mercoledì 26 novembre 2014

Storie di paura: io ti avevo ucciso

Io ti avevo ucciso

di
Alessandro Ghebreigziabiher


Io di idee ne ho tante, ma…
Che malattia, la mia. Molteplici idee e impossibilità a renderne storie compiute. Come quella dello strano incubo di Nikolai Mushkin, di professione assassino.
"Nikolai, cos'hai?" gridò nella notte Veruska, la splendida e agile ventenne che si era portato al letto - o era il viceversa? - quando ella lo udì gemere mormorando con un volume crescente perché, con un tono sempre più disperato.
Nikolai aprì gli occhi e vederla lì, davanti a sé, illesa e attraente come la sera prima, lo rese ancora più confuso.
"Ho bisogno di bere, ho bisogno di linfa…" annunciò abbandonando il letto, nudo come madre natura lo aveva fatto e, nei cinquanta e passa anni seguenti, impietosamente ridotto.
Dopo aver permesso a mezzo litro di vodka di trasvolare dalla bottiglia al ventre, rimise a fuoco il problema.
"Si può sapere che mi sta succedendo?" esclamò con voce stanca.
"Di cosa parli, Nikolai?"
"Parlo del fatto che ieri sera io ero venuto qui per ucciderti, per conto della tua matrigna."
"Uccidermi?"
La ragazza disse ciò e poi si lasciò andare ad una serena risata, cercando con difficoltà di contenersi, notando la mancanza assoluta di partecipazione dell'uomo alla sua ilarità.
"Che cosa ridi?" ringhiò lui.
"Calmati…"
"E tu non prenderti gioco di me."
"Ma sei tu che dici assurdità. Affermi che volevi uccidermi…"
"Scusa", fece Nikolai avvicinandosi al letto con la bottiglia ancora incollata alla mano, "tu hai capito che lavoro faccio, no?"
"Insomma. Me l'avevi accennato ieri… sei un collega di mio padre, no?"
L'uomo lasciò andare gli occhi al soffitto. Non ci stava capendo più nulla. Aveva una visione chiara della sera precedente, nonostante l'alcool e il travolgente amplesso.
Eppure sembrava che la ragazza ne avesse un ricordo completamente differente.
"Veruska, non rammenti che ti ho sparato, prima, ti ho accoltellata, poi, e infine gettata dal balcone?"
"Sì, ricordo che hai fatto queste cose assurde. Sei stato buffo e mi hai fatto molto ridere. E' per questo che preferisco gli uomini della tua età. Avete una comicità involontaria che è molto attraente."
"Ragazza, ma di cosa blateri? Ti sembra comico che abbia cercato di ucciderti - non ho ancora capito come hai fatto ogni volta a sopravvivere, e che la compagna di tuo padre, Olga, mi abbia dato sessantamila rubli per questo?"
"Vuoi dire che la nuova fiamma di papà ti ha pagato per farmi divertire? Oh, che novità. Sarebbe la prima volta che quella mangia soldi faccia qualcosa di carino per me. E ci spende pure su del denaro."
"P-Perdonami… mi gira la testa…"
E l'uomo si abbandonò sul materasso, lasciando perfino andare la bottiglia al suo destino. Veruska gli si avvicinò e iniziò a carezzargli la fronte con dolcezza, quel bambinone canuto.
"Stai calmo caro, stai calmo."
"Piccola", riprese lui con lo sguardo annacquato, "tu non capisci. Io ammazzo, è la sola cosa che so fare, sono vent'anni che non faccio altro. Vecchi, donne, bambini no, quelli no, ma gli altri li elimino tutti. Basta che la paga sia commisurata ai rischi dell'uccisione. In tutto questo tempo avrò trucidato quasi tremila persone. Roba che l'istituto demografico, quando stila l'andamento annuale dei decessi, dovrebbe interpellarmi come persona informata sui fatti."
E si lasciò andare ad una contenuta ma liberatoria risata.
"Permettimi, Nikolai", fece la ragazza, "quando dici ammazzo, cosa intendi?"
"Come cosa intendo? Ammazzare, uccidere, togliere la vita…"
"Caro", continuò lei senza smettere di accarezzargli la fronte, "ma come fai a togliere la vita? Come fa un uomo a togliere la vita ad un altro? Credo che tu non ti senta troppo bene."
"Ma cosa ne sai?" alzò di nuovo la voce lui, levandosi nervosamente dritto.
"Tu non sai nulla di me. Mi sono presentato ieri in questa casa come un amico di tuo padre e tu non mi avevi mai visto prima. Sono un assassino, come te lo devo dire?"
"Prima di tutto non alzare la voce con me che ci sento benissimo. Secondo, voglio seguire il tuo discorso per capire fino a dove arriva questo scherzo: allora tu saresti un assassino, uno che toglie la vita alla gente?"
"E-Esatto…" rispose l'uomo, per un istante intimorito.
"E come faresti a togliere la vita al prossimo? Sentiamo."
"Be’, ho tanti modi. Di solito utilizzo la pistola, con il silenziatore. E' rapida e generalmente indolore. Un colpo solo, alla testa e il lavoro è terminato. Sono uno pulito, io. Rapido e pulito. Per questo sono il migliore del mestiere."
"Quindi tu mi stai dicendo che ti avvicini alla vittima di turno, gli punti la pistola alla testa e fai fuoco?"
"Eh, quanto corri. Prima di tutto, una volta avuti i dati dello sfortunato, o sfortunata, appena ricevuto l'anticipo - mai meno del cinquanta per cento della somma, mi prendo una settimana di tempo per studiare la vita e i movimenti del bersaglio. Ah, dimenticavo: no anche mafiosi e politici. Di norma li evito entrambi poiché ci sono sempre strascichi e non sai mai veramente chi hai ammazzato e perché."
"Mi sembra giusto."
"Dicevo, dopo una settimana di appostamenti, fisso il giorno e l'ora migliore per colpire. E tu non sai come la gente sia di norma abitudinaria. La loro vita è sempre la stessa. Ci credi? Quando sto lì per sparare mi chiedo sempre quanto la vita possa essere importante per quella persona inerme di fronte alla canna della mia arma e sai cosa mi rispondo da più di vent'anni? Meno di quanto i soldi che prendo io in cambio, in ultima analisi."
"E come fai a dirlo? Chi ti dà il diritto di giudicare la vita di persone che non conosci e che hai solo spiato per una settimana?"
"Me lo dà il verificare che viviamo una vita che è sempre la stessa, un ripetere sempre le identiche cose, senza novità o imprevisti, come rivedere ogni giorno lo stesso film e neanche un bel lungometraggio, un'opera d'arte in cui puoi sempre trovare qualcosa. Sto parlando di un film brutto, con attori cani e con una trama insulsa."
"Sei troppo pessimista."
"Può essere, ma sai cosa penso quando ripongo l'arma nella mia valigia? Che la morte che ho donato al cadavere che ho davanti è stata la prima e ultima vera novità della sua vita. Capisci? Quando perfino la morte ti rende la vita più interessante me lo dici che campi a fare?"
"A parte il fatto che questo discorso è da megalomani, non ti sembra il caso di piantarla con questa storia? Che fai l'attore, nel tempo perso? Oppure fai lo scrittore?"
"Veruska… ma come fai proprio tu a non credere a quello che dico? Ieri ho tentato di ucciderti almeno tre volte."
"Hai detto bene, tentato. Come vedi io sono qui, viva e vegeta. Caro, capisco che tu sia una persona particolare, con un eccentrico senso dell'umorismo e non nascondo che questo discorso sia stato a tratti intrigante ma tutto ha un limite non credi?"
"Ma io sono un assassino…"
"Nikolai Mushkin, lo sanno anche i bambini. Nessun uomo può ucciderne un altro. E' contro la propria natura. Come fa un essere ad ammazzarne uno della stessa specie? Non si può andare contro se stessi, nessuno individuo può travalicare questa regola. E per fortuna che è così. Cosa credi succederebbe se gli uomini potessero ammazzarsi l'un l'altro? Cosa credi accadrebbe della nostra società se un essere umano fosse in grado di togliere la vita a quella di un altro o anche più? Non credi che si sentirebbe come dio e che magari lo giustificherebbe perfino con qualche motivazione di tipo morale o ideale? Tu, poi, sei proprio il massimo dell'assurdo. Affermi di farlo per denaro… E che razza di uomo saresti se sei capace di terminare il respiro di un tuo simile per qualche migliaio di rubli?"
Nikolai era senza parole. Non aveva la più pallida idea di come convincere la ragazza, se non altro, del motivo per il quale era lì. Certo, dopo il terzo tentativo fallito, verso mezzanotte della sera precedente, e dopo aver visto la ragazza ridere come una matta dei suoi sforzi di ucciderla, aveva accettato senza discutere il suo invito a cena, nonché dell'ancora più interessante seguito, ma era pur sempre giunto all'appartamento di lei con un intento ben preciso.
"Caro, io vado a farmi un bagno. Quando torno spero tu abbia smesso con questo assurdo tormentone. E magari potremmo continuare il discorso di ieri sera…"
E magari potremmo continuare il discorso di ieri sera.
Tali parole echeggiarono nella testa confusa di Nikolai, con il sottofondo dell'acqua che riempiva la vasca, nel cuore del silenzio notturno. E inevitabilmente un solo pensiero si disegnò nella sua visuale, al centro del suo obiettivo naturale: uccidere.
Così, atteso il delicato entrare nell'acqua della splendida ragazza con l'orecchio incollato alla porta, aprì quest'ultima lentamente.
Cosa credete che sia accaduto per l'ennesima volta? Al sottoscritto, eh? Non Nikolai. E’ come se fosse terminato l'inchiostro, quello disponibile per questa storia, s'intende. Io ci proverei pure ad andare avanti ma si crea innanzi a me come una nebbia. Così non so se Mushkin entri nel bagno e la uccida o fallisca pure il quarto tentativo o si tuffi nella vasca per continuare quello, di discorso. Non lo so, non riesco a decidere cosa accada dopo. Che frustrazione, vero?
Eppure, io di idee ne ho tante…

Tratto dal testo dello spettacolo Io di idee ne ho tante, ma, narrato nel 2005 in occasione del Festival di letteratura Voci Afro-Italiane, a Roma, e durante il Festival di letteratura All'incrocio dei sentieri, a Bologna.

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giovedì 20 novembre 2014

Racconti fantastici: lo spettacolo di Dario

Questo racconto risale all'inizio del 2000 ed è stato pubblicato su varie riviste letterarie, oltre a far parte delle antologie Mondo giovane, La Ginestra editrice e Appollaiati sul balcone, Giulio Perrone Editore.


La morte al centro

di
Alessandro Ghebreigziabiher


1

Che Dario fosse un tipo particolare lo si capì fin dall'inizio.
Arrivò di notte in un palazzo di Via Modica, per occupare il monolocale fino ad allora proprietà della vecchia signora Elena, morta sola con la sua pazzia e il suo merlo, ancora più folle di lei.
Sì, perché quest'ultimo aveva subìto ogni genere di tortura dalla donna, la porta della gabbia era aperta ma lui restava lì, come un innamorato accecato dalla passione.
Fu il volatile quindi ad accogliere Dario che, con un bagaglio composto unicamente da un enorme baule, apriva per la prima volta la porta di casa alle tre di notte di quel piovoso sabato d'agosto.
Un verso, flebile ma nitido, esprimeva il desiderio dell'animale di veder tornare l’amata padrona.
Enorme la delusione nel veder entrare il magro giovane, alto e con i capelli biondi, folti e spettinati, mentre trascinava il pesante carico all'interno e precisamente al centro dell'unica stanza presente.
Lo vide accendere la luce e aprire lentamente il baule.
Dario sfregò con soddisfazione le mani ed estrasse un pupazzo, una specie di manichino, fatto a sua perfetta immagine e somiglianza. Poi abbracciò quest'ultimo stretto al petto e cominciò a piangere. Il merlo ne aveva viste di cose strane con la vecchia ma questo giovane ne prometteva di altrettante.
La notte passò veloce e l'uccello aprì gli occhi al mattino, pigramente, desideroso di aver fatto semplicemente uno strano sogno.
Non era affatto così.
Dario era lì, con il pupazzo. Aveva sistemato quest'ultimo su una vecchia sedia di fronte ad un grande specchio rettangolare. Il giovane si trovava alle spalle di essa, ammirando con soddisfazione il fantoccio, un po' come una madre fa col proprio bambino, ovvero con la più assoluta parzialità.
Ad un tratto Dario si avvicinò al baule, prese un megafono e lo sistemò vicino all'unica finestra. Aprì le ante di questa e fece entrare la luce di quella strana domenica.
In particolare la finestra dava su un cortile interno, chiuso nei suoi quattro lati da altrettanti affollati palazzi.
Il pavimento del cortile, a sua volta, consisteva nella parte superiore di un garage ed era raggiungibile solo tramite una scaletta interna.
Era quindi preda di piccioni affamati di misericordiose molliche, palloni dispettosi volati fuori campo, anzi, fuori balcone, stracci e indumenti rubati dal vento, frammenti di bottiglie svuotate troppo presto.
Tipico.
Il merlo continuava ad osservare con avida attenzione il magro coinquilino che ad un tratto prese il fantoccio, sollevandolo per la vita.
Si piazzò davanti alla finestra aperta, prese la rincorsa e lo gettò fuori con forza.
In modo fulmineo, Dario raccolse il megafono e nell'attimo esatto in qui il manichino toccava terra al centro del cortile, emise un grido terrificante e opportunamente amplificato.
La testa del pupazzo si spaccò e da essa fuoriuscì lentamente del caldo ketchup.
In un attimo, Dario chiuse di scatto le imposte e si sistemò sulla sedia dietro di esse, appoggiando gli occhi alla fessura ricavata tra le due tende.
Ad un tratto cominciarono ad aprirsi le prime finestre.
Luisa, una ragazza madre con un vistoso foulard in testa e la scopa in mano, uscì in terrazzo e lanciò un urlo altrettanto spaventoso in falsetto naturale.
I più agghiaccianti, in effetti.
Seguì una reazione a catena e una rivista di commenti personalizzati.
"Santo cielo", esclamò Carla, vecchina vedova rubata a Radio Maria.
"Ma cosa è successo?" chiese Erasmo, giovane studente fuori sede.
"Si è fatto male?" si chiese Pablo, insegnante dall'inconfondibile accento ispanico.
"Ma non lo vede il sangue? Quello se n'è andato", precisò Ignazio, funzionario ministeriale dalla vista buona.
"Io chiamo un’ambulanza", avvertì il dott. Nigro, autorevole amministratore di condominio.
"Io la polizia", annunciò la signora Di Salvio, vicina modello.
"Venite in casa, bambini", ordinò Stefania, riferendosi anche al marito Bruno.
E così via, finestra dopo finestra, in poco meno di mezz'ora lo stadio condominiale era gremito di un pubblico protagonista, inorridito e curioso allo spasimo.
Dopo un breve silenzio di circostanza il vero spettacolo ebbe inizio.
"Ma quando arriva l'ambulanza?" chiese Carla che ormai aveva definitivamente abbandonato Don Palmizio e le orazioni delle undici.
"Saranno qui a momenti”, la tranquillizzò zelante Nigro. “Avranno trovato traffico."
"Poveraccio, ma chi è?" chiese Luisa che nel frattempo aveva posato la scopa e si era riassestata i capelli.
"Boh?" le rispose con fantasia Ignazio.
"Ma da dove s'è buttato?" chiese con aria investigativa Erasmo, futuro ingegnere promesso ai genitori.
"Potrebbe essere caduto", ipotizzò Pablo.
"See… su una buccia di banana", lo canzonò Ignazio.
"Non c'è niente da scherzare mi sembra…" osservò Stefania con disappunto, mentre Bruno guardava i cartoni animati con o senza i figli.
"Ma allora, quest’ambulanza? Potrebbe essere ancora vivo", gridò con moderazione la signora Di Salvio.
"Ha la testa spaccata, non lo vede?" precisò puntualmente Ignazio.
"Bambini, dentro", ordinò nuovamente Stefania.
"Potrebbe non gridare queste cose, señor?" attaccò Pablo.
"Pensa per te, Zorro", rispose di fioretto Ignazio.
In effetti Pablo, con i baffetti e la camicia di velluto nero, ricordava un po' l'eroe spadaccino, ignaro con quanto successo con la dirimpettaia Luisa.
Quest'ultima avrebbe voluto sostenerlo, ma con frenante timidezza si limitò ad un'intensa occhiataccia verso Ignazio.
"Poverino, dirò una preghiera per lui", informò i presenti Carla, che ufficialmente aveva dichiarato deceduto il presunto malcapitato.


2

Era passata ormai circa un'ora e ad onore della solerte forza pubblica devo temporaneamente cambiare inquadratura.
La polizia e l'ambulanza erano arrivate, ma si erano trovate davanti ad un increscioso inconveniente. Il meccanismo della scaletta interna che portava sul soffitto del garage, prontamente aperto dal proprietario tirato giù dal letto nella meritata pausa domenicale, si era bloccato.
Si trattava di parte di un antifurto modernissimo, modello di marca orientale ultra ricercato, che era il vero vanto del garagista e soprattutto dei suoi clienti. Con ancora le rate da pagare, dava una sicurezza alle modeste automobili che lì riposavano gli altrettanto comuni motori, da fare invidia alle migliori banche della zona.
L’agente Nardini della polizia di zona aveva preso in mano la situazione e prontamente aveva avvertito i vigili del fuoco.
Niente da fare. Nemmeno la fiamma ossidrica riusciva a scalfire il portello che conduceva all’esterno, sulla sommità del garage.
Altro vanto dell’avveniristico antifurto di cui sopra.
Il Capo dei vigili, tale Giorgione, chiamato così affettuosamente per i suoi abbondanti centodieci chili, propose di recarsi in un appartamento con una finestra che desse sul cortile interno e calarsi con una barella.
La proposta fu accolta con approvazione da tutti, anche da Claudio, infermiere dell'ambulanza peraltro molto emozionato, in quanto alla sua prima uscita.
Colpo di scena.
Dalla finestra dell'ospitale signora Di Salvio, la vista fu terribilmente demoralizzante.
Il cortile sovrastante il garage si trovava a distanze considerevoli dalle mura dei palazzi circostanti.
La scoperta più insolita fu il notare gli inquietanti grovigli di filo spinato, tutto intorno all’edificio del garage, come una specie di fossato a protezione di un castello medievale.
La signora Di Salvio indicò nel minaccioso viluppo la geniale aggiunta condominiale all'opera somma di protezione delle loro amate utilitarie.
La situazione si faceva sempre più complicata.
Abbandonata la forza pubblica al loro destino e responsabilità, affidandogli come base operativa il proprio ordinato e lustrato tinello, la donna rientrò nella scena principale per aggiornare i compagni d'osservazione.
Uscì in terrazzo fiera, con la soddisfazione di chi sa di avere in serbo una notizia importante.
Dopo un'inevitabile pausa di personale appagamento, esclamò: "State tranquilli, la polizia è qui da me. Ci sono anche i vigili e i dottori."
"Alla buon'ora”, fece Nigro.
"E cosa pensano di fare?" chiese esprimendo tutto il proprio senso di responsabilità condominiale.
"Da quanto ho capito, la scaletta del garage è bloccata dal nuovo antifurto e i vigili non possono calarsi a causa della grande idea del filo spinato…"
"Signora, lei ha votato come tutti il progetto. C'era quasi l'unanimità."
"Io non ero d'accordo e quel quasi sono io", precisò Pablo.
"Lo credo, non ha la macchina…" ironizzò Erasmo, il quale ormai aveva dimenticato i difficili esami di Elettronica e Meccanica che aveva deciso di sostenere in un giorno solo all'indomani.
"Va a cavallo, Zorro", punzecchiò nuovamente Ignazio.
"Scusate, un po' di rispetto per il poveretto", disse Carla, che ormai aveva assunto il compito di riportare l'attenzione sul supposto cadavere.
"Poveraccio, chissà perché s'è buttato", osservò Luisa, che nel frattempo faceva mangiare il figlio col caldo biberon.
"E chi può dirlo?” disse Stefania. “Un'alunna della scuola dove lavoro s'è tagliata le vene al bagno. Era la prima della classe, aveva un motorino nuovo e due genitori splendidi."
"Stava troppo bene…" aggiunse Bruno.
"Poverina, morta così giovane", si affrettò a sentenziare Carla.
"Non è morta”, la deluse Stefania. “Il bidello l'ha salvata in tempo."
"Sarà stata la solita finta”, fu il commento di Ignazio. “Lo fanno tutti i disperati per attirare attenzione. Ma pochi hanno le palle per farlo davvero."
"Ci vogliono le palle per ammazzarsi?” domandò Luisa con forte tensione.
"Vita o morte è una questione di scelte”, decretò Ignazio. “Tutto il resto è fortuna o sfortuna."
"Ehi, guardate la televisione, stanno parlando del morto", avvertì Nigro.
E proprio in quel momento un elicottero della Tv nazionale cominciò a sorvolare il condominio riprendendo la scena in diretta. Fu un momento solenne, che donava il prestigio e soprattutto la veridicità necessaria agli eventuali racconti più o meno romanzati ad amici e parenti, con il distintivo accenno comprovante: credimi, ne ha parlato anche la TV.
Dario fu l'unico ad ignorare il vecchio apparecchio alle sue spalle. Aveva la scena davanti ai suoi occhi, più in diretta che si può e più di ogni altra cosa era il solo e unico direttore del palinsesto, colui che sa qual è la verità dietro lo schermo.


3

Era ormai sera e immaginiamo di accomodarci accanto a Dario, per guardare e ascoltare con lui.
"Bruno, vieni fuori con i bambini, così c’inquadrano", propose Stefania, agitandosi nel seppur piccolo terrazzo e tentando di farsi notare dai cameramen sull'elicottero.
"Invece di fare lo show, caricatevi il corpo", gridò Pablo, che involontariamente suggeriva la prossima mossa per i pompieri.
Fu la signora Di Salvio ad appropriarsene e pronta a rivendersi la chicca come propria rientrò in casa velocemente. Raggiunse in soggiorno e dopo il classico colpo di tosse per attirare l'attenzione diede il suo consiglio di seconda mano.
L'idea fu accolta con entusiasmo e in poco tempo un secondo elicottero sovrastava il cortile pronto a calarsi. La TV nazionale riprendeva tutto fedelmente e ogni record d'ascolto cominciò a tremare.
L'elicottero stava iniziando a calare una scaletta, abbassandosi pian piano.
Dario proprio in quell'attimo sentì una fitta di dolore al centro del petto. Tutto stava per finire, il suo gioco si concludeva tropo presto. E il merlo soffriva allo stesso modo, ormai simbioticamente.
Ennesimo colpo di scena.
Il dio protettore dei giochi che devono durare finché divertono in quel momento era libero e prontamente intervenne.
O forse trattasi solo di un altro forzato deus ex machina.
Nondimeno, un vento formidabile si alzò con violenza, scuotendo l'elicottero da tutte le parti. Nonostante riuscisse affannosamente a rimanere in zona, era impossibile spostarsi verso il basso o calare qualsiasi cosa senza schiantarsi sulle pareti dei palazzi.
Per Dario fu una sensazione elettrizzante. Qualcuno o qualcosa faceva il tifo per lui.
La notte arrivò del tutto poco prima della mezzanotte, chiudendo un nero sipario sul primo atto di questa insolita commedia.


4

La luce del mattino fece capolino con delicatezza, con passi felpati e gli abitanti del condominio non la fecero attendere più di tanto.
Fra una tazza di caffè, una sigaretta o un'affrettata lavata di faccia, tutti i condomini fecero capolino in balcone per verificare l'andamento del dramma.
Il corpo era lì, immobile.
Ognuno di loro, chi più o meno sinceramente, riconobbe a se stesso di esserne in parte contento.
Luisa intravide Pablo che con la scusa di stendere una camicia curiosava in terrazzo e tentò un approccio: "Ma quando lo vengono a prendere?"
"Non lo so. Hanno detto alla radio che il vento forte di questi giorni impedisce all'elicottero di calarsi."
"Poverino, che brutta morte."
"Già."
"L'ho vista l'altro giorno sul metrò…" azzardò quindi Luisa.
"Come?" chiese Pablo, prendendo tempo.
"L'ho vista sul metrò, leggeva un libro e per poco non perdeva la fermata", spiegò lei con più coraggio.
"Ah… è vero. Sono sempre distratto dal resto del mondo quando leggo", ammise Pablo.
"Deve essere un libro molto bello."
"Sì, ma se l'avessi vista l'avrei chiuso", aprì le danze lui.
Tuttavia, con soddisfazione di Dario, di nuovo sintonizzato sul cortile insieme al compagno volatile, l'attenzione tornò sul presunto cadavere.
"Ma sta ancora lì?” esordì Ignazio. “Questo tra un po' comincerà a puzzare."
"Bambini, dentro", ordinò puntualmente Stefania, che aveva delegato al povero Bruno la spiegazione scientifica della decomposizione cadaverica in termini accessibili ai figli.
"Riecco l'elicottero", esclamo Carla, che per prima aveva avvistato il responsabile delle riprese Tv via aerea.
Infatti, in poche ore la notizia aveva fatto il giro del paese. Tutte le reti avevano afferrato avidamente la ghiotta e insolita notizia, e chi con diritto, chi no, stavano trasmettendo le macabre immagini del corpo esanime, con primi piani del ketchup ingannatore.
Questo era niente.
Nel giro di un'ora le case del condominio furono assediate da giornalisti di tutte le testate possibili, cronaca nera e rosa, quotidiani, mensili, settimanali, giornalieri.
La signora Di Salvio fu la prima ad aprire la porta alla stampa. Le fu garantito il primo piano in numerose riviste scandalistiche, nonché l'opzione di importanti interviste verità sul piccolo schermo.
A seguire Carla, che fu contattata dal direttore di Radio Maria in persona, monsignor Giovanni Matteo Innocenti Diotibenedica. Lo conosceva solo per radio, ovviamente, e le sembrò un vero miracolo stringere la mano a quella voce, che per l'occasione scendeva sulla terra.
Poi toccò ad Ignazio, che aprendo la porta di casa non fece trasparire l'emozione di fronte all'inviato speciale del Profittatore, il giornale di chi sa far fruttare anche l’immondizia del vicino, come diceva la pubblicità.
Naturalmente, l'argomento dell'intervista fu proprio come guadagnarci dalla vicenda.
Nigro, con profondo senso del dovere, fu proprio lui stesso a chiamare la Gazzetta del buon amministratore, che con opportuna solerzia mandò sul posto il reporter di punta.
Stefania e Bruno furono veramente fortunati.
Fabio Fazio li aveva scelti come la famiglia giusta per la sua nuova trasmissione da ascolti record: A casa di chi andiamo oggi?
Tutta la troupe dello studio, cinque cameramen, sette costumisti, otto truccatori, tre massaggiatrici - con soddisfazione di Bruno - 15 comparse, nonché controfigura, autista e tre guardie del corpo per Fazio si insediarono nel modesto bilocale al terzo piano.
Che gioia se è la tv a venire a guardare noi e non il contrario.
Erasmo sprangò la porta e non rispose al bussare continuo che martellava il suo appartamento. Ogni suonata echeggiava dentro di sé andando inesorabilmente a svegliare il cane impaurito, con la coda nascosta tra le gambe che era la sua paura.
Quella di dover rispondere alla fatidica domanda in diretta nazionale:
"Quanti esami hai fatto?" o peggio: "Quanti esami ti mancano?"
Nessuno suonò alla porta di Pablo.
Chissà perché.
Forse perché stava già raccontando i fatti.
Infatti fu inevitabile per il giovane accendere il pc e liberare le dita sulla tastiera.
Tuttavia, non scrisse del fantomatico cadavere. Era la più che vera Luisa che lo scuoteva, anche se non lo sapeva. Scrisse di montagne innevate, di fiumi impetuosi e di cavalli galoppare senza sella, inseguendo la terra stessa che sollevavano.
Anche la ragazza rimase illesa dall'assalto al testimone, ma fu solo un caso.
Ci fu solo una porta dove ogni giornalista o reporter che si fermava davanti, rimaneva lì immobile, stava per bussare ma… niente.
Era come se una voce dentro il cuore sussurrasse confidenzialmente.
"Non c'è nessuno…passa avanti…non c'è nessuno…"


5

Nel giro di poche ore la notizia del cadavere bloccato nel mezzo del condominio era germogliata come i semi magici di un albero enorme, con migliaia di rami lanciati in una corsa sfrenata in ogni direzione, raggiungendo e unendo tutto e tutti.
Le televisioni raccontavano l'accaduto in tutti i dialetti possibili e ognuno ebbe il tempo di dare a quel falso morto il valore necessario.
Venditori di gadgets proposero il cadaverino in miniatura che se lo buttavi a terra si spaccava la testolina e usciva vero sangue umano, un cantautore impegnato casualmente aveva scritto in tempi altamente sospetti una ballata dal titolo “Il morto che non c'è", una prestigiosa casa di produzione straniera aveva già comprato i diritti d'autore del romanzo best seller "Morte di un condomino saltatore" per girare un film di sicuro successo. L'unico problema era che il libro nessuno l'aveva ancora scritto.
Una strana sensazione infettò Dario, come un virus silenzioso e impossibile da ignorare, quando si accorse che quasi tutti i suoi personaggi erano rientrati in casa e non ne uscivano più.
Chi tra interviste, chi tra foto e telecamere, avevano quasi tutti smesso di ammirare la sua opera.
Solo Luisa e Pablo ogni tanto si affacciavano per pochi istanti. Ma il motivo era ormai un altro.
Così avvenne nella sua mente quello che vorremmo non accada mai. Quel momento terribile che ci porta naturalmente e inesorabilmente ad una conclusione, un'unica, ultima mossa.
Doveva riprendersi il morto.
Ad un tratto si alzò in piedi, spalancò la finestra ed emise col megafono un nuovo grido, ancora più terrificante.
Ripeté il grido più volte finché una dopo l'altra le finestre del condominio si riaprirono di nuovo. Carla, Ignazio, la signora Di Salvio, Stefania e Bruno, Nigro, Pablo, Luisa, tutti erano di nuovo fuori. E con loro giornalisti e reporters, l'elicottero della TV e grazie ad esso tutto il paese collegato in diretta, ma con l'obiettivo non più sul cadavere, bensì su quel giovane in pedi sul parapetto del suo terrazzo.
Fu un vero canto del cigno. Dario assaporò quell'istante con avidità e subito dopo diede al pubblico ciò che secondo lui si aspettava: si lanciò nel vuoto, stavolta senza urlo.
Il mondo che guardava rimase col fiato sospeso, mentre l'uomo cadde al centro del cortile.
Ci fu un silenzio interminabile dove i pensieri più disparati si mescolavano tra loro. Un nuovo fatto era davanti agli occhi. La corsa stava per ripartire quando qualcosa di veramente interessante e unico accadde.
Nessuno se ne accorse perché le cose più importanti accadono sempre così, di nascosto, in silenzio. E solo per caso qualcuno le nota: un merlo, un piccolo merlo che non aveva mai volato, che non aveva mai oltrepassato la porta aperta della sua gabbia si spinse fuori di essa.
Fu un breve tragitto, uno sbattere nervoso di piccole ali arrugginite. Quanto bastò all'uccello per uscire dalla finestra e gettarsi abbandonato sul cortile.
Fu un tonfo lieve, delicato, mortale.
E mentre il treno delle interviste, i programmi e, soprattutto, le vendite ripartiva ci fu un ennesimo colpo di scena, l'ultimo.
Il secondo cadavere non era… cadavere.
La mano destra si muoveva, prontamente inquadrata dai più veloci cameramen.
La sinistra, una gamba, l'altra e Dario era in piedi, con svariate fratture ma vivo.
Stordito e dolorante guardò alla sua sinistra il pupazzo e oltre questo il merlo inanimato. Il dolore che attraversò il cuore cancellò in un attimo le sofferenze della caduta. Nessuno avrebbe dovuto morire davvero, nel suo spettacolo, forse lui stesso ma nessun altro. E tantomeno l'unico al mondo che l'avesse veramente capito.
Sotto gli occhi esterrefatti di milioni di persone Dario avanzò barcollando, con sorpresa e stupore generale calpestò e spiaccicò definitivamente una testa di gomma piena di ketchup andato a male e raccolse da terra l'uccello.
Si accasciò, se lo strinse al petto e cominciò a piangere, chiudendo definitivamente il sipario.
Nessuno capì quello che era successo. Nessuno seppe perché il giovane l'aveva fatto. Nessuno riuscì a dargli mai un senso.
E, forse, fu meglio così.

venerdì 14 novembre 2014

Storia di pirati diversi: io sono Jolanda

Il seguente racconto è stato pubblicato nel 2006 nell'antologia Sangue corsaro nelle vene:


Io sono Jolanda

di
Alessandro Ghebreigziabiher


1

Una sciabola.
Una sciabola vera, mica da ridere.
Una sciabola che avrebbe potuto fare molto male.
Corradini era pietrificato. Non era mai stato un esempio di coraggio, tutt’altro e non aveva mai nascosto la sua pusillanimità. Quindi non trovò alcuna difficoltà a lasciarsi andare ad un vistoso tremore: “Io n-non c-capisco… una parte la troviamo…”
“Non una parte”, aveva dichiarato la voce che imbracciava la spada, “Jolanda. Io sono Jolanda!”
E il regista aveva indietreggiato nel lato cieco del palcoscenico, sotto gli occhi preoccupati dei suoi collaboratori.


2

Tutto era cominciato con un libro, non immaginatevi nulla di speciale. Cose che capitano. Si legge, ci si emoziona, ci si ritrova a pensare alle pagine scorse e si sogna. Fortunatamente succede ancora.
Simo lo aveva divorato in tre giorni. Le ultime righe erano penetrate nella sua vita in una mattina, nel traffico di punta, mentre stringeva con una mano l’apposito sostegno a bordo di un bus, sino alla dolce tristezza, come la chiamava il suo prof di lettere.
Leggere qualcosa che vi piace vi conduce inesorabilmente allo sconforto del terminare un viaggio che avete amato, ma che, con inestimabile grazia, vi ha reso diversi, che voi lo desideriate o meno.
Simo, diciassette anni, non credeva alle coincidenze. Tutto era stato scritto, nella sua vita. Papà era morto di cancro tre mesi prima, avendone ricevuti in dono esattamente sei dal proprio medico curante. E, senza sorprese, se n’era andato.
“Tu hai preso dalla mamma”, disse un giorno, “tanti ragionamenti ma poi esce fuori il vostro romanticismo…”
Questo era stato il suo commento quando Simo aveva annunciato di voler frequentare un laboratorio teatrale. Tutto scritto. La madre aveva detto tante volte al marito che le sigarette lo avrebbero ucciso. Tutto seguendo un copione prestabilito.
“Vedrai”, aveva aggiunto il padre, “mamma non approverà. Lo sai che voleva fare l’attrice? Nonno non glielo permise. Diceva che era roba da puttane.”
E la donna, seguendo la propria sceneggiatura, non lo aveva smentito: “Che cosa? Tu pensa a fare i compiti…”
“Ma… mamma…
“Non voglio sentire altro. Pensa a studiare. Ci hai dato già abbastanza problemi, quest’anno…”
“Ah”, pensò Simo, “i problemi, quei problemi…”
In ogni caso nessuna sorpresa, tutto scontato, come spesso accade. Ma non sempre, grazie al cielo, non sempre. E un piccolo manifesto per un originale casting, affisso al di fuori del bar di fronte alla scuola, catturò il suo sguardo: “Dove sei, Jolanda? Dove sei, figlia del Corsaro Nero e di sua moglie Honorata? Sappiamo che ti sei imbarcata per Maracaybo, nei Caraibi, per ritornare in possesso dei tuoi beni, ma il nemico era in agguato, il tuo lontano cugino che attentava alla tua eredità. Subito, i fedelissimi filibustieri seguaci del Corsaro Nero si affiancarono a te, che ti dimostrasti somigliante a tuo padre non solo nell'aspetto ma anche nel carattere fiero e forte: combattesti contro giaguari e cannibali, salvasti la vita al prode avventuriero Morgan, ti trasformasti in una vera e propria "corsara". Le avventure e i duelli per terra e per mare, non mancarono: rapimenti, razzi di mare, navi alla deriva, sabotaggi... la fantasia di Emilio Salgari non ha confini. Ti stiamo cercando!


3

Le ragazze presenti non erano tantissime, circa una trentina. Fissavano e parlottavano. Se l’era aspettato, lo aveva messo in conto. In fondo si era lì per colpire, per impressionare e l’originalità è il minimo per chi desideri solcare le scene. Se non altro, giustifica il prezzo del biglietto. Simo provava perciò un inaspettato senso di tranquillità. L’unica agitazione era dovuta alla sera precedente. Suo fratello Gigi aveva parlato. Cioè, ad essere precisi, aveva spiato la confidenza che Simo aveva fatto a sua sorella Luisa e aveva spifferato tutto alla mamma.
“T’avverto”, aveva minacciato più tardi quest’ultima, “se vai a quel provino non tornare.”
Perfino Luisa si era scagliata contro la madre ma non c’era stato verso.
In ogni caso Simo aveva deciso.
Le prime candidate non erano andate troppo bene. Impacciate e nervose. Solo la seconda si era salvata dalla bocciatura generale, in quanto almeno carina.
Mario Corradini era seduto in scena e fumava un puzzolente sigaro. In platea vi era l’autore dell’adattamento, tale Mocha, scrittore di vaghe origini ispaniche e la scenografa, la signora Plevin.
“Mario”, si lamentò Mocha, “perdóname, quanto ancor bisogna quedarse aquí? A las cinco ho un’intervista alla Rai.”
“Sì, anche io ho un impegno”, mentì la Plevin.
“Ne vediamo altre cinque e poi vi libero”, li rassicurò il regista.
“Avanti la prossima”, chiamò subito dopo.
“Buongiorno”, esclamò entrando Simo, “io sono Jolanda.”
Mocha non poté evitare di farsi scappare una risata, seguito un secondo dopo dalla scenografa.
L’unico a non ridere era il regista.
“Guarda”, commentò aspramente, “se è uno scherzo, non è divertente.”
“Quale scherzo”, fece Simo avanzando, “io sono qui per la parte. Io sono Jolanda.”
“Ascolta”, esclamò spazientito Corradini, alzandosi in piedi, “il provino è per una ragazza, d’accordo? Qui mettiamo in scena un classico.”
Fu in quell’istante che Simo aprì la voluminosa borsa che aveva con sé e tirò fuori la sciabola.


4

Il senso di liberazione che era seguito alla confessione innanzi ai genitori di essere omosessuale era durato il tempo di un respiro. E non era stata l’angoscia e la preoccupazione nei loro volti a farlo evaporare, poiché entrambi si erano mostrati aperti e comprensivi, sebbene la madre avesse iniziato fin da subito, senza smettere mai, a definire problemi il suo rivelato orientamento.
Qualcosa mancava comunque. Forse perché Simo era un adolescente, perché un adolescente è comunque serenamente confuso, perché chi è confuso non si vuole accontentare, perché chi non si vuole accontentare, talvolta, osa e non segue il copione.
“Io sono Jolanda!” ripeté Simo avanzando con la spada tesa davanti a sé, fino a condurre la punta a pochi centimetri da Corradini, in procinto di bagnarsi i calzoni.
“Ragazzo, cálmate …” lo implorò Mocha.
“Sì, va tutto bene, parliamone”, si aggiunse la Plevin.
Seguì una breve pausa di silenzio.
“D’accordo, signor regista, si accomodi pure.”
Corradini continuava a tremare senza fare un passo.
“Mario”, lo invitò Mocha, “sentarse!”
L’uomo obbedì.
Simo raggiunse il proscenio e iniziò il pezzo che aveva preparato: “Io sono Jolanda. L’ho sempre saputo, un segreto che ignoravo anch’io. Nessuno poteva dirmelo, nessuno poteva suggerirmelo, nessuno poteva prevederlo. Mio padre non c’è più e non voglio mentire dicendo le solite cose, tipo magari mi potesse vedere ora e gioire per me. Ciò che mi manca è piuttosto gioire io per lui. Povero papà. Era un eroe. Un pirata. Un uomo che sfidò l’oceano, affrontando mille nemici con il suo nero vestito di umana pelle, la più preziosa che ci sia e, come ogni corsaro che si rispetti, è morto in battaglia, al timone della sua nave, lasciando la solita mappa del tesoro. Io non avevo avuto il coraggio nemmeno di prenderla in mano. Fino ad oggi. Eccomi, io sono Jolanda.”

mercoledì 12 novembre 2014

Racconti fantastici: storia dell'alieno

Il seguente racconto è stato pubblicato su vari magazine online e sulla rivista letteraria Punto di vista (n.32/2002).
Inoltre, è stato narrato dal sottoscritto in occasione della Festa della cultura (Roma, 2001).
Ve ne propongo una versione riadattata.


Droga

di
Alessandro Ghebreigziabiher


Prologo

Le parole che seguono sono quelle di un alieno come tanti, che vivono ai margini, isolati in un’orbita perenne intorno al nostro mondo, invidiando la nostra vita e i nostri privilegi, i quali, attraverso una lente deformata dal proprio malessere, possono divenire facilmente enormi e ambigui.
Tuttavia, egli è un fortunato tra i tanti, poiché riesce un giorno a trovare il coraggio di raccontare la sua storia, senza più paura, senza più vergogna.
Anzi…

Salve.
Io vengo da lontano.
Ormai sono parecchi anni che vivo lassù e credo di aver a questo punto imparato a parlare la vostra lingua, a conoscere le vostre regole, che sono divenute anche le mie.
Dovete sapere che, da adolescente, ho scoperto l’esistenza di una cosa fantastica che solo ora sono riuscito a trovare.
Non è stato facile, credetemi.
Ho un audiotelescopio, lassù, uno strumento con cui riesco a vedere e sentire tutto quello che succede quaggiù.
Non avrei mai creduto di trovare la forza di scendere qui, tra voi, che vi ho sempre visti da lontano.
Tuttavia, oggi vi ho guardato, tutti insieme ed è stato irresistibile. Ho pensato che forse non avrei avuto occasione migliore.
Tempo fa, esplorando le scuole, dove cercavo ragazzi com’ero io all’epoca, sentii parlare di una cosa che se la avessi provata mi avrebbe fatto stare molto bene, tanto bene, ma così bene che mi sarei dimenticato di tutto.
Problemi, dispiaceri, dolori, tutto sarebbe scomparso e sarei divenuto leggero, talmente leggero da volare letteralmente.
Capirete di certo la mia forte curiosità.
E voi avrete di sicuro intuito di cosa sto parlando, ma io sono uno di fuori, come si dice. Ci ho messo un po’ a identificarla. Solo ora, dopo anni ci sono riuscito.
All’inizio ero molto attratto dall’idea e ho cominciato a cercarla senza tregua, prendendo ovviamente molti abbagli.
La prima volta che pensavo di averla trovata è stata quando ho visto una folla di gente entrare in una serie di porte a vetri e c’erano molti giovani, come me a quel tempo.
Li seguii fin dentro con il mio audiotelescopio e li osservai sedersi su delle poltrone, tutte rivolte verso un gran telo bianco.
All’improvviso tutto si fece buio e su quest’ultimo apparvero dei disegni che si muovevano.
Era naturalmente un cinema e quelli che vidi erano ovviamente cartoni animati.
Chi di voi non si è sentito leggero, dimenticando tutto, davanti a Biancaneve, Cenerentola o Tom e Jerry?
Ma, ahimé, mi ero sbagliato.
Già, perché sentendo in giro, seppi in seguito che questa magnifica cosa, per avere il suo effetto, ti sarebbe dovuta entrare dentro, l'avresti dovuta sentire dentro di te.
Per voi è chiaro, vero? Ma io, essendo forestiero…
Quindi, non perdendomi d’animo ma, con crescente curiosità, mi sono rimesso alla ricerca.
Certo, ogni tanto mi capitava di pensare che i cartoni animati non fossero poi tanto male per lasciarsi andare, anche solo per un paio d’ore.
E mi sorgeva anche il dubbio che forse, per cercare questa cosa, avrei rischiato di perdere il gusto di sorridere alle disavventure di Paperino o alla vittorie di Topolino, ma so che voi mi capirete: umani o alieni, siamo tutti dei gran curiosi, tanto curiosi e spesso siamo disposti a rischiare anche la vita stessa per le novità.
Quindi, con più decisione di prima, ricominciai a cercare col mio audiotelescopio.
Gli anni passarono, io ero ormai un giovanotto e, sempre inseguendo i miei coetanei, una sera ne vidi un bel gruppo attraversare un portone dove c’erano due grossi uomini che controllavano il passaggio.
Capito cos’era? E’ facile, lo so, ma assecondatemi. Seguii i clienti entrare nella evidente discoteca e non credetti ai miei occhi, anzi alle mie orecchie, meglio a tutto il mio corpo. Avvertii qualcosa dentro di irresistibile, che mi faceva sussultare e saltare, in modo sistematico e dovevo muovermi, ma non in modo casuale, forse anche… insomma, fu travolgente.
E poi questo ritmo: untz, untz, untz.
Mi rendo conto che per voi sia normale, ma per me era nuovo.
Ballare, ballare tutta la notte, senza fermarsi, insieme a tanti come me. Certo io ero da solo, lassù, ma mi bastava chiudere gli occhi e tutto intorno era pieno di gente.
E poi, anche se non aveva senso, quelle mosse erano inebrianti e tutto grazie alla musica.
Sì, la musica.
Tanti suoni messi insieme e si crea questo fluido invisibile che ti esplode nelle vene.
Allora era questa la cosa: ti sentivi leggero, dimenticavi tutto e ti entrava dentro.
Era lei, la musica.
Era lei?
No…
Mi ero sbagliato ancora.
Eh sì, poiché, per sentito dire, rubando voci in un bar, capii che per questa magica cosa, se ci avessi tenuto tanto, saresti stato disposto anche ad uccidere.
Non era lei.
Nessuno toglierebbe la vita a qualcun altro per un disco.
O almeno credo.
Mi spaventai, lo ammetto, ma mi ributtai nella ricerca, forse all’inizio un po’ triste perché mi sembrava così di trascurare due grandi scoperte, prima i cartoni animati e poi la musica.
Quest’ultima, poi, ebbe subito per me una qualità eccezionale.
La parola esatta è allucinogena.
Sì, perché ascoltando una canzone, chiudendo gli occhi, potevo rivedere i momenti trascorsi quando l’avevo udita per la prima volta. Questo mi piaceva assai, mi faceva commuovere e ridere allo stesso tempo. Ma a quanto pare non mi bastava. E voi mi capite meglio, ora, non è così?
Perciò, con testarda convinzione, con il mio audiotelescopio esploravo le strade cittadine e una sera mi accorsi che eravate tutti in casa, quasi nessuno era in giro.
Voi avrete di sicuro intuito cosa succedeva.
Mi avvicinai alla finestra di un appartamento e vidi un’intera famiglia seduta su un divano davanti ad un cubo metallico che li illuminava e non capivo cosa fosse, trovandomi alle spalle di esso.
All’improvviso vidi tutta la famiglia saltare in piedi e gridare come forsennati. Per me fu un colpo, ripensando alla voce che avevo ascoltato al bar, quella sull’uccidere, ma poi li vidi contenti, si abbracciavano, doveva essere una buona cosa.
È così che scoprii il calcio e soprattutto, la partita allo stadio. Dovete perdonare il mio stupore, per me fu qualcosa di estremamente nuovo.
Comunque l’avevo trovata: era lo sport. Tutto quadrava, difatti. Durante la partita, mi sentivo leggero, dimenticavo tutto e quando la mia squadra segnava il goal mi entrava dentro un’energia che mi faceva saltare di gioia, quasi come con la musica.
Per quanto concerne l’uccidere, non dico di certo di essere mai arrivato a tanto, ma confesso che soprattutto quelli più ingiuriosi tra gli insulti dei tifosi avversari hanno messo a dura prova il mio convinto pacifismo.
Comunque, mi ero sbagliato per l’ennesima volta. Già, poiché, sempre curiosando nei discorsi dei giovani come me, seppi che quando vieni in contatto con questa fatidica cosa, provi un’attrazione fortissima, che ti sconvolge tutti i sensi.
Per quanto bello non poteva essere lo sport.
La mia curiosità era arrivata alle stelle, dove già mi trovavo, e fu in quel momento che pensai a quanto era strana la mia vita: ciò che mi spingeva ad andare avanti era la ricerca di qualcosa che ancora non conoscevo, su cui fantasticavo e che avrebbe dovuto farmi dimenticare tutto, ma le cose che avevo trovato lungo la strada erano quelle che mi ricordavano quanto la vita fosse piacevole.
Tornando alla mia ricerca, che c’era in più? Ah, forte attrazione.
Ecco, in quel periodo feci una cosa di cui mi vergogno e sfrutto questo momento per chiedere pubblicamente scusa.
Una sera d’estate, con delle strane scosse interne che partivano dal basso fino ad arrivare al cervello, zummai su una finestra dell’appartamento della famiglia di prima. Il campionato era finito, ma io non lo sapevo e mi ero preparato alla solita partita, bardato di sciarpa, cappelletto e trombetta.
Era la camera da letto dei genitori.
E voi avrete sicuramente inteso…
La scena che vidi fu per me sconvolgente. Dovete capirmi. Io non immaginavo mica che due persone potessero fare quelle cose. Sì, lo so, la parola giusta è guardone. Nondimeno, ve lo giuro, è stata la prima e ultima volta.
Cercai subito di scoprire cosa fosse e, ascoltando vari discorsi, decisi che era lei la cosa tanto cercata: il sesso.
Un’energia potentissima che smuove tutti gli esseri viventi, li unisce e li fa vibrare insieme, come una cosa sola. Doveva essere lei. Da quanto avevo intuito, durante ti sentivi leggero, dimenticavi tutto, problemi e dispiaceri, al momento culminante - senza volgari allusioni e sottintesi - ti entrava dentro una scarica oltremodo esaltante, per lei eri disposto anche ad uccidere, vedi gelosie e duelli vari e, soprattutto, c’era un’attrazione enorme per questo attimo unico e meraviglioso.
Era lei la cosa tanto cercata?
No, sfortunatamente no.
Perché, sempre per sentito dire, seppi che la cosa tanto desiderata, quel magnifico, affascinante ed esaltante mistero, l’aveva creato l’uomo. Non poteva essere il sesso, essendo nato con la gente stessa.
Mi ero illuso per l’ennesima volta e la delusione, in quel momento, fu veramente grande. Mi abbattei e cominciò un periodo molto difficile. Sì, perché non riuscivo più a far nulla, passavo intere giornate a letto, con un dolore alla pancia, bruciante, che non mi abbandonava mai.
Ero a pezzi, mi sentivo vuoto, bucherellato come una groviera, dai cui fori fuggivano via tutti i sogni e le splendide emozioni che avevo vissuto prima. Con i cartoni animati, la musica, lo sport, il sesso… anche se solo teoricamente.
Ciò che mi faceva più male era che la mancanza di questa cosa mi stava facendo perdere di vista tutto il resto, tutta la mia vita, che ormai dipendeva da essa.
Stavo per lanciarmi nel vuoto da lassù e farla finita, ho aperto il portello dell’astronave quando vi ho visto, senza l’audiotelescopio, con i miei occhi e ho fatto un sogno.
Quello di essere qui, ora, a raccontare la mia storia.
Ah, dovreste provarlo…
Mi sento leggero, più delle nuvole, ho dimenticato tutto il dolore che ho provato fin ora, sento dentro una carica così calda e potente da farmi esplodere.
Neanche stavolta parlo di uccidere, ma sarei di sicuro disposto a combattere con chi volesse vietare momenti come questo, l’attrazione e stata così forte da farmi scendere sulla terra dopo una vita intera di solitudine e, più di tutto, questo attimo l’avete creato voi, qui, adesso, semplicemente, che siete stati così buoni ad ascoltarmi.
Grazie.

sabato 8 novembre 2014

Albero dell'alberone a Roma: la vera storia di Robin Dream

Tempo fa, per alcuni anni ho abitato nei pressi del quartiere Alberone, a Roma, dove qualche giorno
addietro è caduto l'albero che ne è (era?) simbolo.
Era il 2003, se non erro, quando scrissi un racconto ispirato da quella pianta così importante per la storia di quel frammento di città, immaginando proprio la scomparsa dell'albero a causa del maltempo.
Nuovo albero, nuovo nome per il quartiere.
Nella versione originale la colpa era di un fulmine, quindi l'ho leggermente adattato, ma la storia è rimasta la stessa.
Ecco a voi...



Robin Dream

Che rubò i sogni ai vecchi per donarli ai bambini

di
Alessandro Ghebreigziabiher


1

“Commissario, posso disturbarla?” chiese l’agente Gennaro Donato, quel mattino di novembre del 2019.
“Dimmi pure”, rispose Francesco Cuconato, commissario capo della stazione di polizia di Alberoide, noto quartiere di Roma.
In realtà avrei dovuto dire Alberoide ex-Alberone.
Quindi, se permettete, vorrei rendere omaggio a quell’ex.

Sull’Alberone:
L’aneddoto non è poi così complicato, anzi è molto semplice, sebbene estremamente significativo.
Più di ottant’anni addietro, sempre a novembre, una pioggia torrenziale che durò quasi una settimana aggredì la capitale.
Tre fratelli, Mirko, Davide e Mauro, rispettivamente di sei, otto e nove anni, tornando da scuola si trovavano in quei giorni proprio nei pressi dell’albero che dava il nome al suddetto quartiere.
La madre non era potuta venire a prenderli all’uscita poiché la quarta figlia, la più piccola, aveva la febbre alta a causa della rosolia.
Ebbene, i tre ragazzini, stretti e ben imbacuccati sotto uno striminzito ombrello, furono sorpresi da un violento temporale misto a grandine, peraltro armata di chicchi da distruzione di massa.
Fu Mauro a suggerire la presunta via di fuga.
“Saliamo sull’albero, svelti.”
Nell’istante stesso in cui la pioggia si fece a dir poco brutale, il piedino del fratello più piccolo, Mirko, era stato tirato a bordo.
Ai tre piacque così tanto quella nuova sistemazione che vi rimasero per ben tre giorni, mentre i temporali proseguirono nella loro pratica flagellatrice.
La madre passò quelle ore senza dormire e senza mangiare mentre le ricerche dei tre bambini scomparsi continuarono senza sosta.
Il quarto giorno smise di piovere e i tre, col favore del sole, scesero dall’albero e tornarono a casa, allegri e spensierati, come di ritorno da una piacevole gita scolastica.
La mamma li abbracciò per un giorno intero, ogni volta che se li vedeva passare davanti. La loro storia fece subito il giro della città, con quel potente mezzo di comunicazione che è il passaparola, altro che Facebook, e da quei giorni, in ricordo del fortunato episodio, la donna ribattezzò il quartiere Sant’Alberone.

Ho fatto presto, visto? Ancora più facile sarà per me spiegare l’origine di Alberoide, definizione tuttavia non molto gradita alla giunta comunale, la quale preferisce New Alberone.

Su Alberoide:
Cinque anni fa, ancora una volta la pioggia decise di giocare al Deus ex machina con una comunità, e un albero che un tempo rallegrò la vita di tre bambini si dissolse.
Il fatto colpì tutti, indistintamente, e gli assessori si riunirono per rimediare al grave lutto.
In verità, ci fu qualcuno che propose la soluzione più naturale, e cioè piantare un altro albero, nondimeno, l’atteggiamento più in voga e per questo vincente del momento si fece sentire: lungimiranza.
Fu quindi l’assessore Gremese che propose l’idea vincente: “Facciamo costruire sulle ceneri della defunta pianta un albero artificiale con una lega di acciaio e carbonio, utilizzata per i sommergibili giapponesi. Il progetto sarà costoso ma il nuovo albero risulterà indistruttibile e resisterà ad ogni cataclisma.”
Gremese, ovviamente, non omise che suo fratello dirigeva una fabbrica che stringeva importanti affari con una nota industria di sottomarini del sol levante.
Tuttavia, la lungimiranza è un dono e chi lo possiede, e che soprattutto grazie ad essa aiuta molti di noi con estrema generosità e senso civico, è giusto che ne goda in prima persona i benefici.
Di conseguenza l’albero meccanico fu costruito in due giorni e il quartiere divenne Alberoide.


2

“Commissario, la situazione è ingestibile. Qui fuori ci sono centinaia di persone anziane. Vecchi, insomma. E ne continuano ad arrivare.”
“Calma, Donato, calma. Vi siete fatti spiegare che è successo?”
Cuconato, nel frattempo, non si era neanche mosso dalla scrivania.
“Commissario, è questa la cosa strana. Sembrano tutti impazziti.”
“Si spieghi meglio”
“Ecco, il primo è arrivato poco dopo l’alba. Si chiama Parisi Mirko, circa ottant’anni, e si è presentato chiedendo di sporgere denuncia, denuncia di un furto.
“Fin qui tutto a posto anche se il collega Agresti ed io notammo subito il sorriso e l’allegria con i quali l’anziano signore ci informava del motivo della sua venuta.
“In ogni caso, lo abbiamo fatto accomodare e ci ha raccontato il fatto.”

Il fatto, qualche ora prima:
Mirko: “Stanotte sono stato derubato.”
Donato: “Cosa le hanno rubato?”
Mirko: “I sogni. Tutti i sogni che mi erano rimasti.”
Agresti: “C-Cosa ha detto?”
Mirko: “Cos’è, sordo? I sogni, mi ha rubato tutti i sogni.”
Donato: “Certo, i sogni! Agente Agresti, ma non ha capito? Qualcuno ha rubato i sogni al signore…”
Agresti: “Ah, i sogni! E chi è stato, eh? Chi si è permesso?”
Mirko: “Non fate i sarcastici, non potrò mai smettere di ringraziarlo. E’ stato Robin Dream.”
Donato: ”Robin che?”
Mirko: “ Ma che è sordo anche lei? Robin Dream: ruba i sogni ai vecchi per donarli ai bambini.”
Agresti: “Ma tu guarda questo Robin Dream. Se lo acciuffiamo…”
Mirko: “No! Voi non dovete fargli del male. Lui è stato così buono.”
Donato: “Come buono? Ma l’ha derubata, no?”
Mirko: “Sì, finalmente. Finalmente qualcuno ha avuto il coraggio di prendermi i sogni che nascondevo. Io non c’ero mai riuscito da solo. Troppa paura. Che idea, poi, donarli ai bambini: gli unici in grado di liberarli, di dar loro un’altra possibilità.”
Agresti: “Mi scusi. Ma lei, questo Robin, vuole denunciarlo o no?”
Mirko: “Sì, ma non per farlo arrestare. Perché voglio incontrarlo, abbracciarlo e dirgli grazie. Lo devo a lui se ora non ho più paura.”

“Mirko…” fece Cuconato. “Mirko Parisi… ma certo! Mirko, il più piccolo dei tre ragazzini saliti sull’albero. Lei non se lo ricorda Donato, è troppo giovane. Quante volte mio padre mi ha raccontato la storia. Dev’essere uscito fuori di testa, poverino.”
“Commissario… il problema è che forse sono usciti fuori di testa tutti i vecchi del quartiere. Sì, perchè ognuno di loro ha sporto la medesima denuncia: il furto dei sogni, Robin Dream, ecc. Il tutto con gioia sul viso.”
“Ma non è tutto – riprese - gli anziani sono ancora a centinaia qui fuori e dicono che non se ne andranno finchè non troveremo il ladro, Robin, insomma.”
Il commissario rimase incollato alla poltrona, senza saper cosa pensare e dopo pochi istanti si alzò e si affacciò alla finestra dell’ufficio, che dava proprio sullo spiazzo antistante la centrale. Quello che vide confermava ampiamente la descrizione dell’agente. Un mare, un vero mare di anziani ricopriva strada e marciapiede. C’era chi giocava a morra, chi a carte, chi addirittura allo schiaffo del soldato. Sembrava una sorta di sagra di paese. Solo molto più allegra, molto di più. Quindi prese un megafono e si affacciò. Poi, dopo aver preso fiato, disse alla folla: “Signore e signori. Vi prego, un attimo di attenzione. Sono il commissario Cuconato – e lì partì un applauso inaspettato – ehm…volevo darvi la mia garanzia personale che faremo il possibile per trovare questo Robin Dream. Appena sapremo qualcosa sarete tutti avvertiti, abbiamo i vostri dati – altro scrosciare di mani – perciò vi chiederei gentilmente di tornare alle vostre abitazioni, in modo da lasciar libera la circolazione sulla strada.”
Pochi secondi e tutta la canuta folla, dopo aver salutato educatamente il commissario, si allontanò in buon ordine, come un’enorme scolaresca dietro alla propria amata o temuta maestra.
Cuconato rimase sorpreso dalla facilità con cui aveva ottenuto il primo risultato e richiuse la finestra. In quel momento cominciò davvero quella particolare giornata. Essa nasceva con una promessa e quando la si fa ad un vasto numero di persone, che ripone in noi altrettanta fiducia, per quanto cerone si possa mettere sul proprio viso è difficile stare tranquilli.
Cuconato, il cerone, neanche lo usava. Non aveva altra scelta: doveva trovare Robin Dream.


3

Dalla mente di un solerte poliziotto:
Prima domanda: come si fa ad arrestare un ladro che non si crede reale?
Questa è la questione più difficile da affrontare. Sì, perché stiamo parlando di un solerte poliziotto. Non ho mica detto poliziotto e basta. Fino a prova contraria, solerte ha come sinonimi, tra gli altri: zelante, premuroso, indefesso, tutta roba tosta.
Il manuale e l’esperienza decennale non suggerivano alcun precedente ed insegnamento di sorta. Occorreva improvvisare, dare vita a nuove strategie. In fondo, questo affascinava e stimolava immensamente il Cuconato. Ma voi ci pensate a cosa provasse un commissario di un quartiere tranquillo come Alberoide ogni volta che accendeva la televisione e assisteva alle coraggiose gesta di ispettori ed investigatori di ogni arma possibile mentre sventavano pericolose rapine e svelavano intricatissimi misteri con acume straordinario? Perfino un cane pastore tedesco ci si era messo a fare il commissario e era ormai un eroe, soprattutto per Pierpaolo, suo figlio di nove anni.
Cosa provava? Rosicava.
Sì, avete capito benissimo. Rosicava alla grande ed era anche un po’ arrabbiato con la tv.
Perché non raccontavano mai la vera realtà di una stazione di polizia?
Da loro non c’erano di certo eroismi tutti i giorni, ma non per questo la sua squadra era meno degna di attenzione e rispetto. Tuttavia, stavolta l’occasione era allettante, eccitante e splendidamente fuori dall’ordinario.
Fu per questo che la mente di Cuconato scelse proprio l’alternativa meno logica ma esattamente secondo la procedura: Robin Dream esisteva perché qualcuno, anzi molti, l’avevano denunciato.
Seconda domanda: Come inizia un’indagine su un ladro che non esiste ma a cui si vuole teneramente credere?
A questo punto la strada si fa più semplice. Già, perché nonostante qualche brandello della sua ragione cercasse di dissuaderlo, in un certo qual modo la sua scelta l’aveva già fatta.
Come si comincia quest’indagine, allora? E’ banale: si va ad interrogare i testimoni del fatto criminoso. Incredibile, o reale che fosse, essi erano sempre dei testimoni e questi sono sempre i compagni di viaggio migliori per arrivare alla verità.

“Donato. Mi dia l’elenco dei derubati”, disse con palese fretta.
“Subito” rispose l’agente porgendoglielo.
“Io esco” aggiunse il commissario leggendo il foglio che aveva in mano.
“Vuole che l’accompagno?”
“No, grazie. Ne avrò per molto, credo…”
Cuconato prese la macchina e iniziò la caccia al ladro più strana della sua carriera.


4

Testimone numero due: Andrea Ghebellini, commercialista, classe 1926:
“Signor Ghebellini, è la polizia. Sono il commissario Cuconato”, disse alla porta del secondo testimone. Il primo della lunga lista, Mirko Parisi, se l’era lasciato per ultimo. Così, senza un motivo preciso. Lo aveva fatto e basta.
“Un attimo…” rispose dopo un paio di minuti l’anziano inquilino dell’appartamento di vastissimi sessanta metri quadrati nel cuore di Alberoide.
La casa era a disposizione di tutto e solo il tempo di Andrea, la cui moglie aveva accelerato improvvisamente dieci anni prima, durante la loro armonica corsa, a causa di un dannato tumore al seno.
“Buongiorno”, fece il commissario vedendo aprire la porta, “sono Cuconato, le volevo fare qualche domanda sul furto da lei denunciato questa mattina.”
Il viso dell’uomo si illuminò, per quanto potesse farlo ulteriormente. Sì, perché Ghebellini aveva aperto la porta con un viso già di suo acceso ed emozionato.
“Prego, Cuconato, si accomodi, le faccio strada in salotto.”
“Ma lei stava stirando”, osservò il poliziotto notando la tavola con il ferro ancora caldo. “L’ho disturbata, mi scusi.”
“Ma no, non si preoccupi. E poi ho già finito. Guardi, è ancora come nuova.”
Andrea mostrò al nuovo arrivato la sua maglietta. La mitica numero quattro.

Sul numero quattro:
Ci sono tanti modi per vivere da numero quattro. C’è il centrale davanti alla difesa, un vero responsabile del centrocampo, un uomo di frontiera, che raccoglie direttamente la sfera dal libero, il capo dei difensori, per offrirla ai registi, coloro che creano il gioco, che danno la giusta forma alla palla, affinchè rotoli il più lontano possibile dalla propria porta.
Poi c’è il mediano di spinta. Lo stantuffo, il pistone, il portatore d’acqua, l’uomo di trincea dimenticato dai riflettori che strenuamente e stoicamente sacrifica ogni centimetro delle sue robuste gambe per la causa, la vittoria, unicamente essa, altro che sportiva partecipazione.
Infine c’era Ghebellini: il trattore, il frangiflutti, il frullatore di ossa fragiline, la valanga di fango e scarpini, l’amante della scivolata maligna, quella senza toccare terra, per intenderci. Poteva riempire un’intera collezione di francobolli ma con al posto di essi cartellini gialli e rossi, raccolti su tutti i campi della città.

“Ma non se la ricorda? La S.C.S., Scuola Calcio Sant’Alberone! Sono passati più di sessant’anni. E sa la novità? Questa mattina ci siamo ritrovati tutti e alle due di questo pomeriggio sfideremo i nostri eterni rivali. Ci hanno sempre battuti.”
Cuconato avvertiva un impulso irresistibile a lasciar andare una risata di fronte a quel vecchietto che sfidava le leggi di gravità per quanto tremasse, mentre, con la maglietta che danzava tra le sue mani malferme, come una bandiera rossa che segnala mare agitato, annunciava il proprio imminente ritorno al calcio giocato.
Eppure, qualcosa lo aiutò a rimanere serio.
La stessa, probabilmente, gli fece trovare la giusta e sincera attenzione per chiedere all’uomo: “Senta, mi racconta quello che è successo stanotte?”
Ghebellini sorrise, si mise sulle spalle la gloriosa maglia e invitò il poliziotto a sedersi sul divano. “Prego, commissario. Io ho tutto il tempo che vuole per ricordare stanotte.
“Tutto il tempo per ripensare a ciò che potrà farmi stare meglio ora e più che mai domani.”


5

Un quarto d’ora più tardi Cuconato era all’esterno del palazzo. Si era fermato lì, con la porta, una storia e una vita alle spalle.
Quel giorno, in quell’attimo, quei tre doni erano pronti per essere scartati nel cuore del commissario. Una vita, una storia e una porta, dietro alla quale egli aveva trovato il primo indizio su uno strano ladro chiamato Robin Dream.

Testimone numero tre: Elena Palmiri, commerciante in pensione, classe 1924:
La porta di casa della signora Elena era aperta.
Erano aperte anche tutte le finestre e perfino il vecchio lucernario era dischiuso.
Ma non solo. Erano spalancate le ante degli armadi, i cassetti del fascinoso comò marrone erano tutti in bella esposizione, svelando ogni segreto dimenticato.
Il frigorifero stesso illuminava la cucina, con le fauci affamate che sbavavano su un misero yogurt magro mentre il forno si apriva al mondo senza necessariamente doversi esibire nella sua arte cuocitoria. E così via, ritrovavano la luce scatole di scarpe rubate al loro scopo d’origine, lettere imprigionate da buste ormai in pensione, segnalibri finalmente risparmiati da centinaia di pesanti pagine.
Cuconato entrò lentamente nell’appartamento, in cui, a causa della corrente creata dalle numerose aperture, tirava una brezza non indifferente. Eppure non faceva freddo, era un’aria fresca, pulita, scivolava addosso come una carezza.
Elena si trovava fuori al balcone, seduta su una sedia, con i capelli grigi svolazzanti, un sorriso negli occhi e, finalmente, con le spalle al caro e sicuro appartamento.
“Buongiorno, signora”, fece il poliziotto a pochi metri da lei, “mi scusi se sono entrato ma la porta era aperta. E non solo quella, ho visto…”
Elena, novant’anni tra una settimana, rispose senza voltarsi.
“Vieni qua fuori. Cosa fa lì? Prenditi una sedia e accomodati vicino a me.”
Il commissario si guardò in giro e scelse un piccolo sgabello di legno. Quindi uscì e si sedette ai piedi dell’anziana signora. Lei lo guardò con tenerezza e gli strinse la mano con forza.
“Come ti chiami? Dove abiti? Cosa fai nella vita? Che ti piace fare?”
La donna avrebbe continuato ma Cuconato la interruppe.
“Sono un commissario di polizia. Sto indagando sul furto da lei denunciato. Robin Dream, ricorda?”
Elena non appena sentì quel nome rimase per un attimo immobile, come quando si ritrova in un vecchio cassetto un qualcosa che ci ricorda quanta vita abbiamo fatto, tra quell’oggetto e noi. Ma poi riprese la giusta velocità.
“Lo sa da quanto tempo non metto piede su questo balcone? Saranno anni. Mi sembra di aver cambiato casa, non la riconosco più, o forse è il contrario. Ho sempre abitato qui, ho sempre voluto vivere qui.
“Ho sempre desiderato che la vita fosse qui, che fosse di casa, che non avesse avuto il bisogno di telefonare per venirmi a trovare. Ricordo solo adesso quante parole impiegò mio marito per darmi il primo bacio. E quanti passi dovevo fare io stessa per raggiungere la guancia di mio padre e fare altrettanto. Quanti chilometri pensavo fosse lunga la serranda di questa finestra, quanta luce e aria sarebbero potute entrare in casa mia senza aver bisogno di rubare nulla. Se non fosse stato per Robin quale altra possibilità avrei avuto per averti qui, vicino a me, ora?”
La donna sorrise con dolcezza e poggiò la mano rugosa ma morbida sulla guancia del commissario. Quest’ultimo era in palese imbarazzo e con tempismo da vero timido professionista ruppe immediatamente il silenzio.
“Le andrebbe di raccontarmi del suo incontro con il ladro?”
“Certamente. Tu devi assolutamente aiutarmi a ritrovarlo. Lui ha aperto la porta.
Se non lo avesse fatto non avrei nemmeno scoperto di averne una.”


6

Stavolta fu una porta aperta quella che Cuconato lasciò alle spalle. E quando è una storia ad uscire da essa centinaia di altre se ne aprono dentro di noi, come se all’improvviso scattassero delle serrature invisibili e permettessero ai pensieri di circolare finalmente liberi, senza ordini e ordine, senza dover aspettare la benedetta ora d’aria.
Si può vivere anche solo per un’ora?
Una vita non lo so, non saprei dirlo ma sicuramente un pensiero si era liberato definitivamente nel cervello del Cuconato: l’ora appena passata, quella mattina, valeva già l’intero giorno che l’avvolgeva.

Testimone numero quattro, cinque, sei fino al…primo, Mirko Parisi, ex maestro elementare, colui che fu rapito da un albero, classe 1927:
Era ormai sera, poco dopo le diciannove, in quel momento della giornata che preferisco. Quando il cielo si colora di quella luce azzurro opaco, con venature di un blu gentile, non invadente, con il silenzio che si crea in strada perché ormai sono quasi tutti rientrati in casa. Le famiglie si ritrovano o si ignorano e tutto rallenta, non si ferma perché sarebbe chiedere troppo, tale privilegio è concesso solo alla notte. No, in quell’istante, seppure così breve, è ancora giorno eppure la corsa prende fiato, si può finalmente parlare con calma, guardarsi con calma.
Fino a quell’ora Cuconato aveva ascoltato una storia con centinaia di voci diverse, condita con ogni tipo di memoria, intrisa di vita vissuta e di voglia di viverne ancora, con una miscela di euforie scatenate da un inarrestabile desiderio di ringraziare sempre la stessa persona: Robin Dream, di professione ladro.
Il commissario non sapeva più cosa pensare, con quale nome incasellare nella propria memoria le informazioni. Ogni tanto la sua mente si soffermava sul rapporto che avrebbe dovuto redigere il mattino seguente e, puntualmente, fuggiva via, terrorizzata. La cosa che lo impressionava di più era la più temibile. Dopo una giornata come quella, cominciava a credere che Robin Dream esistesse realmente. Fu con questo stato d’animo che arrivò a casa di Mirko Parisi.
“Signore, è inutile che suoni”, disse un bimbetto alle sue spalle mentre lo tirava per la giacca, “il signor Mirko non c’è.”
Cuconato si voltò e, senza parlare, accarezzò i capelli del ragazzino e si allontanò dal portone, indietreggiando. Dov’era andato Mirko Parisi? Dove poteva essere finito un vecchietto di ottantasette anni dopo aver vissuto una notte simile?
Pensandoci bene il commissario sapeva dove fosse Mirko. Fu così che in pochi minuti raggiunse un orribile mostro di metallo che un tempo era stato uno splendido albero.
Mirko si era arrampicato su di esso e da lassù osservava le auto correre.
“Buonasera”, fece il commissario. Parisi non rispose. Cuconato salutò di nuovo e idem come sopra.
Il poliziotto era ormai spacciato. Quindi, senza pensarci ulteriormente, sebbene con estrema goffaggine, salì anch’egli sulla cosa che avrebbe dovuto ricordare un albero.
Pochi secondi dopo e con una voce completamente diversa disse al compagno di postazione: “Come è bello il quartiere visto da qui. Mi sembra di guardarlo per la prima volta.”
Fu così che il vecchietto si voltò per un attimo e poi mormorò: “L’avevo dimenticato. Avevo dimenticato che per ben tre giorni ho avuto questa possibilità. E non solo quella di salire su un albero. Davide e Mauro, i miei fratelli, ora non ci sono più e da allora non abbiamo più parlato di quello che ci siamo detti in quei giorni.
“Sai? Davide voleva essere come Mauro. Il primo era timido e piuttosto pauroso mentre l’altro era veramente quello che ti aspetti da un fratello maggiore: sicuro di sé, forte, anche fisicamente parlando, il che non guastava mai se qualche ragazzetto più grande voleva farci dei dispetti.
“Quando Mauro parlava, Davide rimaneva fermo in ascolto, registrando tutto. Anche io ero piuttosto silenzioso, ma non per timidezza. Semplicemente avevo tanto da pensare e ogni volta che mi si chiedesse qualcosa avevo il timore di non trovare le parole giuste per rendere quello che passava per la mia testa.
“Ma in quei giorni, tutti e tre abbiamo avuto un’occasione irripetibile. Sopra un albero, con il temporale urlante intorno a noi, non c’erano differenze d’età, di ruolo sociale o familiare, di semplice grandezza muscolare. Proprio Davide, l’introverso Davide, diede il via alle danze.


7

Su un albero, 1933:
Davide: “Cosa facciamo, Mauro?”
Mauro: “Aspettiamo che smette di piovere.”
Davide: “E se non smette?”
Silenzio.
Mauro: “Ma sì che smette, non aver paura.”
Davide: “Se non smette lo so io che facciamo.”
Mauro: “ Ah sì? E cosa facciamo?”
Davide: “Diventiamo dei pesci e nuotiamo fino a casa.”
Il bambino disse ciò con una tale serietà che tutti e tre scoppiarono a ridere.
Mirko: “Non è meglio se diventiamo uccelli e voliamo via? Non facciamo prima?”
Mauro: “E’ vero!”
Davide: “Ma siamo già bagnati! E se non c’era l’ombrello mio…”
Mauro: “Se diventiamo uccelli o pesci che te ne fai dell’ombrello?”
Davide: “Già, lo lasciamo qua.”
Mirko: “Sicuro. Sarà la nostra prova.”
Mauro: “La prova di che?”
Mirko: “La prova che tre bambini, nel 1933, sono diventati degli uccelli.”
Davide: “O dei pesci.”

“Vedi, la cosa che più mi addolorò, quando seppi che l’albero non c’era più, non era per la pianta in sé ma per l’ombrello, il nostro ombrello. Il giorno dopo venni qui e trovai il manico, con l’intelaiatura tutta sbrindellata. Eccolo – porgendolo al commissario – lo avevo messo sopra un armadio, dentro una vecchia scatola piena di cianfrusaglie.”
Cuconato, con la prova in mano, rifece la domanda che oramai sapeva alla perfezione: “Le andrebbe di parlarmi del furto di stanotte?”
“Anche tu vuoi trovare Robin Dream, vero? E’ un fatto personale, ora, dico bene?”
“Sì…” ammise quest’ultimo, inevitabilmente.
“Allora, ascoltami bene. Perché ti racconterò qualcosa che tutti gli altri sicuramente non ti hanno ancora detto.”


8

Un testimone in più, Pierpaolo, figlio di un normale commissario, classe 2004:
Cuconato rientrò in casa per le venti, bagnato fradicio, sorpreso da una pioggia improvvisa, ma sorridente e con un prezioso manico d’ombrello in mano.
La moglie gli venne incontro, palesemente preoccupata e lo aiutò in silenzio a levarsi di dosso gli abiti zuppi. Nulla però le permise di fargli posare quel pezzo di metallo e plastica che un tempo era stato una prova. Suo figlio, Pierpaolo, era seduto per terra davanti alla televisione e rispose al suo saluto senza smettere di guardare lo schermo. Proprio in quell’istante il temporale decise di colpire ancora.
Sì, qualcuno non ci crederà, ma a volte ritornano.
I fulmini, intendo. E un intero quartiere a cui fu rubato il nome rimase al buio. La signora Cuconato si impegnò ad accendere e sistemare candele in tutte le stanze, partendo proprio dal soggiorno, dove Pierpaolo era rimasto immobile e seduto per terra. Mentre la donna era in giro per la casa, in quella luce soffusa, Francesco si avvicinò al figlio, si sedette di fronte a lui e, con la prova in grembo, disse lentamente: “Ti va di ascoltare una storia?”
Chissà, forse con la tv accesa sarebbe stata un’impresa ardua, forse col favore della luce elettrica, la tv, il nulla che uccide i preziosi silenzi avrebbe impedito ad un bambino di dieci anni di fidarsi del proprio padre. Ma, in quel momento, la situazione era quanto mai propizia.
“Sì, papà”, si limitò a rispondere Pierpaolo. E Francesco, con la gioia nel cuore e i resti di un ombrello stretti fra le mani, cominciò così.
“Ti racconterò la storia di Robin Dream. Che rubò i sogni ai vecchi per donarli ai bambini.”

La notte che seguì, la corrente non tornò. Si fece viva quando era ormai mattina.
Almeno per una notte, tutto un quartiere di Roma fece lo stesso sogno: di essere di nuovo Sant’Alberone.
Tutti tranne uno. Un commissario di polizia di nome Francesco Cuconato.
E fu la prima volta che un poliziotto sognò di ringraziare un ladro.


Nota: Il racconto è stato pubblicato sulla rivista El-Ghibli (Anno 0, Numero 1, settembre 2003) e narrato dal sottoscritto in occasione del Quarto Convegno Nazionale Culture e letteratura della migrazione "Città identità culture" (Ferrara 15 - 16 aprile 2005).