mercoledì 25 maggio 2016

Storie sulla diversità: L’altro

L’altro

di
Alessandro Ghebreigziabiher


C’era una volta un pianeta dove vivevano solo due abitanti.
Lui e l’altro.
Ma non era questa la cosa più bizzarra.
Dovete sapere che, malgrado il loro mondo fosse tutt’altro che immenso, i due non si erano mai incontrati.
Da vicino, gli occhi di lui in quelli dell’altro, insieme nello stesso luogo, istante e comune racconto.
La vita di lui proseguiva come le vite di molti.
Con alti e bassi a intervallare una strada composta unicamente da toni medi.
Tipico, malgrado ci si convinca del peggio, o al meglio, letteralmente del suo contrario.
Nondimeno, eventualità altrettanto scontata, lui iniziò a cercare quel che dall’inizio dei tempi le creature dagli orizzonti offuscati cercano.
Un colpevole.
Un facile colpevole.
Qualcuno che rispondesse di quel che lui non poteva o non voleva rispondere.
Perdeva di vista gli occhiali, mancava la corrente, il pc non si connetteva, l'app non si aggiornava, si sentiva triste o solo, dormiva male, faceva incubi, scivolava nella vasca o anche solo pioveva.
Già, pioveva.
“La colpa non è mia, quindi deve essere dell’altro.”
Eccola, è tutta qui la facile logica delle anime miopi, dove la parola magica non è logica, ma facile.
Prese quindi a maledire l’altro, a odiarlo, a disegnarne il fantomatico volto su un foglio per poi strapparlo in cento pezzi da poi bruciare e rifare tutto d’accapo.
Cominciò a immaginare come avrebbe potuto colpirlo, ferirlo a morte, torturarlo per farlo confessare di essere il colpevole.
Di tutto.
Provò emozioni che non aveva mai provato prima.
Paura nella sua stessa casa.
Della sua stessa casa.
Di qualsiasi frammento che la componeva.
Perché ognuno di essi, magari con la complicità di una banale oscurità dovuta al tramonto, si tramutava all’istante nel terribile viso.
Dell’altro.
Era ormai consumato da una miscela venefica di incontenibile collera e sfrenato terrore, quando qualcosa di inaspettato accadde.
Bussarono alla porta.
Lui si avvicinò con estrema cautela all’uscio e lentamente aprì.
“Salute a te”, disse l’altro. “Io sono lui.”
E per altrettanto facile logica, lui non poté fare a meno di rispondere e al contempo capire: “Allora io devo essere l’altro.”



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mercoledì 18 maggio 2016

Storie di scuola: Due all’infinito

Due all’infinito

di
Alessandro Ghebreigziabiher


Ci si stanca.
Capita, talvolta capita, nelle storie in vetrina.
Accade un miliardo di volte, là dietro.
Per esempio succede che il sottoscritto, un bidello, ovvero un collaboratore scolastico, si metta in testa di collaborare, certo, ma a modo proprio.
Scrivendo, anzi, trascrivendo vita.
Come quella che ho visto andarsene a casa, in vacanza, a conquistare il mondo o anche solo riappropriarsi del proprio orizzonte.
Ci si stanca, l’ho detto.
Spesso, celate negli angoli sottovalutati dalle telecamere ossessionate dalle trame rumorose, danzano esistenze che una volta, una volta sola e basta, gridano al mondo di passaggio.
Traducendo a senso, non ci avevate capito un fico secco, vi eravate illusi di aver compreso il tutto, ma quel che stringevate in mano era quasi nulla.
Di quel tutto.
Luigi era uno di quelli.
Ognuno ne ha, di costoro, sotto gli occhi ogni giorno, anzi, lontano da essi, quasi sempre. Abitanti dell’universo anonimo, con il volto perennemente ricoperto di inequivocabile passività, fino a prova contraria.
Ma laddove sia questa che cerchi davvero, amico mio, poi non lamentarti dello spettacolo.
Sei tu che l’hai chiesto.
Luigi era uno di quelli, ripeto.
Non solo si era meritato, se così si può dire, uno zero in matematica talmente zero da far sentire i cinque e anche i quattro in classe dei geni della logica più pura.
Ma il nostro veniva anche ripreso e dileggiato per le sue carenze aritmetiche sulla pubblica piazza dal maestro dei numeri.
“C’è chi non fa i compiti a casa”, dichiarò un giorno il professore fissando Luigi all’ultimo banco, prima di comunicargli l’ennesimo ultimo posto in classifica, “e poi c’è chi è capra a prescindere.”
E giù risate.
Non tutti ridevano, è chiaro, non starò qui a raccontare di un mondo crudele e cinico, ma del silenzio di chi rimaneva a guardare senza reagire.
Ci si stanca, lo ripeto.
Ci si stanca anche del silenzio.
Luigi, sto parlando di lui, lo sto facendo dall’inizio, se non s’era capito.
L’idea gli venne allorché l’insegnante, a una settimana dalla fine dell’anno scolastico, disse squadrandolo con evidente disprezzo: “Tanto, per quanto riguarda la mia materia, sarai bocciato, te lo dico subito. Ma qualcosa di matematica l’hai capita, almeno? Almeno un po’ di orgoglio, ce l’hai?”
Orgoglio, sì, pensò senza rispondere l’interessato, ce l’avevo, tanto da riempire la classe, tutti i bagni, la presidenza, la palestra e perfino il laboratorio di scienze.
Solo che poi ho iniziato a riempirli con altro.
L’idea crebbe nei giorni successivi fino a divenire matura e la mattina dell’ultimo giorno di scuola il professore intravide un’inaspettata mano alzata.
“Sì?” chiese incuriosito.
Di tutta risposta Luigi abbandonò le retrovie del teatro studentesco e raggiunse la lavagna con il viso illuminato da un chiarore che il resto dei compagni non aveva mai visto. Neppure nel proprio specchio nel giorno del più bel compleanno della loro seppur breve esistenza.
“Qualcosa di matematica”, disse spostando il proprio sguardo sugli studenti dopo aver osservato per qualche significativo secondo l’espressione basita del docente. “Sì, certo, un calcolo, anzi, no, un teorema. Ho creato e dimostrato un teorema.”
“Sentiamo, allora”, lo invitò l’insegnante con palese scetticismo nel tono della voce.
“Due sono i lati principali di un rettangolo, la base e l’altezza, questo ho capito, questo ho visto nel rettangolo che ai miei occhi diventa pagina. Che insieme ad altre, fino a oggi, mi ha tenuto compagnia. Mi ha tenuto in vita. Mi ha tenuto qui. Mi ha tenuto insieme.”
“Di cosa stai parlando?”
“Di libri, di storie, di romanzi, di avventure, di inverosimili vicende umane. Due sono i lati principali del regno adorato, la base e l’altezza, ma altri due chiudono il tutto, un’altra base e un’altra altezza, serrando i confini della pagina. O del rettangolo.”
“Luigi, non capisco questo cosa c’entri...”
“C’entra, professore, ovvero il contrario. Nulla può entrare lì, se lo vuoi e puoi lasciare tutto fuori. Anche le cose peggiori.”
“Cosa?” domandò una compagna del ragazzo, la più carina tra le carine, che neanche in un incubo lo avrebbe considerato degno di attenzione.
In una frazione di secondo Luigi vide apparire nella sua mente le bottiglie di whisky sparse per la casa, le siringhe abbandonate nel bagno e la desolazione ovunque, al di là dei benedetti confini di cui sopra. E con la medesima rapidità ricacciò il tutto da dove era arrivato, maledetta realtà.
Ignorò la domanda e sorrise.
Dal canto suo il professore si spazientì.
“Dicevo, tutto questo non c’entra con la matematica. Il tuo rendimento quest’anno porta sempre a zero…”
Ci si stanca, è normale e Luigi era uno di loro, lo ribadisco.
“No, professore”, replicò con notevole calma. “Lei ha sbagliato. Non ha fatto i compiti oppure non è proprio in grado di capire. Eppure mi sembra di esser stato chiaro. Due sono i lati che contano, due sono quelli che chiudono il cerchio.”
“Fa quattro?” ipotizzò l’insegnante confuso.
“No, professore. Fa tanto, tanto di più.”
Quindi, senza smettere di sorridere, Luigi aprì la porta della classe e uscì, non prima di avermi guardato.
Di aver guardato l’unica persona a cui aveva aperto il suo cuore ferito.
Risposi al suo sorriso all’istante, prima di vederlo allontanarsi all’orizzonte di un piccolo corridoio.
Perché a differenza del professore di matematica sapevo quanto grande fosse quel tanto, quasi quanto le storie che si nascondono dietro i volti dei nostri trascurati e trascurabili compagni di viaggio.
Come lui ed io.
Due all’infinito.



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mercoledì 4 maggio 2016

Il condominio delle famiglie incomplete

Il condominio delle famiglie incomplete

di
Alessandro Ghebreigziabiher


Alessandro GhebreigziabiherC’era una volta una famiglia incompleta.
Lo era per antonomasia e da ogni punto di vista.
Tutto non era abbastanza, nelle vite di ciascuno dei componenti.
Papà non era sufficientemente astuto per far carriera e non riusciva mai a colmare quel tratto di strada che gli avrebbe fatto raggiungere la vera meta di ogni vincente moderno. Piacere a chi custodiva le chiavi dei piani migliori, dove l’aria è condizionata a perfezione e la fortuna non è mai troppa. Perché si sa che nel mondo reale il lieto fine non è altro che la naturale conclusione di un lieto inizio.
Mamma non era concreta a sufficienza e si vedeva, cavolo se si vedeva. Mi basta dire che lo smisurato numero delle occasioni propizie trascurate era paragonabile solo alla quantità di inutili e traballanti castelli di carta velina dentro i quali aveva pensato di tenere al sicuro la propria ingenuità. Che è profilo adorabile nella ragazzina dagli occhioni perennemente grati alle cose per come sono, ma poi il tempo passa e di increspature su quel paramento di leggerezze intessuto non ne vedi alcuna e il tutto comincia a irritare financo i meno irritabili. Cosa avrai da ridere, scema, è il minimo che puoi aspettarti.
I due figli, poi, erano esistenze monche da manuale.
Al maschietto mancava l’altezza mezza bellezza e pure la mezza bellezza restante, mentre la femminuccia era carente del requisito base, ovvero la femminilità. Almeno in accordo col comune sentire, certo, perché dal canto suo si sentiva donna e agiva da tale, scegliendo movimenti e parlata, abiti e abitudini seguendo le personali inclinazioni. Ditemi voi se esista strada più a rischio di incompiutezza di questa.
Il destino era segnato per i nostri e inevitabilmente la vita consegnò loro il proprio avviso di sfratto.
Il papà fu licenziato in tronco, la mamma idem e i ragazzini rimandati, bocciati ed espulsi, tutti in una sola volta. Perché quando il mondo ci si mette d’impegno a cancellarti dall’inquadratura fa le cose per bene. O male, dipende sempre da chi sia il defenestrato e chi solo un fortunato spettatore.
La famiglia incompleta si ritrovò all’improvviso in mezzo a una strada.
Ovverosia, coerentemente con la storia, nella parte difettosa di quest’ultima.
Una delle tante buche dimenticate sulla via, che mettono in pericolo soprattutto il cammino dei veloci.
I nostri scesero all’interno della fossa e scoprirono un'altra città.
Anzi, una città incompleta, letteralmente.
Una citt.
Nella citt c’erano person come noi, ma nessuna di esse era stata disegnata con la necessaria precisione.
Tutto, anzi, tutt era manchevole di qualcosa.
La famiglia incompleta, che aveva vissuto sino a quel momento inseguita di continuo dall’ansia dei vuoti incolmabili e il rimpianto per le vette irraggiungibili cominciò a rilassarsi.
Non capita spesso, ma laddove il miracolo avvenga, perfino in età matura, è roba spettacolare, senza scherzi.
Sentirsi per la prima volta a casa.
Anzi, a cas.
E la vera meraviglia fu che trovarono quest’ultima in un palazzo enorme, un condominio di una vastità incalcolabile, pieno di gente come loro.
C’era chi non era stato abbastanza cauto nel tacere e tenere la verità per sé e chi non era stato sufficientemente rapido nell’alzare la mano, quando fecero la conta dei sostenitori della ragione più ragionevole.
C’erano tutti, insomma, tutti coloro che non avevano mai avuto alcuna chance di terminare la corsa, per i quali arrivare ultimi sarebbe stata la gioia della vita.
La famiglia fu accolta da un applauso scrosciante, fuori giri e di battito stonato, indubbiamente.
Ma fu la prima volta che provarono cosa volesse dire riceverlo a prescindere da quanto ti manchi nella sporta.
Amor.


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