giovedì 1 marzo 2018

Io sono diverso

Io sono diverso


di
Alessandro Ghebreigziabiher

Sono diverso, capisci?
Io sono diverso.
E’ evidente, non è un pregiudizio, è così.
Te l’ho detto stamani, prima di uscir di casa e te lo ripeto ora che son tornato da te.
Non appena ho varcato la soglia del mio appartamento, ne ho avuto riprova, capisci?
Mi capisci, sì?
C’era quel signore là, quello che non saluta, con gli occhiali piccoli, gli occhi ancor più minuscoli e le pupille che si vedono appena per quanto son microscopiche.
Io ho gli occhi grandi, invece.

Alessandro Ghebreigziabiher
E il naso… no, il mio è più grosso, d’accordo, ma è dritto, il suo ha la gobba, vuoi mettere?
No, sono diverso, non mi stancherò mai di ripeterlo, ma è roba che non si discute.
Sono diverso dalla signora nell’ascensore, con quelle lentiggini sulle gote e i capelli biondi. I miei sono castani, cavolo, un castano particolare, però.
Niente di paragonabile al castano del portinaio che spazzava nell’ingresso.
No, perché uno potrebbe dire che sei diverso, tranne che per i capelli.
C’è castano e castano, lo sanno tutti, lo sanno.
Capisci?
Vero che capisci?
Che poi, si potrebbe parlare di poca gente, non basta per rendere una supposizione un teorema, direbbe il mio vecchio prof di matematica.
Poca gente? Prendi la metro all’ora di punta, prof, poi ne riparliamo.
Ancora mi rivedo lì, stretto nella folla che va al lavoro, a scuola o a farsi i fatti propri, che ne so.
Sono diverso, pensavo schiacciato nella calca, impossibilitato a non notare il mio prossimo.
Sono diverso da quel giovane con il cranio rasato e borchiato ovunque ci sia qualcosa di borchiabile. Io non mi bucherei mai la pelle in quel modo, e tu lo sai. Ho la soglia del dolore così bassa che l’unico sport che ho fatto in vita mia è stata la corsa, dove non c’è contatto fisico, non c’è, capisci?
Eh, ma tu devi capire, altrimenti che parlo a fare?
Poi sono arrivato in ufficio, ho salutato i colleghi, ma un attimo dopo li ho osservati indaffarati nelle rispettive incombenze.
Di seguito, in ordine sparso, sono diverso da Giovanni, con quel pizzetto grigio. Io non ho un capello bianco neppure per stress, diciamolo, anzi, scriviamolo sui muri come se fossi uno sbarbatello insozza città. Non ho mai buttato una carta in terra, figuriamoci se mi metto a sporcare i palazzi, cribbio.
Capisci? Oh… dico a te, capisci?
Sono diverso da Antonietta, con quel mento aguzzo, io non ho nulla di appuntito, neppure le orecchie, al contrario di Silvano, che mi sembra il signor Spock, mi sembra.
Sono diverso anche dalle gemelle alla reception, due al prezzo di una, con quei dentoni scavalca labbra modello coniglio strafottente. Ho una dentatura precisa, io, l’ha detto il dentista, a voce, però, non è che l’abbia letto su Facebook.
No, perché qui tutti si sentono unici soltanto perché si credono i soli a fare questo o quello con internet.
Io sono diverso da internet, perché io non ho bisogno che la gente si connetta con me per sapere che sono diverso, giustappunto.
Mi basta guardarla.
Tipo il barista che mi ha preparato il caffè, con quelle foreste tropicali che chiama sopracciglia, e il nuovo stagista con cui ho pranzato, ne vogliamo parlare?
Ma chi ti ha detto che i baffi siano tornati di moda?
Chi?!
Roba che al mattino mi rado pelo, contro pelo e pelo contro, e tu lo sai.
Perché se non lo sai tu, che ci sto a fare qui?
Capisci?
Devi capire, è logico.
Tu dovresti capire meglio di tutti quanto sono diverso.
Tale verità assoluta, poi, è esplosa di certezza e ha trovato l’inevitabile prova del nove nel tragitto di ritorno in metro.
Altra gente, altro tempo, stessa conclusione.
Sono diverso da questa massa che opprime il mio spazio vitale.
Sono diverso da quel lungagnone con la testa piccola e le spalle troppo strette e lo sono altrettanto da quella signora dalle guance talmente paffute da far quasi scomparir le labbra. Perché sono proporzionato, io, son cose che ho misurato, mica parlo a vanvera.
E tu non puoi far altro che esserne testimone.
Perché tu capisci.
Perché tu sai che il primo dal quale sono diverso sei proprio te.
Eppure, ti ostini a rimanermi accanto.
Maledetto specchio...





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