mercoledì 25 maggio 2016

L’altro

L’altro

di
Alessandro Ghebreigziabiher


C’era una volta un pianeta dove vivevano solo due abitanti.
Lui e l’altro.
Ma non era questa la cosa più bizzarra.
Dovete sapere che, malgrado il loro mondo fosse tutt’altro che immenso, i due non si erano mai incontrati.
Da vicino, gli occhi di lui in quelli dell’altro, insieme nello stesso luogo, istante e comune racconto.
La vita di lui proseguiva come le vite di molti.
Con alti e bassi a intervallare una strada composta unicamente da toni medi.
Tipico, malgrado ci si convinca del peggio, o al meglio, letteralmente del suo contrario.
Nondimeno, eventualità altrettanto scontata, lui iniziò a cercare quel che dall’inizio dei tempi le creature dagli orizzonti offuscati cercano.
Un colpevole.
Un facile colpevole.
Qualcuno che rispondesse di quel che lui non poteva o non voleva rispondere.
Perdeva di vista gli occhiali, mancava la corrente, il pc non si connetteva, l'app non si aggiornava, si sentiva triste o solo, dormiva male, faceva incubi, scivolava nella vasca o anche solo pioveva.
Già, pioveva.
“La colpa non è mia, quindi deve essere dell’altro.”
Eccola, è tutta qui la facile logica delle anime miopi, dove la parola magica non è logica, ma facile.
Prese quindi a maledire l’altro, a odiarlo, a disegnarne il fantomatico volto su un foglio per poi strapparlo in cento pezzi da poi bruciare e rifare tutto d’accapo.
Cominciò a immaginare come avrebbe potuto colpirlo, ferirlo a morte, torturarlo per farlo confessare di essere il colpevole.
Di tutto.
Provò emozioni che non aveva mai provato prima.
Paura nella sua stessa casa.
Della sua stessa casa.
Di qualsiasi frammento che la componeva.
Perché ognuno di essi, magari con la complicità di una banale oscurità dovuta al tramonto, si tramutava all’istante nel terribile viso.
Dell’altro.
Era ormai consumato da una miscela venefica di incontenibile collera e sfrenato terrore, quando qualcosa di inaspettato accadde.
Bussarono alla porta.
Lui si avvicinò con estrema cautela all’uscio e lentamente aprì.
“Salute a te”, disse l’altro. “Io sono lui.”
E per altrettanto facile logica, lui non poté fare a meno di rispondere e al contempo capire: “Allora io devo essere l’altro.”



Leggi altre storie sulla diversità
Ascolta la mia canzone La libertà
Compra il mio ultimo libro, La truffa dei migranti, Tempesta Editore

Iscriviti alla Newsletter

mercoledì 18 maggio 2016

Due all’infinito

Due all’infinito

di
Alessandro Ghebreigziabiher


Ci si stanca.
Capita, talvolta capita, nelle storie in vetrina.
Accade un miliardo di volte, là dietro.
Per esempio succede che il sottoscritto, un bidello, ovvero un collaboratore scolastico, si metta in testa di collaborare, certo, ma a modo proprio.
Scrivendo, anzi, trascrivendo vita.
Come quella che ho visto andarsene a casa, in vacanza, a conquistare il mondo o anche solo riappropriarsi del proprio orizzonte.
Ci si stanca, l’ho detto.
Spesso, celate negli angoli sottovalutati dalle telecamere ossessionate dalle trame rumorose, danzano esistenze che una volta, una volta sola e basta, gridano al mondo di passaggio.
Traducendo a senso, non ci avevate capito un fico secco, vi eravate illusi di aver compreso il tutto, ma quel che stringevate in mano era quasi nulla.
Di quel tutto.
Luigi era uno di quelli.
Ognuno ne ha, di costoro, sotto gli occhi ogni giorno, anzi, lontano da essi, quasi sempre. Abitanti dell’universo anonimo, con il volto perennemente ricoperto di inequivocabile passività, fino a prova contraria.
Ma laddove sia questa che cerchi davvero, amico mio, poi non lamentarti dello spettacolo.
Sei tu che l’hai chiesto.
Luigi era uno di quelli, ripeto.
Non solo si era meritato, se così si può dire, uno zero in matematica talmente zero da far sentire i cinque e anche i quattro in classe dei geni della logica più pura.
Ma il nostro veniva anche ripreso e dileggiato per le sue carenze aritmetiche sulla pubblica piazza dal maestro dei numeri.
“C’è chi non fa i compiti a casa”, dichiarò un giorno il professore fissando Luigi all’ultimo banco, prima di comunicargli l’ennesimo ultimo posto in classifica, “e poi c’è chi è capra a prescindere.”
E giù risate.
Non tutti ridevano, è chiaro, non starò qui a raccontare di un mondo crudele e cinico, ma del silenzio di chi rimaneva a guardare senza reagire.
Ci si stanca, lo ripeto.
Ci si stanca anche del silenzio.
Luigi, sto parlando di lui, lo sto facendo dall’inizio, se non s’era capito.
L’idea gli venne allorché l’insegnante, a una settimana dalla fine dell’anno scolastico, disse squadrandolo con evidente disprezzo: “Tanto, per quanto riguarda la mia materia, sarai bocciato, te lo dico subito. Ma qualcosa di matematica l’hai capita, almeno? Almeno un po’ di orgoglio, ce l’hai?”
Orgoglio, sì, pensò senza rispondere l’interessato, ce l’avevo, tanto da riempire la classe, tutti i bagni, la presidenza, la palestra e perfino il laboratorio di scienze.
Solo che poi ho iniziato a riempirli con altro.
L’idea crebbe nei giorni successivi fino a divenire matura e la mattina dell’ultimo giorno di scuola il professore intravide un’inaspettata mano alzata.
“Sì?” chiese incuriosito.
Di tutta risposta Luigi abbandonò le retrovie del teatro studentesco e raggiunse la lavagna con il viso illuminato da un chiarore che il resto dei compagni non aveva mai visto. Neppure nel proprio specchio nel giorno del più bel compleanno della loro seppur breve esistenza.
“Qualcosa di matematica”, disse spostando il proprio sguardo sugli studenti dopo aver osservato per qualche significativo secondo l’espressione basita del docente. “Sì, certo, un calcolo, anzi, no, un teorema. Ho creato e dimostrato un teorema.”
“Sentiamo, allora”, lo invitò l’insegnante con palese scetticismo nel tono della voce.
“Due sono i lati principali di un rettangolo, la base e l’altezza, questo ho capito, questo ho visto nel rettangolo che ai miei occhi diventa pagina. Che insieme ad altre, fino a oggi, mi ha tenuto compagnia. Mi ha tenuto in vita. Mi ha tenuto qui. Mi ha tenuto insieme.”
“Di cosa stai parlando?”
“Di libri, di storie, di romanzi, di avventure, di inverosimili vicende umane. Due sono i lati principali del regno adorato, la base e l’altezza, ma altri due chiudono il tutto, un’altra base e un’altra altezza, serrando i confini della pagina. O del rettangolo.”
“Luigi, non capisco questo cosa c’entri...”
“C’entra, professore, ovvero il contrario. Nulla può entrare lì, se lo vuoi e puoi lasciare tutto fuori. Anche le cose peggiori.”
“Cosa?” domandò una compagna del ragazzo, la più carina tra le carine, che neanche in un incubo lo avrebbe considerato degno di attenzione.
In una frazione di secondo Luigi vide apparire nella sua mente le bottiglie di whisky sparse per la casa, le siringhe abbandonate nel bagno e la desolazione ovunque, al di là dei benedetti confini di cui sopra. E con la medesima rapidità ricacciò il tutto da dove era arrivato, maledetta realtà.
Ignorò la domanda e sorrise.
Dal canto suo il professore si spazientì.
“Dicevo, tutto questo non c’entra con la matematica. Il tuo rendimento quest’anno porta sempre a zero…”
Ci si stanca, è normale e Luigi era uno di loro, lo ribadisco.
“No, professore”, replicò con notevole calma. “Lei ha sbagliato. Non ha fatto i compiti oppure non è proprio in grado di capire. Eppure mi sembra di esser stato chiaro. Due sono i lati che contano, due sono quelli che chiudono il cerchio.”
“Fa quattro?” ipotizzò l’insegnante confuso.
“No, professore. Fa tanto, tanto di più.”
Quindi, senza smettere di sorridere, Luigi aprì la porta della classe e uscì, non prima di avermi guardato.
Di aver guardato l’unica persona a cui aveva aperto il suo cuore ferito.
Risposi al suo sorriso all’istante, prima di vederlo allontanarsi all’orizzonte di un piccolo corridoio.
Perché a differenza del professore di matematica sapevo quanto grande fosse quel tanto, quasi quanto le storie che si nascondono dietro i volti dei nostri trascurati e trascurabili compagni di viaggio.
Come lui ed io.
Due all’infinito.



Leggi altre storie di scuola
Ascolta la mia canzone La libertà
Compra il mio ultimo libro, La truffa dei migranti, Tempesta Editore

Iscriviti alla Newsletter

mercoledì 4 maggio 2016

Il condominio delle famiglie incomplete

Il condominio delle famiglie incomplete

di
Alessandro Ghebreigziabiher


Alessandro GhebreigziabiherC’era una volta una famiglia incompleta.
Lo era per antonomasia e da ogni punto di vista.
Tutto non era abbastanza, nelle vite di ciascuno dei componenti.
Papà non era sufficientemente astuto per far carriera e non riusciva mai a colmare quel tratto di strada che gli avrebbe fatto raggiungere la vera meta di ogni vincente moderno. Piacere a chi custodiva le chiavi dei piani migliori, dove l’aria è condizionata a perfezione e la fortuna non è mai troppa. Perché si sa che nel mondo reale il lieto fine non è altro che la naturale conclusione di un lieto inizio.
Mamma non era concreta a sufficienza e si vedeva, cavolo se si vedeva. Mi basta dire che lo smisurato numero delle occasioni propizie trascurate era paragonabile solo alla quantità di inutili e traballanti castelli di carta velina dentro i quali aveva pensato di tenere al sicuro la propria ingenuità. Che è profilo adorabile nella ragazzina dagli occhioni perennemente grati alle cose per come sono, ma poi il tempo passa e di increspature su quel paramento di leggerezze intessuto non ne vedi alcuna e il tutto comincia a irritare financo i meno irritabili. Cosa avrai da ridere, scema, è il minimo che puoi aspettarti.
I due figli, poi, erano esistenze monche da manuale.
Al maschietto mancava l’altezza mezza bellezza e pure la mezza bellezza restante, mentre la femminuccia era carente del requisito base, ovvero la femminilità. Almeno in accordo col comune sentire, certo, perché dal canto suo si sentiva donna e agiva da tale, scegliendo movimenti e parlata, abiti e abitudini seguendo le personali inclinazioni. Ditemi voi se esista strada più a rischio di incompiutezza di questa.
Il destino era segnato per i nostri e inevitabilmente la vita consegnò loro il proprio avviso di sfratto.
Il papà fu licenziato in tronco, la mamma idem e i ragazzini rimandati, bocciati ed espulsi, tutti in una sola volta. Perché quando il mondo ci si mette d’impegno a cancellarti dall’inquadratura fa le cose per bene. O male, dipende sempre da chi sia il defenestrato e chi solo un fortunato spettatore.
La famiglia incompleta si ritrovò all’improvviso in mezzo a una strada.
Ovverosia, coerentemente con la storia, nella parte difettosa di quest’ultima.
Una delle tante buche dimenticate sulla via, che mettono in pericolo soprattutto il cammino dei veloci.
I nostri scesero all’interno della fossa e scoprirono un'altra città.
Anzi, una città incompleta, letteralmente.
Una citt.
Nella citt c’erano person come noi, ma nessuna di esse era stata disegnata con la necessaria precisione.
Tutto, anzi, tutt era manchevole di qualcosa.
La famiglia incompleta, che aveva vissuto sino a quel momento inseguita di continuo dall’ansia dei vuoti incolmabili e il rimpianto per le vette irraggiungibili cominciò a rilassarsi.
Non capita spesso, ma laddove il miracolo avvenga, perfino in età matura, è roba spettacolare, senza scherzi.
Sentirsi per la prima volta a casa.
Anzi, a cas.
E la vera meraviglia fu che trovarono quest’ultima in un palazzo enorme, un condominio di una vastità incalcolabile, pieno di gente come loro.
C’era chi non era stato abbastanza cauto nel tacere e tenere la verità per sé e chi non era stato sufficientemente rapido nell’alzare la mano, quando fecero la conta dei sostenitori della ragione più ragionevole.
C’erano tutti, insomma, tutti coloro che non avevano mai avuto alcuna chance di terminare la corsa, per i quali arrivare ultimi sarebbe stata la gioia della vita.
La famiglia fu accolta da un applauso scrosciante, fuori giri e di battito stonato, indubbiamente.
Ma fu la prima volta che provarono cosa volesse dire riceverlo a prescindere da quanto ti manchi nella sporta.
Amor.


Leggi altre storie sulla diversità
Ascolta la mia canzone La libertà
Compra il mio ultimo libro, La truffa dei migranti, Tempesta Editore

Iscriviti alla Newsletter

mercoledì 27 aprile 2016

Siamo tutto quello che c’è fuori

Siamo tutto quello che c’è fuori

di
Alessandro Ghebreigziabiher

In pensione.
Alla fine ci sono arrivata.
Non alla pensione, cioè anche quella, ma mi riferisco ad altro.
Al resto.
Tutto il resto.
Ricordavo, l’altro giorno, quando mi sono imbattuta in quel collega che ancora adesso non rammento come si chiamava.
Non ho mai avuto particolare dimestichezza con i nomi e le facce.
Ricordo solo le voci.
Ma di quel minuto adolescente in prima media, con la testa invasa da ricci a dir poco scostumati e gli occhiali eccessivamente grandi, dalla sgargiante montatura rossa tenuta insieme dallo scotch, non ho più dimenticato alcunché.
Corrado, si chiamava Corrado ed era stato solo un anno nella mia classe.
O, forse, ero stata io.
A trascorrere non più di un anno nella sua vita.
Non ho idea di dove sia finito dopo, ma non appena il mio collega mi ha chiesto dei vecchi tempi andati ho subito ripensato a lui e a ciò che scrisse nel tema di quel giorno.
Racconta chi sei, la traccia. Una via per agevolare la conoscenza reciproca tra gli alunni, niente di più.
E soprattutto molto di meno di quel che Corrado mostrò.
Io vivo fuori, così iniziava, e poi di seguito.
Vivo fuori di me, quindi io sono quel che è fuori. Tutto quel che si trovi all’esterno, oltre la mia pelle, al di là del mio corpo, non il contrario.
Sono tutto, sono la ragnatela nell’angolo del soffitto, sono il ragno, perfino la preda, ma da me poi fanno pace e prendono a saltare sulla rete come fanno i bambini nei parchi e magari cascano, ma non si fanno mai male del tutto.
Sono la porta della camera, che poi camera non è perché dormo sul divano letto nel soggiorno con cucina a vista, ma quando la apro esco fuori e sono ancora io.
Perché io vivo fuori, sono quel fuori, devo esserlo.
Sono tutte le persone che incontro dal momento che oltrepasso la soglia, sono perfino il vecchietto che si lamenta sempre della ragazzina che intasa di pubblicità le cassette della posta. Sono le pubblicità, sono la carta e soprattutto i colori che la rendono allegra e convincente. E allora sono più che contento, perché se sei i colori, ciascuno di essi, puoi essere davvero tutto, nessuno può impedirtelo, nessuno può afferrarti se tu non lo vuoi, nessuno può farti del male, se tu non glielo permetti.
Se tu, al momento giusto, cambi colore, confondendoti con il resto.
Che poi è tutto.
Sono tutto quel che c’è fuori, ma ci pensate?
Sono anche te che leggi e te che leggerai poco, nella tua vita, e non sai cosa ti perdi.
Sono terra, aria e pane caldo.
Sono le cose normali che non hanno alcun bisogno di invocare miracoli ed effetti speciali.
Perché essi sono un miracolo speciale dalla nascita, è solo che non se ne vantano.
Non so voi, scrisse infine. Ma ognuno di noi può scegliere cosa essere e io un giorno ho capito che dentro non c’era abbastanza spazio per tutto quello che provo e penso.
Così sono uscito, sono andato fuori, ho dovuto farlo, lo ammetto.
Quando ho compreso che quel fuori era il meglio che potessi avere allora l’ho scelto, amato.
E non sono più tornato.
Dentro.
In seguito ho saputo dal preside che quel ragazzino era stato tolto ai genitori perché entrambi lo maltrattavano, per usare un eufemismo, e per questo era stato affidato ai servizi sociali in un’altra città.
Fuori dalla nostra, si potrebbe dire.
Come dicevo, alla fine ci sono arrivata anche io.
Non alla pensione, intendo, ovvero pure quella, ma sto parlando di altro.
Del resto.
Quel che è stato la vita intorno a me fino a oggi.
Vicina o lontana.
E che solo ora capisco.
Che è sempre stato.
Ciò che sono…


Leggi altre storie di scuola
Vieni ad ascoltarmi a teatro Sabato 30 Aprile 2016 a Roma.
Ascolta la mia canzone La libertà
Compra il mio ultimo libro, La truffa dei migranti, Tempesta Editore


Iscriviti alla Newsletter

mercoledì 20 aprile 2016

Il mistero della ragazza muta

Il mistero della ragazza muta

di
Alessandro Ghebreigziabiher


Esattamente un mese è durato il più adorabile equivoco della mia famiglia.
Tua figlia non parla, dicevano.
Mia figlia non parla, è quel che sapevo.
Il fratello, lui sì che è simpatico, osservavano da lontano.
Il fratello è simpatico, riconoscevo osservando lui, da vicino.
Ma altrettanto nei pressi di lei, del suo viso, dei suoi occhi, sapevo.
Sapevo che non me la contava tutta, come si dice.
O, forse, era solo una scontata speranza di madre.
Leggi pure come quella creatura perennemente ostinata nel concentrare sentimenti e aspirazioni sulla metà piena della vita.
Mutismo selettivo, diceva lo psicologo.
Mutismo selettivo, è quel che cercavo un giorno sì e un altro pure su internet.
Parla unicamente quando è sola in bagno, spiegava mio marito.
Parla unicamente quando è sola in bagno, cercavo invano un giorno sì e un altro pure su internet e ogni libro che avevo comprato sull’argomento.
Ma questo non vuol dire che mi dannassi il cuore, lo dico e tengo a ribadirlo, soprattutto ora che siam passati oltre l’ostacolo.
Sapevo che c’erano un miliardo di cose che non mi contava, ma era giusto così.
Questo però non si dice.
Perché siamo talmente ignoranti da ignorare il fatto che ignorare non vuol dire necessariamente non vedere.
Non ascoltare.
E, più che mai, non capire.
Tua figlia parla finalmente, poco, ma parla, apprezzavano stupiti tra parenti e amici un mese più tardi.
Mia figlia parla poco, ma parla da sempre, ricordavo a me stessa, tra parenti e amici. Stupidi, più che stupiti.
Trenta giorni è durato il più adorabile equivoco di questa storia.
Sin dall’istante in cui il rubinetto della vasca ha smesso di funzionare e uno stuolo di idraulici ha iniziato a sfilare nella mia casa.
Dev’essere intasato, dicevano quasi tutti.
Dev’essere intasato, lo pensavo anch’io, convinta che fosse una rottura di scatole.
Invece che un dono inaspettato, scartato con lieta sorpresa nel petto innanzi a una scoperta che è valsa ogni attimo di suspense.
Perché giusto un mese dopo, malgrado gli inutili interventi degli esperti del tubo, il rubinetto ha ricominciato a parlare, esattamente come mia figlia.
Poco, con misurato gettito, rispettato e amato per il suo reale valore.
Non ho idea di cosa si son detti, la mia ragazzina e il rubinetto, in quei giorni.
Ma non è un problema.
Perché so che quando entrambi parlano.
Sta a noi fare attenzione.
A non trascurare alcuna goccia.
O parola…



Leggi altre storie di ragazze e ragazzi
Vieni ad ascoltarmi a teatro Sabato 30 Aprile 2016 a Roma.
Ascolta la mia canzone La libertà
Compra il mio ultimo libro, La truffa dei migranti, Tempesta Editore


Iscriviti alla Newsletter

mercoledì 13 aprile 2016

Io sorrido

Io sorrido

di
Alessandro Ghebreigziabiher


Alessandro Ghebreigziabiher
Sei troppo seria, Daniela, dicono spesso i professionisti dall’occhio perennemente attento alle superficialità del vivere.
Tu non sorridi mai, sentenziano sovente i fuoriclasse del particolare che non sfugge ad anima viva.
Hai un bel sorriso, osservano di continuo gli adoratori del lieto fine a buon mercato, dovresti mostrarlo di più.
Grazie, non sorrido, ma ringrazio.
Per cortesia.
Perché non ce l’ho col mondo intero, non merita così tanto.
Tengo alla mia collera, le sono affezionata come a un’insostituibile compagna di giochi immaginaria. Che nel tempo della solitudine reale, come in quella affollata, ha riempito vuoti. Ha ingannato, certo. Fuorviato, è sicuro.
Ma era lì, con me.
E come fai a non voler bene a chi resti con te quando tutti se ne sono andati?
Sei troppo dura con te stessa, affermano molti tra quelli di cui sopra, senza entrare nello specifico.
Sei troppo dura con il tuo corpo, sempre lì a bucare pelle e abiti con la stessa incomprensibile aggressività.
Ma chi l’ha detto che dovrebbe essere compresa?
Sei troppo severa con i tuoi capelli, sempre lì a tagliare e a colorare con la medesima cieca casualità.
Ma chi ve l’ha detto che tutto dovrebbe avere un senso?
Poche cose ce l’hanno sul serio, è l’unica verità che so.
Un padre che se ne va di casa e non torna più, se non per donare saltuari ceffoni a chi si trovi sulla via del crudele manrovescio? Una madre che se ne va di casa, ma torna ogni sera con poco di sé, sempre meno, ogni giorno di meno, fino a trasformarsi in un fantasma vampiro che si nutre della compassione dei figli?
Questa roba non deve avere un significato, deve necessariamente essere frutto di un ottuso caos che regala fortune o sventure a seconda di come si svegli al mattino.
Altrimenti, se c’è davvero un piano in tutto ciò, avreste poche ragioni.
Per dirmi che non sorrido o che sono troppo dura, tra le altre cose.
Eppure, nonostante tutto, sono qua.
Cammino, e sono qua.
Ballo, talvolta ballo, non ci crederete, ma lo facciamo anche noi, a modo nostro.
Con melodie tutt’altro che rassicuranti, d’accordo, ma le note sono note, e quando il corpo vibra lasciatelo vibrare.
Ma la cosa che presumo stenterete a credere, da qualche parte.
In qualche luogo.
Con qualcuno che ignorate.
Io sorrido?
No, io rido, rido come una pazza.
Perché quel qualcuno mi ha fatto sorridere, ridere e soprattutto capire.
Che pazza non sono.
Tutt’altro.


Leggi altre storie di ragazze e ragazzi
Vieni ad ascoltarmi a teatro Sabato 30 Aprile 2016 a Roma.
Ascolta la mia canzone La libertà
Compra il mio ultimo libro, La truffa dei migranti, Tempesta Editore

Iscriviti alla Newsletter

mercoledì 6 aprile 2016

La classe degli ultimi

La classe degli ultimi

di
Alessandro Ghebreigziabiher

C’era una volta una scuola tra le ultime.Alessandro Ghebreigziabiher
Anzi, no.
Non si può iniziare una storia con una bugia, laddove di fantasia si nutra.
Ovvero l’unico brandello di realtà che rimane a chi non è arrivato ultimo, ci è nato.
C’era una volta l’ultima scuola.
Tra le ultime.
Nell’ultima scuola tra le ultime, all’ultimo piano, c’era l’ultima classe.
La classe degli ultimi.
Si da il caso che, all’ultimo piano dell’ultima scuola, nella classe degli ultimi, l’ultima insegnante tra tutti gli ultimi insegnanti, quella mattina aveva deciso di dare il via alla riscossa degli ultimi.
E quale modo migliore per ribellarsi al destino che stravolgerne le regole?
“Facciamo una gara”, disse la prof agli studenti.
“E’ inutile”, rispose una ragazza dall’ultimo banco.
A esser pignoli, da un ultimo banco della sola fila composta da soli ultimi banchi.
“Perché è inutile?” chiese lei.
“Perché tanto noi non vinciamo mai.”
“Ma stavolta sì”, dissentì l’insegnante, “perché questa gara la vincerà il più ultimo.”
In pochi secondi la contesa si fece a dir poco accesa, sino a riscaldare l’intero edificio, non avvezzo a siffatti coinvolgimenti emotivi.
“Io sono il più ultimo”, esclamò il primo, “perché mio padre ha smesso di cercare lavoro da dieci anni e mia madre se n’è andata…”
“Io sono la più ultima perché venire a scuola è l’unica ragione per la quale mi alzo dal letto. Ed è anche la cosa che odio di più…”
E così via.
“Io sono la più ultima perché penso di essere brutta e mi sono convinta che col tempo lo sarò anche di più.”
“E io sono il più ultimo perché penso di essere solo e mi sono convinto che col tempo lo sarò anche di più, ma sono anche brutto, quindi ho vinto io.”
“Noi siamo i più ultimi”, dissero due gemelli, “perché nonostante i nostri genitori abbiano chiesto di dividerci in due classi, non ne hanno trovato alcuna oltre a questa che fosse disposta ad accoglierci.”
“Io sono il più ultimo e la gara finisce qui”, esclamò alzandosi in piedi invano un ragazzino dalla voce flebile, “perché sono talmente ultimo che non vi siete ancora accorti che sono in classe con voi. Neanche figuro nel registro…”
“Fermi tutti”, disse un uomo attempato aprendo la porta. “Io sono il più ultimo perché faccio il bidello e l’ho voluto io, perché mi piace questo lavoro, ma quando lo dico nessuno mi crede…”
Il vincitore sembrava esser stato decretato, quando un ennesimo colpo di scena si guadagnò il finale.
“Perdonate”, disse la professoressa con palese emozione nella voce, “ma ho vinto. Io sono la più ultima tra tutti voi. Perché nonostante avrei dovuto saperlo per prima, solo per ultima oggi ho capito che forse non vinceremo mai…
“Ma questo non vuol dire che non ci divertiremo da matti, insieme.”


Leggi altre storie di scuola
Vieni ad ascoltarmi a teatro Sabato 30 Aprile 2016 a Roma.
Ascolta la mia canzone La libertà
Compra il mio ultimo libro, La truffa dei migranti, Tempesta Editore



Iscriviti alla Newsletter