mercoledì 12 luglio 2017

Racconti fantastici: assedio finale

Assedio finale

di
Alessandro Ghebreigziabiher

L’eco del discorso, nelle parti più sentite e coinvolgenti, risuonava ancora tonante nell’esercito, risucchiato ora nella battaglia.
Lei è nostra, soldati.
Lei è sempre stata nostra, anche laddove sembrasse il contrario.
Così è e tale dev’essere, per il suo bene.
Siamo l’ultimo baluardo, signori, il vitale avamposto oltre il quale non v’è ritorno.

Alessandro Ghebreigziabiher
La nostra caduta comporterà disordine e caos, deriva morale e sofferenze senza fine.
Noi dobbiamo lottare senza risparmio, perché siamo qui per questo.
Per difenderla anche da se stessa
.
In breve, la battaglia si era fatta aspra e convulsa.
L’assedio stavolta si era palesato con potenza inaudita.
Il nemico pareva davvero pronto a tutto e la virulenza con cui si era abbattuto sui nostri era impressionante.
“Generale, le truppe sono allo stremo…”
“Nervi saldi”, rispose il comandante sul campo e anche fuori, ovunque, insomma, “siate distaccati e razionali come vi ho insegnato, non è il momento di fare le femminucce…”
“Be’, generale, vista la posta in gioco, penso che fare delle affermazioni di becero stampo maschilista sia quanto mai inopportuno, ecco…”
“Cos’è questa insolenza? Io sono quello che pensa, non tu. Torna subito in trincea, soldato!”
“Agli ordini.”

“Generale… stiamo finendo le munizioni e gli assedianti stanno cominciando a percuotere il portone con l’ariete…
“Bestie, sono delle belve brutali e prive di senno…”
“Nient’affatto, sembrano invece molto organizzati e con strategie e tattiche di prim’ordine…”
“Soldato, ma da che parte stai, tu?”
“Vi chiedo scusa, generale…”
“Siate lucidi, voglio praticità e concretezza, ciò che loro non hanno, come sai.”
“Certo, generale, praticità e concretezza, vado.”

“Generale, qui si mette male, stanno scalando i bastioni. E dovete vedere che occhi accesi che hanno…”
“Soldato, rimani calmo, cribbio.”
“E’ facile per voi, che assistete alla guerra da lassù…”
“Cosa?”
“Niente, vaneggiavo.”
“E non vaneggiare, doppio cribbio. Non lasciarti ammaliare dall’imponderabilità esistenziale.”
“Che?”
“Dicevo, non permettere all’emotiva caducità dell’umano contingente di schiavizzare le tue vulnerabili membra.”
“Cosa dite?”
“Intendo che non è il caso di farsi soggiogare dal relativismo sensuale di progenie prettamente ormonali.”
“Generale, non capisco…”
“Certamente, scemo io che cerco di comunicare con te, umile gregario…”
“E poi vi lamentate perché vi sentite solo e nessuno vi capisce…”
“Cosa bofonchi, soldato?”
“Niente, generale, ritorno immantinente alla pugna.”
“Bravo, vai.”

“Generale?”
“Cosa c’è, ancora?”
“Ecco… non so come dirvelo.”
“A parole?”
“Okay, d’accordo. Il nemico è entrato, è ormai ovunque. E sa cosa vi dico?”
“Cosa?”
“Che non è così male. Anzi, tutt’altro. Credo che stavolta sia davvero quella buona…”
“Illuso di un sottoposto. Ti sei fatto sedurre dal lato oscuro…”
“Generale, veramente siete voi quello che sta sempre al buio, chiuso là dentro. Qualche volta dovreste uscire per incontrare gente e toccare vita con mano, credo ne gioverebbe anche lei…”
“Lei chi?”
Lei.”
“E cosa ne sai tu, di lei?”
“Niente, tranne quello che ora desidera e, a questo punto, non v’è più dubbio a riguardo, concorda?”
“Credo tu abbia ragione, soldato.”
“Be’, mi inorgoglisce detto da voi, generale. Faccio entrare il comandante nemico affinché stabiliate le condizioni della resa?”
“Sì, soldato. Speriamo bene.”
Fu così che il Cervello si arrese al Cuore di lei.
Che si innamorò di lui.


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mercoledì 5 luglio 2017

Storie di ragazze e di padri: parole e gesti

Parole e gesti

di
Alessandro Ghebreigziabiher

Veronica è affranta e non ha idea di come superarla.
Di solito è un momento difficile.
A sedici anni è la fine del mondo.
Nondimeno, come per la principessa delle favole distesa sul letto, prigioniera dei propri stessi

Alessandro Ghebreigziabiher
incubi, basta poco per sconfiggere il truce incantesimo.
Ovvero, come è scritto sulla quarta di copertina del Manuale di sopravvivenza per principesse principianti e principalmente bramose del lieto fine, talvolta bisogna aver pazienza con i cavalieri.
“Cara, tutto bene?” fa il babbo scorgendola sulla soglia dello studio.
La ragazzina non apre bocca, poiché le pupille assediate dal rossore degli occhi e i rivoli di mascara protesi fin sulle gote rappresentano già una prima risposta.
L’uomo abbandona il pc al suo destino e la raggiunge sulla porta.
La invita a entrare e la fa accomodare sul divano dove solitamente si ritrova a soggiornare, laddove il clima si fa turbolento con Cinzia.
Tuttavia, la donna ha sempre avuto un tempo di arrabbiatura estremamente limitato, massimo una notte e terminati gli effetti secondari della lite non ha alcun problema a riaprire le frontiere del talamo nuziale.
Una volta seduta, Veronica racconta in breve il fatto.
La fine dell’amore della vita, alla sua età.
Un appuntamento andato male, più avanti cogli anni.
Nel dettaglio, il lui di turno si è comportato senza dubbio da vero cafone. Dopo averla tampinata per settimane su ogni social rimorchiante lei si è finalmente decisa ad accettare l’invito a uscire.
Dopo aver provato e riprovato per tre giorni, scelto, e poi cambiato idea a pochi minuti dall’appuntamento, Veronica aveva trovato il perfetto connubio tra abito e capelli, scarpe e soprattutto intenzioni.
Se mi bacia, io ci sto.
Ebbene, dopo il gelato e la passeggiata, il sospirato e pianificato incontro di labbra era arrivato, ma, come recita il titolo del primo capitolo del suddetto manuale, è il dopo che conta.
Il giovane non si è fatto più sentire per una settimana, malgrado i continui messaggi di lei, per poi scriverle un quanto mai controverso sto studiando.
“No, dico, siamo a luglio, papà…” osserva mestamente Veronica.
“E so per certo che non ha avuto debiti.” 
Così, è cominciato l’inutile film suddiviso in capitoli caratterizzati da altrettanti stili.
Vendicativo.
“Adesso ci penso io, cara. Dimmi dove abita e lo aspetto sotto casa, questo maleducato. Picchio lui e il padre. E se ha fratelli, gonfio pure loro.”
“Papà…”

Rinforzante.
“Che poi, non sa cosa si è perso, il cretino. Gli capita di uscire e baciare uno schianto come te e poi se lo lascia scappare? Ma come si fa? Devi essere proprio cieco, per non perdere la testa per te, amore…”
“Papà?”
Ottimista.
“Guarda, sai che c’è? Ti è andata bene, senti a me. Se uno si comporta così, meglio perderlo che trovarlo, credimi. Magari si sarebbe rivelato peggio più avanti e ne avresti sofferto di più.”
“Papà...”
Sgridante.
“Pure tu, però, cerca di capire meglio con chi stai per uscire, chiedi alle sue amiche, anche ai suoi amici, informati bene. Adesso avete tutta questa roba in rete, fai una bella ricerchina sul tipo e magari previeni il danno, ecco.”
“Papà?”
Distraente.
“Ma questo sabato non c’è il matrimonio di zia Floriana? Vedrai che ci divertiamo, i familiari di tua madre sono un po’ rumorosi, ma quando l’occasione è una festa sono perfetti.”
“Papà…”
Egocentrico.
“Devi aver pazienza, i bravi ragazzi mica si trovano sotto l’albero, eh? Prima di incontrare il sottoscritto, sai quanti citrulli ha collezionato mamma? Siamo una minoranza, amore, ma non devi arrenderti.”
“Papà?”
Regressivo.
“E poi, che fretta c’è di uscire con i ragazzi? Hai tutta la vita davanti, mica casca il mondo domani. Vogliamo fare un bel disegno insieme, come facevamo una volta? Non ti va più, vero?”
“Papà…”
Nostalgico.
“Ai miei tempi si procedeva con più calma, le cose si facevano con ponderazione. Tutta colpa di internet, vi costringe a correre…”
“Papà?”
“Se proprio vogliamo dirla tutta…”
“Papà…”
“A essere onesti…”
“Papà!”

“Sì, piccola mia?”
Classica conclusione che avrebbe fatto guadagnar tempo a entrambi.
“Mi abbracci?”
Dissolvenza sul padre che stringe al petto la figlia.
Titoli di coda.


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