mercoledì 13 febbraio 2019

Hai bisogno di qualcosa?

Hai bisogno di qualcosa?

di
Alessandro Ghebreigziabiher


Si sogna, sovente si dimentica di averlo fatto, ma talvolta qualcosa sopravvive al mattino.
Di frequente sono gli incubi più terribili a vedere la luce del giorno, ma talvolta anche alcuni bei sogni varcano la soglia della coscienza e sono quelli più vividi, malgrado improbabili, con accenni di realtà che spesso risulta più tangibile perfino di quel che effettivamente tocchiamo ogni giorno con mano.
Succede lo stesso con alcune storie e alla fine della fiera non sai più se hai sognato, ovvero solo letto uno strano racconto.
Questo è ciò che accadde a Samuele, undici anni e una immaginazione piuttosto vulnerabile innanzi alle fantasticherie che ci circondano quotidianamente.
Quella domenica aveva trascorso buona parte del pomeriggio in ospedale per visitare la nonna, novant’anni e un destino ormai segnato dal solito, impietoso tumore.
La cosa buona era che tutti i suoi figli, e gran parte dei parenti, le erano vicini, ad accompagnarla nell’ultimo tratto di vita.
La sera, dopo aver cenato e visto un po’ di tv con i suoi, il ragazzino andò a dormire alquanto carico di pensieri.
Spense l’abat-jour, chiuse gli occhi e dopo pochi istanti prese sonno.
La fase REM non ci mise tanto ad andare in scena, con il capocomico inconscio a guidare la sua sorprendente compagnia teatrale di ricordi e fantasie. Perché, non dimentichiamolo, a undici anni i sogni hanno una potenza tale da far spettacolo, questo è indubbio.
“Benvenuto, dottore”, gli disse una volta aperto il sipario del suo cervello una signorina di bianco vestita che tanto assomigliava all’infermiera che accudiva sua nonna. “L’accompagno per la consueta visita.”
Samuele accettò senza discutere il ruolo assegnatogli dalla sua psiche.
Perché, non dimentichiamo anche questo, a undici anni il coraggio di mettersi in gioco è altresì spettacolare.


Alessandro Ghebreigziabiher

“Questo è un ospedale, giusto?” chiese per essere sicuro di dove si trovasse.
“Certo, dottore. Siamo nella clinica dei bisogni al contrario.”
“E io sono il dottore.”
“Sicuro, lei non è mica un adulto, come i nostri malati.”
“Non abbiamo pazienti bambini?”
“Dottore, scherza? Voi siete gli unici che possano curare i grandi.”
Samuele non capì cosa la ragazza intendesse, ma era solo questione di tempo prima che avesse tutto chiaro.
“Venga, che le faccio incontrare i nostri ospiti.”
Entrarono in una camera, anch’essa molto simile a quella della nonna, dove c’era un tizio davanti al computer che non faceva altro che parlare di andamento della borsa e di azioni.
“Come lei ben sa, dottore”, disse l’infermiera, “qui noi curiamo i bisogni travisati. Quest’uomo è convinto che sia la natura ad aver bisogno di noi, quando è esattamente il contrario. Per questo perde il suo tempo a far soldi, invece di curarsi dell’ambiente.”
Il secondo malato era un tizio che con calce e mattoni era intento a tirare su muri dopo muri intorno a sé.
“Quest’uomo, invece, crede che siano le genti che vengono da lontano ad aver bisogno di lui, ignorando che è esattamente l’opposto. Perché l’umanità è tutta quella che bussa alla tua porta, senza la quale sei come un deserto senza fine, dove i miraggi sono tutto quello che ti rimarrà tra le mani alla morte.”
Il terzo paziente era invece un tizio che aveva infilato la testa dentro un monitor, come una specie di casco da sub.
“Lui è il più folle”, disse la ragazza, “perché si è persuaso di non aver bisogno di ascoltare il prossimo, e che siano solo gli altri ad avere questa necessità. Come se la sua voce sia tutto, e tutto sia il nulla che da essa dipende.”
Un altro ancora nuotava in una vasca da bagno ricolma di cellulari, ed era l’uomo che riteneva di avere assoluto bisogno di un telefono per incontrare il prossimo, trascurando la beffarda realtà.
“Quale?” chiese Samuele.
“Semplice, dottore, lei dovrebbe saperlo meglio di me. Sono gli oggetti di cui gli adulti sono ossessionati ad aver bisogno di loro, invece che l’inverso.”
E così via, il viaggio proseguì all’interno della clinica dei bisogni al contrario, dove i grandi venivano curati per le loro assurde contraddizioni.
Quindi, alla fine del giro - e del sogno – il nostro fece la domanda più importante.
“Perché il dottore sono io?”
“Perché solo un bambino, il quale ha bisogno di tutto il meglio che i grandi possano offrirgli, è in grado di ricordar loro l’importanza di accogliere i doni della vita e riconoscerli qualora si palesino.”
Musica, sipario, e luce del sole attraverso le tende della finestra.
Samuele sollevò le palpebre e senza indugio corse in cucina, dove la mamma stava preparando la colazione.
Le si avvicinò, le disse buongiorno, la donna rispose al saluto, e poi, posando delicatamente la mano sulla sua, il bambino le sussurrò: “Mamma...”
“Sì, caro?”
“Dimmi, hai bisogno di qualcosa?”
 

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mercoledì 6 febbraio 2019

La nave dei sogni

La nave dei sogni

di
Alessandro Ghebreigziabiher


C’era una volta una terra.
Che sembra un’isola, ma non lo è, no che non lo è.
Malgrado i sovrani di oggi facciano di tutto per renderla tale.
Isolata dal mondo, dai mari e da altra terra, già, ma anche da speranze insopprimibili, che puoi chiamare semplicemente sogni.
Perché di questo si parla e si vive, ovunque.
Nondimeno, c’era una volta una terra e tu cancella.
Lì, dove la memoria si fa più vulnerabile, dove i medicamenti applicati nel tempo a ricucir ferite e lesioni profonde furono affrettati e superficiali, confusi e per nulla consapevoli, immagina di cancellare i frammenti chiave.
Leggi pure come i passaggi della storia che ti spiegano meglio quando e perché sbagliasti allora.
Come se togliessimo dalla fiaba di Biancaneve la scena della strega che tenta di propinarle la mela avvelenata.
Quante donne hanno imparato così a distinguere tra un frutto mortale e un amorevole dono?
Come se oscurassimo nell’Iliade il momento in cui il prode Achille soccombe per la freccia di Paride dritta sul suo fragile tallone.
Quanti di noi hanno in tal modo appreso l’arte di proteggere con cura i propri punti deboli?
Come se eliminassimo dalla vicenda di Pinocchio tutti gli istanti in cui costui comprende la stupidità del mentire alle persone più care.
Quante bugie abbiamo risparmiato a coloro che amiamo, grazie all’esempio del racconto passato?



Alessandro Ghebreigziabiher

Ebbene, figurati di vivere oggi in un luogo siffatto, privato della capacità di fantasticare un orizzonte migliore, a occhi più o meno aperti.
Poi, come spesso accade, il vento o il destino riportano indietro ciò che in maniera innaturale hai cercato di estinguere dalla tua esistenza.
Il nostro caso, la nostra storia, è tutta lì.
Una nave che si palesa sulla magica linea tra cielo e terra.
Che all’inizio appare minuscola, e pian piano si fa grande innanzi ai nostri occhi, man mano che le distanze diminuiscono e gli illogici vuoti creati dagli stolti vengono colmati.
È una nave speciale, quella che si avvicina alle nostre rive e invade le paure dei vili.
È una nave carica di sogni viventi.
È altresì un sortilegio dovuto a una indebita cancellazione, quello che infetta il tuo occhio denudato di empatia e fantasia, che ti mostra soltanto persone dalla carnagione aliena e sofferenti per il viaggio.
Che addirittura diffonde minacce e pericolo per la tua sicurezza.
Ogni volto, ogni forma umana, ciascuno sguardo, sono letteralmente sogni di cui hai perso il valore e la conoscenza.
Il sogno di esser vivo il giorno seguente.
E il sogno di bere acqua in ogni istante la sete lo richieda.
Il sogno di avere un letto tutto tuo.
E il sogno di avere cibo nel piatto almeno una volta al dì.
Il sogno che tuo figlio possa ancora sognare.
E il sogno che possa almeno vivere, anche senza di te.
Il sogno di toccare terra con il cuore, ancor prima che con i piedi e le mani.
E il sogno di sapere che c’è qualcosa, alla fine del sogno, per cui vale la pena.
Morire e sognare.
..

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giovedì 24 gennaio 2019

La memoria che dovrebbe sopravvivere

La memoria che dovrebbe sopravvivere


di
Alessandro Ghebreigziabiher


È il 27 gennaio del 2019. Siamo ad Auschwitz, nella data giusta, per valore del ricordo e, soprattutto, del riverbero che quest’ultimo dovrebbe avere nella nostra vita. Dove il suddetto verbo, perdonate la ripetizione, non dovrebbe essere al condizionale.
Ecco, è tutta una questione di tempo, questa nostra comune vicenda che tutti ci lega, dei verbi come delle storie.
È notte fonda e Claudia è in giro anche stavolta, come spesso le capita. A sedici anni non è una buona cosa stare fuori fino a tardi, lamenta la nonna, ma è messaggio che si fa labile, una volta giunto alle orecchie della ragazza.
Da quando i genitori sono scomparsi in un maledetto incidente d’auto, avvenuto tre anni addietro, la notte è la sua scenografia preferita, è il colore ideale per tinteggiare le pareti della sua immaginazione ferita, è la madre che tutti accoglie e nell’equa oscurità non fa distinzione alcuna tra umano e umano.
Nondimeno, non è in giro per far danni o per trasgredire qualche regola.
La giovane è semplicemente convinta che le cose più importanti, come la verità e l’amore, alla stregua dei quadri più riusciti, meritino la luce migliore.
Quella della notte, già.
Così, malgrado avesse ascoltato attentamente il racconto della guida, insieme agli studenti presenti alla lodevole visita al campo di concentramento, non ha resistito al bisogno di osservare i resti dell’abominio legalizzato con la personale cura.
Non fa tanto freddo quanto credeva, si dice scendendo dalla bicicletta temporaneamente presa in prestito, dopo averla già adocchiata nel pomeriggio, al rientro in albergo con i compagni.
Così, avanza lentamente, assaporando con avidità il silenzio che quella terra esige, così come uno sguardo ampio e pronto a registrare ogni cosa, prendendo nota di ciascun dettaglio.


Alessandro Ghebreigziabiher

Sarà per colpa dell’atmosfera lugubre, o forse della sua macabra fantasia, nel tempo nutrita da quantità industriali di letteratura gotica e film horror, improvvisamente un rumore sinistro raggiunge le sue orecchie.
Quindi, magari proprio per la naturale predisposizione a tali inammissibili apparizioni, Claudia non batte ciglio e anzi avanza incuriosita scorgendo i fantasmi che in massa avanzano verso di lei, emergendo in ordine sparso dai casolari abbandonati nel campo.
Poi, a un tratto, si fermano tutti al cancello, evitando accuratamente di oltrepassarlo.
La ragazza, tutt’altro che impaurita, si avvicina, come se si trovasse davanti qualcuno che conosce da tempo.
Capita sovente a coloro i quali hanno incontrato la morte degli intimi affetti da troppo giovani.
“Voi siete le anime delle vittime, vero?” chiede rivolgendosi a un ragazzo più o meno della sua età, nell’aspetto.
“Sì”, fa lui, accompagnando la parola con il movimento in avanti del capo.
“So che serve a poco, ormai”, mormora la ragazzina, “ma voglio dirti che mi dispiace tantissimo per quello che vi è successo.”
“Grazie”, fa lo spettro dalle giovanili fattezze. “Ma dimmi, piuttosto, com’è adesso il mondo, là fuori? La guerra è finita? Siete in pace, ora? Chi governa sulla terra?”
Claudia ha come l’impressione di non essere la prima a cui costui rivolge quelle domande. E difatti, solo in quel momento, si accorge che tutti gli altri la stanno fissando, ansiosi di conoscere la sua risposta.
Sebbene si renda conto della notevole responsabilità che le tocca, capisce anche che ormai ha l’obbligo di parlare. Perché è questo che chiedono i caduti, soprattutto coloro rimasti ingiustamente indietro. La nostra voce, la nostra onesta e consapevole voce.
“La guerra è stata vinta dagli Stati Uniti, il cui attuale presidente ha spaccato la nazione a metà come mai prima. Minaccia ogni giorno i paesi, le persone e le culture che non gli piacciono, e vuole costruire un muro tra il Nord America e il Messico.”
“E la Russia?” la incalza il ragazzo.
“È guidata da un uomo che dimostra di non avere alcun rispetto per i diritti umani e per la democrazia, mentre il suo governo, come quello degli USA, si intromette nelle elezioni straniere sistematicamente, per dividere e creare caos a suo vantaggio.”
“Vai avanti”, esclama il fantasma di una donna accanto al ragazzo.
“Perdonate”, fa Claudia sentendo i propri occhi farsi umidi. “Scusatemi davvero, vorrei darvi buone notizie. Vorrei dirvi che i nazisti non ci sono più, ma non è così. Sono ovunque, hanno facce diverse, modi nuovi di parlare, e in alcuni Stati siedono perfino in parlamento. E malgrado usino altri nomi e altri simboli, il loro messaggio razzista e disumano è lo stesso. Alcuni sono al governo del mio paese, oggi, come in Austria… sì, proprio dove è nato lui, ma anche in Ungheria e pure in Brasile. Perfino qui in Polonia… sì, lo so, è folle, è incredibile, ma è tutto vero. Questa è la vera assurdità, non i fantasmi innanzi a me, con cui sto parlando in questo momento, bensì la realtà che c’è alle mie spalle.”
“E gli ebrei?” Chiede un vecchio dal fondo della folla. “Sono ancora perseguitati?”
“No, ma ogni epoca ha le sue vittime preferite. Oggi sono i migranti.”
“Chi sono i migranti?” domanda il ragazzo.
“I migranti sono esseri umani che vengono discriminati e umiliati, sacrificati e strumentalizzati, uccisi o lasciati morire, proprio come è accaduto a voi.”
“Se non sono ebrei”, chiede un bambino facendosi largo tra il ragazzo e la donna. “Di cosa li accusano?”
“Di essere ciò che sono, ovvero migranti, gente che tenta di sopravvivere al meglio lasciando la propria terra per quella nuova.”
“Ma gli ebrei sono arrivati nella terra promessa?”
“Non tutti, ora sono sparsi per il mondo, ma quelli che sono in Israele vivono sotto un governo che fa di tutto per essere in guerra con il più vicino e, malgrado ciò che entrambi gli schieramenti sostengano, maggiormente simile popolo sulla terra, ovvero i Palestinesi.”
Claudia non ha quasi più fiato e la voce è stremata dal pianto che con fatica ha trattenuto. Non ho diritto di mostrare lacrime di fronte al dolore di costoro, si è detta per darsi forza.
“Ma uscite da qui”, aggiunge un attimo dopo. “Siete liberi, ormai.”
“No”, risponde immediatamente e con strenua fermezza il ragazzo, parlando anche a nome degli altri. “Noi siamo liberi, ma voi non lo siete affatto. E di fronte all’immane tragedia che è accaduta qui avete fatto la scelta peggiore.”
“Quale?”
“Sull’altare delle offerte a vostra disposizione, da un lato c’eravamo noi, i morti e le nostre illuminanti storie da cui trarre insegnamento e dall’altro il campo stesso, con i suoi strumenti di tortura e i suoi ottusi recinti. E voi avete scelto di far sopravvivere quest’ultimo.”
Ora siamo noi nel campo, pensa Claudia, non voi.
Quindi, come se fosse la cosa più naturale del mondo, attraversa la soglia e si unisce ai fantasmi. C’è ancora tempo prima che farà giorno, c’è tempo per tornare all’albergo, c’è tempo per ascoltare e capire ancora di più di quel che abbiamo perso.
Perché, malgrado tutto, per nostra fortuna, anche se non sarà per sempre.
Siamo ancora in tempo.
 
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