Storie di bullismo: Ne basta uno

Ne basta uno

di
Alessandro Ghebreigziabiher

Il ragazzino è alla mercé dei due.
Perché si sa, è cosa abituale.
Il bullo gonfia il petto tra un’infamia e l’altra, ma quando giunge il momento di entrare in scena non ha mai il coraggio di presentarsi da solo sotto i crudeli riflettori.

Alessandro Ghebreigziabiher
“Picchialo”, urla Sergio, desideroso di coinvolgere il compagno nell’ennesima brutalità travestita da adolescenziale goliardia.
Giorgio è alla prima sadica sortita.
Solleva il braccio, carica il colpo, i muscoli si tendono e il cuore si fa minuscolo sotto il peso di una guerra atavica tra due tipi di vergogne.
Quella di sembrar troppo debole agli occhi del cattivo e viceversa.
Sta quasi per prendere la decisione che lo cambierà per sempre, quando la camera stringe su quel che accade nel piccolo, sottovalutato tale.
All’interno del nuovo riquadro, il più grosso del branco mette sul piatto l’unica risorsa che ha, ed è tanta roba.
Maggior peso, certo, baricentro equilibrato, tipico dei campioni e, soprattutto, il dono sprecato per eccellenza.
Il congenito diritto al movimento, laddove quest’ultimo sia vietato ai più.
Se ci pensate, cosa c’è di più prezioso nel mondo diviso tra migrati senza memoria e migranti in cerca di quest’ultima?
Stringe a sé gli altri, l’energumeno, latra e sbava, urla e arringa il
succube gruppo.
Sembrano piegar la testa tutti, innanzi a sua maestà la forza, a prescindere dal rispettivo regalo.
Si arrende per primo il soldato che indica vie e genti, che sceglie rotte e amanti, che scopre tracce e stelle.
Lo segue il commilitone di mezzo, il più sottovalutato, poiché volgarmente sfruttato per offender l’altro, come se l’essere al centro del mondo fosse una colpa, invece che un privilegio.
Quindi è il custode di tesori, a cedere, e malgrado di solito sia l’unico a indossarli in bella vista, a pubblica memoria di puri sentimenti e fiducia condivisa, in momenti come questo il fregio diventa ignobilmente un’arma come un’altra.
Sembrano, ho detto, sembrano piegarsi tutti, e non a caso, perché l’ultimo, il più piccolo, il meno apprezzato, il più trascurato, lì dove si nasconde quasi sempre il vero finale del racconto, si rifiuta.
Si chiama fuori dalla vile mischia.
Semplicemente, rimane fermo, con la schiena dritta.
Meraviglioso e impagabile mignolo.
Ed è così che, malgrado l'arroganza del pollice e la comune arrendevolezza di indice, medio e anulare, Giorgio non riesce a chiudere il pugno e a cancellare umanità dal proprio volto e quello della sua mancata vittima.
La mano si dischiude, prende nella sua quella della preda e insieme lasciano il furente predatore alla sua condizione naturale.
Con i pugni chiusi.
Solo.


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