giovedì 29 ottobre 2015

Storie di ragazze e ragazzi: Il regno dove non si poteva leggere

Il regno dove non si poteva leggere

di
Alessandro Ghebreigziabiher



C’era una volta un regno dove si poteva fare di tutto.
Davvero tutto.
Così, proprio per dare un’idea, vi dico che avreste potuto imbattervi in una macchina parcheggiata addirittura in quarta fila e, di fronte alle rimostranze dell’unico automobilista in regola, ammirare in sequenza: quello in seconda inveire su quello in terza, a sua volta apostrofare quello in quarta, quest’ultimo di tutta risposta imbestialito con gli altri due, ma tutti e tre alla fine concordi nel malmenare il primo.
Il solo nel giusto.
E questo è niente.
L’assurdità più devastante era il potere delle parole.
Dette.
Si poteva dire di tutto, a tutti, in ogni momento e con qualsiasi bersaglio.
Del corpo come del cuore.
O del fegato, fate voi.
Perché altrimenti dove la mettiamo la mia libertà?
Ecco, questa era la solita obiezione che puntualmente veniva sciorinata.
Bella, la totale libertà, regno invidiabile, da molti punti di vista, ma… c’era un ma, ecco.
Si poteva fare di tutto, ma c’era una cosa che nessuno avrebbe potuto fare.
Leggere.
Non si poteva leggere.
Libri, è chiaro, ma anche giornali e riviste, dall’architettura babilonese al gossip più becero, pubblicazioni di ogni tipo e settore, perfino di allevamento di pitoni e per collezionisti di cicatrici.
Non potevi leggere le avvertenze sui medicinali e soprattutto le note scritte in piccolo nei contratti, perché non potevi leggere la facciata, figuriamoci la fregatura alle spalle.
Non potevi leggere le notizie, quindi nessuno sapeva nulla del mondo al di là dell’attimo, la strada di ieri, la collina di domani, la valle dell’ora.
La geografia intera degli accadimenti era pura nebbia.
Rischiarata solo dal dire.
Dire tutto quel che ti passasse per la testa, la pancia e qualche altra parte del corpo che non ripeto per falso pudore.
Ora, direte voi, data l’abitudine alla libertà totale, perché i cittadini obbedivano a quell’unico divieto?
Non sarebbe stato naturale opporsi e sforzarsi di disobbedire proprio a quella sola limitazione?
In breve, vado a scavar lì, proprio perché da lì mi hai tenuto lontano, come disse il pirata barbanera prima di lanciarsi alla ricerca del tesoro nascosto da sua moglie per punirlo dei suoi ripetuti adulteri. Per la cronaca, non trovò nulla nello scrigno finalmente scoperto in punto di morte, tranne un biglietto: il tesoro lo hai perso il giorno che mi hai tradito.
Questo perché all’epoca si poteva leggere.
Nondimeno, niente da fare, nessuno trasgrediva, neanche per dispetto.
All’improvvisofinchésino al giorno in cuideus ex machina da due soldipuerile forzatura del testo per poter giungere al termine del racconto, scegliete voi la svolta nel testo che preferite, arrivò l’istante in cui qualcuno svelò il mistero.
Il privilegio spettò a una ragazzina di appena undici anni, sordomuta e cieca.
Prese una penna e iniziò a scrivere una favola.
Senza ascoltare i rumori del regno.
Senza vederne gli scarabocchi nel cielo e sulla terra.
Senza preoccuparsi se la sua storia fosse letta o meno, perché nel regno nessuno leggeva.
Senza curarsi quindi delle possibili stroncature, ma anche dei sentiti elogi.
Scrisse quel che aveva da scrivere e basta.
Oh, non ci crederete, ma anche in questo momento, tutti gli abitanti del regno, nessuno escluso.
Stanno ancora leggendo e rileggendo il suo racconto.

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mercoledì 21 ottobre 2015

Storie di ragazze e ragazzi: il dono della lavatrice

Il dono della lavatrice

di
Alessandro Ghebreigziabiher


E’ che non bastano, niente di personale, pensa Caterina.
Ma non dice.
Magari potesse.
Perché il problema è più complesso.
Nondimeno, sarebbe meraviglioso se gli occhi e le mani, le vite perfette e quelle meno che ruotano intorno a te capissero che non è sufficiente sciorinare carinerie e dolcezze di prima qualità per sciogliere il ghiaccio.
Un prigioniero di se stesso è vittima di malefici di fattura sopraffina.
Laddove si tratti di un adolescente, be’, chiama pure Harry Potter, Merlino e perfino Iron Man.
Chiama chi vuoi.
E’ che non bastano le bacchette magiche e i super poteri, sa bene la ragazzina di appena quindici anni.
Ma non riesce a dire.
Magari ne fosse capace.
Perché il problema è più semplice.
Il sentiero che divide l’anima costretta dalla luce è entrambi, ruvido come la mano di nonna quando la accarezza e levigato come il pavimento del bagno quando esce dalla doccia a piedi scalzi.
E un giorno stantio come molti, troppi, ecco che a distinguersi tra i salvatori per amore o semplice dovere spicca l’inaspettato.
Caterina è sola in casa, ammutolita come da anni e lei è lì, in preda al misterioso e affascinante vortice.
D’accordo, la lavatrice si libra sempre nel medesimo volo.
Anche lei osserva il mondo sempre dallo stesso punto.
Schiava di movimenti ormai svuotati di senso.
Ma questo non vuol dire che non è più in grado di fare regali.
Caterina arresta il lavaggio e, da qui in poi, la narrazione diventa inverosimile, lo ammetto.
La ragazzina sale a bordo e la nuova amica ricomincia a girare.
Su se stessa, di moto proprio.
La tanto sottovalutata rotazione sul proprio asse.
Il dono del giorno e della notte, a fronte di una fin troppo celebrata rivoluzione stagionale.
Guarda, sembra suggerire il banale elettrodomestico.
Guarda come inconsapevolmente il mondo muti ogni secondo.
Anche da qui.
Fai un passo, tu che puoi, un altro ancora e forse scoprirai che per quante voci ed esistenze apparentemente più ricche della tua volteggeranno intorno.
Nulla è più fertile.
Di una giovane vita che sappia danzare.
Su se stessa.


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mercoledì 14 ottobre 2015

Storie d’amore: Ma non mi dire e Ma dai

Ma non mi dire e Ma dai

di
Alessandro Ghebreigziabiher



C’erano una volta una coppia di anziani.
Una coppia, nel senso di due.
Nessuno sottintenda alcunché.
Perché i due erano tali solo di numero.
Lui si chiamava Ma non mi dire.
E lei Ma dai.
Il primo era un omino di ben due anni.
Da aggiungersi a novanta.
Ma i ventiquattro mesi suddetti erano storia notevole.
Perché erano esattamente il tempo che lei era entrata nella sua vita.
L’ottuagenaria Ma dai – intendo il nome della vecchina e non per diffidare della precedente affermazione – aveva difatti traslocato due anni addietro nell’appartamento accanto a quello di Ma non mi dire.
Mi riferisco ovviamente al nome del vecchietto, sebbene sarebbe quanto mai singolare che io stesso dubitassi delle mie parole.
Nondimeno, era proprio questo che accomunasse i due.
Dubbio, un dubbio atroce verso tutto e tutti.
Da cui i nomi di entrambi.
Ovvero, dai nomi stessi la loro storia.
Eppure, capita talvolta che laddove quest’ultima risenti dell’accostamento di diverse narrazioni, per quanto simili, gli esiti possono essere imprevedibili.
Buongiorno e buonasera, arriva il freddo e torna il caldo, prego e grazie, queste erano state le uniche parole che i due avevano scambiato.
Arduo figurarsi il contrario.
Ma non mi dire, intendo il nome… ma ormai è chiaro, era sempre vissuto solo.
Senza amici e relazioni più o meno significative, al netto di una carneficina di parenti da parte di sua maestà il tempo.
Il suddetto tiranno aveva isolato allo stesso modo anche Ma dai, mi riferisco al nome… ok, mi sto ripetendo, che alla stregua del vicino viveva un’esistenza praticamente impermeabile al resto del mondo.
Entrambi si nutrivano della propria casa.
Che fosse fatta di soffitti, pavimenti e finestre, piuttosto che di pensieri e rimuginare su questi ultimi, non v’era molta differenza.
Finché.
Ma non mi dire, direte voi, non nel senso del nome, stavolta.
Ma dai, salterà su qualcun altro, non parlo della vecchia.
Ma è così che funziona, lo sappiamo tutti.
Nelle storie, come nella vita, c’è sempre un finché dietro l’angolo. Il problema è che non esiste finché non svoltiamo, ecco.
La curva del racconto per i nostri si palesò la sera dell’ultimo dell’anno, al termine di quella manciata di mesi di comune e formale vicinato.
Tornati alla stessa ora da una veloce spesa prima di cena, si incontrarono nell’ascensore.
Buio.
Non dissolvenza da cinema.
Proprio buio pesto e poi luce d’emergenza.
Perché era davvero un’emergenza, cara luce artificiale che guardi da lassù i due vecchietti.
Si è bloccato l’ascensore, pensarono all’unisono.
“Ma non mi dire”, disse lei.
“Ma dai”, fece lui.
E per il resto della notte di quell’ultimo dell’anno.
Si dissero e si diedero.
Tutto quello che nella loro vita non avevano mai detto.
E dato.


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giovedì 8 ottobre 2015

Libro sui migranti e il razzismo: La truffa dei migranti

La truffa dei migranti

Un romanzo di
Alessandro Ghebreigziabiher

Tempesta Editore

Dal prologo:
Gli occhi di Ahmed.
Oh… gli occhi di Ahmed. Mi potrei perdere, lì dentro. Lo vorrei. Davvero. Se vedeste quel che vedo io, la pensereste come me.
Se vedeste quel che vede lui, vorreste essere lui.
Perché in fondo la vita è guardare. Vivere è guardare. Si esiste con gli occhi. Altro che cuore e polmoni.
Ovviamente, non prendetemi alla lettera, altrimenti sarebbero gli impossibilitati a vedere a essere lasciati fuori della porta di questa storia.
Guardare è immaginare. Che sia quel che l’occhio effettivamente intercetti o piuttosto quel che presuma di aver visto, visione o delirio, realtà tangibile o illusione, ciò che conta è quel che la mente proietta sul nostro schermo personale.
Il nostro magico monitor a infinite dimensioni e altrettanti pollici.
Non v’è differenza. Non ce n’è mai stata. E mai ce ne sarà.
Questa è la più grande fortuna di chi racconta storie.
E di chi le ascolta. Con speranza nel cuore.
Ramakeele ha compiuto settant’anni da poco e ha una storia da raccontare. Anzi, no.
Diciamo che ha un piano…


Sinossi:
Ghebreigziabiher Alessandro
La storia inizia da qualche parte, lontano, laggiù.
Un’anziana donna di nome Ramakeele, un po’ maga, il più delle volte solo una che racconta storie, ha un’idea che potrebbe permettere ai suoi cari di sopravvivere a morte sicura.
Il piano consiste nel bere una pozione da lei preparata, grazie alla quale la gente al di là del mare vedrà loro, i neri, come bianchi.
Ovvero, vedrà solo quel che vorrà vedere.
Il figlio di Ramakeele, Bikila, sua moglie Kereeditse e il piccolo Ahmed, accompagnati dalla bella Shani e l’orfano Tinochika accettano la sfida e partono con lei verso il nostro paese.
Qui faranno la conoscenza della coraggiosa Teresa dai capelli rossi, suo fratello Matteo, il ragazzo speciale e i loro genitori, Marco e Sara.
Incontreranno lo scrittore del palazzo, Eduardo, sua moglie Lina dalle dita danzanti e Daria la portinaia.
Sfortunatamente, si imbatteranno in Vito, il padre di Tommaso, compagno di banco di Teresa.
In un appassionato confronto tra chi vede quel che vuol vedere, con tutte le differenze del caso, la truffa dei migranti verrà scoperta.
Affinché la storia vada avanti.


Per comprarlo:
La truffa dei migranti (ISBN 9788897309758)
Nei siti specializzati (in aggiornamento): Ibs, Feltrinelli, Amazon, Mondadori, Libreria Universitaria, Unilibro

In alternativa, acquistabile sul sito dell'editore: La truffa dei migranti
Oppure ecco l'elenco di librerie sul territorio nazionale dove è possibile comprarlo o ordinarlo: librerie

Segnalazioni, recensioni e citazioni (in aggiornamento):
    Sabato 16 Aprile 2016, presentazione - spettacolo in occasione del 15° Convegno Nazionale Franco Argento culture e letteratura dei mondi - “NON SOLO ACQUA, NON SOLO ARIA” - La letteratura come bene comune, Ferrara



    Guarda il Booktrailer:






    mercoledì 7 ottobre 2015

    Storie di scuola: l’importanza delle conseguenze

    L’importanza delle conseguenze

    di
    Alessandro Ghebreigziabiher




    Consegnatemi i testi, disse la professoressa di lettere alla fine della lezione.
    Raccontatevi con una pagina e fatelo con sincerità e coraggio.
    Questo era stato invece l’invito dell’insegnante alla vigilia del precedente fine settimana.
    Il lunedì la donna, al proprio esordio alle scuole superiori, si era imbattuta in uno dei colori più suggestivi del meraviglioso arcobaleno volgarmente detto adolescenza.
    Se chiedi a un manipolo di quattordicenni di essere sinceri e coraggiosi, preparati.
    Preparati ad aspettarti di tutto.
    Consegnatemi i testi, aveva quindi detto poco dopo che l’ultimo studente aveva terminato di leggere il suo componimento.
    L’aveva detto a tutti.
    Ma l’aveva detto solo per l’ultimo.
    L’ultimo componimento, dell’ultimo studente all’ultimo banco della fila al centro.
    Leggi pure come la zona dove si celano il timorato del cattedratico giudizio e molto altro.
    Già molto altro, nell’arcobaleno di cui sopra.
    Mattia, aveva chiamato la prof, non scorgendo luce provenire dalle già citate retrovie.
    Dopo un tempo quasi teatrale il giovane dalla chioma vermiglia, portatrice di uno spettinamento ancora memore dell’impronta del cuscino, aveva raggiunto il proscenio scolastico e seppur con il foglio preda del tremore delle dita aveva letto con voce salda la storia di sé.
    “Mi piacciono i tavoli, mi sono sempre piaciuti. Sulle pareti della mia camera non ci sono cantanti o calciatori ma solo poster di tavoli di tutte le forme e i materiali possibili, quattro gambe, tre, e perfino due, sfidando ogni vincolo gravitazionale.
    Sono un musicista, ma non ho la chitarra, come mia sorella, che è brava, ma è stonata.

    Suono la finestra e me la cavo assai. Se volete vi spiego: soprattutto quando piove, così ho un accompagnamento gratuito, appoggio gli avambracci al vetro e ticchetto quest’ultimo con i polpastrelli, avvalendomi di un innato senso del ritmo, senza falsa modestia. Se grandina scivolo sull’hard rock, ma solo laddove sia d’umore particolarmente nero.
    Vado a letto ogni sera subito dopo cena e mi sveglio tutte le notti alle quattro in punto sin da quando avevo sei anni.
    Sei appena compiuti.
    Tre e cinquantotto, cinquantanove e... via, in piedi.
    Mi alzo, metto le cuffie e ballo, sempre con la stessa canzone, che non è una ballabile, ma non è importante.
    Scusate, ma adoro mangiare la pasta cruda. Lo so che non fa così bene, ma non me ne curo. Sempre meglio che fumare, dico io.
    Mangio anche quella ben cotta, al dente, ma cruda è un’altra cosa, credetemi.
    Provate e poi ne parliamo.
    Alla doccia preferisco fare il bagno, ma pieno fino all’orlo, che quando entri nella vasca l’acqua fuoriesce e bagna il pavimento.
    E’ una conseguenza ed è importante.
    E’ importante, secondo me, anzi è fondamentale, fare cose che abbiano delle conseguenze.
    E’ la prova che, malgrado quel che dicano gli altri, siamo qui.
    Nel bene o nel male siamo qui.
    Io sono qui, adesso.
    E sebbene esattamente alle quattro del mattino di otto anni fa mia madre abbia deciso di abbandonare questa storia, la mia, anche lei è qui.
    Come la musica della sua canzone preferita.
    Che non è ballabile, ma due passi nella notte le merita.
    Questa è la conseguenza di una delle sue scelte.
    L’ultima.
    Spero che le conseguenze delle mie vi rendano felici.
    A parte l’acqua sul pavimento del bagno…”



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