mercoledì 24 giugno 2015

Storie di lavoro: Il candidato più giovane

Il candidato più giovane

di
Alessandro Ghebreigziabiher


Il giovane era un tipo sveglio, lo si vedeva dagli occhi sempre in movimento, mai davvero fermi, perennemente alla ricerca di qualcosa.
Il più anziano pareva calmo, lo era veramente oppure aveva appreso con l’esperienza l’arte del controllo dei venti interni.
Quello di mezzo non era facile da decifrare. Freddo, quasi assente, pressoché artificiale. Sarebbe stato perfetto come il classico indiziato numero uno in un avvincente film di fantascienza dove ci si scervelli per capire chi tra i protagonisti sia l’intruso, l’alieno travestito o il replicante usurpatore.
“Signori, siete i tre sopravvissuti al ciclo di colloqui preliminari, complimenti”, disse la dottoressa Strump in Brambilla, professionista tedesca di Baviera per dedizione e moglie milanese per amore. O sesso, ovvero nessuno dei due, a seconda di come si svegliasse al mattino.
“Come sapete”, proseguì la donna, alta e tipicamente nordica, bionda e con degli occhi cristallini, “dall’incontro di stamane deve uscir fuori il nostro capo promotore finanziario.”
I tre, seduti su altrettante poltroncine di fronte alla scrivania della Strump, si scambiarono in quel momento uno sguardo di più o meno condivisione.
Il giovane era un tipo attraente, non molto alto ma abbastanza proporzionato, con una fronte larga e spaziosa. Il più anziano non era male. Il pizzetto scuro con soffi di grigio, anche se molto alla lontana, ricordava l’ultimo Sean Connery. Il terzo era biondo platino e con due intensi occhi verdi, sebbene quasi inespressivi.
“Il primo step di oggi consiste nell’autopresentazione”, annunciò la tipa, “avete cinque minuti a testa per dire qualcosa che sottolinei le vostre qualità. Diamo la precedenza al più anziano tra voi. Prego.”
Il candidato chiamato in causa non si scompose più di tanto e, confermando la calma di cui sopra, si schiarì lentamente la voce e iniziò: “Io so vendere. Ho quindici anni di lavoro sul campo e, nonostante le variegate esperienze maturate, ho sempre saputo di possedere le caratteristiche ideali per un abile venditore. Primo, sono convincente. Il venditore non è colui che riesce a piazzare ciò che desideri vendere, bensì è quello che persuade il cliente a comprare da lui qualsiasi cosa, sicuro che di essa non possa farne a meno. Secondo, conosco la gente. Fin dal primo sguardo sono capace di intuire chi ho davanti poiché io vedo cosa potrebbe desiderare. Le persone sono quello che non hanno. Terzo, non credo in nulla che non sia il risultato. Quando sei un venditore devi essere libero da ogni ostacolo, sia ideologico, morale che sentimentale. L’unica cosa che conti è chiudere la pratica, il resto sono chiacchiere per i perdenti.”
“Benissimo”, approvò la donna, “caro dottore, mi compiaccio per la sua sicurezza.”
L’uomo non nascose di gradire l’apprezzamento, mostrando un moderato sorriso ma mantenne comunque un certo distacco, quasi anglosassone, nonostante l’uomo fosse di profonde origini calabresi. Difatti, un olfatto oltremodo attento avrebbe potuto cogliere senza dubbio l’eco della squisita soppressata che il suddetto aveva consumato la sera prima.
“Avanti il prossimo, sempre in ordine di anzianità”, invitò la Strump.
L’uomo bionico sembrò non battere ciglio nella maniera più assoluta. Quindi, senza tirare in ballo neanche un muscolo o nervo che sia, iniziò a parlare come se la voce fuoriuscisse dalla bocca senza che si sforzasse di aprirla: “Per spiegare il livello della mia preparazione dirò che sono stato uno dei cinque prescelti al termine di una selezione di ben mille e cinquecento candidati, per seguire l’esclusivo e famoso corso dell'altrettanto noto top manager Duke La Motta ‘Everything is possibile if you want to do it’ (Tutto è possibile se vuoi farlo) che si svolse in una indimenticabile settimana nel Texas.
“E’ lì che ho appreso la nobile arte del vendere il massimo con il minimo sforzo.”
Il tipo non raccontò dell’inaspettato risvolto che i cinque fortunati, per così dire, incontrarono negli States. Anche in quell’istante, quando la sua mente ritornò a quei giorni, l’uomo sentì dentro una quanto mai spiacevole sensazione di rigetto, rammentando cosa La Motta pretese da loro durante le notti in cambio delle sue inestimabili perle. Si può fare tutto, se vuoi farlo, anche se non sempre è indolore. Questo aveva appreso lo sventurato. In ogni caso, conoscendo il valore del suo fiore all’occhiello, l’esaminatrice approvò con entusiasmo: “Ottimo! Questa è una pregevole referenza, senza ombra di dubbio. La Motta è un nostro collaboratore, lo conosco bene anche di persona”, aggiunse con un sorriso che al più giovane parse un tantino malizioso.
“E ora è il suo turno”, disse la Strump a quest’ultimo, “prego.”
Questi si produsse in una specie di risatina e poi, dopo aver mostrato un seducente occhiolino alla tedescona – alla quale sembrò non dispiacere - iniziò a spostare il suo sguardo sugli altri due. Quindi, dopo quasi mezzo minuto di occhiate, disse senza mezzi termini: “Cara dottoressa, credo che non sia indispensabile che le dica perché dovete prendere me. Piuttosto le spiegherò perché fareste un madornale errore assumendo qualcuno dei miei due concorrenti. Vede il pizzetto di questo tizio accanto a me? – in quel preciso istante quest’ultimo sentì vacillare la propria proverbiale calma – come può notare è intessuto di un affascinante grigio, molto trendy in un uomo della sua età. Quanti anni hai, fratello?”
“Q-Quarantacinque…” fece l’altro, oltremodo infastidito.
“C’avrei giurato”, proseguì il giovane. “Dottoressa Strump, osservi ora i capelli. Non ce n’è neanche uno bianco, sono neri come la pece. E’ ovvio che il mio amico se li tinge con cura.”
“Non è v-vero…” reagì l’altro.
“Non negarlo, dai”, lo riprese il giovane, rivolgendosi nuovamente alla donna, “è proprio questo il suo problema. Non si accetta, è insicuro. Ha detto delle belle cose, su come deve essere un venditore, ma un buon professionista, venditore o meno, deve essere sicuro di quel che afferma, come di se stesso e viceversa. Altrimenti non è un venditore ma un ciarlatano.”
“Ma come ti permet…” esclamò l’interessato, prontamente stoppato con un gesto dalla Strump, fortemente incuriosita dal giovane.
“L’altro mio rivale è ancora meno consigliabile, dottoressa”, proseguì quest’ultimo. “A parte il fatto che non conosco di persona La Motta, so molto bene come si svolgono i suoi corsi intensivi. E credo che, per quanto siano molto formativi, abbiano un costo eccessivamente alto.”
La donna non riuscì a trattenere un cinico risolino, facendo apparire una gelida goccia di sudore sulla fronte del replicante.
“Tuttavia”, proseguì il giovane, “il problema è un altro. Un uomo che per provare le sue qualità abbia bisogno di citare i corsi che ha fatto e non le sue personali doti, dimostra di essere ancora più insicuro di mister pizzetto, qui.”
In quel momento, nonostante il resto del corpo rimanesse immobile, una mano dell’alieno si accese di luce propria e iniziò a stritolare il braccio della poltrona.
“Concludendo, dottoressa”, disse il giovane con un gran sorriso sulle labbra, “non credo che possiate trovare candidati perfetti, la perfezione non esiste. Nondimeno una cosa è certa: l’insicurezza non è merce per voi, mi sbaglio?”
Non si sbagliava assolutamente ma l’ultima affermazione del giovane fu inutile poiché l’esaminatrice aveva già scelto un attimo prima, notando le reazioni degli altri, verbali o meno, alle parole del primo.
Fu così che il vincitore iniziò la sua carriera, molti anni prima di comprendere di non aver affatto vinto, quel giorno.
Di non aver venduto alcunché alla Strump.
Piuttosto qualcos’altro era stato comprato.
Il candidato più giovane...

mercoledì 17 giugno 2015

Storie di paura: L'aspirante scrittore

L’aspirante scrittore


di
Alessandro Ghebreigziabiher


“Pregiatissimo autore… eccetera ed eccetera.”
Così era stato definito sulla busta il non più giovanissimo Armando.
Non serviva leggerne il contenuto, non occorreva aprirla, non serviva più nemmeno scrivere, in ultima analisi.
Non era questo quel che desiderava? Non erano un nome e un cognome per la propria anima sensibile, l’obiettivo ultimo della sua ricerca? Non bramava ogni secondo di essere introdotto in siffatto modo dall’intervistatore di turno, mentre, dall’alto della sua comoda poltrona e circondato da scaffali di libri testimoni del raffinato lavoro di penna, svelava i misteri celati dietro l’inchiostro di quest’ultima? Non anelava a raggiungere tale unica distinzione dal gretto mondo che lo circondava, tra l’incolta madre e l’arido padre, sempre incapaci di apprezzare le sue meravigliose doti? Non sognava, infine, di affrancarsi dagli amici a suo avviso falliti nella propria banale esistenza, per non parlare dei vicini ciechi di fronte a cotanto compagno di condominio e gli insoddisfatti colleghi?
L’unica cosa che la sua mente avesse memorizzato era l’indirizzo del lungimirante editore che affermava il proprio desiderio di incontrarlo, con l’intenzione di pubblicare la sua interessante opera, dal titolo con tanto di punto esclamativo: Il romanzo della mia vita!
Mentre dai vetri del bus fissava la città scappare e i palazzi inclinarsi, giustamente riverenti verso il novello artista, ripensava ai numerosi direttori di collane o semplici redattori, i quali avevano rifiutato il suo manoscritto perché non se ne poteva più di presunti scrittori con l’ennesimo racconto autobiografico.
Stolti e incompetenti, ecco come li dileggiava beffardo nella sua mente, immaginandosi nel firmare autografi a folle di ragazzine in preda a crisi isteriche come a un concerto rock. Eppure era rimasto colpito quando aveva visto quel filmato di Eduardo de Filippo, in cui il celebre autore napoletano sosteneva che non si dovesse scrivere di sé, ma degli altri e che raccontare solo la propria storia, alla fine, diviene noioso perfino per chi scrive.
Tuttavia, osservando il cumulo di cartelle impregnate dei suoi ultimi trent’anni, sentiva nascere dentro un orgoglio smisurato e, soprattutto, una incomparabile sensazione di appagamento.
“Io esisto”, pensava in quei momenti, “sono interessante, sono degno di lettura e d’attenzione, ho vissuto cose importanti, la mia vita è importante, perché sono un pregiatissimo autore…”
Eccetera ed eccetera.
Tali parole si srotolavano dalla testa alla pancia, riscaldandogli il cuore al passaggio, come un rosso tappeto pronto ad accogliere la sua trionfale sfilata verso il successo.
Scese dall’autobus leggero come un fantasma, dopo aver attraversato il mezzo pubblico sotto gli occhi degli altri passeggeri, sicuramente ingenui nel non svenire al cospetto di siffatta meraviglia della natura.
Suonò al citofono e una normalissima voce lo invitò a salire a un altrettanto ordinario terzo piano, nonché comune interno nove.
Aspettò dopo aver bussato di fronte a una banale porta e, dopo qualche istante, essa venne aperta.
Non si dileguò come l’aria, non ci fu uno scorrimento di lato tipo Star Trek.
L’uscio si dischiuse come molti del suo stesso modello e l’editore, il talent scout capace di scorgere il genio tra le righe della vita di Armando, era lì sulla soglia, un attimo dopo, seduto al di là di un’elegante scrivania.
L’uomo era esattamente come il nostro se l’era sognato. Barba e capelli bianchi come il latte, grassottello, occhi grandi e vividi come quelli di un bambino, gote rosate e un bel maglione rosso di lana spessa.
Babbo natale, per capirci.
“Signor Armando”, esordì con voce calda il responsabile della casa editrice, “io e i miei collaboratori siamo rimasti impressionati dalla sua opera. La sua vita è un esempio per tutti. La sua bravura, poi, nel catturare l’attenzione del lettore fin dall’inizio è magistrale. La sua storia è piena di avvenimenti e sentimenti ricchi di poesia e di emozioni uniche. Le posso dire la verità? Sono felice di conoscerla.”
Armando non riusciva a emettere fiato. A ogni parola dell’uomo sentiva aggiungersi una piuma alle ali che aveva iniziato a costruire sulle sue spalle, con il nobile compito di regalargli il meritato dono del volo, ambito privilegio dei sommi artisti dell’umanità.
“Io, non so se…” mormorò con un goffo tentativo di mostrarsi umile.
“Non sia modesto, non le si addice”, lo riprese l’editore, “lei è fatto per essere ammirato. Questa è la vita. Il mondo dovrà accettarlo e lei per primo dovrà farlo. E’ andata così, non può farci nulla, è nato grande e come tale deve essere celebrato. E’ il minimo per quello che regala a tutti noi con le sue parole. Grazie, signor Armando, grazie di esistere.”
L’autore dell’opera ‘Il romanzo della mia vita!’ era ammutolito. Neanche nella più favorevole delle ipotesi si sarebbe immaginato tale manifestazione di approvazione. Nel frattempo l’editore si era alzato in piedi e aveva fatto il numero di passi sufficienti per porsi al suo fianco.
“Mi sento onorato, signor Armando”, proseguì l’uomo, “mi sento onorato di pubblicare, sempre se lei vorrà, il suo mirabile testo. Ne voglio fare mille, ma che dico? Diecimila, anzi centomila copie. Solo per l’inizio, ovviamente. Voglio coprirla di denaro e fama, il minimo, solamente il minimo per la fortuna che ci bacia in fronte ad averla tra noi. Le va bene?”
“C-Certo…” mormorò il nostro confuso.
“Le bastano cinquantamila euro di anticipo?”
“C-Come?”
“Ah, giusto, lei ha ragione. E’ poco. Centomila, d’accordo?”
“Sì!”
“Allora firmerà il mio contratto?”
“Sì!”
“Firmerà?!”
“Sì!!!”
“Firmerà?” ripeté l’altro con voce improvvisamente roca.
“Sì…” fece lui con tono inaspettatamente perplesso.
“Firmerà?” latrò l’editore.
“Sì…” ripeté lo scrittore.
“Firmeraaaà?!” ringhiò il barbuto talent scout.
“Ma…” saltò su l’aspirante autore terrorizzato. “Cosa le s-succede?”
Il tutto si svolse in un attimo. L’editore agguantò il collo di Armando tra le mani e lo strinse con una forza indicibile. Quest’ultimo fu sconvolto dal panico notando il viso dell’uomo, che non era più quello di prima, bensì quello di un orrendo mostro.
La creatura portò le dita alle sue mascelle e gliele fece spalancare con terribile ferocia. Quindi, con una violenza inaudita, ficcò dentro la bocca del pregiatissimo autore ogni foglio del manoscritto.
E il romanzo della sua vita tornò da dove era venuto.

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mercoledì 10 giugno 2015

Storie di scrittori: L'interferenza

L'interferenza

di
Alessandro Ghebreigziabiher


E’ difficile cominciare.
I pensieri e le emozioni non comunicano facilmente tra loro. Che razza di sfiga essere nati umani, eh? Ah, come sarebbe semplice essere una zecca o una zanzara. Chissà poi perché la mia immaginazione ha trovato proprio queste due, entrambe con la zeta iniziale, peraltro. Tuttavia non ho alcuna intenzione di rifletterci sopra o aprire un dibattito intorno alla questione.
Per una volta, cappero, posso dire che non c'è alcuna ragione recondita nascosta in tale scelta? Posso cambiarli, se mi va, posso dire una mosca e un pidocchio.
Ecco, peggio di prima. Perché comunque animali così piccoli? Corbezzoli, ci sto cadendo di nuovo.
In fondo volevo dire qualcosa di poetico, di sentimentale. Come dipingere la mente e il cuore simili a due amici o una coppia che non riesca a parlare facilmente. Troppo diversi, potrebbe essere la banale spiegazione.
Come posso limitarmi a questo?
Vivo in un mondo di teste, parlando di quelle che decidono cosa sia interessante, originale e degno di critica o meno, che odia pubblicamente le banalità. Queste le lascia con snobistico sprezzo ai propri avversari. Coloro che hanno imparato sapientemente a farne tesoro nel modo meno sacro.
No, non sono in grado di accettare una definizione che si avvicini soltanto a tale sostantivo, bandito nei salotti buoni dell'alternativo regno. Non me lo posso permettere.
In fondo è comunque triviale in partenza il mio tentativo: pensieri ed emozioni non comunicano perché non possono.
E ci prendono per il culo coloro che assicurano che siano gli uni o le altre, o tutti e due insieme, a dar vita alle parole del momento, eruttate in diretta, con il massimo della veridicità, nel senso di opportunamente certificata.
Io non ci riesco e quindi…
Ecco, alla fine esco fuori come un megalomane, presuntuoso e antropocentrico. Anzi ‘iocentrico’, misura delle cose dette e non. D’accordo, faccio un passo indietro, potete scusarmi, l’avevo detto prima che è difficile cominciare.

Riccardo aveva un bar.
E alle cinque di mattina faceva freddo, tanto freddo.
Magari erano gli stessi gradi delle otto di sera ma il freddo era diverso.
Era dicembre, appena superata la metà del mese, in pieno clima natalizio.
Quella mattina faceva particolarmente freddo. Forse perché la notte non era stata poi un granché, con quel dolor di schiena che si era affezionato talmente alla sua spina dorsale da non mancare mai un appuntamento nel cuore della notte.
Chissà, magari Daniela ci aveva messo del suo con un mal di testa improvviso, ufficialmente a causa del giustappunto aumentato freddo invernale.
Mal di testa vero, eh? Nessuno vuole insinuare nulla, qui. Ma che volete farci, con quello che si sente dire in giro, soprattutto in tv, Riccardo qualche dubbio se lo era creato. Tuttavia aveva rispettato comunque la buona fede della moglie, con una partecipazione quanto mai convincente ed ammirata verso le sue nuove mutande nere fiammanti.
Inoltre, come la classica ciliegina, si era unito alla festa anche un esemplare di quella brutta razza di incubi che colpisce impietosamente a pochi metri dall’arrivo, un paio d’ore dalla sveglia, costringendoti alle corde con un unico pensiero: Che voleva dire questo sogno? Vorrei dormire per capirci meglio ma non farei in tempo a rimettere a posto le cose dentro la mia testa che le quattro sono… ora.
Drin, drin.
La sveglia di Riccardo faceva drin due volte.
Ovviamente avrebbe ripetuto tale suono per ben sette minuti, come da istruzioni, ma generalmente dal primo drin al secondo l’uomo aveva il tempo di svegliarsi e di stoppare il perfido meccanismo una frazione di secondo prima del terzo.
Puntualmente.
In modo tempestivo.
Amorevolmente.
Come puntualmente, in modo tempestivo, si preoccupava amorevolmente di non far rumore con le ciabatte e lasciare a Daniela il privilegio di altre tre preziose ore di sonno.

Sono un ipocrita.
In effetti ho già iniziato e la sto menando tanto per narcisismo affettivo.
Dicesi ‘narcisista affettivo’ colui che si esibisce giammai per lodi o ammirazione ma per amore dell’amore.
Love for love’s sake.
Baci, carezze, strette di mano, sorrisi ammiccanti, sguardi intensi, insomma, acuta condivisione. Ma anche quella becera, volgare e allusiva, nel modo meno elegante possibile, va bene lo stesso, sai?
L’importante è che ci sia.
Chi? Qualcuno che ascolti, legga, veda. Qualcuno che ricordi. E che dica: ‘Caspita’ o ‘Interessante!’ o ‘Ci devo pensare…’
Te l’ho detto, va bene tutto, basta che ci sia.

Non è vero.
Ecco, forse adesso era la testa a parlare.
Vigliacco di un cuore travestito da pancia, vieni fuori!
Ti prendi le tue responsabilità una volta tanto?
Si sta parlando di te, lo sai?
Sono stufo di prendere le tue parti.
Sii chiaro, stavolta.
Cosa vuoi?
Non vedi che quel presuntuoso si sta prendendo tutto il merito, anche il timone della nave e pure l’ancora?
E così decide di fermarsi o ripartire. E tu? Le cose vanno così per questo. Se tu avessi il coraggio di dire la tua senza quella fottuta paura che tanto dileggi negli altri, di esporti in prima persona senza trovare sempre quell’assurdo alibi della timidezza – che ormai non ci crede più nessuno – per nasconderti dietro la gonna di una mamma che non c’è mai stata, la musica cambierebbe. Oh, se cambierebbe.
Dico la gonna, eh? La gonna non c’è mai stata. Eh, sì, perché la mia vecchia portava i pantaloni, letteralmente senza banali interpretazioni.
Certo…
Perché si possono dire cose banali ma anche fare interpretazioni banali.
Oh, è quella è roba tua, chiaro?
Io sto dall’altra parte. Io esprimo e casomai tu interpreti, analizzi, decodifichi.
Se non convieni… bè, quando cambieremo ruolo mi saprai dire.

La realtà è che Riccardo non era obbligato ad aprire alle cinque.
Le sette potevano essere un buon orario per iniziare a far trottare la macchina del caffè, la cassa, il micro-onde. Ebbene sì, aveva acquistato anche il micro-onde. Lo aveva inaugurato il giorno prima e ne era orgoglioso. Non era effettivamente un oggetto da bar, era più qualcosa di casalingo ma a lui piaceva far sentire un’aria salottiera ai clienti, quell’atmosfera che aveva in testa quando aveva accettato la proposta del suocero di rilevare l’onorata azienda di famiglia.
“Sì, ci sto.”
Così aveva detto dieci anni prima al signor Giuliano ma subito dopo aveva posto una condizione: “Deve essere accogliente.”
Anche sua madre era commerciante. Il papà no, l’uomo allenava una squadra di calcio nel quartiere e lui, anomalia della zona, era invece un maschio verace e popolare che non amasse affatto l’arte della palla che rotola.
A Riccardo piacevano le figurine.
Non tutte le figurine.
Solo quelle dei cavalieri.
Aveva una scatola nella quale fin da bambino raccoglieva figurine di arditi giovani in armature scintillanti o vegliardi alti e fieri in groppa a destrieri bardati come il loro nobile carico.
E per dirla tutta, Riccardo non aveva per nulla un carattere usuale nello stereotipo del cavaliere.
Non era particolarmente coraggioso, bensì affetto da un terrore immenso per i gatti, non aveva un pizzetto regale e tantomeno un’andatura sicura e baldanzosa. Anzi, era basso, con la pancetta del quarantenne, senza ancora esserlo – trentotto e mezzo – e barava a briscola con il figlio.
E quando si passava le immagini nella scatola da una mano all’altra, pensava spesso a quanto diverso fosse il suo mondo da quello degli eroi a due dimensioni che lo fissavano incorniciati.
Ma in cuor suo, sussurrando ogni parola furtivamente, si diceva che se quel mondo fosse stato il suo le cose sarebbero state diverse.
Lui sarebbe stato diverso.
Ne era certo.
Segretamente certo.
Cosa accadeva allora dalle cinque alle sette?

Le parole rotolano.
Al giorno d’oggi le parole rotolano, amico mio.
Sono come uno strano tipo di valanga.
Non come la neve.
Durante la precipitazione, come tu mi insegni, quest’ultima cresce lungo la via fino a diventare troppo grande per non guardarla preoccupato, fa molto rumore e trascina con sé tutto ciò che trova. L’unico nemico è un San Bernardo sobrio e dalla botte piena. Le parole, invece, rotolano e non crescono, rimangono sempre le stesse. Non hanno suono perché esso si deve esclusivamente alla lettura silente o alla pronuncia a voce udibile e da quell’istante smettono di rotolare, la corsa muore. Non trascinano ogni cosa con loro ma qualcuno sì. Una persona, una qualunque. Ad un tratto questi viene ipnotizzato dal vorticoso giro di un insieme di lettere qualsiasi, come salamandra o perspicace – o guerra – e ne rimane incollato. E sai cosa si ritrova a fare come un vero idiota? A rotolare a sua volta.
Ti prego però, dimentica guerra, è stato più forte di me, della mia pancia o della mia testa o di tutte e due. Concentrati su perspicace, anzi troppo significato, fazzoletto, meglio, polenta. Una tranquilla e inoffensiva polenta, con tutto il rispetto per le polente ribelli.
Tanto se vale per polenta è lo stesso per tutte gli altri insiemi di lettere, no?
Insieme di lettere è ancora più generico di parola e questo mi rassicura.
Dicevo che il malcapitato rotola.
Come uno strano tipo di valanga.
Non cresce, anzi perde i pezzi lungo la strada, come le molliche di Pollicino.
Non è proprio rumore quello che fa ma è piuttosto un lamento, non ne ha motivo perché, credimi, è il meglio che gli possa accadere, ma si compiange con l’unico fine di attirare attenzione.
E sai cosa trascina?
Un’altra parola.
Che si mette a rotolare.
E così via.
Finché non giunga un santo di nemico, con la botte rigorosamente vuota a giustificare la fine della corsa e a rotolare per tutti, per la pace di ciascuno di noi, uomini, parole e valanghe.

Alle cinque e un quarto, puntuali come un pignoramento, con le sedie ancora capovolte e aggrappate al tavolo, i tre ragazzi arrivavano.
“Buongiorno”, disse quella mattina Riccardo, salutando per primo.
Di solito lasciava al cliente la precedenza, con il diritto di attesa in quanto padrone di casa.
Ma con loro tre poteva e voleva fare un’eccezione.
“Ciao, Riccardo. Ci fai tre cappuccini?” disse quello basso, con i capelli ricci, Paolo ‘l’ingegnere’.
“Ma va’?”
“Vabbè, che vuol dire?” saltò su Silvano ‘l’avvocato’. “Avremmo potuto cambiare idea…”
“Piantala che sono due anni che venite qui e bevete questo cappuccino.”
“E invece lo sai che oggi stavo per chiederti un succo di frutta?” polemizzò Luigi ‘il medico’.
“Dottore, non dire cazzate e dimmi piuttosto se me l’hai portate.”
“Non l’ho trovate, Riccardo”, rispose Luigi. “Mi dispiace.”
“E sei una fregatura.”
L’uomo tentò un disinvolto sorriso di circostanza ma a dir la verità ci contava. Istintivamente si voltò verso la macchinetta del caffè anche se non v’era un assoluto bisogno. Luigi, dal canto suo, dopo le occhiate di Paolo e Silvano non se la sentì di perpetrare oltre lo scherzo e tirò fuori la voce: “Riccardo, girati un po’?”
Questi si voltò lentamente e gli occhi si accesero come quelli di un eccitato infante di fronte alle tre figurine formato maxi raffiguranti Lancillotto, Artù e soprattutto Riccardo Cuor di Leone, il re. L’aveva persa, quella. Anni prima l’aveva persa. Ora, finalmente, il re era tornato. E non era stato inutile sognare di riaverla, nonostante l’inutile interferenza.
Di un verboso e cervellotico autore.

mercoledì 3 giugno 2015

Figli di una coppia mista: le avventure di Tramonto

Le avventure di Tramonto

di
Alessandro Ghebreigziabiher


Col tempo mi resi conto che i problemi di convivenza non erano con le persone in particolare, essendo fragili e complicate quanto me stesso, ma con delle cose nascoste dentro di noi.
Il primo impatto con questo segreto nemico fu fin dalla prima infanzia, quando mi avvicinai al mondo dei giocattoli.
Mondo pieno di pupazzi e soldatini che erano tutti costruiti per quelle che allora chiamavo le "creature del giorno".
Erano troppo chiari per me, non ve n'era uno a cui assomigliassi. Una volta, esasperato, presi un pupazzo, e lo sporcai in viso col pennarello marrone, per renderlo più familiare.
Lo stesso accadde con i cartoni animati e i fumetti.
Mi piacevano molto quelli i cui protagonisti erano dei supereroi, con poteri soprannaturali, in grado di volare e di difendere i più deboli. O forse mi interessava solo difendere me stesso.
Per mia sfortuna, il meno chiaro di essi era Hulk, che comunque era verde e lo diventava solo quando lo facevano arrabbiare.
Così, raggiunta l’adolescenza, scoprii il mondo della musica e dei cantanti.
La prima star ad entrare nei miei sogni di diritto fu Michael Jackson: nero e pieno di talento. Non potevo chiedere di meglio. Appariva ballando, in mezzo a cadaveri e delinquenti, senza paura, e piaceva a tutti.
Non avrei dovuto fidarmi.
Che delusione.
Il primo mito in cui riconoscermi e questo nel giro di tre anni si fa il naso all'insù, si restringe le labbra e diventa addirittura bianco.
Avrà pensato di essere troppo bravo, per essere un nero, mi sono detto allora.
Ritornando all'infanzia, il periodo più difficile dell'anno era proprio quello che per tutti i bambini è da sempre il più divertente: il carnevale.
All'inizio lo fu anche per me, lo ammetto, ma dopo il terzo anno col costume da arabo, col turbante annesso, maschera che mi riusciva indubbiamente credibile, cominciai a desiderare qualcosa di nuovo.
E poi, a me piaceva il costume da principe azzurro.
Un anno convinsi i miei a farmelo indossare. Uscii in strada tutto contento e la portinaia, appena mi vide, esclamò: “Ma tu guarda che bel vestito da arabo! Sembra vero."
Fu demoralizzante.
Una sera, sempre a carnevale, mi misi una maschera che copriva completamente il viso, era una specie di mostro marino.
Ebbene, passeggiando in strada, misi le mani in tasca e scoprii che in quel modo mi sentivo al sicuro, quasi inosservato, perché nessuno poteva notare il vero colore, quello che stava sotto, nascosto. Ma qual è il vero colore? Quello che vediamo noi o quello che vedono gli altri?
Da bambino, ve lo giuro, ebbi una discussione con i miei perché mi guardavo i palmi delle mani e dicevo di essere rosa.
D'accordo il dorso della mano era più scuro, ma sotto era rosa, un colore tutto mio. Ma se non lo vedevano i miei genitori, figuriamoci i compagni a scuola, gli amici in strada.
Dopo un'infanzia turbolenta a scuola, capii che ogni compagno di classe aveva un genitore che vedeva il mio colore in modo diverso.
C’erano i genitori "curiosi", come la madre di un mio amico, con cui facevo i compiti insieme, la quale non faceva che chiedermi seria, credetemi, se in Africa si parlasse l'africano e se i leoni potessero girare liberi per le strade addomesticati.
Ma c’erano anche alcune "premurose" maestre, le quali non facevano che avvertirmi che in quel piatto o in quell'altro c'era della carne, proibita dalla mia presunta religione.
Il fatto è che non sono musulmano, nonostante le apparenze.
Poi c’erano i genitori che mi ammiravano: “Ma che bel colore che hai, ce l'avessi io, che devo farmi la lampada, una volta al mese.”
Quelli che mi invidiavano: “Ma tu al mare ti abbronzi? Beato te che non ti scotti e che non devi usare creme.”
Sfatiamo un falso mito: non è vero. Mi scotto eccome e mi serve la crema.
E quelli che mi stimavano: "Voi neri avete il ritmo nel sangue, la musica nell'anima e il blues nel cuore!"
Ma che sono uno stereo?
Dimenticavo i genitori che non ricordavano il mio nome: “Come si chiama quel ragazzo? Quello... Hai capito, no? Quello con la pelle scu... ehm, di colore! Senza offesa, eh?”
Ecco, non c'è problema, capisco la difficoltà, ma perché devi dire senza offesa? E' quello che rovina tutto.
Infine ci sono i migliori.
Non i paladini dell'uguaglianza, perché non è vero che siamo tutti banalmente uguali ma tutti splendidamente diversi e unici, non i fautori della tolleranza, perché le diversità non vanno tollerate, sopportate, accettate, ma vanno ricercate, amate, sono ricchezze.
Sono quelli per i quali i colori sono solo dei semplici particolari, come l'altezza e il sesso.
Particolari che sono solo il contorno, la cornice del quadro che mettiamo in scena giorno per giorno.
Quadro che lentamente e vorticosamente allo stesso tempo, ogni attimo della nostra vita inconsapevole, si riempie non di colori, ma di corpi che si sfiorano, di parole che precipitano nel profondo, taglienti, di battiti accelerati a ritmi trascinanti, di respiri ansimati, soffocati, liberati, si riempie non di noi ma degli altri, di tutte le persone che passano nella nostra vita, di tutte le persone diverse da noi.

Tratto da Tramonto, libro (2002) e spettacolo di teatro narrazione (2009).

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Il video tratto dal testo: