo facilmente laddove si parli della nostra carnagione, questo anche un minorato come lei dovrebbe comprenderlo.”
“Ma come ti permetti? Brutto figlio di puttana, io ti…”
“No”, lo interruppe bruscamente la voce, “il mio non è uno scherzo, ripeto, come non lo è quel che sta accadendo ai suoi polmoni. Lo sa che succede quando il cancro è in stato avanzato nel corpo umano? Ne diviene il padrone. Lui è il padrone e lei lo schiavo. E sa cosa fa il padrone che vive dentro di lei? Mangia, ha fame e si nutre del suo schiavo, vive alle sue spalle, lo sfrutta, finché la vittima non ne ha più, finché la sua esistenza non serve più allo scopo.”
“Smettila, bastardo!” urlò Achille con tono lamentoso.
“Certo, la smetto, non si preoccupi. Voglio solo ricordarle, però, che quell’ammasso scuro di catrame e fango che pulsa nel suo petto, che la sta divorando avidamente da dentro, è molto più nero di me e altrettanto più giusto. Quello schifo, che un giorno non molto lontano la manderà all’inferno, l’ha creato lei stesso, grazie alla merda con la quale ha infarcito i suoi inermi polmoni in questi anni, andando forse ad equilibrare quella che abbondava già nel suo cuore. Sì, questa è la conseguenza per aver fatto entrare tanta merda dentro di lei e per averla allevata come un padre. Quel cancro è molto migliore di lei, signor Norcini. Quel cancro che la sta uccidendo è la cosa migliore che ha dentro.”
Achille tremava e sudava freddo, incapace di proferire parola.
“Avanti, signor Norcini. Non ha nulla da dire al suo nemico? Sono qui per lei, coraggio. Dimentichi per un attimo tutte le cose che le ho detto e mi renda all’istante colpevole di tutto. I suoi polmoni sono sporchi, proprio come me, non è vero? E’ tutta colpa mia, no?”
“Maledetto!” gridò all’improvviso l’’uomo con quanto fiato avesse in gola. “Maledetto…”
E attaccò il telefono con inaudita violenza.



4

Ciò che seguì, quella tragica notte, fu veloce e lento allo stesso tempo, come solo l’orribile di questo mondo sa essere.
Achille Norcini rimase per qualche interminabile minuto seduto sul letto, con i piedi nudi sul freddo pavimento. Dalia osservava in silenzio la sua nuca. Non aveva idea cosa avesse detto lo sconosciuto al telefono, eppure una paura tremenda si era impadronita di lei.
Quindi il signor Norcini si sollevò di scattò per piegarsi sulle ginocchia e prendere qualcosa da sotto il letto.
“A-Achille…” balbettò la donna terrorizzata. “Cosa fai?”
L’uomo non rispose. La fissò con sguardo quasi assente e prese il soprabito da una sedia. Poi uscì dalla stanza, tenendo ben stretto il fucile tra le mani.
Qualche ora dopo, la dottoressa Diop, l’orgoglio del marito e la gratitudine del bambino che aspettava in grembo, arrivò con la sua auto nel parcheggio dell’ospedale.
Non fece caso a quella Ford vicino all’albero. Non avrebbe potuto poiché, proprio quando scese dall’auto, le squillò il cellulare. “Sì, Marcus?” fece tirando su una calza.
“Lisa, volevo dirti che ti amo, non te l’ho detto, stamattina…”
“Anch…”
Sfortunatamente non riuscì a finire la frase, nemmeno quell’inconfondibile parola, il cui seguito arrivò alle povere orecchie del futuro padre come un tremendo urlo.
Altro che Home Theatre, provate ad usarlo dal vivo e vedrete che effetti.
Questo diceva la pubblicità sullo scaffale dell’armeria dove Achille Norcini aveva comprato l’arma. All’epoca, ovviamente, non aveva la più pallida idea che la prima volta che avrebbe tentato di usarla sarebbe stata per sfondare letteralmente il cranio di una donna incinta di neanche due settimane.
Tentativo fallito, fortunatamente.
Il marito di Dalia osservò per qualche istante la donna con il fucile spianato su di lei, mentre alcuni dipendenti dell’ospedale erano usciti per vedere cosa fosse accaduto.
Quindi rientrò nella Ford al posto di guida, infilò lentamente la canna in bocca e si accinse a far fuoco.
Ci sarebbe di sicuro riuscito, se non avesse ascoltato la voce della donna che lo chiamava al di là del vetro dell’auto.
Norcini si voltò verso di lei, fissò i propri occhi nei suoi e allontanò l’arma da sé.
La dottoressa Diop aprì lo sportello, aiutò Norcini a scendere e lo accompagnò in ospedale sotto gli sguardi ipnotizzati dei presenti.
E’ proprio vero che molti di noi non potrebbero sopravvivere senza di loro.
I tanto odiati nemici.

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mercoledì 6 maggio 2015

Storie di sogni per bambini: una storia orizzontale

Una storia orizzontale

di
Alessandro Ghebreigziabiher

Elisa, quella sera, era sotto lo coperte, mentre il padre le rimboccava con cura.
"Papà", chiese lei, "cosa sono i sogni?"
L'uomo si era ormai abituato alle continue domande della curiosa bambina e, sedutosi sul bordo del letto, provò a dare la propria risposta: "I sogni sono una specie di storie. Devi sapere che esiste un anziano folletto, vecchio come il tempo stesso, che le scrive per noi."
"E perché lo fa?"
"Lo fa perché ci vuol bene. Avrai notato che le nostre giornate non sono fatte solo di momenti belli e pieni di gioia ma anche quelli un po' tristi, no?"
"Sì, è vero."
"Ecco, il vecchio folletto segue tutti i nostri istanti e quando ci addormentiamo, come in una specie di cinema, ci mostra delle storie diverse da quelle di tutti giorni, per distrarci e per tirarci su."
"E gli incubi? Li scrive sempre lui?"
"No, gli incubi no. Quelli li scriviamo noi, quando non abbiamo voglia di credergli, di credere ai sogni che ci vuol regalare."
"Sai una cosa, papà?"
"Dimmi pure"
"Vorrei conoscerlo, questo folletto. Dove vive?"
"Vive nei sogni, lui vive in tutti i sogni che scrive per noi."
"Allora spero di incontrarlo, stanotte."
"D'accordo, se lo incontri digli che lo saluto", mormorò il padre accarezzandole la testa.
"Sì, papà."
"Buonanotte", le augurò l’uomo prima di spegnere la luce e uscire dalla camera.
"Buonanotte", rispose Elisa, chiudendo gli occhietti.
Un nuovo sogno fu scritto per lei, quella notte. Uno strano sogno, poiché la bambina era nel suo letto, nella sua stanza, ma sembrava vero, come se fosse sveglia. Tuttavia ella era sicura di dormire. Così, senza perdere tempo, chiamò il creatore dei sogni: "Folletto? Pss… folletto? Ci sei? "
Nessuna risposta.
"Folletto?" ripeté a voce più alta. "Mi senti, folletto? Dove sei? Sono Elisa."
Silenzio, nessun rumore nella camera, illuminata dalla luce della luna.
"Ecco, non esiste alcun folletto dei sogni…"
E la bimba scoppiò in lacrime.
Dopo meno di un minuto un cappello a forma di cono, rosso come un pomodoro, apparve al di là del bordo del letto di Elisa, davanti ai suoi piedini.
La bambina non smise di singhiozzare ma diminuì leggermente il volume.
"Chi sei? Sei il folletto?" chiese sospirando.
Il padrone del cappello si fece vedere meglio e una faccetta tonda si palesò. L'omino aveva due enormi occhi azzurri e portava un paio d'occhiali dalla montatura dorata ancora più grandi. L'età si vedeva, poiché i capelli lunghi fino alla base del collo e la barba folta erano di un bianco chiaro e brillante come la classica neve al sole.
Indossava una specie di casacca verde chiaro, con dei bottoni blu .
"Ci conosciamo?" chiese sistemandosi meglio gli occhiali.
La bambina si asciugò le lacrime in fretta e si tirò su a sedere.
"Sono Elisa", disse poi sorridendo.
"Elisa chi?" chiese lui aggrottando la fronte.
"Elisa, Elisa la bambina…"
"E allora?" disse lui spazientito.
"Ad ogni modo, io sono Erotangos, il folletto. Questo non vuol dire che ci conosciamo, però."
"Io ti conosco", fece subito lei. "Mi ha parlato di te mio padre. So tutto."
"Tuo padre? E chi è tuo padre?"
"Si chiama Luca, te lo vado a chiamare?"
"Non conosco alcun Luca, io", dichiarò il folletto infastidito. "Ora vado poiché non ho tempo da perdere."
L'omino stava per allontanarsi quando Elisa gridò: “Folletto, ma dove vai? Non andartene."
"Allora, prima di tutto, un po' di rispetto. Signor Folletto, visto che ho almeno cinque milioni di anni più di te. Secondo, con tutto quello che ho da scrivere, e visto che i più grandi intelligentoni della storia hanno cercato di parlare con me senza avere risposta, mi dici perché dovrei perdere il mio tempo con una bambina? Dormi e sogna, su."
E fece nuovamente per andarsene.
Elisa sbottò a piangere di nuovo, ancora più forte di prima e tra i singhiozzi esclamò: "Io volevo solo chiederti come fai a scrivere i sogni per noi."
Il folletto era ormai davanti alla porta della cameretta con la mano sulla maniglia quando, udendo le parole della bimba, si fermò immediatamente. Quindi, lentamente si voltò: "Cos'hai detto?"
"Ho detto", rispose lei senza smettere di piangere, "che vorrei sapere come fai a scrivere i sogni."
In quell'istante Erotangos si illuminò in volto come non aveva mai fatto in vita sua. Si avvicinò di nuovo al bordo del letto e, con la commozione incisa nei grandi occhi, le disse: "Elisa… Ti chiami Elisa, no?"
"Sì."
"In tutti questi anni le persone più geniali che hanno vissuto sulla terra e le poche tra loro che hanno creduto alla mia esistenza mi hanno chiesto di tutto. Gli scrittori mi hanno implorato di donare loro storie non ancora raccontate per poterle scrivere a loro volta come fossero proprie, i giornalisti mi hanno supplicato di potermi fare profonde interviste su chi fosse la mia fidanzata del momento e dove andassi in vacanza, i politici mi hanno pregato in ginocchio di candidarmi con i loro partiti o almeno apparire sui loro manifesti, gli scienziati mi hanno scongiurato di rivelare loro grazie a quale fenomeno chimico io possa vivere nei sogni. Tuttavia nessuno di loro mi aveva mai fatto la domanda più importante. Non avrei mai immaginato che solo una bambina sarebbe stata capace di tanto."
"Allora mi risponderai?" chiese lei liberando gli occhi dalle lacrime con le manine.
"Certo", rispose il folletto, "ti rivelerò il mio segreto, che è semplice quanto fondamentale. Io so scrivere i vostri sogni poiché osservo la vita dalla stessa angolazione dalla quale li sognate: in orizzontale."
"Non capisco…" ammise la bambina.
"E’ molto più ovvio di quanto tu possa pensare e, forse, è questo il motivo per il quale finora tale tesoro non abbia interessato le più grandi menti della storia. Quando ti capita di sognare?"
"Quando dormo."
"E dove ti trovi quando dormi?"
"Qui, nel mio letto."
"E in quale posizione dormi?"
"Che domanda? Sdraiata sul letto."
"Giusto. O, per meglio dire, in orizzontale. Ecco, quella è la posizione che mi permette di immaginare le mie storie e raccontarle a voi nei vostri sogni."
"Cosa vuol dire, folletto?"
"Piccola, ho detto signor folletto…"
"Ah, scusami. Signor folletto, non ho capito cosa voglia dire che immagini le storie in orizzontale."
"E' chiaro, bambina mia", disse Erotangos sedendosi sul bordo del letto, proprio nello stesso punto in cui di solito si accomodava il papà di Elisa. "Se tu ci pensi tutte le cose che la gente chiama serie e importanti si fanno quando si è in piedi o comunque dritti, con lo sguardo davanti a sé, cioè in verticale. Infatti in verticale si cammina per andare a lavoro, si fanno compere nei negozi e si fanno le file alla posta. In verticale le persone fanno anche le guerre, rubano, litigano, in verticale alcune fanno discorsi di scarso valore e sempre in verticale altre li ascoltano con grande attenzione. In verticale gli esseri umani viaggiano, si incontrano, si conoscono, in verticale scoprono il mondo e così sono abituati ad osservarlo, con gli occhi puntati nella direzione del proprio naso. E più l'attenzione del loro sguardo è puntata vicino ad essi, alla loro stessa ombra, è più gli uomini vengono chiamati concreti, pratici, realistici. Più è lanciata lontano, verso l'orizzonte e più li definiscono fantasiosi, distratti o, peggio, inaffidabili."
"Il mio papà mi sa che è inaffidabile. Ha sempre la testa tra le nuvole.”
“Non è inaffidabile”, osservò stizzito Erotangos.
"Scusa, non volevo offendere papà. Io gli voglio bene."
"Sicuro, cara, anche lui te ne vuole. La sai una cosa? Dovresti vedere cosa vedo io, in orizzontale.”
"Sì, certo che lo voglio."
"Allora sdraiati e chiudi gli occhi, come se dormissi, come se sognassi", la invitò l'omino.
La bambina non si fece pregare e con fiducia obbedì.
"Mi senti, Elisa?" chiese poi Erotangos.
"Sì, ti sento", rispose lei.
"Ora immagina che sia mattina e che la luce del nuovo giorno entri dalla finestra, per svegliarti e riscaldarti il viso. Immagina di aprire gli occhi ma di non alzarti per metterti in piedi, in verticale. Pensa di poterti sollevare dal letto come volando rimanendo sempre sdraiata, in orizzontale. Ci hai pensato? Anche volare, come sognare, si fa in orizzontale. Pensa di alzarti sopra la tua città, ma con gli occhi verso l'alto. Cosa vedi?"
"Vedo il cielo azzurro."
"Giusto, il cielo azzurro illuminato dai raggi del sole come il tuo viso al tuo risveglio. E lo vedi quello stormo di rondini che sta passando sopra di te?"
"Sì, lo vedo."
"Guarda bene, lo vedi come sono felici di volare insieme? Lo vedi come sono contente di sentire insieme il calore del sole?"
"Sì, folletto", rispose dimenticandosi del signor.
"E lo vedi ora quel gruppo di nuvole soffici e incastrate l'una con l'altra?" le disse lui, dimenticandosi a sua volta di riprenderla.
"Sì, che strane forme."
"Brava, hai detto bene. Che strane forme. Ma sono strane perché non le considerate mai con attenzione. Osservale con cura, per una volta. Guarda quella al centro: non sembra il viso di una strega?"
"Già, ha pure il nasone."
"E fissa ora quella alla sinistra, cosa ci vedi?"
"Sembra una mano, una mano aperta."
"Bravissima, Elisa. E quella a destra?"
"Quella… quella mi pare una barca, una barca a vela."
"Ottimo, piccola. E ora lascia perdere le nuvole. Sta passando proprio in questo istante un aereo. Lo vedi lassù, in alto?"
"Eccolo, com'è piccolo da quaggiù."
"E' vero, eppure è grandissimo. E dentro ci sono delle persone. Ci pensi mai, quando vedi passare un aereo, che a bordo ci sono delle persone? Uomini, donne, bambini e bambine come te?"
"No, mai."
"Pensa che quelle persone stanno volando, proprio come le rondini e le nuvole, proprio come te, ora."
"E' vero."
"Pensa di sollevarti in alto fino a vedere l'aereo passare a pochi metri da te. Immagina quindi che adesso l'aereo rallenti, ora che puoi vederlo da vicino. Guarda i finestrini. Li vedi quei due bambini che ti salutano con le manine?"
"Sì, li posso salutare anche io?"
"Certo, devi salutarli, è una questione di educazione. Lo vedi? Ti sta salutando pure il pilota, quel signore con il cappello da aviatore e la barba."
"Sì, gli sto facendo ciao proprio in questo momento."
"Ora immagina che sia sera e che cali la notte. Le vedi le stelle?"
"Sono tantissime, sono tutte piene di luce."
"Io le ho contate: sono settecento trentasette milioni di miliardi, circa."
"Caspita, e come hai fatto?"
"Perché io vedo il mondo in orizzontale, sempre. E quindi ho molto tempo per contarle, la notte. La vedi la luna?"
"Sì, com'è grande."
"Immagina invece che sia piccola come un limone e pensa di poterla prendere con una mano. Coraggio, prendila."
Elisa non se lo fece ripetere e, sempre sdraiata sotto le coperte, con gli occhi ben chiusi, allungò il braccio per prendere qualcosa di invisibile davanti a sé.
"E' morbida. E' calda è morbida…" sussurrò con un grande sorriso sulle labbra.
"Ti piace averla in mano, mia cara?"
"Sì, folletto, mi piace. La posso tenere?"
"Eh, no… la luna è di tutti ed è la luce della notte. In tal modo lei e tutte le stelle rimarrebbero al buio."
"Ah, è vero."
"Però puoi tenerla con te per qualche minuto e sappi che non tutti possono. Solo chi si permette di vedere il mondo in orizzontale può prendere la luna in una mano. E anche se è solo per un momento, non è meraviglioso?"
"Sì, è bellissimo", rispose la bambina portando vicino al cuore la luna invisibile stretta tra le dita.
"Signor folletto", domandò poi.
"Chiamami pure Erotangos", le permise l'omino.
"Potrei portarci i miei genitori, qui, a vedere il mondo in orizzontale? Io vorrei vivere così, mi piacerebbe vivere sempre così, in orizzontale."
Il folletto le accarezzò il capo, proprio nello stesso modo in cui lo faceva sempre il suo papà, e le mormorò: "Piccola, non si può e non si deve vivere solo in orizzontale. Come non si può credere di poter essere felici vedendo il mondo solo in verticale. Sono importanti entrambi i punti di osservazione così come tutti gli infiniti modi in cui puoi osservare ciò che ti circonda. Ricorda, non avere mai fretta di guardare qualcosa, poiché ogni cosa che vedrai nella tua vita è molto più importante di quello ti sembrerà con una sola occhiata. E quando sei un po' giù, prova a vedere le cose in orizzontale e vedrai che ti sentirai meglio. E' una promessa. D'accordo?"
"Sì, Erotangos."
"Ora dormi, piccolina. Dormi e continua a volare."
"Buonanotte", disse lei rimettendo la luna al suo posto.
"Buonanotte, Elisa", disse il folletto, abbandonando la stanza così come era entrato, dalla porta.
Così la bambina riprese a sognare come aveva sempre fatto, anche se con molta, molta più leggerezza.
Potrei dirvi che per il carnevale di due anni prima, Luca, il papà di Elisa, aveva acquistato una maschera da folletto per sua figlia, perché le erano piaciute tanto alcune favole su questi fantastici personaggi.
Potrei dire anche che forse Elisa, se l'avesse vista indosso al papà, quella notte, inginocchiato vicino al suo letto, con i grossi occhiali dimenticati a casa dal nonno lo scorso fine settimana e con indosso una delle vecchie vestaglie della moglie morta da poco più di un anno, non l'avrebbe di certo riconosciuto, talmente era desiderosa di conoscere il creatore dei sogni.
E potrei infine rivelarvi che le cose stanno proprio così.
Che fu il papà della bambina a raccontarle quanto fosse importante, ogni tanto, smettere di vedere il mondo in verticale.
Tuttavia vorrei lasciare il tutto com’è e andare avanti, come accade nei sogni, che non si possono cambiare una volta sognati.
Ovvero, se preferite, come capita sempre nelle storie scritte e narrate.
In orizzontale.

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