mercoledì 14 dicembre 2016

Storie sugli alberi: L’albero del Natale futuro

Storia dell’albero del Natale futuro

di
Alessandro Ghebreigziabiher

Laggiù, da qualche parte, nel futuro.

Si sa.
Le feste, forse quasi tutte, sono fatte principalmente di vigilie. E’ lì, il bello, il tutto che conta, che vibra. E’ un prima che si srotola tra le nuvole come un arcobaleno di secondi trepidanti che, auspicabilmente, ci condurrano dove abbiamo immaginato di trovarci quando l’istante fatidico giungerà.

Alessandro Ghebreigziabiher
Al massimo potrà valere il dopo, al riparo della deformante lente del ricordo, e con l’ausilio del photo, anzi, memory shop: via le sgradevolezze dalla scena, addolcisci quelle espressioni torve e soprattutto quegli occhi irosi. Impegnati, testa mia, e cancella tutto quel che ha fatto male, allora.
Il durante, la diretta dell’evento, non è mai come te l’eri disegnata, vero?
Eppure Ruggero quest’anno ce l’aveva messa tutta pur di dare una svolta alle familiari tradizioni.
L’Albero con l’iniziale maiuscola, nella versione più recente, con il sistema operativo più aggiornato e tutti gli optional di serie gli era costato un occhio della testa. Anzi, entrambi, perché il denaro che aveva utilizzato era destinato all’operazione alla vista, la quale – a sentire il chirurgo – era ormai improcrastinabile, anche perché il calo di diottrie che aveva patito nei mesi precedenti era stato preoccupante.
Ma cosa non si fa per riportare il sorriso in casa?
Per la cronaca, lo scorso Natale era stato un disastro. Daniele, il maggiore e Marta, la sorella quindicenne di due anni più giovane, non avevano fatto altro che litigare. Il motivo scatenante era stato la prematura rottamazione dello scooter del ragazzo. O di quel che ne restava, visto che era stato praticamente disintegrato neanche dalla ragazzina - per fortuna, peraltro – ma dal suo fidanzato. Quest’ultimo se l’era cavata con la frattura del femore destro e qualche contusione, ma niente di più grave.
“Era meglio che morisse,” aveva esclamato più volte Daniele in quei giorni e con la sorella erano venuti pure alle mani proprio il venticinque, finendo per abbattere l’albero, l’altro. Quello vecchio, insomma, e mai tale aggettivo sarebbe stato più azzeccato.
Tutto sotto gli occhi affranti dei genitori e quelli ufficialmente assenti di Corrado, il piccolo per la famiglia, il bambino autistico per il resto del mondo.
“Davvero, papà?” chiese sgranando gli occhi Marta l’anno dopo, durante il pranzo della vigilia.
“Certo, amorino. Il pacco dovrebbe arrivare giusto in tempo questo pomeriggio.”
“Ruggero…” fece stupita sua moglie Teresa. “Ma quanto costa?”
Il marito ignorò volontariamente la domanda.
“Ma c’è anche il Wi-Fi?” chiese Daniele.
“C’è tutto, ragazzi. Anche noi avremo finalmente l’albero di Natale ologramma.”
La sera stessa, prima di accendere il dispositivo e collegarlo alla rete di casa, i nostri erano tutti particolarmente emozionati. L’onore spettò ovviamente a Ruggero.
Clic e luce fu.
L’albero ologramma era davvero imponente, suggestivo e più che mai realistico. Solo toccandolo avresti potuto renderti conto che stavi ammirando il nulla, per quanto brillante e colorato.
La connessione internet ti permetteva, poi, di scaricarti gratuitamente palline e addobbi di ogni forma e tinta, con gli effetti più mirabolanti. Inoltre, potevi aggiungere ai tradizionali adornamenti anche i vari social e le video chiamate live con gli auguri in tempo reale, melodie e app natalizie a gogo, streaming da ogni dove e così via.
Teresa aveva chiesto lumi sull’operazione mancata e Ruggero aveva detto una mezza verità, o forse il contrario, ovvero una bugia.
“Ci vedo ancora”, la parte credibile.
“C’è tempo”, l’altra.
Tuttavia, la donna era contenta soprattutto per un aspetto non trascurabile. Il nuovo, benedetto albero non lasciava quelle maledette striscioline verdi dappertutto.
Verso la mezzanotte, trafficando a turno con la console, Daniele e Marta avevano riempito l’albero virtuale di tutti suoi doni digitali.
Quindi si allontanarono anche loro estasiati e si sedettero sul divano accanto ai genitori ad ammirare il meraviglioso miraggio che aveva reso straordinario l’attimo.
Solo Corrado sembrava distratto. Ogni tanto osservava l’albero fantasma ma poi spostava gli occhi in ogni altro punto del salone con la medesima attenzione. Sì, guardava anche il baule nell’ingresso, accanto alla scarpiera.
Mancava un minuto alle ventiquattro, Ruggero sorrideva, così Teresa. Daniele rispondeva ai messaggi sul cellulare, Marta li ascoltava.
E clic, la luce non fu più.
“Cosa è successo?” Gridò spaventata la mamma.
In realtà, clic non è la parola giusta. Forse zap o bam farebbero meglio al caso.
In breve, nella fretta dell’acquisto, Ruggero non aveva verificato la richiesta di voltaggio da parte dell’intangibile prodigio e una volta resuscitato l’impianto si avvicinò preoccupato a quel che restava dell’albero.
Affiancato dalla famiglia, osservò affranto la scatoletta fumante e mezza squagliata. Solo in quel momento si resero conto che, abbagliati dalla novità, non si erano accorti del pericoloso surriscaldamento.
Le conseguenze furono disastrose. Teresa si arrabbiò con Ruggero per la spesa inutile, Marta con Daniele per non essersi preoccupato di leggere il manuale, quest’ultimo con la madre per aver messo a lavoro contestualmente anche l’immancabile lavatrice, quindi tutti contro tutti, grida e urla, il campionario delle liti di festa.
Dopo svariati, concitati minuti i quattro si ricordarono di essere in cinque. In realtà furono obbligati a farlo, altrettanto costretti a osservare Corrado.
Il piccolo nel frattempo aveva aperto il baule, riportato in gioco il vecchio albero e l’aveva tirato su. Storto, a esser precisi, con le palline sopravvissute messe un po’ a casaccio e qualche festone sbilenco a completare l’opera.
Pochi secondi e l’albero dimenticato crollò in terra.
Corrado scoppiò a ridere, di una risata scomposta e fragorosa, tutti gli altri non poterono evitare di far lo stesso. E buon Natale.

 
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mercoledì 7 dicembre 2016

Storie sulla diversità: Andate via

Andate via

di
Alessandro Ghebreigziabiher

Andate via, disse lui.
Perché? Rispose l’altro.
Perché non c’è posto per voi, qui. Andatevene, tu e i rifugiati.

Alessandro Ghebreigziabiher
Ma quella è solo una parola, ribatte l’altro. Deriva da rifugio. E' una bella cosa, il rifugio, è indispensabile, salva vite e protegge, serve a tutti, perché prima o poi ne avrai bisogno anche tu, la vita è strana, non sai mai cosa ti attende sulla pagina seguente…
E’ inutile, replica il primo. E’ proprio inutile che cerchi, come al solito, di confondermi le idee con le tue subdole chiacchiere. Qui non potete restare, andatevene via, tu e tutti i diversi.
Scherzi? Ma hai presente di quanti stiamo parlando? Già con rifugiati stai lasciando fuori della porta un numero eccezionale di esperienze e visioni, di intuizioni e punti di vista, ignorando che l’umanità non sarà mai perfetta e padrona assoluta del proprio destino, ma ogni pezzo di verità in più ci avvicina alla comprensione delle cose, così come ciascun frammento di felicità aggiunto al racconto aumenta le nostre comuni chance di serenità. Fuori i diversi? Qui siamo nell’ordine dei miliardi, te ne rendi conto?
Certo che me ne rendo conto, cribbio. E’ proprio perché, a differenza di quelli come te, ho una chiara consapevolezza della realtà e delle cose concrete che alzo il mio bel muretto e vi invito caldamente a rimanere al di là di quest’ultimo. Devo difendere la mia terra dalle vostre contaminazioni, non vi permetterò di sovrascrivere la mia storia. Perciò, andatevene, tu e i tuoi buonisti, illusi e irrealizzabili sogni.
Oh, questa poi. Se prima eravamo nell’ordine dei miliardi, qui parliamo di infinito e oltre. Un tutto elevato al tutto, in breve. Tu sei impazzito, davvero, ritorna in te, perché solo la follia o uno strano tipo di vocazione alla solitudine ti sta inducendo a tale insana privazione.
Privazione? Ma di cosa blateri? Non c’è privazione, allorché qualcuno che arrivi venga rispedito al mittente. Lo vedi che non conosci nemmeno le basi del tuo mestiere? Casomai dovremmo parlare di giusto respingimento, sacrosanto allontanamento e inevitabile cacciata dell’invasore a difesa di me stesso.
Scusa, fa l’altro sinceramente perplesso, ma non ho capito da cosa ti stai difendendo…
Ecco qual è il tuo problema, tu non rifletti sull’aspetto principale delle tue scelte.
E quale sarebbe?
Le conseguenze. Ti compiaci della tua bella mercanzia, fatta di accoglienza e integrazione, speranza e pace, rispetto e diritti. Semini il tutto intorno come presunti, preziosi regali, incurante di quali siano le reali ripercussioni nei giorni a venire. Non ti preoccupi degli effetti della tua ingenuità e il prezzo da pagare lo lasci a me. Ma io non ho alcuna intenzione di prendermi sulle spalle il peso delle tue farneticazioni. Andate via, tu e tutte le tue vane parole.
L’altro comprese, infine, che non v’era più alcuna possibilità di far cambiare idea al primo. Prese il proprio voluminoso bagaglio e accontentò l’amico di un tempo, scomparendo all’orizzonte.
E fu così che la penna se ne andò.
Lasciando solo.

In bianco.
Il foglio...
 
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