mercoledì 25 novembre 2015

Storie di ragazzi e ragazze: L'importanza del bicchiere

L'importanza del bicchiere

di
Alessandro Ghebreigziabiher


A casa di Teresa.
Si discuteva.
Animosamente si discuteva, anche quel giorno.
Con la tavola apparecchiata nel mezzo e tutta intorno la vita che si nutre.
Dei pieni di questo mondo.
“Va tutto a rotoli”, si lamentava il padre. “E’ come se ogni giorno potesse dimostrarti che la discesa non è ancora finita, che esiste un nuovo gradino verso il basso…”
“Che esagerazione,” si smarcava sua madre. “Vedi sempre tutto nero, tu.”
“E’ la realtà, amore.”
“Le cose possono migliorare, vedrai.”
E la solita schermaglia si dipanava con snervante monotonia.
Io vedo.
Io vedrò.
Tu non vedi quel che vedo e tu non sei in grado.
Di immaginare.
Quel che spero.
“Mi avete rotto le palle”, esclamava suo fratello nei suoi giorni migliori, allorché il sedante monitor a ben cinque pollici e mezzo del cellulare ne moderasse i toni.
Quindi si alzava e creava vuoto.
Lungo la circonferenza privilegiata dove ci si nutre.
E ci si permette pure di sputare.
Sui pieni di questo mondo.
“E’ sempre più maleducato”, si lamentava papà. “E’ come se ogni giorno potesse dimostrarti che domani farà di peggio, che esiste un nuovo modo per farti vergognare di lui…”
“Che esagerazione”, dissentiva mamma. “Non riesci a vedere il buono che ha dentro, tu.”
“E’ la realtà, cara.”
“Può migliorare, vedrai.”
E l’abituale litania andava in scena con avvilente apatia.
Io spero.
Io no.
Tu non hai fede in quel che so e tu non vedi quel che ho sempre saputo.
Del vuoto.
Del pieno.
Che fanno il tutto.
Che noi altri riusciamo a vedere.
O sperare.
“Teresa?”, fece un giorno la madre, accorgendosi finalmente della sua presenza.
Assenza.
“Cosa guardi?” domandò suo padre.
Il fratello spostò miracolosamente il capo dall’ipnotizzante app.
E la ragazzina sorrise.
Senza smettere di fissare.
Tra il mezzo pieno e il mezzo vuoto.
Il bicchiere.
E tutti i vantaggi di averne uno.
Da riempire.



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mercoledì 18 novembre 2015

Il terrorismo spiegato ai bambini

Il terrorismo spiegato ai bambini

di
Alessandro Ghebreigziabiher


Foto dallo spettacolo "Roba da bambini"
“Mamma, cos’è il terrorismo?” chiese la bambina.
Difficile rispondere a una domanda di una figlia, allorché tu stessa non abbia compreso la risposta.
Ma non si può evitare l’ostacolo.
Altrimenti qualcun altro lo farà per te.
Aggiungendone altri.
“Non lo so bene”, disse come prima cosa la donna.
Un punto alla mamma, annunciò l’espressione sul volto della piccola.
La sincerità è sempre un bel modo per iniziare un discorso.
Ma non ci si può fermare all’inizio.
Altrimenti qualcun altro andrà avanti per te.
O addirittura indietro.
“Ti dirò quello che ho capito”, aggiunse la mamma.
Un altro punto, approvò lo sguardo della bimba.
L’onestà è sempre un bel modo per continuarlo, un discorso.
“Credo sia far del male alle persone.”
“Fare del male come uccidere?”
“Anche.”
“Con le bombe?”
“Sì.”
“Con le pistole e i coltelli?”
“Con tutto quel che faccia del male.”
“E sono i terroristi quelli che fanno del male alle persone?”
“Sì, loro.”
“Perché lo fanno?”
Difficile rispondere alla domanda di una bambina, allorché tu stessa non abbia compreso quale risposta sia la più giusta.
La meno ipocrita.
La più coerente.
La migliore, tra la meno e la più.
“I terroristi fanno del male a delle persone per spaventare tutte le altre.”
Ancora un altro punto, madre mia.
La semplicità è sempre un bel modo per avvistare la fine.
Del discorso.
E, come spesso accade, la fine la suggerisce l’occhio lontano dalla confusione.
“Mamma?”
“Sì?”
“Tutti quelli che fanno del male alle persone sono dei terroristi.”
“Perché?”
“Perché a me fanno paura tutti.”
Quelli che fanno del male.
Alle persone.



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mercoledì 11 novembre 2015

Storie di bambini: Il segreto di Stefano

Il segreto di Stefano

di
Alessandro Ghebreigziabiher

Lo so.
Io lo so che sei lì, ora.
Ne sono certo.

Stefano non disse altro, tra sé.
E scese in strada, in cerca di Paolo.
Il figlio del portiere era sempre in guardiola, nel primo pomeriggio, a torturare il tablet con i polpastrelli ipnotizzati.
Dall’ennesimo gioco o solitudine all’ennesimo mistero adolescenziale.
“Lo vedi anche tu?” chiese il bambino dai capelli rossi molto corti e gli occhi verdi molto svegli, apparso come dal nulla.
“Chi?” chiese il giovane dal volto brufoloso ma aggraziato.
Un
inconsapevole futuro bello, insomma.
“Lui o lei, non lo so. Ma è lì, non ho dubbi.”
Paolo mollò il prezioso compagno di tempo e tanto altro e uscì dalla guardiola.
Quindi sollevò il volto alle nuvole.
“Parli di Dio?”
“No... macché. Che non lo vedi che è come noi?”
“Chi?” domandò per l’ennesima volta il ragazzo, iniziando a preoccuparsi seriamente per la salute del piccolo amico.
“Quella, o quello, non si vede bene il sesso, ma c’è e… ci guarda, adesso.”
“Stefano… tu non stai bene…”
“Sto benissimo, deficiente”, ribatté lui irritato.
E rattristato.
Forse più il secondo che il primo.
Quindi ritornò sui suoi passi e si imbatté nel dentista che rientrava a studio dopo la pausa pranzo.
“Buongiorno, dottore”, salutò con speranza nello sguardo.
“Ciao, Stefano”, rispose l’uomo condendo le parole con un sorriso forzato, “ma lo sai che non sono dottore, sono solo un assistente…”
Del vero dottore o del proprio futuro come tale, l’ennesimo mistero giovanile.
“Lei lo vede, giusto?” fece Stefano, dopo averlo accompagnato sino all’ingresso dello studio medico al piano terra.
“Chi?”
“Lui, o forse è una lei, ma lo so.”
“Cosa sai?”
“Non si vede bene, certo, ma è lì, proprio ora, è lì.”
“Ma di chi stai parlando?”
“Della persona che ci sta guardando, chi altri se no?”
L’uomo si guardò intorno imbarazzato e si aggrappò alla prima via di fuga possibile.
“Perdonami, caro, ne parliamo un’altra volta, ora devo tornare al lavoro…”
Il bambino rimase per qualche istante fermo innanzi alla porta appena chiusa dall’assistente.
“Stefano”, esclamò a un tratto la voce alle sue spalle. “Cosa fai qui?”
“Mamma”, fece il bambino condendo le parole con un sorriso luminoso. “Sei tornata, finalmente.”
“Sono stata fuori solo dieci minuti…” si giustificò lei con l’affanno per le varie buste della spesa.
Una volta in ascensore Stefano cercò ancora una volta la condivisione che sognava.
“Mamma, dimmi che almeno tu lo vedi…”
“Chi?”
Ancora una volta la stessa replica, un interrogativo prevedibile quanto il piacere di un affettuoso bacio sulla guancia al momento giusto.
“Ci sta guardando, adesso, ci sta guardando…”
La donna sentì inumidirsi gli occhi e trattenne giusto in tempo il fiume in piena che aveva imparato a imbrigliare per amore del figlio.
“Certo che lo vedo...”
Papà è sempre con noi, la didascalia.
E come se il bambino avesse ben più di una capacità superiore all’umana gittata, lesse quest’ultima, ma non disse nulla e apprezzò comunque il gesto.
Perché era certo che lui, o lei, fossero lì.
E consapevole del fatto che, segreto condiviso o meno, sapere che da qualche parte qualcuno legga la tua storia.
E’ pura magia.
Oh, se lo è.

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mercoledì 4 novembre 2015

Storie di donne: La donna che non dimentica

La donna che non dimentica

di
Alessandro Ghebreigziabiher



C’era una volta un’anziana donna.
Una donna con una memoria da far paura.
Agli uomini, prima di tutto.
Poiché, laddove si narri che molti tra il cosiddetto lato forte della luna temano le menti dotate tra l’altrettanto supposto gentil sesso, se c’è una cosa che terrorizzi ulteriormente il cavaliere sul campo e la dama che non dimentica.
Ecco, così era detta nel quartiere.
La signora che non dimentica.
Per tale ragione, allorché ti fossi presentato alla di lei libreria per acquistare il famigerato libro nonricordoiltitolo, aggiungendo i soliti unici indizi, lohascrittoquellolìconlabarba e conlacopertinarossa, eri sicuro che prima o poi avrebbe risolto l’enigma.
Più prima che poi.
E si sa, sono i più prima che poi che si distinguono tra i più.
Che poi.
Ora, si da il caso che anche per la donna dall’hard disk sempre in ordine giunse il giorno della débâcle.
Come dire, anche i giganti cadono.
E più il gigante è tale e altrettanto è rumoroso il botto.
Capitò difatti che la nostra avesse dimenticato di pagare una multa.
Molti anni addietro.
Cosicché, la suddetta aveva compiuto il classico mostruoso percorso mutante.
O multante, fate voi.
Dalla multa alla multa con maggiorazione, dalla multa con maggiorazione alla multa per non aver pagato la multa con maggiorazione.
Per passare alla multa con maggiorazione per non aver pagato la multa con maggiorazione.
Per poi salire all’anello superiore, ovvero scendere di girone infernale, e trasformarsi in una rovente cartella esattoriale.
Lasciata a marcire negli anni, agevolandone la metamorfosi in un’orribile ingiunzione di pagamento traboccante sangue e livore.
Inutile dire che la signora che non dimentica non gradì affatto di dover mutare soprannome.
Che non dimenticava, insomma.
Così, a dir poco mestamente si recò all’ufficio riscossioni.
Fece la triste fila di anime rigorosamente col capo chino e il portafogli tremante.
E una volta giunto il proprio turno levò la testa verso l’incaricato.
Che splendore la luce di un ricordo mai sopita.
A riprova del fatto che non è vero che solo il riso allunghi la vita, ma anche la memoria.
Perché è la memoria stessa a nutrirsi del vivere.
“Antonio…” disse la donna che non dimentica, malgrado un’unica eccezione. “Il mio primo amore all’asilo…”
L’uomo, altrettanto attempato, non si rammentò affatto di lei.
Ma fu così felice anche solo dell’idea di tal gaudioso ricordo da chiederle di raccontarglielo come una storia più volte, mettendo a dura prova la pazienza dei morosi incolonnati.
Soprattutto, si dimenticarono entrambi della maledetta multa.
E di ogni sua terribile derivazione…

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