giovedì 31 maggio 2018

Una strana ragazza

Una strana ragazza

di
Alessandro Ghebreigziabiher


È matta.
Questo è ciò che pensano quasi tutti, a prima vista.
E potrebbero fermarsi lì, in molti, perché questo è lo stile più in voga, oggigiorno, nel regno delle digitali frettolosità.
Un’occhiata è appena sufficiente per decidere il proprio destino e anche di più.
Poi qualcuno si avvicina alla ragazza immobile ormai da tempo indefinito, concentrata quanto assente, rapita da qualcosa di indecifrabile a occhio rapido, come s’è detto.

Alessandro Ghebreigziabiher
Il più intraprendente prova a richiamare la sua attenzione con la voce, ma è tutto inutile.
Quasi tutto lo è, quando ciò che resta è tutto per te, sembra dire con il corpo muto e rapito.
Sta al cellulare? Chiede qualcun altro appropinquandosi.
Una collettiva risata dileggiante ricopre l’ultimo arrivato.
Credi davvero di essere il primo ad averlo pensato?
Dove pensi di aver vissuto, finora?
Tra persone così impavide da preferire la sorpresa alla pubblica accettazione?
A proposito di coraggio, ovvero presunto tale, un altro ancora osa e tenta di risvegliare la strana addormentata con un timido sfioramento della sua spalla destra, per la precisione.
Idem come sopra.
La tipa sbagliata, in posa e contesto, reagisce come una statua a cui non manchi solo la parola, ma ogni cosa.
Tutto ciò che rende riconoscibile l’umano apparire sotto il sole.
Ella è del tutto ferma, in mezzo al via vai di vite ansiose di arrivare al punto di partenza e ripartir di nuovo.
Le labbra son serrate e non v’è traccia di chiacchiera alcuna a semplificarne il pensiero alla giusta portata dell’imperante, virale vuoto.
Lo sguardo è lontano da qualsivoglia carota messa in vendita dagli spacciatori di like e le sue membra si dimostrano invulnerabili al bastone populista.
La cosa diventa insopportabile per alcuni, prima, e molti, più tardi.
Così, qualcuno, perché c’è sempre quel qualcuno che compie l’infamia che tutti gli altri hanno più o meno inconsapevolmente evocato.
Il marrano prende un sasso e lo lancia contro l’irritante concittadina.
Per fortuna costui manca di mira come di intelletto e la pietra si limita a produrre un lieve soffio sulla chioma della nostra.
Perché lei è nostra, nel senso di una di noi.
Magari noi altri fossimo tutti suoi, letteralmente.
È matta, ve lo dicevo, sentenzia il primo ad aver parlato.
Perché secondo la moderna vulgata popolare solo un pazzo potrebbe rischiare la propria incolumità per il diritto di essere se stesso.
Quindi, pian piano l’ottusa folla si dirada.
E la strana ragazza, indomita e imperterrita.
Continua, grazie al cielo.
A leggere il suo libro...





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giovedì 24 maggio 2018

La confessione di Valeria

La confessione di Valeria

di
Alessandro Ghebreigziabiher


Ecco, ci siamo.
Manca poco, Valeria, molto poco, devi essere onesta, ora.
Sono una potenziale assassina, ma sono sopravvissuta alla forca per fortuna, e forse, per un pizzico di ostinazione tipicamente femminile.
Oh, l’ho detto, sono contenta.
Ma non basta, vero?
Devo dirla tutta, devo farlo, ho bisogno di ricordare e confessare ogni cosa.
Volevo ucciderti, lo ammetto, ho cercato molte volte di farlo e sono stata a un soffio dall’eliminarti dalla mia vita.

Alessandro Ghebreigziabiher
Mi rimiravi con quello sguardo assente, con la testa altrove, il cuore da tutt’altra parte, e ogni singola cellula del corpo per i fatti propri, come se essere lì, in quel preciso momento non fosse la priorità.
Quanto mi hai fatto penare, non hai idea, non hai.
Quante delusioni ho dovuto sopportare, a causa tua, e della tua assoluta incapacità di ottenere risultati veri, quelli che fanno contenti famigliari e affini, che ti rendono degne di pubblica lode negli aggiornamenti parentali.
C’è mancato poco, sul serio.
Volevo farlo, credimi.
Ma non ci sono riuscita, e te la sei scampata, perché poi… poi era troppo tardi, ormai.
E vogliamo parlare della tua migliore alleata?
Esatto, mi riferisco a te, che non fai che sorridere.
Ma che ti ridi?
Cosa ti ridi, con tutto quello che accade nel mondo?
Sì, so già che cosa mi rifilerai ora, è la stessa che ripeti da sempre.
È proprio ciò che accade nel mondo che ha bisogno di me, la conosco a memoria, la lezioncina.
Ciò non toglie che sono stata più volte tentata dallo strangolarti, quando ti osservavo con quegli occhi allegri e il sorriso perennemente allargato.
Ti odiavo, perché ti invidiavo e ti invidiavo perché odiavo me, incapace di avere la tua forza di sdrammatizzare tutto e tutti.
Magari, avessi quel dono, mi dicevo, e mi sentivo in colpa.
Ecco perché, come molti, non vedevo altra soluzione che cancellarti dal mondo, dal mio, voglio dire.
Volevo farti soffrire e molto, prima, però.
Volevo vederti perdere e ammettere che non è possibile vivere così.
Ero sicura che subito dopo mi sarei sentita meglio e tutto sarebbe stato più facile.
Non ce l’ho fatta, ci ho provato tante volte, e in ognuna di esse hai vinto tu.
Ma volevo ammazzarti, davvero.
Infine ci sei tu, impareggiabile compagna delle altre due.
Tu sei quella che avrei desiderato assassinare più di ogni altra.
Mi sentivo offesa da te, come se il tuo volto disteso e sereno producesse un automatico ceffone sul mio, appesantito da ogni singolo evento quotidiano, dalla parola bruciante al gesto indifferente.
Volevo avvelenarti con le mie tristezze più insopportabili e con le mie angosce meno tollerabili.
Volevo inquinare la tua espressione e renderla il più simile possibile a quella che opprimeva il mio petto, da dentro.
Eppure, anche con te, malgrado abbia provato di tutto, non sono riuscita nel mio intento.
Ti sei salvata, come le altre.
E io con voi, adorate parti di me.
Vi vedo tutte, ora, nello specchio.
La capacità di sognare e difendere con unghie e denti anche il più piccolo sogno, come se fosse uno dei miei tanti figli.
Il desiderio di giocare e, soprattutto, la strenua volontà di farlo, sempre e comunque.
E, infine, la voglia di leggerezza, come condizione naturale per vivere saggiamente il tempo che ci resta.
Volevo uccidervi e, ripeto, per fortuna siete ancora vive, in me.
Ecco, ho confessato.
È ora di andare in scena.
Il teatro attende.
Sipario...




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giovedì 17 maggio 2018

Le scarpe nuove

Le scarpe nuove

di
Alessandro Ghebreigziabiher


“Corrado…” fa la ragazza dopo essersi voltata, non trovando più il fidanzato al suo fianco. “Vieni via, che sta piovendo…”
Il giovane, a dir la verità non più così tale, è immobile sul marciapiede, a un passo dalla veranda appositamente tesa sulla scintillante vetrina di una gioielleria.
“Mi senti?” insiste Maria, indossando il giubbetto a malincuore, tradita come molti quel pomeriggio da un ingannevole illusione di primavera. “Vieni a ripararti qua sotto, scemo. Cosa fai, fermo lì?”
Fermo, già.
Corrado è fermo, con il capo chino, indifferente alle gocce di pioggia che man mano si affollano sul collo, decise a scivolare lungo la schiena e porre le basi per un robusto raffreddore.
“Cosa stai fissando?” domanda la ragazza, tra il curioso e il preoccupato.
Corrado solleva la testa e rimanda lo sguardo disegnando sul volto un sorriso a dir poco complesso.
“Ridi?” fa lei.
No, sembra rispondere lui.
Ricordo.

Alessandro Ghebreigziabiher
Ricordo quei compagni, a tredici anni, che non sono ancora i quattordici, ma manca poco, sempre troppo per esser grandi, mai abbastanza da esser come loro.
Ricordo le scarpe.
“Oggi andiamo a comprarci quelle nuove, che sono uscite ora, quelle che hanno tutti, quelle che non puoi non avere”, sembrano intonare come un sol coro i più attenti ai fondamentali segni di distinzione tra le creature destinate al podio e le futili comparse dei banchi più sfigati.
“Corrado, tu vieni?”
Perché quella maledetta domanda brucia ancora oggi?
Perché quella benedetta domanda è un dono solo ora?
“Sì”, la menzogna, “no”, la verità, ovvero, “sì”, la bugia anche peggiore, che è solo un no travestito da assenza dovuta alla solita, improvvisa febbre del perdente professionista.
“Che hai?” la seconda domanda, ancor più insopportabile, allora, la sola degna di esser rammentata, adesso.
Niente, mamma, l’immancabile risposta.
Quindi, ecco che si fa largo l’intraprendenza dell’adolescente disperato: “Anzi, ci sarebbe qualcosa… mi daresti i soldi per comprare un paio di scarpe nuove?”
Ecco, Corrado, questo è quello che puoi avere, penso osservando i pochi spiccioli che quell’adorabile signora dai molteplici lavori riesce a racimolare.
Ostinazione, è il mio peccato d’allora, così come ora leggo fantasia.
Un attimo dopo mi aggiro tra i banchi del mercato dell'usato e le vedo.
Non sono loro, non lo saranno mai, e soprattutto il colore è sbagliato.
E’ giusto adesso, ma allora no.
Nondimeno, il prezzo è perfetto.
Avanza pure qualcosa da ridare a mamma, guarda un po’?
Così torno a casa ed entro con ciò che ritengo di meritare, il massimo che spetti ai fasulli imitatori delle star scolastiche.
Ma non mi arrendo, prendo la foto delle divinità su suola da una rivista, e porto la mia coppia di cenerentole in bagno con la scatola delle tempere.
Sono un artista, mi dico, mentre lavoro di fino. Sembrano uguali, sembrano vere, io lo sembro.
Quando ho finito sono fiero di me, le metto ai piedi e guardo il viso nello specchio.
Ho vinto anch’io, malgrado tutto.
Quindi entra mia madre e scorge gli sbavi di vernice sul pavimento. Chiudo subito la porta con incomprensibile vergogna, come se fossi stato sorpreso durante un furto, e mi affretto a pulire.
“Non fa nulla”, esclama lei, aggiungendo parole che solo adesso ricordo.
Tanto è lavabile…
Il giorno seguente sono a scuola e, leggero come l’aria che solo le divinità in classe possono respirare, volo al di sopra dei mortali tra i compagni.
Questo è il sogno, che ha inizio con la prima campanella, questo è l’incubo che si fa largo con la seconda.
Alla metaforica mezzanotte la magia scompare, le scarpette dimenticate sono due e io con loro.
Perché non appena sono in strada, tra la folla di studenti, inizia a piovere e l’acqua mostra loro la mia reale natura.
Gli sberleffi e soprattutto gli sghignazzi echeggiano ancora oggi, da sotto i cappucci e al riparo degli ombrelli.
Così come sono anch’io a sorridere, ora.
“Corrado”, implora Maria, “ti prego, vieni accanto a me, vuoi prenderti un malanno?”
E invece continuo a ricordare, a sentirmi bene e ogni secondo meglio.
Perché la pioggia ha finalmente cancellato le vane zavorre dell’adolescenza e riportato alla luce l’amabile essenziale.
Grazie, mamma.



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venerdì 11 maggio 2018

Racconto sulla povertà ad Haiti

L’igiene dei luoghi destinati al vivere è carente.
E fiumi di plastica scorrono indifferenti, accompagnando il nostro andare come se fosse normale.
Le stanze sono svuotate di tutto, tranne che di speranza.
Eppure, malgrado alle vostre latitudini vi sentiate inermi di fronte all’ennesimo aggravarsi del conflitto tra i soliti nemici, a loro volta manovrati come eterne marionette dal famigerato mostro mangiapetrolio, noi balliamo, sì, balliamo sul nulla.
Che paradossalmente, non sempre, ma almeno per un giorno, diviene meglio di tutto...

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giovedì 10 maggio 2018

Quando mio figlio ha aperto gli occhi

Quando mio figlio ha aperto gli occhi

di
Alessandro Ghebreigziabiher


Sì, lo so, è sbagliato.
Una madre non dovrebbe farlo a un’altra madre.
Dovrebbe capire.
Chiedo scusa, le chiedo perdono qui, su questa pagina, sperando che la legga, di più non posso, ma è stato più forte di me.
Quando quella donna ha detto alla figlia, ad alta voce in modo che la sentissero tutte e tutti, che la maestra si era complimentata per i suoi splendidi occhi azzurri, non ci ho visto più, se scusate il gioco di parole.
L’ho mandata a quel paese, edulcorando la versione ufficiale dei fatti, ecco.
Ripeto, sono mortificata, ma… c’è un ma.
Possibile che sono sempre io che devo capire gli altri?

Alessandro Ghebreigziabiher
Esiste un momento, come una sorta di giorno dedicato a noi altre, madri di famiglie diversamente normali, in cui è il resto del mondo che deve sforzarsi?
Facciamo che sia questo, allora, nello spazio di questa breve storia, che trova il suo favorevole esito nell’istante in cui sono entrata nello studio del dottore per prendere il mio Mattia e ho trovato lo specialista in piedi sulla scrivania a tentare di fare il giocoliere con le penne biro.
Ma non era il mio bambino ad avere dei problemi?
E che problemi…
Cos’ha il piccolo? La domanda più frequente.
E’ cieco? Quella più scontata.
Ha paura? La meno fondata.
Non ha alcun problema, non è malato, signori miei.
Semplicemente, mio figlio ha gli occhi chiusi. Ci vede perfettamente, forse anche troppo, ma tiene le palpebre abbassate nella maggior parte del tempo.
Ho provato di tutto, con il mio compagno abbiamo tentato in ogni modo di comunicare con lui, e per quanto abbia solo sette anni, Mattia è perspicace, capisce alla grande quel che accade intorno.
Forse è dovuta a questo la particolarità dell’inciampo nella sua seppur giovane età, come se le anime più complesse facessero più rumore, qualora la vita gli faccia lo sgambetto.
Così, è iniziata la processione degli psi, come li chiama mia suocera, la quale sotto sotto non manca mai di insinuare che non ci sia nulla di grave nel nipote, puntando un tutt’altro che metaforico dito sull’educazione materna, dove quest’ultimo aggettivo chiarisce eloquentemente il bersaglio.
Niente da fare, tra quelli che con onestà hanno gettato la spugna, e coloro che si sono approfittati della misteriosa auto cecità per continuare a beccarsi il compenso.
Poi, per caso, a una cena cogli amici, una stramba tipa, new entry nelle vesti dell’ennesima fidanzata di mio fratello, mi parla di questo psicologo particolarmente simpatico.
Chiedo, ma è bravo?
No, risponde lei, ma mi fa ridere e questo fa bene, no?
Malgrado con zero fiducia sul futuro, mi sono recata dal terapeuta col senso dell’humour, gli ho affidato Mattia e mi sono accomodata in sala d’aspetto a fingere di leggere una rivista, come peraltro fa la maggior parte della gente timida come me.
Quindi ho sentito un botto provenire dall’ufficio, come qualcosa di vetro che si rompa.
Ho spalancato la porta e ho visto i cocci del portapenne in terra a far da contorno alla scena di cui sopra.
Mi sono bastati pochi secondi per capire, per sorridere di nuovo e capire.
Mio figlio ha gli occhi chiusi perché là dentro dimostra il coraggio, che la maggior parte di noi non ha, di affrontare il buio e colorarlo di meravigliosa leggerezza.
Il dottore matto non sarà un genio della psicanalisi, ma questo l’ha capito subito.
Così, mio figlio ha aperto gli occhi.
E, finalmente, li ho aperti anch’io.





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mercoledì 9 maggio 2018

Racconto sulle armi nucleari

Ecco perché c’è bisogno di mano grande e ferma.
Che abbia conosciuto la leggerezza di una nascita fortunata, ma che abbia altresì mostrato una netta tempra per farsi ferro innanzi al marrano di turno.
Ecco perché servono occhi freddi e dalla veduta ampia.
Che sappiano riconoscere le opportunità nei teneri virgulti, ma che non abbiano alcuna esitazione, laddove occorra sradicarli dal terreno per proteggere i prescelti.
Ecco perché non possiamo permettere una democrazia dell’atomo.
Quest’ultimo è un dio di forme semplici, innocuo solo per dimensioni, e di potenziale inversamente proporzionale a queste ultime, i cui favori andrebbero concessi soltanto agli eletti.
E chi sono, costoro?

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venerdì 4 maggio 2018

Le polpette di Ikea sono turche

La tv è coreana, va bene.
Ma il ‘va bene’ è nostro, cribbio.
L’auto nel box è tedesca, confesso.
E il caffè di stamattina viene dal Brasile.
Le banane del consueto frullato a merenda sono del Senegal.
Google, Facebook e Twitter sono americani, come dici tu.
Ma io preferisco Instagram, tie’.
Che è… è americano pure lui, ok… va bene!
Pensi che non lo sappia?
Pensi che non sappia che le mani che puliscono la mia casa vengono dalla Romania?
Che quelle che si prendono cura di mia madre sono polacche?

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giovedì 3 maggio 2018

Sono troppo bella

Sono troppo bella

di
Alessandro Ghebreigziabiher


Una storia al contrario in ben altro universo, dove in un mondo capovolto è l’imperfetto a regnare, a discapito delle eccezioni…

“Caterina, basta piangere, su...”
“No, mamma, non ci riesco…”
“Sì che ci riesci, soffiati il naso con questo fazzoletto e lavati la faccia, coraggio.”
La ragazza, a un passo dalla maggiore età, è seduta in terra nel bagno. Solleva il capo e mostra gli occhi arrossati e le lacrime di mascara sul volto. Quindi si tira su e obbedisce alla madre.
Dopo essersi asciugata il viso, riprende a fissarne l’immagine riflessa nello specchio.
“Va meglio, vero?”
“No, mamma, non va meglio per niente… sono ore che provo trucchi su trucchi per la festa di domani, dopo aver passato mesi a studiare quegli stramaledetti video tutorial di Youtube. Mi ci vorrebbero degli effetti speciali… o magari qualcosa di magico…”
“Sei troppo dura con te stessa, Caterina, devi apprezzarti di più, ti devi accettare per ciò che sei.”

Alessandro Ghebreigziabiher
“La fai facile, tu…”
“Cosa intendi?”
“Tu sei brutta, lo sei sempre stata, mamma.”
“Non è vero…” si schernisce l’interessata.
“Sì che è vero, papà per primo lo dice sempre. Vostra madre è la donna più brutta del mondo…”
“Tuo padre esagera sempre…”
“Ma è così, mamma, lo pensano anche le mie amiche.”
“Ah, sì? E cosa dicono?”
“Che meraviglioso naso lungo che ha tua madre, come fa a vederci con quegli occhi così storti, che fantastiche labbra da formichiere sdentato e così via.”
“Il formichiere non ha i denti, cara.”
“D’accordo, ma hai capito cosa intendo. Io non sarò mai brutta come te…”
“Perché?”
“Perché sono bellissima, mamma!”
“Non è vero…”
“Sono troppo bella, sono perfetta, cavolo, guarda!”

“Cosa?
“Guardami nello specchio, mamma. Ho un naso dritto e misurato al millimetro, la linea degli occhi è così precisa da sembrare disegnata. E la bocca… ne vogliamo parlare?”
“Parliamone.”
“Mi prendi in giro, mamma?”
“No, Caterina…”
“La vedi?”
“Cosa?”
“La bocca! E’ così bella che pare finta. Io sembro finta, mamma! Come una bambola, come una foto venuta troppo bene, cioè male, meglio, cioè peggio, come il peggior quadro al mondo. Ma di un pittore cieco, mamma, perché solo un non vedente potrebbe dipingere qualcosa di bello…”
“No, ti prego, Caterina, non ricominciare a piangere, tieni un altro fazzoletto…”
La ragazza arresta appena in tempo la nuova emorragia di adolescenziale sofferenza e dopo un’altra poderosa soffiata, riporta lo sguardo sullo specchio.
“Lo sai che sono arrivata a pensare?”
“Cosa, cara?”
“Di andare da quei dottori lì, quelli che ti rompono il naso e ti spostano gli occhi a casaccio. Una mia amica mi ha detto che hanno aperto fuori città un posto, la clinica Picasso, credo si chiami…”
“Ma sei impazzita, Caterina?”
“Sì, scusa, mamma, è una follia, lo so…”
“Lo sai qual è la vera follia?”
“Quale?”
“Pensare che la bruttezza sia la cosa più importante, nella vita.”
“E cosa c’è che valga di più, mamma?”
“Il tempo.”
“Il tempo?”
“Sì, il tempo è l’unica ricchezza che conti. Perché segna il corpo di ciascuno di noi e prima o poi arriva il momento di ammirare nello specchio le imperfezioni con cui la vita ha scritto la nostra storia su noi stessi.”
“Vuoi dire che diventiamo tutti brutti?”
“Be’, più belli non diventiamo di certo.”
“Allora non vedo l’ora di essere vecchia.”
“Senza fretta, Caterina.”
“Ma cosa faccio nel frattempo?”
“Nel frattempo, piccola mia, che ne diresti di essere felice?”




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mercoledì 2 maggio 2018

Storie di animali che attaccano l'uomo

Non ne abbiamo ancora fatta pubblica rivendicazione, poiché non sarebbe altro che un clamoroso assist a quei complottisti dei criceti, tra i più ferventi sostenitori delle origini aliene del sadico bipede dagli occhi cattivi.
Esatto, vi chiamano così, ma cercate di capirli. Dopo generazioni intere in quelle maledette gabbiette a correre sulla ruota il risentimento cresce a ogni giro di quest’ultima.
Nondimeno, abbiamo fin qui seguito pedissequamente le norme suggerite da sua maestà l’istinto, assecondando ogni vezzo della vostra folle, crociata umanizzante del regno vivente.
Se questo è ciò che natura chiede, a essa ci affidiamo con devozione, ci siamo detti, di fronte alla dedizione nel trasformare pianeta e contenuto a vostra immagine e somiglianza.

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