mercoledì 27 aprile 2016

Storie di scuola: Siamo tutto quello che c’è fuori

Siamo tutto quello che c’è fuori

di
Alessandro Ghebreigziabiher

In pensione.
Alla fine ci sono arrivata.
Non alla pensione, cioè anche quella, ma mi riferisco ad altro.
Al resto.
Tutto il resto.
Ricordavo, l’altro giorno, quando mi sono imbattuta in quel collega che ancora adesso non rammento come si chiamava.
Non ho mai avuto particolare dimestichezza con i nomi e le facce.
Ricordo solo le voci.
Ma di quel minuto adolescente in prima media, con la testa invasa da ricci a dir poco scostumati e gli occhiali eccessivamente grandi, dalla sgargiante montatura rossa tenuta insieme dallo scotch, non ho più dimenticato alcunché.
Corrado, si chiamava Corrado ed era stato solo un anno nella mia classe.
O, forse, ero stata io.
A trascorrere non più di un anno nella sua vita.
Non ho idea di dove sia finito dopo, ma non appena il mio collega mi ha chiesto dei vecchi tempi andati ho subito ripensato a lui e a ciò che scrisse nel tema di quel giorno.
Racconta chi sei, la traccia. Una via per agevolare la conoscenza reciproca tra gli alunni, niente di più.
E soprattutto molto di meno di quel che Corrado mostrò.
Io vivo fuori, così iniziava, e poi di seguito.
Vivo fuori di me, quindi io sono quel che è fuori. Tutto quel che si trovi all’esterno, oltre la mia pelle, al di là del mio corpo, non il contrario.
Sono tutto, sono la ragnatela nell’angolo del soffitto, sono il ragno, perfino la preda, ma da me poi fanno pace e prendono a saltare sulla rete come fanno i bambini nei parchi e magari cascano, ma non si fanno mai male del tutto.
Sono la porta della camera, che poi camera non è perché dormo sul divano letto nel soggiorno con cucina a vista, ma quando la apro esco fuori e sono ancora io.
Perché io vivo fuori, sono quel fuori, devo esserlo.
Sono tutte le persone che incontro dal momento che oltrepasso la soglia, sono perfino il vecchietto che si lamenta sempre della ragazzina che intasa di pubblicità le cassette della posta. Sono le pubblicità, sono la carta e soprattutto i colori che la rendono allegra e convincente. E allora sono più che contento, perché se sei i colori, ciascuno di essi, puoi essere davvero tutto, nessuno può impedirtelo, nessuno può afferrarti se tu non lo vuoi, nessuno può farti del male, se tu non glielo permetti.
Se tu, al momento giusto, cambi colore, confondendoti con il resto.
Che poi è tutto.
Sono tutto quel che c’è fuori, ma ci pensate?
Sono anche te che leggi e te che leggerai poco, nella tua vita, e non sai cosa ti perdi.
Sono terra, aria e pane caldo.
Sono le cose normali che non hanno alcun bisogno di invocare miracoli ed effetti speciali.
Perché essi sono un miracolo speciale dalla nascita, è solo che non se ne vantano.
Non so voi, scrisse infine. Ma ognuno di noi può scegliere cosa essere e io un giorno ho capito che dentro non c’era abbastanza spazio per tutto quello che provo e penso.
Così sono uscito, sono andato fuori, ho dovuto farlo, lo ammetto.
Quando ho compreso che quel fuori era il meglio che potessi avere allora l’ho scelto, amato.
E non sono più tornato.
Dentro.
In seguito ho saputo dal preside che quel ragazzino era stato tolto ai genitori perché entrambi lo maltrattavano, per usare un eufemismo, e per questo era stato affidato ai servizi sociali in un’altra città.
Fuori dalla nostra, si potrebbe dire.
Come dicevo, alla fine ci sono arrivata anche io.
Non alla pensione, intendo, ovvero pure quella, ma sto parlando di altro.
Del resto.
Quel che è stato la vita intorno a me fino a oggi.
Vicina o lontana.
E che solo ora capisco.
Che è sempre stato.
Ciò che sono…


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mercoledì 20 aprile 2016

Storie di ragazze: Il mistero della ragazza muta

Il mistero della ragazza muta

di
Alessandro Ghebreigziabiher


Esattamente un mese è durato il più adorabile equivoco della mia famiglia.
Tua figlia non parla, dicevano.
Mia figlia non parla, è quel che sapevo.
Il fratello, lui sì che è simpatico, osservavano da lontano.
Il fratello è simpatico, riconoscevo osservando lui, da vicino.
Ma altrettanto nei pressi di lei, del suo viso, dei suoi occhi, sapevo.
Sapevo che non me la contava tutta, come si dice.
O, forse, era solo una scontata speranza di madre.
Leggi pure come quella creatura perennemente ostinata nel concentrare sentimenti e aspirazioni sulla metà piena della vita.
Mutismo selettivo, diceva lo psicologo.
Mutismo selettivo, è quel che cercavo un giorno sì e un altro pure su internet.
Parla unicamente quando è sola in bagno, spiegava mio marito.
Parla unicamente quando è sola in bagno, cercavo invano un giorno sì e un altro pure su internet e ogni libro che avevo comprato sull’argomento.
Ma questo non vuol dire che mi dannassi il cuore, lo dico e tengo a ribadirlo, soprattutto ora che siam passati oltre l’ostacolo.
Sapevo che c’erano un miliardo di cose che non mi contava, ma era giusto così.
Questo però non si dice.
Perché siamo talmente ignoranti da ignorare il fatto che ignorare non vuol dire necessariamente non vedere.
Non ascoltare.
E, più che mai, non capire.
Tua figlia parla finalmente, poco, ma parla, apprezzavano stupiti tra parenti e amici un mese più tardi.
Mia figlia parla poco, ma parla da sempre, ricordavo a me stessa, tra parenti e amici. Stupidi, più che stupiti.
Trenta giorni è durato il più adorabile equivoco di questa storia.
Sin dall’istante in cui il rubinetto della vasca ha smesso di funzionare e uno stuolo di idraulici ha iniziato a sfilare nella mia casa.
Dev’essere intasato, dicevano quasi tutti.
Dev’essere intasato, lo pensavo anch’io, convinta che fosse una rottura di scatole.
Invece che un dono inaspettato, scartato con lieta sorpresa nel petto innanzi a una scoperta che è valsa ogni attimo di suspense.
Perché giusto un mese dopo, malgrado gli inutili interventi degli esperti del tubo, il rubinetto ha ricominciato a parlare, esattamente come mia figlia.
Poco, con misurato gettito, rispettato e amato per il suo reale valore.
Non ho idea di cosa si son detti, la mia ragazzina e il rubinetto, in quei giorni.
Ma non è un problema.
Perché so che quando entrambi parlano.
Sta a noi fare attenzione.
A non trascurare alcuna goccia.
O parola…



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mercoledì 13 aprile 2016

Storie di ragazze: Io sorrido

Io sorrido

di
Alessandro Ghebreigziabiher


Alessandro Ghebreigziabiher
Sei troppo seria, Daniela, dicono spesso i professionisti dall’occhio perennemente attento alle superficialità del vivere.
Tu non sorridi mai, sentenziano sovente i fuoriclasse del particolare che non sfugge ad anima viva.
Hai un bel sorriso, osservano di continuo gli adoratori del lieto fine a buon mercato, dovresti mostrarlo di più.
Grazie, non sorrido, ma ringrazio.
Per cortesia.
Perché non ce l’ho col mondo intero, non merita così tanto.
Tengo alla mia collera, le sono affezionata come a un’insostituibile compagna di giochi immaginaria. Che nel tempo della solitudine reale, come in quella affollata, ha riempito vuoti. Ha ingannato, certo. Fuorviato, è sicuro.
Ma era lì, con me.
E come fai a non voler bene a chi resti con te quando tutti se ne sono andati?
Sei troppo dura con te stessa, affermano molti tra quelli di cui sopra, senza entrare nello specifico.
Sei troppo dura con il tuo corpo, sempre lì a bucare pelle e abiti con la stessa incomprensibile aggressività.
Ma chi l’ha detto che dovrebbe essere compresa?
Sei troppo severa con i tuoi capelli, sempre lì a tagliare e a colorare con la medesima cieca casualità.
Ma chi ve l’ha detto che tutto dovrebbe avere un senso?
Poche cose ce l’hanno sul serio, è l’unica verità che so.
Un padre che se ne va di casa e non torna più, se non per donare saltuari ceffoni a chi si trovi sulla via del crudele manrovescio? Una madre che se ne va di casa, ma torna ogni sera con poco di sé, sempre meno, ogni giorno di meno, fino a trasformarsi in un fantasma vampiro che si nutre della compassione dei figli?
Questa roba non deve avere un significato, deve necessariamente essere frutto di un ottuso caos che regala fortune o sventure a seconda di come si svegli al mattino.
Altrimenti, se c’è davvero un piano in tutto ciò, avreste poche ragioni.
Per dirmi che non sorrido o che sono troppo dura, tra le altre cose.
Eppure, nonostante tutto, sono qua.
Cammino, e sono qua.
Ballo, talvolta ballo, non ci crederete, ma lo facciamo anche noi, a modo nostro.
Con melodie tutt’altro che rassicuranti, d’accordo, ma le note sono note, e quando il corpo vibra lasciatelo vibrare.
Ma la cosa che presumo stenterete a credere, da qualche parte.
In qualche luogo.
Con qualcuno che ignorate.
Io sorrido?
No, io rido, rido come una pazza.
Perché quel qualcuno mi ha fatto sorridere, ridere e soprattutto capire.
Che pazza non sono.
Tutt’altro.


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mercoledì 6 aprile 2016

Storie di scuola: La classe degli ultimi

La classe degli ultimi

di
Alessandro Ghebreigziabiher

C’era una volta una scuola tra le ultime.Alessandro Ghebreigziabiher
Anzi, no.
Non si può iniziare una storia con una bugia, laddove di fantasia si nutra.
Ovvero l’unico brandello di realtà che rimane a chi non è arrivato ultimo, ci è nato.
C’era una volta l’ultima scuola.
Tra le ultime.
Nell’ultima scuola tra le ultime, all’ultimo piano, c’era l’ultima classe.
La classe degli ultimi.
Si da il caso che, all’ultimo piano dell’ultima scuola, nella classe degli ultimi, l’ultima insegnante tra tutti gli ultimi insegnanti, quella mattina aveva deciso di dare il via alla riscossa degli ultimi.
E quale modo migliore per ribellarsi al destino che stravolgerne le regole?
“Facciamo una gara”, disse la prof agli studenti.
“E’ inutile”, rispose una ragazza dall’ultimo banco.
A esser pignoli, da un ultimo banco della sola fila composta da soli ultimi banchi.
“Perché è inutile?” chiese lei.
“Perché tanto noi non vinciamo mai.”
“Ma stavolta sì”, dissentì l’insegnante, “perché questa gara la vincerà il più ultimo.”
In pochi secondi la contesa si fece a dir poco accesa, sino a riscaldare l’intero edificio, non avvezzo a siffatti coinvolgimenti emotivi.
“Io sono il più ultimo”, esclamò il primo, “perché mio padre ha smesso di cercare lavoro da dieci anni e mia madre se n’è andata…”
“Io sono la più ultima perché venire a scuola è l’unica ragione per la quale mi alzo dal letto. Ed è anche la cosa che odio di più…”
E così via.
“Io sono la più ultima perché penso di essere brutta e mi sono convinta che col tempo lo sarò anche di più.”
“E io sono il più ultimo perché penso di essere solo e mi sono convinto che col tempo lo sarò anche di più, ma sono anche brutto, quindi ho vinto io.”
“Noi siamo i più ultimi”, dissero due gemelli, “perché nonostante i nostri genitori abbiano chiesto di dividerci in due classi, non ne hanno trovato alcuna oltre a questa che fosse disposta ad accoglierci.”
“Io sono il più ultimo e la gara finisce qui”, esclamò alzandosi in piedi invano un ragazzino dalla voce flebile, “perché sono talmente ultimo che non vi siete ancora accorti che sono in classe con voi. Neanche figuro nel registro…”
“Fermi tutti”, disse un uomo attempato aprendo la porta. “Io sono il più ultimo perché faccio il bidello e l’ho voluto io, perché mi piace questo lavoro, ma quando lo dico nessuno mi crede…”
Il vincitore sembrava esser stato decretato, quando un ennesimo colpo di scena si guadagnò il finale.
“Perdonate”, disse la professoressa con palese emozione nella voce, “ma ho vinto. Io sono la più ultima tra tutti voi. Perché nonostante avrei dovuto saperlo per prima, solo per ultima oggi ho capito che forse non vinceremo mai…
“Ma questo non vuol dire che non ci divertiremo da matti, insieme.”


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