mercoledì 25 febbraio 2015

Storie di intercultura: La panettiera e il nigeriano

La panettiera e il nigeriano

di
Alessandro Ghebreigziabiher


Questa storia ha luogo a Francavilla Fontana, un comune in provincia di Brindisi, in Puglia.
Pare che la sua nascita risalga all’VIII secolo avanti Cristo e che venga chiamata anche la Città degli imperiali, in omaggio al nome di una nobile famiglia di feudatari sotto il cui dominio raggiunse il massimo della sua grandezza, industriale e culturale.
All’epoca della stesura di questo racconto, il dominio, se così vogliamo chiamarlo, di Francavilla era invece in mano al sindaco Vincenzo Della Corte, esponente del Popolo della Libertà.
Il 24 agosto del 2010 Benedetto Proto, consigliere comunale pidiellino, fu colto da una necessita impellente: doveva andare in panetteria.
Ebbene sì, anche gli uomini di Berlusconi lo fanno.
Fanno di tutto, figuriamoci andare in panetteria.
Ed è lì che il Proto fece l’incontro che segnò per sempre la sua carriera politica e umana.
Diciamolo: soprattutto umana.
Non appena si avvicinò al negozio, gli occhi del prode amministratore cittadino incrociarono inorriditi una presenza a dir poco vergognosa: un uomo dalla carnagione equivoca.
Un africano?
Un africano sciolto, signori miei.
Ma non solo.
L’oscuro individuo osava sostare sulla pubblica pavimentazione marciapiedale profondendosi in un ripetuto allungamento e contestuale retrocessione dell’arto superiore destro con la speranza di carpire l’altrui pecunia abusando della rinomata generosità sudista.
In breve, chiedeva l’elemosina.
Il difensore dei valori e delle tradizioni occidentali sentì nel cuore che non poteva rimanere impassibile innanzi a tale immane delitto.
Si avvicinò al marrano e gli intimò di allontanarsi immantinente.
Mentre il nostro condottiero era pronto a sfoderare l’affilato cellulare e chiamare i pubblici rinforzi, la reazione del bruno invasore lo lasciò di stucco.
Cioè, potrei pure indicare un’altra sostanza al posto dello stucco, ma non voglio infierire, come si vedrà più avanti.
Difatti, il tenebroso fuorilegge, invece di reagire in modo bestiale, come prevedibile in un selvaggio, decise di accontentare il Proto e trovarsi un altro luogo in cui macchiare la bianca cittadina pugliese.
Non prima però di aver cambiato in valuta frusciante la manciata di monetine sottratte con l’inganno sino a quel momento.
Ecco, è lì, in quel preciso istante che qualcosa di straordinariamente ottuso scattò nella testa del consigliere.
Dimentico dei due etti di lonza che avrebbe dovuto acquistare, il consigliere berlusconiano si guardò in giro con occhi assetati di sangue e dopo pochi secondi vide ciò che stava cercando.
Si mosse velocemente, senza perdere un attimo.
Nel frattempo, il bronzeo intruso, dopo aver atteso – incredibile a dirsi – educatamente la fila, ottenne il sospirato cambio e raggiunse nuovamente l’ingresso della panetteria.
Ciò che provò sulla soglia del negozio non fu paura.
Solo un enorme misto di delusione e amarezza.
Al contrario, il Proto, in mezzo a due valenti vigili urbani, sorrideva a settantacinque denti e allargò ulteriormente il proprio ghigno non appena l’esotica creatura venne arrestata con l’accusa di averlo aggredito con un coltello.
E se ciò non fosse stato sufficiente, uno dei due vigili si dichiarò vittima a causa della violenza del terribile guerriero saraceno, catturato e inseguito dopo un suo futile quanto vile tentativo di fuga.
Il giovane nigeriano venne incarcerato il giorno stesso con le accuse di resistenza a pubblico ufficiale, minaccia a mano armata, porto illegittimo di armi, rifiuto di fornire le generalità e lesioni personali aggravate, confermate anche da un quanto mai tempestivo referto medico relativo al contuso vigile.
Per nove giorni il gaglioffo dormì tra le sbarre, nell’unico luogo in cui questi alieni individui non disturbano l’Italico occhio, e finalmente arrivò l’ora del giusto processo.
Secondo il dizionario Garzanti, l’aggettivo giusto vuol dire che agisce secondo giustizia, equo, imparziale. Esempi: un uomo giusto, un giudice giusto.
Un uomo giusto, come il baldo consigliere Benedetto Proto, il quale sedeva in aula con sguardo tronfio, in attesa di ascoltare la giusta sentenza.
Normale per chi appartenga ad un partito che, sin dalla discesa in campo del suo leader, ha messo il tema della giustizia in cima alle priorità.
Non avrebbe potuto fare altrimenti.
Innanzi a lui vi era un giudice giusto, come Stefania De Angelis, la quale – prima di emettere la giusta sentenza – permise all’avvocato Giulio Marchetti di far testimoniare la panettiera: “Mi chiamo Serafina, Serafina Latartara e sono la titolare della panetteria. Ho seguito tutta la scena. Il mio negozio non è grandissimo, tutt’altro e dal bancone riesco a vedere e ascoltare tranquillamente anche quello che accade all’esterno. Il ragazzo, l’imputato, era sul marciapiede come fa ogni giorno per cercare di racimolare qualche soldo. A me non da fastidio e posso parlare anche per quasi tutti i nostri clienti. Non posso dire tutti, perché non appena ho visto arrivare il consigliere Proto ho capito subito che per il giovane le cose si stessero mettendo male. Non appena il consigliere gli ha intimato bruscamente di allontanarsi lui è venuto nel mio negozio e ha svuotato le tasche sul banco. Io gli ho cambiato gli spiccioli e regalato una focaccia. Anche questo lo faccio ogni giorno. Quindi sono arrivati i vigili con Proto. Il ragazzo non aveva un coltello. Come ho detto al giudice quel giorno, ho visto bene che non avesse un coltello. Ha svuotato le tasche davanti a me. Tutta questa storia fa solo schifo. E’ una vergogna che paghiamo persone del genere per amministrare le nostre città…”
Per la cronaca, il giudice assolse il giovane nigeriano con formula piena e il pubblico ministero Giuseppe De Nozza, dopo aver chiesto il proscioglimento, gli rivolse pubbliche scuse a nome di tutta la comunità.
Non con altrettanta benevolenza venne invece trattato l’illustre consigliere pidiellino: “E’ una vicenda deprecabile”, dichiarò il procuratore, “un inaccettabile rigurgito razziale”.
Il pm ha poi richiesto la trasmissione degli atti processuali alla procura, aprendo un fascicolo a carico del Proto per falsa testimonianza di fronte all’autorità giudiziaria.
Subito dopo il processo, il nostro rassegnò le dimissioni nelle mani del sindaco.
“Sono cristiano, non provo alcun rancore, conosco il valore del perdono.”
Con queste parole il ragazzo nigeriano ha risposto a chi gli chiedeva cosa provasse nei confronti del suo accusatore.

Tratto dallo spettacolo di teatro narrazione L’Italia che vorrei (2011).

mercoledì 18 febbraio 2015

Storie di intercultura per bambini: le due gocce

Le due gocce

di
Alessandro Ghebreigziabiher


Questa storia è di molto tempo fa e quando dico molto tempo mi riferisco a molto, mooolto tempo.
Pensate che l'uomo ancora non c'era al mondo, e così tutti gli animali.
Figuriamoci l’Uomo Ragno e Harry Potter, Totti e la playstation.
Non c’era neppure il gabinetto, immaginatevi un po’ quanto fosse scomodo… va bene, ormai è chiaro, torniamo al punto.
C'era ovviamente la terra, il mare, il sole, la luna e le nuvole.
Già, le nuvole.
Tra di esse ce n'era una piccolina che calcava i primi passi nel cielo. La nuvola, a sua volta, era fatta di tante minuscole gocce, anch'esse alla prima esperienza. Fra di loro ve n'era una che spiccava tra le altre perché aveva sempre il sorriso stampato sul viso.
Il suo nome era Babukar ed era una gocciolina ricolma di contentezza di essere lì con le altre. Amava immensamente sentirsi parte della nuvola, viaggiare con dolcezza nel cielo cullata dal vento, osservare le bellezze del mondo non ancora attaccate dall'uomo.
Era felice, insomma, poiché amava ciò che era.
Non tutte le goccioline, però, la pensavano come lui, come in ogni nuvola. Vi erano le gocce invidiose, che non facevano altro che guardare le nuvole vicine, le quali risultavano sempre più belle della loro.
C'erano le gocce asociali, ognuna delle quali voleva fare nuvola a sé.
C'erano quelle presuntuose, convinte di essere loro a far viaggiare la piccola nuvola anziché il vento, pensate un po’ l’ardire di costoro.
Ma, soprattutto, c'erano le gocce pessimiste, che vedevano temporali dappertutto. Una di queste ultime, di nome Hasani, era vicino di Babukar e infastidito dalla sua gioiosità, un giorno gli chiese: “Si può sapere perché hai sempre quel sorriso sulle labbra? Cosa c'è di così divertente?”
“E' bello stare qui”, rispose l’altro, “sospeso nel cielo, fermo tra il sole e la terra...”
“Tanto non durerà”, osservò Hasani malinconicamente. “Presto o tardi scoppierà un temporale, cadremo giù tutti e ci perderemo per sempre.”
Babukar era molto impressionato dalle parole del compagno e, mostrando notevole ingenuità, gli chiese: “Cos'è un temporale?”
Hasani, stupito dall'ignoranza dell’altro, così rispose: “Non sai cos'è un temporale? È quando il vento diventa così crudele e violento da aggredire le nuvole fino a frantumarle goccia dopo goccia. É la fine di tutto.”
Babukar, preso dal panico, esclamò: “No! La nostra nuvola non lo permetterà, lei ci vuole bene, ci proteggerà.
Tuttavia, Hasani gli disse con amarezza nella voce: “Non hai ancora capito? Non c'è nessuna nuvola, essa è fatta da tutte noi goccioline messe insieme. Noi siamo la nuvola...”
Babukar si sentì morire dentro e non riusciva più a parlare. Aveva sempre visto la propria esistenza come qualcosa di celestiale, senza dolore e difficoltà, un eterno gioco, ed era dura affrontare la realtà.
Se mi lasciate passare il banale gioco di parole, si può dire che fino a quel momento avesse sempre vissuto con la testa tra le nuvole.
Addolorato cominciò a piangere, cosa che non aveva mai fatto prima, e dai suoi occhi uscirono delle lacrime o, meglio, delle gocce.
Le vide cadere giù sulla terra, le guardò scivolare in un fiume, osservò il fiume portarle con sé nel mare e, dal mare, le vide sollevarsi fino al cielo, per diventare nuvole.
Fu allora che capì che il prezzo della vera felicità sarebbe stato riuscire ad accettare tutto, tutto quello che la vita gli avrebbe dato.

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giovedì 12 febbraio 2015

Storie di paura: l'incubo di Goffredo

L'incubo di Goffredo

di
Alessandro Ghebreigziabiher

Ho bisogno d'aiuto.
Io di idee ne ho tante ma ogni volta che cerco di trasformarle in una storia, proprio quando inizio a calarmici dentro, esattamente quando sto per godere della vita che si crea da sola in essa, accade qualcosa che taglia inesorabilmente la corrente, interrompe il flusso.
Insomma, non posso più andare avanti.
Eppure io di idee ne ho tante.
Come quella di un uomo che si svegli al mattino e andando allo specchio scopra di avere il viso scomposto: due bocche al posto degli occhi, un occhio al posto della bocca, un orecchio al posto del naso e due nasi al posto delle orecchie.
Quel tredici di maggio Goffredo non credette ai suoi occhi, pardon, al suo occhio. Per un attimo gli parve di perdere i sensi, non cadde a terra solamente perché riuscì ad appoggiarsi con le mani al lavandino.
Sogno? Incubo? Peggio: era sveglio e vittima di una grave crisi psicotica? Istintivamente portò le mani alla faccia per constatare l'abnorme mutazione e le sue dita tremanti trovarono uguale conferma.
Un mostro, ecco cos'era diventato da un giorno all'altro, un orribile mostro. Trascorse l'intera mattinata in preda al panico e alle angosce più tremende. Ogni tanto passava davanti allo specchio, con la vana speranza di rivedere il suo vecchio viso, non bellissimo, tutt'altro, ma normale, che caspita, con le cose al posto giusto.
Nulla da fare, quella maschera informe era sempre lì ad aspettarlo nell'immagine riflessa. Ad un tratto squillò il telefono per ben quattro volte, incapace di distrarlo dal suo nuovo problema, il più difficile della sua vita.
Tuttavia, dopo il quarto drin, una voce lo rubò al tragico e incredibile dramma. “Goffredo? Sei in casa? Non ti è suonata la sveglia? Stai male? Ho provato anche al cellulare… Fatti sentire, ricordati che a mezzogiorno abbiamo l'incontro.”
Debora.
Gli era impossibile apparire distratto qualora gli rivolgesse la parola, anche se registrata su un'incolpevole segreteria telefonica.
“L'incontro, cazzo… l'incontro!” pensò.
Al primo incubo se ne aggiungeva un altro. Erano dieci anni che aspettava quell'occasione.
Finalmente era riuscito a convincere Debora Mondardini, il capo, a promuovere una sua creazione. E la cosa sorprendente era che l'intuizione che aveva tanto convinto la responsabile dell’Agenzia Grandisogni gli era venuta così, mentre stava al bagno a farsi la barba, da un giorno all'altro, proprio come quell'assurda trasformazione.
“Cazzo… proprio oggi?” fu il suo secondo pensiero.
Anzi, pensiero non fu, poiché si ritrovò ad esclamare a voce alta tali parole.
Con due bocche, con due lingue, con due voci.
In stereo, ad essere precisi.
E la sapete una cosa? Non era male. La cosa riuscì perfino a fargli sdrammatizzare la situazione quanto mai incresciosa in cui era piombato.
“Caspita, ho un futuro come speaker radiofonico. Meglio, come deejay! Ecco a voi, DJ-M: il primo disk jockey mostro…”
Fortunatamente scherzarci su stava ottenendo un effetto positivo. Gli stava permettendo di ragionare, di staccarsi dal crollo emotivo causato dallo shock. Non doveva assolutamente perdere l'incontro con i giapponesi. In qualche modo doveva andare all'appuntamento. L'essere divenuto una creatura aliena era un problema da posticipare.
Così, evitando di spostare il suo ormai unico occhio verso specchi o finestre, comunque riflettenti, iniziò a passeggiare per casa per far funzionare meglio le meningi. E l'idea venne da sé, semplice, come quella che gli aveva donato la tanto sospirata chance di quella mattina.
Un paio di occhiali, grandi e neri, per coprire le bocche, un cappello per nascondere i nasi situati al posto delle orecchie e, geniale, una mascherina per i presunti naso e bocca, in realtà orecchio e occhio, a causa della sua stagionale allergia al polline. Responsabile, tra l'altro, di un fastidioso lacrimare degli occhi. Da cui la necessità di portare gli occhiali anche al chiuso.
Ma come spiegare il cappello in testa, una volta entrati da Lanciotti, il noto ristorante in centro?
Semplice, lui era un creativo, una specie d'artista. Si sa, gli artisti sono di norma degli eccentrici. E poi, se la sua idea avesse avuto successo, chi avrebbe dato importanza al look? Così, si fece coraggio e uscì di casa, opportunamente camuffato.
Appena in strada un po' di panico lo avvolse quando incrociò la sua corpulenta vicina, sempre curiosa della sua vita.
“Signor Goffredo, cosa le è successo?” gli chiese parandosi di fronte a lui, come ad impedirgli il passaggio.
“N-Niente, n-nulla, signora, ho una forte allergia, stamani…”
E cercò di aggirare il donnone.
“Dev'essere molto fastidiosa, immagino”, osservò lei, intuendo il suo dribbling e tagliandogli letteralmente la strada con la busta della spesa.
“Signora, ho un impegno urgente e non ho tempo per lei, ora.”
Con una presa a tenaglia agguantò il braccio della donna per spostarla con forza da parte.
“Buona giornata”, disse allontanandosi, liquidando la questione.
“A-Arrivederci…” farfugliò lei basita.
Avanzando verso la metropolitana, Goffredo non era in sé dalla gioia. In tre anni che abitava in quel palazzo non era mai stato capace di divincolarsi in alcun modo dalle insistenti e oltremodo invadenti indagini della vicina.
“Essere un mostro”, considerò, “autorizza modi da mostro e ciò può avere i suoi vantaggi.”
Difatti, una volta in metropolitana si rifiutò di far sedere due vecchietti, di cui uno quasi cieco ma riuscì a godersi il proprio culo a riposo nell'affollato vagone senza alcun senso di colpa.
“Sono un mostro, che volete farci?” si ripeteva contento nella testa.
Arrivato nella zona dell'appuntamento stava quasi per inciampare sullo scalino del marciapiede. Non doveva correre, questo si disse.
“Non correre, Goffredo, non c'è bisogno di correre”, si intimò.
Il fatto era che avesse solo un occhio per orientarsi e la visibilità attraverso i piccoli fori della mascherina non era totale. Tuttavia, scorgendo l'entrata di Lanciotti, rifletté su quanto povero di sguardi interessati fosse rimasto il suo viso mascherato.
“La nostra è proprio una città libera da ogni pregiudizio”, si disse. “O, forse, un posto dove ognuno si preoccupa solo di se stesso. Chissà, in ogni caso sembra il luogo ideale dove vivere, per un mostro.”
Entrando nel lussuoso locale spense questi pensieri e, dopo aver dato il suo nome all'addetto, fu accompagnato al tavolo riservato al meeting.
Debora era già lì, con tanto di rossetto vermiglio e calze nere e trasparenti ben in vista. Il clan nipponico era anch'esso schierato sul campo, pronto a visionare la grande idea.
Gli orientali non batterono ciglio quando lo videro arrivare così imbacuccato, ma il suo seducente e agguerrito capo aveva gli occhi fuori dalle orbite. Nondimeno sembrava che Goffredo fosse entrato nella parte come un chiaro prodotto dell'Actors studio, cioè profondamente dentro il personaggio.
“Buongiorno a tutti. Chiedo umilmente scusa per il mio aspetto. Ahimè, al mio risveglio sono stato colpito da una grave allergia. Non infettiva, state tranquilli. Ciò nonostante non ho voluto saltare l'appuntamento per non mancarvi di rispetto. Soprattutto, perché credo fermamente nella mia creazione e sono pronto ad affrontare ogni ostacolo per proporla con entusiasmo a chi sia interessato.”
Gli emissari del sol levante rimasero impressionati da tale abnegazione e sicurezza, avvolte in siffatta cortesia. Evocò in loro lo stile degli antichi samurai. Quelli tipo Toshiro Mifune, per capirci.
Mister Ozuka, il capo delegazione, si alzò in piedi e disse: “Prego, si accomodi e ci mostri pure con tutta calma la sua idea.”
Inutile dire che il panico disegnato sul viso di Debora alla sua entrata in scena fu immediatamente sostituito da un misto di stupore e sollievo.
Cosa aggiungere? In pratica Goffredo fu eccezionalmente chiaro e convincente come non lo era mai stato.
Mostrò, sotto lo sguardo esterrefatto di Debora, una freddezza e un vigore nelle parole impressionanti, un eloquio mai udito prima, sorretto da una voce particolarmente imponente.
Merito del dolby…
Goffredo, il timido Goffredo, l'impacciato Goffredo, l'anonimo impiegato, primo ad essere cacciato in vista di necessità di smaltimento esuberi, di nome Goffredo, era diventato uno squalo da lanciare nel periglioso mare degli affari.
“Un mostro non si lascia tradire da sentimenti ed emozioni”, spiegava a se stesso il nostro in quegli attimi.
Insomma, per farla breve, i giapponesi erano entusiasti dell'idea e del suo creatore, incapaci di decidere chi risultasse più attraente. Stavano per firmare il contratto, all'angolo della bocca di Debora si stava formando la tanto sospirata bavetta, il novello mostro stava gongolando con l'occhio spalancato sotto la mascherina quando l'allergia, presunta o meno, fece il suo ingresso in tavola, essendo stata invitata formalmente.
Uno starnuto, un enorme starnuto, un traboccante starnuto, perlomeno un doppio starnuto esplose ai lati della testa del povero Goffredo, facendo sobbalzare il suo cappello, inesorabilmente.
“Ma… cosa?” esclamò Ozuka, arrestando la penna ad un millimetro dal foglio, con il seguente congelamento della bava sul labbro di Debora a forma di stalattite.
Ops, mi è successo di nuovo. Io non so come andare avanti, ora. E' uno strazio. Muoio dalla voglia di sapere cosa succeda dopo. Se i giapponesi e Debora abbiano visto i due nasi. Se magari Goffredo farà in tempo a risistemarsi il cappello o altrimenti come farà a trarsi di impaccio.
Niente, vuoto, tabula rasa.
Che volete farci? Io di idee ne ho tante, ma…

Tratto dal testo dello spettacolo Io di idee ne ho tante ma, narrato nel 2005 in occasione del Festival di letteratura Voci Afro-Italiane, a Roma, e durante il Festival di letteratura All'incrocio dei sentieri, a Bologna.

Leggi altre storie di paura

mercoledì 4 febbraio 2015

Storie di intercultura per bambini: le sei corde

Le sei corde

di
Alessandro Ghebreigziabiher


Questa storia narra di una chitarra molto particolare.
Infatti, mentre ogni strumento musicale si accende nelle mani di chi con anima e passione cerchi di staccarsi da terra come solo un essere umano potrebbe, questa chitarra era viva da sola o, meglio, lo erano le sue corde, le sue sei corde.
A partire dal basso dello strumento, e quindi dalla voce più acuta, c'era il piccolo Misbaah, a seguire il fratello maggiore Siraaj, di seguito i fratelli Solmir e la sorella Redha, e infine i genitori Labeeb e Mindhur.
Insieme avrebbero creato un’armonia incredibile e avrebbero incantato le orecchie e soprattutto i cuori di chiunque li avesse ascoltati suonare le loro magiche note.
Tuttavia per far ciò era necessario che ognuno lavorasse per l'altro, che ci fosse piena fiducia e collaborazione tra loro, che fossero sempre giustamente affiatati.
Accordati.
Il problema era che uno di loro, Solmir, avesse grossa difficoltà ad armonizzarsi con gli altri.
Sì, perché era un tipo con un grande bisogno di essere apprezzato per la sua voce, non in coro con gli altri, ma da solo, come unico interprete della sua anima.
Fin qui nulla di male, i personali virtuosismi erano più che incoraggiati dai genitori.
Nondimeno, ogni volta che la chitarra venisse chiamata per un provino, papà Mindhur e mamma Labeeb si raccomandavano con lui di seguire gli spartiti e di non prendere iniziative personali. Solmir prometteva di essere diligente, ma puntualmente, durante l'esecuzione, emetteva suoni in completa disarmonia da tutti gli altri.
Una sera, dopo l'ennesima figuraccia al conservatorio, Misbaah e Redha si scagliarono irate contro Solmir, mentre Siraaj voleva passare addirittura alle vie di fatto.
Mamma Labeeb non sapeva più come gestire il figlio, che nel frattempo ascoltava in silenzio, sentendosi sempre più incompreso.
Redha disse quindi con rabbia: “Propongo di mandarlo via e di prendere un altro al suo posto. Non riusciremo mai a farci assumere con Solmir con noi.”
Sembrava quasi per tutti la soluzione migliore quando papà Mindhur osservò: “Non esiste qualcuno che possa sostituirlo. Egli è parte di noi come noi di lui. Siamo stati fatti per danzare insieme, vostro fratello è la corda giusta al posto giusto. Chiunque altro romperebbe la nostra magia. Solmir, se non vuoi cantare con noi, per noi non avrà più senso farlo.”
In silenzio, Mindhur si staccò dalla chitarra, seguito da tutti gli altri, per cambiare vita e dimenticare per sempre la musica.
Solmir si ritrovò quindi a cercare di farsi ascoltare dal mondo.
Tuttavia era troppo debole per essere udito e rimpianse amaramente i suoi compagni.
E se di notte vi affacciate alla finestra, talvolta vi sembrerà di sentire il fragile suono di una corda perdersi nel vento.
E’ il canto di chi ama solo la propria voce.


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