mercoledì 25 ottobre 2017

Le finestre di Mattia

Le finestre di Mattia

di
Alessandro Ghebreigziabiher

L’aspettativa generale era al minimo.
L’attenzione dei presenti, perlomeno secondo registro, era ancora più esigua, dalla cattedra sino alle zone più torbide oltre gli ultimi banchi, dove la curiosità si desta unicamente per l’originalità dell’evento.
Giammai per lo scontato, soprattutto laddove il protagonista di turno è storicamente inadatto a recitar nel ruolo vincente.

Alessandro Ghebreigziabiher
Nondimeno, disattendendo ogni pronostico, Mattia era vispo.
Incoscientemente tale, d’accordo, come potrebbe esserlo solo una comparsa che finalmente abbia trovato cosa dire.
“Prego”, fece stancamente l’insegnante di informatica, “spiega pure ai tuoi compagni il capitolo che avevate per casa.”
Di seguito sbadigli in quantità industriale e assenza d’occhi e orecchie da far crollare sicurezze financo nel più navigato abitante delle scene.
Nondimeno, talora capita che queste ultime siano solcate da creature che non sono lì per ricever applausi e lodi.
Sono lì e basta.
Per la prima volta nella loro seppur breve esistenza, sono lì.
Mattia si schiarì la voce e iniziò.
“Si accende in un attimo, non ci vuole molto, bisogna volerlo, altrimenti è uno spreco di tempo e di noi.
“Subito dopo lo spazio a disposizione si illumina, mostrandoci il disegno che abbiamo scelto.
“Ciò che desideriamo vedere per primo, ogni volta, quando cominciamo a usarla.
“Esatto, usarla, perché di questo si tratta. Di uno straordinario strumento nelle nostre mani, un’occasione irripetibile, un prezioso dono per riceverne e farne altrettanti.
“Tuttavia, è anche un’infinità di altre cose e questo dipende solo da noi.
“Da volontà e coraggio, certo, ma anche da emozioni e sentimenti, tra tutti, l’amore per il tempo che abbiamo da riempire con lei.
“In fin dei conti, è l’unico tempo davvero nostro.
“E’ una macchina per viaggiare in quest’ultimo, con cui salvare istanti e colori, aggiungerne di propri e rendere la realtà meno se stessa, per non soffrire invano, e dar tregua al cuore.
“E’ più di ogni altra cosa una finestra sul mondo che non vedrai mai a occhio nudo.
“Alcuni sostengono che sia un male, altri un bene.
“Altri ancora non si pongono affatto il problema, e un po’ per solitudine, o semplice affezione all’atto in sé, ne disegnano all’interno altrettante.
“Finestre che aprono finestre che ne liberano altre ancora, senza tregua.
“Senza timore, non più.
“E ogni tanto il miracolo si avvera.
“Il vetro si fa specchio e ti senti finalmente meno solo, più vivo.
“E’ in quel momento che capisci appieno che non ti è stata data per fuggire dal prossimo.
“Tutt’altro.”
Il crescendo di sguardi interessati e corpi protesi verso l’inaspettato padrone del proscenio scolastico era stato quanto mai repentino.
Il normalizzatore in campo, più per legge, che per vocazione, si sentì in dovere di sottolineare il gesto.
“Bravo Mattia
”, fece il professore, ottimo. Complimenti per la tua… diciamo, particolare, ma appassionata descrizione del personal computer. C’è solo una cosa che non ho compreso. Perché parlando del pc, con quei poetici riferimenti al monitor, internet e anche Windows, ti sei espresso al femminile?”
Mattia sorrise.
Sapeva già che non sarebbe stata la prima volta.
Che sarebbe stata fraintesa.
La sua.
Fantasia...



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mercoledì 18 ottobre 2017

Amica di caduta

Amica di caduta

di
Alessandro Ghebreigziabiher


Teresa, esci un po’, stai sempre davanti a uno schermo, piccolo o grande che sia.
Hanno ragione, e come si potrebbe negarlo?
Vuoi mettere?
Vuoi mettere a confronto la vita vera con la mia?
Così, dopo la delusione che sapete, di cui non parlo, perché gli ho già dato troppa importanza, a meno che non vi interessi risentirla e allora… che faccio, ne parlo?
Un’altra volta, vero?
Sei testarda, Teresa, ti fissi sulle cose e non ti smuovi da lì e dallo schermo, piccolo o grande che sia, eccetera.
Ma io devo sapere, devo assolutamente vedere.
Vedere cosa scrive sul suo profilo quel brutto figlio di…
Ne sto parlando comunque, vero?

Alessandro Ghebreigziabiher
Così, ho spento tutto e sono uscita.
Quel sabato, quel meraviglioso, impagabile, maledetto sabato.
Teresa, hai i capelli troppo lunghi, ma come fai ad andare in giro così? Non ti si può vedere, dice quella.
Mi sono bloccata sul posto, poi mi sono voltata, e spedita son tornata a casa, oltrepassando quell’ammasso di stracci sulle scalette del portone di casa mia.
Sforbiciata provvidenziale alla chioma e via, di nuovo sui miei passi.
Teresa… ma che razza di orecchini hai? Sono troppo vistosi e grandi, troppo grandi…
Sicché, congelata su due piedi, ho ordinato a quest’ultimi il classico dietrofront e sono rincasata, superando disgustata l’accozzaglia cromatica che ingombrava l’ingresso al mio palazzo.
Orecchie liberate dai colpevoli orpelli e di nuovo in gioco, direzione comitiva.
Teresa, ma la chiami gonna, quella? Cos’è, la tovaglia di nonna cucita in fretta e furia dalla zia cieca?
Di conseguenza, inevitabilmente immobilizzata, ho fatto una rapida inversione a U verso la mia magione, non prima di aver evitato di calpestare la sfigata creatura di cui sopra.
Una volta indossato un paio di pantaloni coerenti con l’imperativo modaiolo, ho ripetuto il già citato tragitto.
Teresa, non dirmi che sono scarpe, quelle… ma non ti guardi allo specchio, prima di uscire?
Stop a ogni applicazione del mio sistema vitale e ritorno, doveroso ritorno a rimediare all’ennesimo obbrobrio.
Ovviamente dopo aver scavalcato quel residuo umano totalmente fuori dal coro e dalla canonica rotta.
Il tempo di indossare calzature pubblicamente accettate dalla giovanile commissione giudicante e son rientrata nella corsia preferenziale.
Quella del sorpasso dei look perdenti di questo mondo.
Teresa, ma ti sembra questo il modo di truccarti? Chi sei, la moglie del clown di It?
Ancora una volta ipnotizzata da un commento negativo.
Non piangete, ho urlato ai miei occhi, non osate lacrimare, vi mando a letto senza sogni, ho aggiunto facendo la voce ulteriormente grossa.
Così, ho invertito di nuovo le mie aspirazioni di cento e ottanta gradi di delusione e puntato verso casa.
Correndo, distrattamente, correndo.
E sono inciampata.
Caduta.
Su una vita minore, sulla carta.
Sulla strada.
Carola era lì da ore, forse da sempre.
Di capelli sbagliati e abbigliamento stridente, di forme e contorni inusitati.
Di un sorriso mai visto prima, da lassù.
E’ così che ho fatto la conoscenza.
Della mia prima, meravigliosa, impagabile, benedetta.
Amica di caduta.



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mercoledì 11 ottobre 2017

L'appuntamento di Maria

L’appuntamento di Maria

di
Alessandro Ghebreigziabiher

 
Nel futuro…

Maria, ci vediamo nel futuro, hai detto.
Sì, hai ragione, davvero.
Peccato che la cosa più giusta tu l’abbia detta alla fine, però.
Sei timido, mi avvertirono.
Quindi non è che mi aspettassi nulla di emozionante o spiazzante, soprattutto all’inizio.
Sono timida, mi dicono.
Quindi non è che avresti potuto aspettarti qualcosa di diverso.

Alessandro Ghebreigziabiher
Di quel che è stato.
Alle otto, hai proposto, ci vediamo alle otto da te.
Alle otto e qualcosa in più, ho pensato, sommando a mente il rituale e inevitabile ritardo.
Da me.
Sono entrambi timidi, hanno osservato in molti, tra amici, simpatizzanti o semplici spettatori di una possibile, avvincente storia d’amore.
Speriamo che non vadano troppo per le lunghe, avranno aggiunto alcuni.
Tuttavia, il tempo è relativo, come insegna il genio, ma il sentimento dà il suo meglio in un istante, precisa il poeta e tu hai scelto il domani, a scapito dell’oggi.
Hai tirato fuori dalla scatola il tuo robot replicante, lo hai impostato sulla modalità uscita romantica e all’ora decisa lo hai spedito al tuo posto.
Immagino ti sia costato un occhio.
Intelligenza artificiale di ultima generazione, in grado di riprodurre quasi alla perfezione la personalità del proprietario.
Ah, i prodigi della tecnologia… che paradosso, vero?
Dovrebbero rimediare ai nostri limiti, invece non fanno altro che metterli in risalto.
Difatti, l’androide sosia, a tua immagine e somiglianza, è anch’esso timido.
Come può esserlo una macchina, è chiaro.
Logicamente introverso.
Impossibile quindi aspettarsi un qualsivoglia atto di coraggio, ovvero quegli umanissimi secondi di incoscienza che rendono impavido lo schivo di turno.
Cosicché, l’automa ha imitato anche la tua copertura.
Ha sviluppato un ologramma identico a entrambi sotto ogni punto di vista, gli ha passato il compito e lo ha spedito.
Da me.
Ah, le invenzioni del progresso… che beffa, non credi?
Dovrebbero correggere la nostra vita, ma spesso non fanno altro che ripetere i medesimi errori dei loro creatori.
Difatti, inutile dirlo, l’ologramma è anch’esso timido.
Timido come può esserlo una creatura impalpabile e trasparente.
Che il più delle volte, al meglio, fa solo da muta comparsa alla scena principale.
Il seguito è storia nota, tra di noi, come ben sai.
L’eterea copia, al contempo di umano e automa, decide di spedire in sua vece un’app mirabolante di sua fabbricazione, in grado di pronunciare almeno settecento tipi di frasi galanti e seducenti, tenere e accattivanti.
Oltre, soprattutto, a stare zitta qualora il momento lo richieda.
Cosa voler di più?
Nondimeno, sotto sotto, nelle trame più fragili del codice sorgente, il programma playboy è timido, esattamente come l’anello primigenio di codesta virtuale catena.
E allora si mette in stand by, a fare aggiornamenti o cos’altro combinano siffatte misteriose entità laddove non viste, e la danza continua.
Perché al posto dell’app viene il turno di una serie di email, scritte con ardore e passione, quindi la palla passa a un solo, singolo sms, ma composto di brucianti parole capaci di sciogliere almeno uno dei poli, per poi esser girata a una conturbante processione di emoticon, una collezione di faccine disegnate con mano dolce e ferma al medesimo tempo, tratto tipico dei grandi amatori della storia, fino a giungere nelle mani di un affascinante video su Youtube che buca schermo e ogni parete possibile, anche la più impenetrabile, quella che separa il cuore dal cuore.
Ciò malgrado, ciascun ballerino di tale vorticosa coreografia, rivela a tempo debito la propria inguaribile e congenita timidezza e come un cigno morente alla nascita si accascia a scena ancora aperta.
Caro, ho aspettato fino a tarda sera, sino al giorno seguente e oltre.
Sto ancora attendendo.
Nel futuro.
Ci vediamo nel futuro, dicesti allora.
Come hai ragione.
Peccato che la cosa più giusta tu non l’abbia fatta all’inizio.
Perché magari il futuro.
Con te.
Sarebbe arrivato alle otto, al massimo otto e mezza.
Da me.



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mercoledì 4 ottobre 2017

Il super potere di Franchino

Il super potere di Franchino

di
Alessandro Ghebreigziabiher

No, caro diario, no.
Non è un diario, questo.
Non è la pagina per un giorno, da dimenticare e poi sforzarsi di ricordare, qualora servirà.
Le parole che scrivo ora, sono per sempre.
Per me.
Franchino
Ho tredici anni, quando la smetterete di chiamarmi così?
Quando la smetterò, di pensarmi così?
Per non parlare del resto.
Anzi, no, parliamone, siamo qui per questo, giusto?
Parliamo del dolore, non delle ferite.

Alessandro Ghebreigziabiher
Le botte fanno male, sempre, certe di volte di più, altre meno.
Ma il dolore resta, sopravvive alle tracce del suo passaggio sulla pelle, scivola giù, affonda e non si ferma finché non trova qualcosa di abbastanza grande da contenere tutto.
Il cuore, dicono alcuni, altri la pancia.
Per me è la testa.
Da oggi, lo so da oggi.
Per questo, scrivo.
Per questo, scriverò.
Non un diario, l’ho detto all’inizio e lo ripeto.
Questo è per me.
Caro me, quindi, avrei dovuto iniziare così.
Caro me, domani, a scuola, comincia il film tratto dal fumetto della mia riscossa.
Il dolore resterà, pugni e calci non saranno mai innocui.
Non posso diventare all’improvviso un alieno invulnerabile e forse non lo voglio.
Ho sempre voluto essere me, forse è questo il mio problema.
E la mia fortuna.
Non posso neppure farmi mordere da un insetto radioattivo.
Non amo le creature molto piccole.
Probabilmente perché sono una di loro.
Ero, a esser precisi.
Franchino ha le ore contate.
Perché non posso avere due identità, malgrado quella favorevole mi darà le soddisfazioni che ho sempre sognato, ne sono certo.
Uno tra noi è di troppo, tra me e lo specchio.
E perché non devo essere proprio io a sopravvivere?
Non è per questo che sopportiamo tutto e tutti?
Per vivere di vita e non di sguardi, non è così?
Il dolore peggiore, quello inflitto quotidianamente da questi ultimi, rimarrà, ed è pure sbagliato far finta che non esista.
Nessuna maschera, niente sotto il letto o il cuscino, tasche vuote e occhi pieni di cose.
Mie.
Ecco, già mi vedo, intrappolato nella solita scena, ma con il finale nuovo, però.
Ricreazione, corridoio e bagno senza indugio, perché il mio corpo trema, ma ora so cosa fare.
Eccoli, me li immagino tutti insieme, perché solo insieme hanno senso, a circondarmi, illusi di esser meno soli, innanzi al sottoscritto.
Eccomi, prima che possano ancora una volta alzare un dito su di me.
Mi schiarirò la voce e con gli occhi fiammeggianti e impavidi esclamerò con ogni grammo della mia fantasia: “Badate a voi, ho una storia... e non ho paura di usarla.”



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