mercoledì 29 novembre 2017

Blackout

Blackout

di
Alessandro Ghebreigziabiher

 
Aggiustava ascensori.
Questo vorrei che fosse scritto un giorno sulla mia lapide, sotto il nome, e prima dell’ultima data che mi riguardi.
Non tanto per gli ascensori, malgrado sia l’oggetto della nostra quotidiana attenzione a definire più di ogni altra cosa la nostra vita.
D’altra parte, per me è mia figlia Ludovica, va detto.
Ma il lavoro è tanta roba, riempie tutto e succhia via molto, spesso troppo.
Ecco perché devi scegliere con cura non solo di cosa occuparti, ma anche in cosa consista l’azione ripetuta, il gesto fondamentale con il quale dai il contributo alla vita in comune.
In breve, tutto il resto, in una parola.
Aggiustare.
Io devo farlo.

Alessandro Ghebreigziabiher
Significa rimediare, rimettere le cose al posto originale, ovvero un debito che avevo e ora che sono sui sessanta abbondanti spero di essere sulla buona strada nel saldare del tutto.
Sì, perché per la gran parte del primo scorcio della mia esistenza vi era ben altra didascalia a descriverla.
Io rompevo, già.
Il distruttore, così mi chiamavano a casa, familiari stretti e non.
Non c’era meccanismo, dispositivo, qualsivoglia manufatto o industrialmente assemblato che fosse passato indenne tra le mie mani.
Da cui, la missione che mi fregio di compiere quotidianamente.
Perché gli ascensori?
Be’, è facile.
Primo, perché sono grandi e non così semplici come sembrano, quindi l’impresa ne guadagna in peso, ecco.
Secondo, perché con i miei abbiamo sempre abitato al piano terra e fin da piccolo fantasticavo ogni notte su chi abitasse più in alto di noi.
Un po’ come si fa con le divinità, insomma.
Chi sono e cosa faccio, l’ho detto.
Ciò che ancora non ho rivelato è perché sono qui, ora.
Blackout.
Sono qui perché ho bisogno di condividere cosa mi ha mostrato il buio, quest’oggi.
Al mattino, proprio all’ora di punta, ho ricevuto una chiamata urgente da un edificio di mia competenza.
Così, prendo le borse con gli attrezzi e mi reco sul luogo del delitto.
Mi piace chiamarlo così, mi fa sembrare degno di un film o una serie tv.
Al meglio, di una storia.
Una volta giunto all’ingresso di un palazzo di almeno dieci piani, piuttosto vecchio, situato in un quartiere alquanto trascurato all’estrema periferia della città, una signora decisamente in carne mi aggiorna sul caso.
Non c’è corrente e l’ascensore è bloccato tra il settimo e l’ottavo piano, apprendo dalla mia nuova informatrice traducendo all’impronta, al netto del dialetto locale e di una rumorosa zeppola.
Così, salgo le scale con solerte celerità e individuo il sito incriminato seguito dal donnone.
Signora, avverto la tipa, si allontani, per la sua sicurezza.
Lo dico sempre, è una balla, ma ho bisogno di lavorare senza essere osservato.
Non mi piace avere pubblico, malgrado sia ormai demodé, oggigiorno.
Quindi, rassicuro le persone intrappolate nell’oscurità e inizio a darmi da fare.
Ordinaria amministrazione, un lavoretto semplice, non è vanteria, un intervento di routine.
Quello che non lo fu affatto è stato ciò che hanno colto le mie orecchie prima e i miei occhi poi.
“Signorina, potrebbe abbassare il volume di quell’aggeggio infernale?” fa una voce maschile, dall’accento straniero.
“Ma come fa a sentire? Ho la cuffia…” ribatte la giovane meravigliata.
“D’accordo, ma si sente lo stesso”, rincara la dose l’altro uomo presente.
Uff, abbasso, okay?”
“Come hai detto, ragazzina?” esclama il primo, che chiamerò così per semplicità.
“Già, ripeti un po’?” incalza il secondo, tale per il medesimo motivo.
“Ho detto che abbasso…”
“No, prima.”
“Esatto, prima.”
“Non ho detto niente…”
“Niente? Ti ho sentito sbuffare.”
“E non negarlo”, è pronto a testimoniare l’altro.
“Chi lo nega? Ma lei mi ha chiesto cos’ho detto, sbuffare non è mica come parlare…”
“Ecco!” salta su iroso il primo. “Questo è il risultato, fanno come gli pare, i genitori senza valori e autorità, e questi qui comandano. Le femmine, poi…”
“Femmine a chi?” replica piccata la ragazzina, per nulla intimorita, nella quale mi sembra di riconoscere il pepato carattere di Ludovica, aspetto che peraltro adoro.
“E come si vestono”, la ignora il secondo, approfondendo il tema. “Poi si lamentano se…”
“Esatto, poi la colpa è degli altri se succede loro qualcosa.”
“Addirittura dei genitori…”
Al se, con tanto di sospesi puntini, la mia favorita riporta il volume della musica in cuffia al livello iniziale e saggiamente decide di non dare ulteriore attenzione ai due, i quali, fino al momento in cui sono riuscito ad aprire le porte, hanno continuato a sproloquiare sulla corruzione giovanile, in particolare del cosiddetto gentil sesso.
Quindi, una volta dischiuso il sipario dell’ascensore - teatro dal vero, quindi all’inverso - per quanto esigua, la luce ha raggiunto i loro volti, così come il silenzio.
Lasciandomi altrettanto senza parole.
Basito ho visto quindi sfilare accanto a me un’adolescente dai capelli rossi e gli occhi tenaci, e i due uomini.
Ovvero niente di più lontano, nel racconto globale.
Un signore anziano, dalla carnagione assai scura e dal barbone folto e minaccioso.
E un altro, non meno giovane, dalla pelle candida, la crapa pelata e gli occhi piccoli.
Benedetto blackout.
Forse, ogni tanto, per aiutarci a capire meglio chi siamo davvero.
Dovremmo tutti restare un po’ al buio.



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mercoledì 22 novembre 2017

Ultimatum

Ultimatum

di
Alessandro Ghebreigziabiher

Ti lascio.
Giuro che ti lascio, se continui così.
E’ una promessa, caro mio.
Anzi, è un ultimatum.
Così te lo ricordi.
Lo dice la parola, è l’ultima volta che ti perdono.
Sono stanca, sai?
No, che non lo sai.
Se lo sapessi, vorrebbe dire che te lo saresti ricordato.

Alessandro Ghebreigziabiher
E allora non saremmo qui, cribbio.
Doppio cribbio.
Tu non hai capito nulla di me.
E non hai idea di cosa ti perdi, di quante occasioni hai sprecato in tutto questo tempo.
Certo, sarebbe stato possibile, laddove tu avessi mostrato di apprezzarne appieno il valore.
Il tempo, scemo.
Sto parlando del tempo, mentre stiamo sempre parlando d’altro, ignorandolo.
Di cosa hai paura, vuoi dirmelo, una buona volta?
Credi forse che io non sappia di cosa si tratti?
Io non ho timore alcuno, sei tu che hai bisogno di confidarti.
Farebbe bene a te, a noi, non a me.
Io non chiedo nulla, anche se mi dovresti tutto.
Non ho pretese.
Ti ho amato e ti amerò anche dopo, sappilo e questo sono certa che non lo dimenticherai.
Ma non vuol dire che ti resterò accanto, in silenzio, assistendo inerte innanzi alla tua medesima inerzia.
Credimi, e devi farlo, perché sai che qualora ti parli non mento mai se ti guardo negli occhi.
Allorché ti volterai ancora, semmai mi mostrerai ancora indifferenza, questo sarà il mio ennesimo ma definitivo atto d’amore.
Incondizionato.
Senza di me, sarai costretto a sporcarti le mani e la coscienza, mio amato, compagno di una vita, che è stata più tua che mia.
Ti prego, non deludermi come hai fatto finora.
Dimostrami che ne è valsa la pena.
Convincimi che, dopo tutto, malgrado debolezze e viltà, fughe improvvise o perfettamente calcolate, verrà il giorno in cui metterai a posto tutto.
Che risponderai alle domande che ti spettano.
Che avrai la dignità di incurvare la schiena sotto il peso di ogni infamia apparentemente senza nome, o addirittura con l’innocente incatenato al tuo posto.
Scusami, perdona le lacrime, non volevo.
E’ più forte di me.
E’ un immenso peccato che tu non mi abbia riconosciuto come merito sin dal primo istante condiviso.
Non so se saremmo stati più felici, altrimenti.
Ma una cosa è certa.
Tutto, davvero tutto, sarebbe stato infinitamente più vero.
Ecco, adesso guardami con attenzione.
Perché questa è l’ultima volta che spalancherò il mio coraggioso cuore e accoglierò e custodirò per te ogni momento che ti provochi sofferenza e frustrazione, che ti faccia sentir piccolo e inerme, ciascun sentimento scomodo e tutti i pensieri che non riesci ad abbracciare neanche per un istante.
Se non ti deciderai a far luce ovunque, dentro di te, rimarrai solo per il resto dei tuoi giorni.
Con sincero affetto,

La tua memoria



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mercoledì 15 novembre 2017

Cosa nascondiamo

Cosa nascondiamo

di
Alessandro Ghebreigziabiher

Il traffico, quel mattino, era congestionato, come si suol dire.
Lo era già di suo, ogni giorno.
Senza favorevoli sorprese.
Eppure, siam tutti lì, fedeli all’appuntamento con la coda.
Della fiera, la cui testa, ove albergano ragione e quant’altro, nessuno mai vedrà.
Cosa nasconde.
Subito dopo l’intervento della pubblica, quanto temuta forza, con la colonna di incalcolabile misura e collera alle spalle dell’ingombrante intruso sulla via, un muro di clacson si levò rabbioso, sino a consumar batterie e ultimi scampoli di pazienza.

Alessandro Ghebreigziabiher
In effetti, a onor del vero, il camion era di dimensioni inaccettabili, soprattutto la parte delegata al carico, come una colossale balena su ruote dalla pancia illegale.
Non per ingordigia, sia ben chiaro, e neppure per occultar ragazzini dalla menzogna facile di legno intessuti.
Talvolta è solo colpa della fame, ovvero un insopprimibile bisogno di cercar spazio e attenzione.
“Scendete dall’abitacolo”, ordinò la guardinga guardia ai due a bordo.
Ragazzo e ragazza, sorella e fratello, strani ed estranei, a guardarli con crescente curiosità, seppur superficiale.
“Dove vi credete di andare con questo coso?” chiese più sorpreso che indignato il prezioso incaricato all’ordine stradale.
Nessuna risposta.
Silenzio.
Incomprensione, probabilmente, da entrambe le direzioni, però.
“Capite ciò che dico?”
Idem come sopra e, premetto, anche sotto.
“Documenti, prego.”
Preghi pure, amico in divisa, sembrano replicare in coro le espressioni assenti dei due giovani.
Si unisca a noi altri, che già lo facciamo dall’inizio del comune racconto.
Nel mentre, stanchi di tormentare le rispettive armi sonore, gli infastiditi spettatori nelle retrovie abbandonarono man mano i propri mezzi e, in un frastuono di sportelli chiusi con livore e veementi borbottii, si avvicinarono alla ragione dell’inciampo sull’abituale percorso.
“Pure senza documenti?” appurò il vigile agente. “Aprite subito il retro di questo gigantesco ordigno.”
Sotto gli occhi del solerte funzionario e della folla montante ira e intolleranza a buon mercato i due abbozzarono un sorriso.
Il signore dei semafori sembrò quasi apprezzare la prima evidenza di effettiva comunicazione con i due indiscutibili alieni.
“Vi fa ridere? Bene, andiamo bene. Forza, venite con me al portellone posteriore e vediamo cosa nascondete.”
I due ragazzi, sorella e fratello, estranei perché strani, obbedirono alla richiesta.
Quasi attesa.
Si scambiarono uno sguardo complesso, complice e malinconico allo stesso tempo.
Lei portò una mano sulla spalla di lui, come per infondergli la necessaria dose di ulteriore coraggio e il compagno aprì lentamente lo scrigno del loro tesoro.
Il bagaglio di una vita.
Anzi, di molte.
Di seguito, occhi sgranati e sollievo, paure sedate e angosce rimandate.
“Ma è vuoto…” osservò una voce tra i presenti.
Già, lo è, come il cuore che non vede e non duole.
Al contempo è, o meglio, era pieno di cose mai viste prima.
Di sogni e speranze indescrivibili.
Di colori fuori da ogni spettro ammissibile e di forme non tracciabili dalle matite monche di immaginazione ribelle.
Di invisibili magie che ora son libere di viaggiare ovunque...



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mercoledì 8 novembre 2017

Spostati

Spostati

di
Alessandro Ghebreigziabiher

“Spostati, Pino”, dicono.
“Togliti di lì, che abbiamo fretta”, aggiungono altri.
Sì, lo vedo.
Vedo tutto.
Tutto quello che ricordo, come ciascuno di voi.
Di noi, malgrado spesso non sembri.
“Sei di intralcio”, affermano altri ancora.
“Finirai per rallentarci”, spiegano in molti.
E’ vero, lo ammetto.

Alessandro Ghebreigziabiher
Non sono fatto per le corse.
La competizione è un qualcosa che non mi appartiene.
Direi per fortuna, ma sarebbe una considerazione fuorviante.
Per natura, è l’unica ragione che posso offrire.
E sapete qual è la cosa che mi sorprende di più, ancora oggi, sin da quando ho visto e amato luce?
Come fa a non bastarvi?
Come ci riuscite?
Cosa vi permette di sfrecciare da ogni punto cardinale del vostro limitato destino, conservando una pervicace dedizione nel restringere gli orizzonti altrui?
“Muoviti, o ti calpestiamo”, minacciano in tanti.
“Corri o muori”, mi pare di aver udito nel clamore di questi ultimi.
Mi rendo conto.
Di poche cose, è vero, ma me le tengo strette.
Una tra esse: se le alternative sono infinite, perché sacrificarne altrettante tranne due?
Che poi, in questo paradossale caso, diviene una.
“Sei testardo, Pino”, ripetono di continuo i miei familiari, ovvero, coloro a me tali.
“Non sei come loro”, mi ricordano con premura, “perché ti ostini a porti sulla via che li conduce all’agognato traguardo?”
Forse è così.
Magari è davvero tutto così.
Anzi, è certo.
Io sono uno sbaglio.
Ma è la realtà stessa che lo è.
Nascere è di per sé una contraddizione.
Per quante teorie e dimostrazioni possiamo porre su di un piatto della bilancia che simboleggia la più difficile domanda intorno alla nostra esistenza, sull'altro ce ne saranno sempre altrettante a riportarci al punto di partenza.
Nessuno di noi dovrebbe essere dove si trova, eppure è lì.
Definizione di miracolo, o semplicemente vita.
Ecco perché nessuno di noi ha il diritto di pretendere strada dall’altro.
Così, rimango fermo e non mi sposto.
Perché così fanno le creature indomite.
Moltissimi tra gli animali.
Alcuni, benedetti umani.
E tutti, consapevolmente o meno, tra noi alberi...



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Carla senza di Noi Romanzo Graphofeel Edizioni 2017


Carla senza di Noi
Un romanzo di
Alessandro Ghebreigziabiher

Graphofeel Edizioni, 2017

Carla è grassa e lo è sempre stata.
Ride sempre a tutte le battute, e farebbe qualsiasi cosa per compiacere il prossimo.
In seguito a un misterioso incidente finisce in coma a tredici anni e a ventitré si risveglia in un presente segnato da un’invenzione sconvolgente: Noi, il Society network capace di donare mirabolanti maschere e relazioni inaspettate.
Mentre riprende lentamente contatto con il mondo in cui ha riaperto gli occhi, grazie a Noi e a una fervida immaginazione Carla incontra persone originali o semplicemente sole, assapora amori e dispiaceri, si perde tra i propri deliri e quelli altrui.
Tuttavia, le bizzarre vicende che si ritrova a vivere la porteranno a capire finalmente cosa voglia dire essere se stessa. Senza di Noi.

Prossima data del mini Tour di presentazione/spettacolo:
Sabato 13 gennaio 2018 ore 18.30
Libreria Ubik, Via Adige 2, Monterotondo
 
Spettacolo di presentazione (debutto):
Sabato 11 novembre 2017 - Libreria Teatro Tlon

Recensioni e segnalazioni (in aggiornamento):
Gruppo Un libro tira l'altro (Lauretta Chiarini)

Carla senza di Noi, Graphofeel Edizioni, 2017
ISBN-10: 8897381790
ISBN-13: 978-8897381792

Per comprarlo online nei siti specializzati (in aggiornamento): Ibs, Amazon, Feltrinelli, Mondadori, Libreria Universitaria, Unilibro, Hoepli
In alternativa, acquistabile sul sito dell'editore.





giovedì 2 novembre 2017

Pronto

Pronto

di
Alessandro Ghebreigziabiher

“Giovanni, ascolta…”
“Sì, un attimo. Pronto?
“No, cioè sì, parla pure…
“D’accordo, facciamo come dici tu, ma non dimenticarti di chiedergli quello che ci deve ancora, chiaro? Che non vada poi a raccontare in giro che noi...
“Oh, bravo, perfetto, ci sentiamo.”
Clic.
“Giovanni?”
“Sì?”
“Allora, vorrei…”

Alessandro Ghebreigziabiher
“Ops, chiedo scusa. Pronto? Oh, ciao, come stai! Ma da quant’è che non ci sentiamo? Da ieri? Sembra una vita, sembra…
“A ogni modo, dimmi pure, sono tutto tuo.
“Eh, no, non si può fare, mi dispiace, le scadenze sono scadenze, cribbio.
“Certo, capisco, capisco ogni cosa, ma lo sai, anch’io ho i miei problemi, no?
“No?
“Ecco, brava, vedi un po’ di fare le cose per bene, okay?
“Dai, su, non piangere, coraggio, che tutto s’aggiusta.
Clic
“Mi ha attaccato, ci pensate?”
“Sì, Giovanni, eccome. Ma adesso torniamo a noi, vuoi?”
“Sicuro.”
“Allora, ascolta…”
“Un momento, faccio subito! Pronto? Presidente, buongiorno, come va? Passato un buon fine settimana?
“Sì, chiaro, non perdiamo tempo, ha ragione, come ha ragione!
“Non faccio il ruffiano, sicuro, sono tutto orecchi, agli ordini, presidente.
“No, neppure servile, come vuole lei, mi dica.
“Scherza?
“Ma no, sono esagerazioni dell’ufficio contabile, trattasi di consuete stime al ribasso, sa? E’ normale, lo sa come funziona…
“No, non lo sa, giusto…
“Sì, chiaro, sono io che sono tenuto a saperlo…
“Promesso, è ovvio, stasera ci lavoro, lo giuro.
Stanotte, infatti, volevo dire stanotte, è ovvio.
“Sarà fatto.”
Clic!
“Povero me…”
“Giovanni…”
“Sì.”
“Ci sei?”
“Certo, sicuro, agli ordini… cioè, eccomi.”
“Bene, speriamo. Allora, segui attentamente…”
“Perdono! Questa devo prenderla… pronto? Amore, ciao! Scusami, avrei dovuto chiamarti, dopo ieri sera… sono stato proprio indelicato…
“E’ vero, è così, è stato lo stesso anche per me…
“No, te l’assicuro, non sono uno di quelli che risponde a ogni cosa con pure io o addirittura idem
“Guarda, vuoi sapere la verità?
“Già, che domande, certo che vuoi saperla: per me è stato talmente speciale dal rendermi incredibilmente difficile trovare le parole adatte il giorno seguente…
“Chiaro, il silenzio assoluto non è di certo migliore, hai ragione.
“Mi farò perdonare questo sabato, okay?”
“Giovanni?”
“Sì, un secondo!”
“Giovanni…”
“Un istante…”
“Giovanni, spegni quel telefono e dammelo.”
Clic?
Sì, clic.
“Allora, Giovanni, ascolta, tu hai perso il lavoro un mese fa, da allora ti sei chiuso in casa e non hai una relazione da almeno un anno, ricordi?”
“Sì, giusto.”
“Sei in bolletta a tal punto da non avere neppure i soldi per la ricarica, è così?”
“E’ così…”
“Quindi, poco fa non c’era mai nessuno a parlare con te, vero?”
“Vero…”
“Ci siamo passati tutti, lo sai?”
“Lo so…”
“Allora, sei pronto adesso?”
“Pronto. Ciao a tutti, mi chiamo Giovanni e sono qui perché voglio smettere di nascondermi dietro un cellulare.”



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