mercoledì 27 settembre 2017

Piera e l’alba dei vivi morenti

Piera e l’alba dei vivi morenti

di
Alessandro Ghebreigziabiher

Memorabile, è stato memorabile.
Non faccio che ripetermelo, sapete? Come se avessi uno sfrenato bisogno di ricordarmi che stavolta gli aggettivi godono come di una fondatezza particolare.
Mi capiterà altre volte di dirlo.
Memorabile, già.
Ma questa volta è l’occasione in cui ogni parola si merita la lode.

Alessandro Ghebreigziabiher
A ogni modo, non mi sono ancora presentata.
Mi chiamo Piera e non sopporto il nero, sapete?
Mi butta giù, che volete farci, dipendo dalle tonalità più gradevoli.
E non è solo una questione di colori.
Non riesco a iniziare la giornata se non metto su una canzoncina allegra, leggera come le note più banali e le rime più facili da pronunciare, ma qual è il problema?
Esatto, non sapete qual è, perché non c’è, tutto deve filare liscio.
Finché è arrivato Claudio.
Ovvero, il primo ad arrivare è stato Sergio, ma è anche stato il primo ad andarsene.
Subito dopo Claudio, s’intende.
Molti dicono che è diventato così anche per questo...
Non sono convinta.
Non sono e non voglio accettare l’idea che i figli siano l’esatta conseguenza di qualcosa di più o meno felice.
Che tutti quanti noi, lo siamo.
Non siamo solo l’effetto della vita.
Spesso, se lo vogliamo, ne siamo la causa.
Memorabile, ripeto.
Quella sera, sul tardi, è stato memorabile.
Solito sabato davanti alla tv, pronta per il consueto talk show spegni cervello e scuci lacrime a poco prezzo, quando mi sono azzardata a entrare nella sua camera.
Memorabile, è lì che è iniziata.
E’ in quel momento che ho cominciato a costruire il piano, o forse la storia, nella mia timorata fantasia.
Nero, nero ovunque nella stanza di Claudio.
Ma a sedici anni non dovresti essere tu a sprizzare di vitalità?
Perché non ho mai visto così tanti teschi o immagini lugubri tutte insieme.
Per non parlare della musica che sente.
Musica… diciamo piuttosto strilli e ruggiti bestiali.
Perfino gli strumenti sembra che gridino.
Di rabbia.
L’ho detto che molti sostengono che sia dovuto all’assenza di un padre?
Magari qualcosa di vero c’è, ma non cambio idea.
Non siamo solo destinati a riempire vuoti.
Siamo qui anche per scambiarci dei pieni, sapete?
Questo ho finalmente compreso, dopo aver sparato direttamente nelle mie tenere orecchie uno dei cd di mio figlio.
Ho chiuso gli occhi, come prima reazione, ma poi li ho aperti.
Memorabile, sì.
Perché l'inquietudine è pian piano diventata una chiave per qualcos’altro.
Le emozioni non sono la porta, ma ciò che ci permette di attraversarla.
E questo, sono certa, già lo sapete meglio di me.
Così, quando più tardi mi sono svegliata sul divano, con la tv che continuava a blaterare i nonsensi di cui si nutre, ho capito che i sogni avevano terminato il racconto per me.
Claudio era rientrato e si era appena sdraiato sul letto per affrontare la notte con le immancabili cuffie urlanti alle orecchie.
Memorabile.
Insisto, memorabile, come la sua faccia quando mi ha visto entrare.
Non ha sorriso, non ancora, perché i nero dipinti, dentro e fuori, lo fanno di rado, al punto che non ricordavo più che tipo di luce mostrassero i suoi occhi, quando accadeva.
“Claudio, è mezzanotte”, ho esclamato con solennità.
Si è tolto le cuffie e basito ha giustamente replicato: “E allora?”
“E allora dobbiamo prepararci.”
“Per cosa, mamma?”
“Per l’alba, figlio.”
“Che? Mamma… hai bevuto?”
“No, Claudio, dobbiamo essere lucidi, stanotte.”
“Perché? Che succede stanotte?”
“Scusa, no stanotte, all’alba.”
“E cosa succede all’alba?”
Memorabile, indubbiamente memorabile la sua sorpresa in quell’istante.
“All’alba usciremo di casa e insieme affronteremo i mostri.”
“Chi? Mamma… ma di cosa parli?”
“Dei mostri, Claudio. Li affronteremo insieme, i vivi morenti. Ecco come faremo. Trafiggeremo i loro cuori inerti con paletti di pura empatia, li inonderemo di acqua semplicemente pura, ovvero già santa di suo, useremo l’argento, è chiaro, pure l’aglio e il sale, ma l’ingrediente migliore sarà la curiosità, un'indispensabile e incalcolabile quantità di curiosità per chi temiamo di più, anche se non ne conosciamo il motivo, soprattutto per questo.”
“Mamma… forse ho capito, apprezzo lo sforzo, ma hai fatto molta confusione. Nel caso ti riferisca agli zombie, il paletto o l’aglio non servono, quelli sono i vampiri…
“Claudio, credi forse di parlare a una novellina? Conosco bene il mio nemico, il nostro. Bisogna colpirli alla testa, credi forse che non lo sappia? Bisogna sempre colpirli alla testa, è lì che dobbiamo centrarli, ma non fermandoci al cranio, figlio. E’ il cervello che dobbiamo raggiungere, è lì che si nascondono, perché è lì che ci nascondiamo tutti quando abbiamo paura.
“Io non voglio più aver paura, ma non so se ce la faccio da sola in questa avventura… mi aiuti?”
Memorabile, il finale, il nostro, sapete?
Più dell’abbraccio seguente, di nuovo il sorriso e la luce.
Di mio figlio.



Leggi altre storie di ragazzi
Ascolta la mia canzone La libertà
Compra il mio ultimo libro, Tramonto, la favola del figlio di Buio e Luce
Guarda un estratto dello spettacolo Tramonto
Iscriviti alla Newsletter

mercoledì 20 settembre 2017

Le due madri

Le due madri

di
Alessandro Ghebreigziabiher

“Giovanni, siete pazzi? Ditemelo che siete impazziti tutti e mi regolo di conseguenza. Gestisco un’equipe di disturbati mentali, ne prendo atto.”
“Non siamo pazzi, dottoressa, che le devo dire? Io le riporto i fatti, più di questo che posso fare?”
“Allora siete dei criminali, è così? Perché qui passiamo i guai, Giovanni, io con lei. Qui finiamo sui giornali, maledetta me.”

Ghebreigziabiher Alessandro
“Ma no, dottoressa, cosa c’entra lei…”
“Eh, certo, lo so bene che io non c’entro, crede forse che abbia bisogno che me lo ricordi?”
“Non glielo ricordo, è chiaro, dottoressa.”
“Giovanni… mi prende in giro? Ci siamo perse due pazienti e lei si mette a scherzare?”
“Due donne a fine gravidanza, per giunta.”
“Crede forse che non lo sappia, Giovanni? Ho capito, non siete né pazzi e neppure criminali, solo deficienti, maledetta me…”
“Ma no, dottoressa…”
“Giovanni, le ho già detto che lo so da me che io non c’entro.”
“No… intendevo che non siamo deficienti, dottoressa.”
“Ripeto, Giovanni, mi sta prendendo in giro? Le sembra opportuno?”
Mentre la difficile conversazione andava avanti nell’ufficio della capo reparto, nel resto della clinica quasi tutto il personale libero si era lanciato alla ricerca delle due fuggiasche.
Ma come è possibile perdersi due pazienti? Ripetevano analogamente in molti, per giunta entrambe al nono mese.
Aisha e Susanna, poi, non potevano essere più diverse e lontane, a un occhio veloce quanto attento.
Il problema non è nella pupilla, ma nel tipo di lente con il quale schermi il mondo, come sosteneva con orgoglio il cucciolo di zebra che a scuola si ostinava a raccontare di essere nero a strisce bianche, piuttosto che l’acclarato e popolare inverso.
La prima marocchina, la seconda nostrana doc, quest’ultima di carnagione legale, l’altra storicamente e, soprattutto, geograficamente poco favorevole, la stessa con una vita in grembo dal futuro messo in discussione sulla carta, ovvero sulla pelle, e l’altra messo in discussione, punto.
Perché l’imprevedibilità del domani è una condizione naturale per tutti, come usano ripetere ai figli al debutto nel cielo le rondini monche, che hanno un’ala sola, ma ciò non impedisce loro di librarsi tra le nuvole.
E’ sufficiente raddoppiare il ritmo e l’amore per l’unico dono che hai, è il sottinteso.
A fine giornata, dopo aver setacciato ogni angolo dell’edificio, il mistero venne svelato.
“Maledetta me…”
“Dottoressa!”
“Sì, Giovanni.”
“Le abbiamo trovate!”
“Sul serio?”
“Sì, le abbiamo trovate.”
“E dov’erano?”
“In fumeria.”
“Intende la terrazza?”
“Sì, proprio lì.”
“Ma non è stata chiusa?”
“Certo, è pericolante.”
“Voi siete degli incoscienti, Giovanni, gestisco una banda di incoscienti, e non dica di no, che è così.”
“No.”
“No che?”
“No, dottoressa, nessuno è incosciente, neppure le due donne, se mi permette.”
Susanna e Aisha erano rimaste per tutto il tempo lì fuori, avvolte nella vestaglia, l’una accanto all’altra, sulle sedie dove di solito il personale della clinica si ritrovava per fumare, cosa che entrambe si erano guardate bene dal fare, viste le rispettive condizioni.
Due donne differenti e aliene, per il classico sguardo reso miope dalla fretta e i luoghi comuni, per quanto urlati, come sovente lamentano in coro il gufo che viene scambiato per civetta che viene frainteso per barbagianni e poi ricomincia, detto anche il circolo vizioso del rapace notturno.
Erano bastati i primi scambi, una volta sole nella stanza, sottovoce, come spesso si dice l’essenziale che il cuore porta in serbo in attesa delle grandi occasioni.
Io sono senza marito.
E io vorrei che non ci fosse.
Io sono senza permesso di soggiorno.
E io ho solo quello.
Io ho pensato tante volte di liberarmi da questo peso.
Io troppe.
Io, ora, vorrei solo il meglio per lui.
Io voglio esattamente quello che vuoi tu.
E niente e nessuno al mondo potrà convincerci che non c’è ne sia abbastanza per entrambi.
D’amore.
“Perché afferma che non siano incoscienti, Giovanni? E cos’hanno detto, quando l’avete trovate?”
“Chi?”
“Le due donne, Giovanni! Un branco di rimbambiti, ecco cosa gestisco.”
“No, dottoressa.”
“Cosa no?”
“Non hanno detto nulla, dottoressa, si sono solo guardate e scambiate un sorriso.”
Sì, adesso siamo pronte, per loro, con loro, come loro, siamo pronte a tutto.
Insieme
.



Leggi altre storie di donne
Ascolta la mia canzone La libertà
Compra il mio ultimo libro, Tramonto, la favola del figlio di Buio e Luce
Guarda un estratto dello spettacolo Tramonto
Iscriviti alla Newsletter

mercoledì 13 settembre 2017

Storie di scuola al contrario

Storie di scuola al contrario

di
Alessandro Ghebreigziabiher

Ti ho capito, figlia mia, recepito il messaggio.
Papà è lento, me ne rendo conto, ma poi ci arriva.
Perché ti scrivo invece di parlarti a voce?
Be’, pure tu hai usato una pagina per comunicare, mi sembrava la scelta migliore, ecco.
E non riprendermi perché dico troppe volte ecco alla fine della frase.
Se lo dico, lo scrivo, ecco.
Sono coerente.
Se non capisco, lo ammetto, insomma.

Ghebreigziabiher
Che ne dici di insomma, ti sembra meno pedante?
Cosa vuol dire pedante, ti starai chiedendo, me lo immagino.
A undici anni puoi essere sveglia quanto ti pare, ma presumo che ci siano ancora parole di cui ignori il significato.
Lascia perdere il dizionario, okay? Sto cercando di scusarmi.
Ecco e insomma.
Ora però ho capito, Valeria, a differenza della tua maestra, con cui ho parlato oggi pomeriggio, al ricevimento.
Poverina, come avrebbe potuto? Senza aver visto il primo tempo del film, come riesci a comprendere il finale?
Mi riferisco al breve scambio che abbiamo avuto domenica sera, mentre ascoltavo le notizie del tg.
Rammento, sai? Papà è lento, l’ho detto e lo ripeto, ma con un po’ di sforzo, ricorda.
Dicevo, saltando ogni preambolo, la tua maestra mi ha subito mostrato il tema per la vacanze, quello sui desideri per il tuo prossimo anno, ultimo di scuola elementare.
Sì, lo so, ora si dice primaria, papà è lento e su alcuni aspetti sceglie volontariamente di rimanere indietro, soprattutto su come chiamare le cose.
Tanto ciò che conta davvero è il loro significato, basta averlo chiaro.
Ed è esattamente questo il problema della tua insegnante.
Non aveva inteso cosa volessi dire con il tuo componimento.
Per la cronaca, hai scritto che per l’anno venturo vorresti, in ordine sparso:
Uno, che il lupo e il cacciatore fossero in realtà complici. Di conseguenza, quest’ultimo uccide la nonna e l’animale si mangia oltre a cappuccetto rosso, anche la madre, il padre, zii, cugini e pure il pesciolino rosso sul mobile in soggiorno.
Due, che Biancaneve fosse in realtà la vera strega della storia, più bella del reame, ma sempre una crudele fattucchiera. Ha trasformato i suoi sette fratelli illegittimi e mai riconosciuti in altrettanti nani e il primogenito ed erede al trono è in realtà Brontolo, per questo gli rode sempre, anche se non lo sa. Grimilde finge di essere cattiva perché ricattata proprio dalla farabutta in questione, poiché Biancaneve possiede un video compromettente della regina, ottenuto tramite lo specchio magico che non è altri che una webcam azionata da lei stessa.
Tre, che Cenerentola fosse in realtà un’astuta pigrona. Difatti, non è affatto vero che la matrigna e le sorellastre la maltrattassero. Anzi, erano loro a sgobbare tutti i giorni mentre lei si chiamava fuori tirando in ballo un fantomatico male ai piedi a causa delle scarpe troppo strette. Quella della ragazzina costretta a sfacchinare per tutti è una clamorosa balla postata su Facebook e condivisa ovunque, perché ci piace credere alle storie inventate, soprattutto quelle più semplici.
Mi fermo qui, tralascio volutamente la perfidia dei tre porcellini, la cupidigia di Robin Hood e l’egoismo di Geppetto.
Ho capito, ripeto, ho colto il messaggio, ecc.. cioè, insomma.
Ho ricordato quel che ti dissi la sera prima del tuo ritorno a scuola dopo le vacanze e ho sorriso.
“Cosa c’è di così divertente?” mi ha chiesto giustamente seccata la maestra.
“Vede”, le ho risposto, “ieri stavo guardando il telegiornale e Valeria si è seduta accanto a me sul divano. Dopo un po’ mi ha posto una domanda a cui avrei dovuto prestare maggiore attenzione: papà, in televisione dicono che le cose vanno sempre male, tanta gente muore e soffre. Perché non va mai come nelle favole? Io l’ho guardata per un istante, mi si è stretto il cuore, ma mi sono sentito in dovere di dirle la verità, ovvero, quella che pensavo fosse in quel momento.”
Rammento anche adesso perfettamente cosa ti dissi, piccola mia.
Che è questa la differenza tra le fiabe e la realtà. Le prime devono capovolgere la seconda, mostrarci un mondo più bello e felice, al contrario di ciò che è davvero.
Ed è forse in quel momento che tu hai scelto cosa desiderare, per te e per tutti noi.
Il tuo ragionamento fila alla perfezione.
Se fossero le storie a esser brutte e tristi, magari il lieto fine sarebbe la vita vera.
Continua a sperare, Valeria.
E vedrai che il finale che vorresti.
Lo scriverai tu stessa.
Ecco.



Leggi altre storie di scuola
Ascolta la mia canzone La libertà
Compra il mio ultimo libro, Tramonto, la favola del figlio di Buio e Luce
Guarda un estratto dello spettacolo Tramonto
Iscriviti alla Newsletter

mercoledì 6 settembre 2017

Storia di una ragazza delle favole

Storia di una ragazza delle favole

di
Alessandro Ghebreigziabiher

Dicono di uscire di casa, lo ripetono tutti, è un mantra, monotono come i finali scontati.
Ovviamente, tra essi, spicca il suo, di assolo.

Alessandro Ghebreigziabiher
Mamma, lo farei solo per te, se ci riuscissi.
Solo per te.
Cosa non si farebbe per i propri genitori, eh?
Il fatto è che laddove l’amore reciproco sia l’unica, vera malattia, forse guarire dovrebbe essere più facile.
Ma come la mettiamo in caso qualcuno – la sottoscritta – si ritrovi a scoprire di essere più affezionata al dentro che al di fuori delle cose?
"Amelia", dice spesso papà, "non sai cosa ti perdi."
Babbo, ripeto puntualmente dentro di me.
Non sai cosa ti perdi tu, di me, che ancora non sono riuscita a capire io per prima.
"Non devi aver fretta", sentenzia nonna con la sua proverbiale lentezza nel parlare, giammai nel mangiare. Grassa com’è, abbiamo dovuto comprare una poltrona con gli ammortizzatori di una Ferrari apposta per lei, per quando ci viene a trovare.
Ma ha ragione, a sedici anni si dovrebbe avere pazienza, invece, noi umani facciamo al contrario, col tempo, e con quasi tutte le altre cose.
Magari è così che ci hanno assemblati, leggendo le istruzioni all’inverso.
Allora, avrei dovuto iniziare a interessarmi prima a quel che si cela al di là dei confini della mia immaginazione, così avrei accontentato tutti.
Invece, eccomi qui.
Prigioniera di libri e dei miei occhi assetati.
Di storie, già.
"Sei come una drogata", sostiene mia sorella. A suo avviso, dovrebbero trattarmi come tale e farmi disintossicare.
Ma esiste una comunità per dipendenti da favole non necessariamente a lieto fine?
Un luogo dove si venga tenuti lontani a forza dalle narrazioni più libere?
Un ammasso di reclusi a tempo indeterminato a cui viene insegnato a fare a meno di quei pericolosi quanto attraenti miscugli di carta e inchiostro, il più delle volte resi tali da ingannevoli quarte di copertina?
Credo di sì, ho paura di sì.
Penso che sia proprio il mondo che mi aspetta al di là della porta della mia presunta alienazione.
Eppure le hanno provate tutte, dallo psichiatra al pranoterapeuta passando per l’esorcista e il responso è stato identico per tutti.
Vostra figlia, sorella, nipote e quant’altro è sana come un pesce.
Semplicemente non vuole uscire.
Ti credo, dico io, anche il suddetto animale preferisce rimanere nel mare, no?
Il discorso fila, no?
Ecco, credo sia questo il vero dilemma.
Perché oltrepassare la soglia, se al di qua di essa sei felice?
Poi un giorno ha detto la sua il piccolo di casa.
Parole semplici, poche e forse confuse, ovviamente.
Non ho idea neppure quanto siano state intenzionali, ma è esattamente come i racconti che amo di più.
So bene che non sono stati scritti espressamente per me, ma mi piace credere che sia così.
Era pomeriggio, domenica, tutti a casa, aveva smesso da poco di piovere e finalmente il sole si era degnato di destarsi.
Al primo chiarore sulla finestra in soggiorno, il mio fratellino, che era rimasto in attesa del fatidico evento sin dalle prime ore del mattino, ha implorato i familiari riuniti sul divano sedati dalla tv: "Andiamo a giocare a pallone?"
"Il prato è bagnato", ha tentato invano di dissuaderlo papà.
E lui, fissando proprio me, pur sapendo di rivolgersi alla pallida sorella, volontariamente incatenata alla propria camera da letto, ha replicato: "Ma è solo la palla che si bagna, e mentre si bagna intanto io… ora… gioco."
Mio padre non ha potuto far altro che arrendersi a tale indiscutibile logica.
Così come la sottoscritta, soprattutto per la perfetta armonia insita nelle ultime tre parole.
Io.
Ora.
Gioco.
Lo dico subito, a scanso di equivoci.
Non sono ancora uscita di casa, ma sto per farlo, lo giuro.
Lo so.
Perché qualcosa è cambiato.
Ovvero, un che di nuovo, si è aggiunto alla storia, colmando il vuoto che non poteva rimanere tale.
Non più solo c’era una volta, quindi.
Da oggi e anche domani, caro mondo.
Ci sono e ci sarà, adesso.
Io.



Leggi altre storie di ragazze
Ascolta la mia canzone La libertà
Compra il mio ultimo libro, Tramonto, la favola del figlio di Buio e Luce
Guarda un estratto dello spettacolo Tramonto
Iscriviti alla Newsletter