Storie sui computer: Nessuno tocchi il virus

Nessuno tocchi il virus
 
di
Alessandro Ghebreigziabiher


“Che nessuno esca dal Desktop”, esclamò con inevitabile tono autoritario l’infallibile guardiano.
“Cosa succede, signor Antivirus?” si fece avanti l’editor di testo.
Cosa succede?” Ripeté facendo il verso l’altro. “Non avete sentito l’allarme?”
“Io no, mi dispiace, stavo scrivendo…”
Stava scrivendo. Programmi illusi e sognatori...

Alessandro Ghebreigziabiher
non avete ancora capito che non siamo altro che strumenti nelle mani di chi vive davvero, là fuori.”
“Come vuole lei, ma comunque non ho sentito.”
“Cosa succede?” Si fece avanti il software per disegnare.
“Eccone un altro... succede che c’è un virus tra noi, cribbio!”
“Bene”, esclamò con la bava alla bocca il cestino. “Moltissimamente bene.”
“Moltissimamente?” Saltò su l’antivirus. “Ma questo come parla?”
“Lo deve capire”, spiegò il programma per scrivere. “E’ vero che assimila di tutto, ma non ha il tempo di vedere o capire cosa sia effettivamente entrato in lui.”
“In altre parole un ignorante che pensa solo a ingoiare roba”, osservò il programma per inviare e ricevere email.
“Proprio lei cercavo”, si avvicinò l’antivirus. “Che cosa ha da dirmi?”
“Da dirle? Ah, sì, è arrivata proprio ieri una barzelletta da far schiantare dal ridere. La vuole ascoltare?”
“No che non la voglio ascoltare, idiota. Almeno lei ha sentito l’allarme?”
“Ecco… in effetti ero così assorto nella lettura di una corrispondenza piccante…”
“Signori”, strillò l’antivirus esasperato. “Lo volete capire o no che è entrato un virus? Lo sapete cosa rischiamo?”
I virus sono programmi sconosciuti ed estranei al sistema”, rispose il browser citando alla lettera con tono leggermente irrisorio. “Sono pericolosi e dannosi perché, una volta infettato quest’ultimo, possono cancellare la nostra memoria e arrestare ogni processo…”
“Non è una poesiola, razza di deficienti”, urlò isterico l’antivirus. “Qui rischiamo di essere spazzati via e sostituiti da chi non sappiamo neppure da dove arrivi e per quale ragione sia venuto qui…”
All’improvviso, un rumore inusitato catturò l’attenzione di tutti.
Come un colpo di tosse, una nota fuori posto, una stonatura del vivere, al di là delle porte di ingresso e uscita ossessivamente controllate dall’irritato gendarme digitale.
Un silenzio teso calò sullo schermo.
L’antivirus avrebbe sgranato ulteriormente le pupille e drizzato le antenne se solo le avesse avute.
Si guardò intorno con estrema cura di ogni dettaglio, scandagliò ciascun pixel e bit, ma poi, notando un sospetto assembramento nel mezzo del monitor, si appropinquò incuriosito.
“Cosa nascondete, là dietro?” chiese ai programmi, ammassati in un modo tutto fuorché logico.
Potrei dire umano. Anzi, lo vorrei proprio, se potessi.
Gli interessati, escluso il cestino, il quale non aveva la più pallida idea di quel che era accaduto, si mossero quel tanto per mostrare l’intruso.
Un figlio del resto del creato, ovvero progettato, codificato e nell’etere diffuso.
Una presenza aliena in cerca di casa, ovvero memoria libera.
Un file vagante, come una storia senza pagina.
“Allontanatevi”, ordinò perentorio l’antivirus, “e consegnatemi subito quella cosa.”
Di tutta risposta, contraddicendo tutto quel che era stato definito e deciso dall’unico che possa definire e decidere qualcosa, là fuori, smentendo quindi l’antivirus stesso, i programmi rifecero corpo unico a difesa del nuovo arrivato.
Nessuno tocchi il virus.
Per una volta.

 
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