mercoledì 28 giugno 2017

Storie sull’amicizia: Ho perso tutto

Ho perso tutto

di
Alessandro Ghebreigziabiher

Ho perso tutto.
Ho perso davvero ogni cosa, quel giorno.
Che roba, se ci ripenso.
Uno di quei momenti che marcano il viaggio, senza scherzi.
Già era iniziata da schifo, diciamolo.

Alessandro Ghebreigziabiher
Lo sapevo che mi avrebbe bocciata, quella stronza, lo sapevo da mesi.
Ma sono idiota o cosa? Perché cavolo mi sono prenotata all’esame?
Lo so io, perché, è inutile che ci giriamo intorno.
Perché so di essere fortunata.
Ho culo, okay?
Tutti lo sanno, mamma lo dice da sempre e mio fratello non fa altro che ricordarmelo quando a lui dice male.
Bello? Non è mica colpa mia se sei nato sfigato, d’accordo?
Lo dico a voi tutti, anche. Non è giusto che ve la prendiate con chi ha avuto vantaggi dalla natura, va bene?
E’ la natura stessa, quella con cui dovete accanirvi, ci arrivate o cosa?
Diciamolo, io il bacio dalla cieca sorte l’ho avuto eccome.
Non lo dico io, lo dicono gli altri, okay?
Ho i social che friggono di like, cuoricini e, soprattutto, di inviti a connettersi in qualche modo con la sottoscritta.
Non s’è ancora capito?
Sono bella da far paura e non ho problemi a dirlo, anzi, scriverlo.
E vi fermo subito, okay?
A parte la recente débâcle universitaria, ho un QI incredibile.
Quindi sono spaventosamente bella e altrettanto intelligente.
E vi stoppo ancora, qualora vi soffermaste sull’ennesimo luogo comune.
Non sono neppure bella, intelligente, ma stronza.
Faccio volontariato una volta alla settimana, porto i cani di nonna a cagare due volte al giorno e aiuto quel demente di mio fratello con i compiti.
Eppure, quel giorno ho perso tutto, cavolo.
Con i nervi a fior di pelle, lascio l’aula e la strega che ha decretato la mia bocciatura, per andare a prendere il treno come al solito.
Cioè, non come al solito, mi rodeva e molto.
E cosa fa, quella?
Mi si appiccica come l’edera più perniciosa.
Cordelia… ma che cazzo di nome è?
E solo perché seguiamo i corsi insieme ad altre trecento persone, si è convinta che ci conosciamo.
Ma chi sei?
No, dico, ti vesti a cappero, della serie ti tuffi nell’armadio e vediamo un po’ quello che succede.

Ti trucchi anche peggio, ricoprendo la faccia con i tuoi scarabocchi.
Non è essere snob, mi seguite o cosa?
Per quanto il guardaroba sia scarno, al giorno d’oggi, una ragazza di vent’anni un minimo di attenzione a quello che indossa come fa a non averlo? E’ una sciatteria imperdonabile.
Così, mi si incolla sulla banchina e inizia a parlarmi.
Ma chi ti ha detto che voglio ascoltarti?
A che volume, poi!
Sembrava una reclusa che aveva fatto il voto del silenzio, finalmente libera di rovesciare le sue chiacchiere sul mondo.
Ho fatto questo, ho fatto quello, vorrei far questo, vorrei far quest’altro.
Ma cosa ti fa pensare che a qualcuno interessi?
Hanno preso tutti a fissarci, la sottoscritta e quell’assordante, ridicola creatura.
Solo in quel momento, ripensando alle lezioni, ho focalizzato meglio chi fosse.
Sta sempre sola, sta!
E ti credo…
A ogni modo, che mi combina, la stramba? A forza di starla a sentire, ho perso il treno!
Capite? Siete attenti o cosa?
Dopo la botta dell’esame andato male, ho perso il treno, il che ha comportato un'altra ora con la rompiballe…
Ho provato a dirle che avevo un po’ di mal di testa, e come ha reagito?
Ha aperto la borsetta mostrandomi un intero campionario di medicinali, sembrava un informatore farmaceutico, aveva di tutto e per tutto.
Non mi sono sorpresa, ovviamente.
Così, dopo altre chiacchiere assordanti, arriva il treno, mentre nel frattempo la folla in attesa si era fatta più numerosa del solito.
Per questo lo prendo prima, no?
A ogni modo, una volta a bordo scorgo un posto libero!
Perché io sono fortunata, ve l’ho detto.
Stavate a sentire o cosa?
Mi lancio a occuparlo, quando quella rottura umana mi afferra per il braccio, per continuare ad assillarmi con le sue farneticazioni, e vengo superata da un tizio con una cravatta che non era un pugno negli occhi, bensì due ferri roventi ad accecarli entrambi.
Quindi mi faccio due ore di viaggio, in piedi con Cordelia a strillarmi nell’orecchio roba incomprensibile.
Ora, sono una persona tollerante, chi mi conosce, lo sa.
Ma pure io ho i miei limiti, come tutti.
Così, dopo aver perso all’esame, perso il treno e perso il posto a sedere, perdo anche la pazienza e inveisco sulla tipa.
E che fa, quest’ultima?
Inizia a singhiozzare con un lamento atroce.
Tutto il treno prende a fissarmi con odio, come una crudele torturatrice colta sul fatto.
Allora, un po’ per compassione, e anche per darmi un contegno, inizio a consolare quella sciagura ambulante.
E cosa fa? Mi abbraccia come se fossi un orsacchiotto vivente!
Così mi soffochi, le dico, lasciami, ti prego, la imploro.
No, perché va detto. Io ho un figurino da sballo, basta leggere i commenti sulle mie svariate foto in rete, tutta roba originale, altro che photoshop, ma quella Cordelia…
E non mi venite a parlare di disfunzioni o roba congenita.
Nessuno vi obbliga a ingurgitarvi di immondizia, okay?
Altrimenti, siete masochiste o cosa?
Una volta liberata dalla mortale stretta, pensate che il tormento sia finito?
Ma neanche per sogno. La mia inaspettata compagna di viaggio si è soffiata il naso con un assurdo fazzoletto viola tirato fuori dalla borsa medica e poi ha ripreso a martellarmi.
All’istante dell’annuncio dell’arrivo alla mia fermata, un brivido mi ha gelato schiena e tutto il resto.
Mi sono ricordata, cazzo.
Cordelia non solo scende alla mia stazione, ma mi abita di fronte.
E come avrei fatto a memorizzarla? Chi, ripeto, chi può tenere a mente una matta del genere? Solo un amante degli incubi, ecco.
Perciò, a sera già inoltrata ci incamminiamo a piedi verso le comuni abitazioni, quando la frittata totale si completa.
A pochi metri da casa, il figlio dei nuovi vicini, lo strafigo con cui ci scambiamo sguardi da mesi, finalmente si decide a rivolgermi la parola.
Non è possibile, mi son detta allorché l’ho visto avvicinarsi sorridente.
Tutta questa sfiga in un solo giorno non l’ho mai vista.
Già, perché non appena il bellone inizia a parlare, cosa pensa bene di fare Cordelia?
Dopo un paio di rutti, rigetta tutto il pranzo sulla camicia del ragazzo, peraltro di un gusto sopraffino, il quale se ne va via imprecando a rotta di collo.
Indi per cui, dopo l’esame, il treno, il posto a sedere e la pazienza, ho perso anche una possibile storia d’amore.
E’ stata solo sfortuna o cosa?
Non lo so, e sapete la verità?

Non me ne frega nulla.
Perché in tutti questi anni, pure oggi, che ne ho quasi settanta, posso dire che Cordelia è stata ed è ancora.
La mia migliore amica.


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giovedì 22 giugno 2017

Storie per riflettere: Il mondo attraverso gli occhi

Il mondo attraverso gli occhi

di
Alessandro Ghebreigziabiher

Li vedo.
La mia famiglia, li vedo sempre.
Vedo anche ciò che loro non trovano.
Più.
Dicono che l’apparenza inganni e che il meglio sia il più delle volte nascosto agli occhi.

Alessandro Ghebreigziabiher
Be’, c’è sempre la classica eccezione.
E io lo sono, eccezionale, malgrado le apparenze e il meglio che non avrò mai.
Dicevo, li vedo.
La mia famiglia, ogni giorno.
Vedo anche quel che loro vedono.
La donna con i capelli grigi, colei che si muove più lentamente e che respira con altrettanta prudenza, osserva le cose al di là del vetro di una finestra sempre chiusa, ma lucida come uno specchio.
Anzi, molto di più, perché riflette tutta la vita che non c’è da questo lato.
L’altra donna, quelle che cela con cura i pochi, canuti intrusi, si accontenta di guardare le cose rimpicciolite, intrappolate e manipolate in un ammasso di plastica, circuiti e menzogne che non smette mai di assillarla con i suoi continui richiami sonori e colorati.
Dev’esserci qualcosa di davvero meraviglioso, in un cellulare, per preferirlo a tutto il resto.
Nondimeno, non provo invidia, bensì solo curiosità, di ingente quantità, lo ammetto, ma cercate di capirmi.
Loro sono la mia famiglia, tutto ciò che ho davanti agli occhi e al cuore.
Il signore che di recente ha deciso di avere più peli sul visto che sul capo osserva lo scorrere degli eventi con una risoluzione migliore della donna con meno pieghe sul viso, tra le due, ma trattasi di clamorosa vittoria di Pirro nella disfida tra differenti, illusorie percezioni dell’universo.
D’altra parte, ditemi voi se non sa di ingannevole il convincimento di poter comprendere le ragioni dell’essere viaggiando perennemente da seduti.
Il maschio dalle gote ancora glabre, ma non per questo risparmiate da misteriose protuberanze di sospetta natura vulcanica, rimira il tempo mentre gli scivola via dal petto tramite dita che frenetiche percuotono i tasti del comando.
Tanto è solo un gioco, dicono.
Quando scorgerò di nuovo sul suo volto il sorriso che mostrò il giorno che si ritrovò tra le mani il primo pallone, sarò d’accordo.
Perché quello sì, che l’ho invidiato.
Li vedo, come allora, anche oggi.
Io li vedo.
La mia famiglia, o forse è il contrario.
Dicono che dipenda da dove guardi il mondo.
Sarà, per me quel che davvero conta, è attraverso cosa.
E malgrado il vetro dell’acquario in cui trascorro i miei giorni, nel quale fantastico di essere il re del mare.
Io, sottovalutato pesciolino.
Sono felice di guardare ancora loro e, soprattutto, il mondo che manca.
Attraverso i miei occhi.


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mercoledì 14 giugno 2017

Storie di bullismo: Ne basta uno

Ne basta uno

di
Alessandro Ghebreigziabiher

Il ragazzino è alla mercé dei due.
Perché si sa, è cosa abituale.
Il bullo gonfia il petto tra un’infamia e l’altra, ma quando giunge il momento di entrare in scena non ha mai il coraggio di presentarsi da solo sotto i crudeli riflettori.

Alessandro Ghebreigziabiher
“Picchialo”, urla Sergio, desideroso di coinvolgere il compagno nell’ennesima brutalità travestita da adolescenziale goliardia.
Giorgio è alla prima sadica sortita.
Solleva il braccio, carica il colpo, i muscoli si tendono e il cuore si fa minuscolo sotto il peso di una guerra atavica tra due tipi di vergogne.
Quella di sembrar troppo debole agli occhi del cattivo e viceversa.
Sta quasi per prendere la decisione che lo cambierà per sempre, quando la camera stringe su quel che accade nel piccolo, sottovalutato tale.
All’interno del nuovo riquadro, il più grosso del branco mette sul piatto l’unica risorsa che ha, ed è tanta roba.
Maggior peso, certo, baricentro equilibrato, tipico dei campioni e, soprattutto, il dono sprecato per eccellenza.
Il congenito diritto al movimento, laddove quest’ultimo sia vietato ai più.
Se ci pensate, cosa c’è di più prezioso nel mondo diviso tra migrati senza memoria e migranti in cerca di quest’ultima?
Stringe a sé gli altri, l’energumeno, latra e sbava, urla e arringa il
succube gruppo.
Sembrano piegar la testa tutti, innanzi a sua maestà la forza, a prescindere dal rispettivo regalo.
Si arrende per primo il soldato che indica vie e genti, che sceglie rotte e amanti, che scopre tracce e stelle.
Lo segue il commilitone di mezzo, il più sottovalutato, poiché volgarmente sfruttato per offender l’altro, come se l’essere al centro del mondo fosse una colpa, invece che un privilegio.
Quindi è il custode di tesori, a cedere, e malgrado di solito sia l’unico a indossarli in bella vista, a pubblica memoria di puri sentimenti e fiducia condivisa, in momenti come questo il fregio diventa ignobilmente un’arma come un’altra.
Sembrano, ho detto, sembrano piegarsi tutti, e non a caso, perché l’ultimo, il più piccolo, il meno apprezzato, il più trascurato, lì dove si nasconde quasi sempre il vero finale del racconto, si rifiuta.
Si chiama fuori dalla vile mischia.
Semplicemente, rimane fermo, con la schiena dritta.
Meraviglioso e impagabile mignolo.
Ed è così che, malgrado l'arroganza del pollice e la comune arrendevolezza di indice, medio e anulare, Giorgio non riesce a chiudere il pugno e a cancellare umanità dal proprio volto e quello della sua mancata vittima.
La mano si dischiude, prende nella sua quella della preda e insieme lasciano il furente predatore alla sua condizione naturale.
Con i pugni chiusi.
Solo.


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giovedì 8 giugno 2017

Storie di scuola dove niente si impara

La scuola dove niente si impara

di
Alessandro Ghebreigziabiher

C’era una volta una scuola.
Una di quelle strane, di cui non si parla, e quando lo si fa, capita sempre per caso.
Come quando si scrive una storia, perché non è, e mai dovrebbe essere, azione programmata ed eccessivamente lucida.

Alessandro Ghebreigziabiher
Nella scuola di quelle strane, di cui non si parla, beate loro, niente si imparava.
Perché niente si insegnava.
Di conseguenza, maestre o professori, docenti e insegnanti, per esteso, il complicato e temuto adulto al di là del banco più grande, nulla spiegavano.
Perché non c’era programma da seguire.
Né registri da vidimare e tantomeno protocolli da applicare.
Indi per cui, qualora fossi capitato in una delle aule della scuola tra quelle strane, di cui non parli, al netto di una congenita vocazione alla
pervicace distrazione, avresti visto ben altro.
Libri di testo, privi di quest’ultimo.
Senza corposi indici e dettagliati capitoli, paragrafi indispensabili e pignole note a piè di pagina, profonde appendici e quanto mai tediose bibliografie.
Lavagne tradizionali o multimediali del tutto illibate.
Quaderni condannati a un biancore perenne.
Pagine vuote ovunque, insomma.
A cagione di ciò, all’interno della scuola di quelle strane, di cui non parli, a meno di venir preso per il cuore, le penne erano tutte intonse, gravide di servile inchiostro, bramoso di obbedire a sua maestà il Dettato.
I pennarelli pativano in silenzio le vane proteste dei colori prigionieri, soprattutto quelli destinati a tinteggiar le solite casette con l’alberello accanto e il sole sorridente a vegliar le banalità imposte.
E le gomme da cancellare, sepolte nell’astuccio, se ne stavano lì a fomentarsi a vicenda paure ottuse e ignoranze seriali.
Perché laddove ozio e oscurità amoreggino, la sfortunata prole è destinata e vivere di paranoie e solitudine.
Eppure, l’apparenza inganna e il più delle volte si rischia di trarre conclusioni affrettate, soprattutto dando per scontato il racconto popolare.
Che oggigiorno si chiamerebbe virale.
Difatti, allorché un destino generoso trovasse il tempo di dirottarvi nei pressi della scuola tra quelle strane, di cui non si parla, ma qualcuno deve pur scriverne, cogliereste quel che sento io.
Un brusio, all’inizio.
Su per le scale, quindi, coraggio.
E il bisbiglio crescerebbe al ritmo della vostra curiosità, fino ad appoggiar l’orecchio al legno della porta di una delle classi della scuola.
Dove niente si impara, siamo d’accordo.
Perché stavolta, al di qua dei banchi minori, magari dalle zone più remote e misteriose delle retrovie dell’aula, c’è un tesoro vivente a parlare come non lo ha mai fatto prima.
Dove di rado la voce trova spazio.
E che tu sia insegnante in servizio o semplice compagno di avventure.
Non puoi fare a meno di ascoltare, nella scuola dove niente si impara.
E da quello stesso niente, tirar fuori tutto.

 
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