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Il regalo di Natale dell’imbianchino

Il regalo di Natale dell’imbianchino

di
Alessandro Ghebreigziabiher

Spesso occorre partire dalla fine, per capire davvero le cose.
Il più delle volte, la ragione è banale.
Tuttavia, non vogliatemene, perché sovente è la vita stessa, a esserlo.
Forse, siamo noi altri a renderla tale, con atteggiamenti e azioni degni della più prevedibile delle trame.
Nondimeno, anche la banalità del vivere cela al suo interno sorprese.
O regali.
Ma si parlava della fine.

Alessandro Ghebreigziabiher
Eccoli, i nostri.
Tutti riuniti sulla soglia dell’appartamento del misterioso donatore, preceduti dall’anziana portinaia Teresa, probabilmente giunta sull’ultimo giro di giostra della sua ardua missione condominiale.
La storia era cominciata con un messaggio.
Nella bottiglia, vorrei dire, come quella della canzone dei Police, ovvero, quella speranzosa del naufrago.
Ciascuno degli abitanti dell’attempata, ma ben tenuta palazzina di centro città, aveva trovato al mattino il medesimo volantino tra la posta.
La missiva recitava per tutti: Bartolomeo l’imbianchino è qui per voi. Gratis la prima verniciata dell’intero appartamento. Disponibile anche festivi, compreso Natale.
La parola magica, ovvero gratis, ipnotizzò i lettori di tale favorevole proposta e – vista la disponibilità nei canonici giorni di festa – ognuno telefonò al numero indicato.
Rispose una voce cavernosa e palesante un respiro a dir poco affannato, ma assai gentile. Entusiasta, oserei dire.
E come fece il guascone aspirante moschettiere, che sfidò in un tempo incredibilmente ristretto i suoi futuri compagni d’avventura, una moltitudine di appuntamenti furono presi proprio il giorno di Natale.
Tutti i condomini avevano avuto la stessa pensata.
Ce ne andiamo fuori, quest’anno, e senza spendere un soldo ci ritroviamo la casa tirata a lucido.
L’imbianchino fu di parola, perlomeno nella gratuità del lavoro promesso.
Prese nota di ogni tonalità richiesta, secondo i gusti del proprietario, come della moda del momento.
Ciò malgrado, alla stregua degli artisti di estrazione prettamente naturale, non fece molta attenzione alle indicazioni piovute dai committenti.
L’estro dell’uomo era nato per essere allevato dentro, nutrito da esigenze e pulsioni insopprimibili, da sofferenza ingestibile con mano asservita alle condizioni sociali o anche solo umane.
Ecco perché fu bello, quel giorno.
Un Natale perfetto, per chi non avrebbe potuto avere altro dal presente.
L’illusione del calore, nel dare forma al non detto o solo espresso, dopo un’intera esistenza nelle segrete della vita moderna, è spesso il meglio che in molti, a questo mondo, possano sperare.
Bartolomeo lavorò senza risparmio, passando di casa in casa, danzando tra le pieghe delle altrui esistenze e adorò essere accolto con tale fiducia.
Pianse e rise senza soluzione di continuità, mentre le mani agivano febbrilmente nel lasciare traccia di sé.
E lo spettacolo fu straordinario nel mero atto di pura creazione.
A monito degli artisti in erba là fuori, questo riscalda davvero il gelo e dona senso al talento. Il pubblico che verrà, se verrà, è solo una sopravvalutata conseguenza.
A tarda sera, mentre le famiglie ignare del reale dono ricevuto digerivano gli stravizi del cenone in ben altri lidi, Bartolomeo approntava il definitivo ritocco all’ultimo appartamento, quello nell’attico.
Quindi raccolse gli strumenti del mestiere, spense la luce e uscì.
Mancò poco che non si addormentasse in ascensore, per quanto era stanco.
Quindi scese al primo piano, scese la rampa di scale, scese nel suo seminterrato.
E scese nel suo dimenticato lato di mondo.
Spesso bisogna rammentare come tutto è iniziato, per comprendere appieno le cose.
Il più delle volte, il motivo è tutto fuorché banale.
Ciò nonostante, non vogliatemene anche di questo, poiché sovente è la medesima vita a esser così.
Magari, siamo noi tutti, i responsabili di ciò.
Eppure, anche la straordinarietà di questo strano, complicato ma meraviglioso pianeta, nasconde al suo interno semplici anime.
O regali.
Di cui dovremmo render grazie ogni giorno.
Una volta rincasati, tutti i condomini trovarono la medesima scena, ovvero assurda in modo differente.
Le pareti delle rispettive abitazioni, ma anche il mobilio, gli elettrodomestici, le gigantesche tv e i computer, i pavimenti e le finestre, tutto erano stato dipinto con colori e miscele cromatiche mai viste prima.
Come se una folle piovra graffitara si fosse impadronita delle loro case e con un pennello per tentacolo avesse dato sfogo alla propria sfrenata fantasia.
Malgrado fosse mattino presto, e per giunta Santo Stefano, la folla di vicini andò in cerca della portiera.
Il marito di quest’ultima, sordo come la classica campana, si fece ripetere più volte dai nostri il motivo della loro visita, ma li informò che sua moglie era dovuta uscire alle prime luci per aprire l’appartamento del signor Remondini.
Chi? Chiesero quasi tutti all’unisono.
Quindi si mossero in blocco verso il suddetto appartamento e finalmente notarono l’ambulanza all’esterno dello stabile.
La porta era aperta, sulla soglia c’era la portinaia, come già detto.
La donna sentì alle proprie spalle giungere gli abitanti del palazzo, i quali, man mano che si avvicinavano e capivano, sentivano scemare la rabbia e aumentare lo smarrimento.
Mentre osservavano i paramedici che si occupavano di prelevare la salma del misterioso pittore, qualcuno di loro diede un’occhiata al nome sopra il campanello.
B. Remondini, in arte Bartolomeo.
Per esteso, il vecchio che nel seminterrato abitava e viveva da solo.
Fino al giorno in cui si era finalmente sentito parte di tutto e tutti.
Fino all’ultimo suo giorno.
Fino al giorno di Natale.

 

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