mercoledì 22 febbraio 2017

Storie di ragazze: La faccio finita

La faccio finita

di
Alessandro Ghebreigziabiher

La.
Faccio.
Finita.
Eva digitò le tre parole e si apprestò a chiudere.

Alessandro Ghebreigziabiher
Potremmo aggiungere il sipario, per darci un tono teatrale, giustappunto, ma presumo sia più onesto dirla tutta per ciò che è.
Eva era pronta a chiudere ogni cosa e gli ultimi tre insiemi di lettere che lasciava alle spalle rappresentavano un commiato perfetto.
Malgrado unite dicessero tutto quel che c’era da dire, le singole parole erano semplici e banali, se prese da sole.
Esattamente come la ragazzina vedeva se stessa.
Tuttavia, non aveva idea di quanto la scena lo fosse, perfetta.
“Ci conosciamo?”
Altre due parole, non sue, in una domanda di poco conto per chi è sul finire del giorno, l’ultimo.
Ciò nonostante, era il nome del mittente a lasciarla perplessa.
“Non credo”, rispose Eva.
“E allora perché mi hai taggato?”
“Non ti ho taggato.”
“Sì che l’hai fatto.”
“Ti sbagli, ci dev’essere stato un errore.”
“No, nessun errore, hai taggato proprio me.”
“Aspetta… tu vorresti dirmi che ti chiami La?”
“Sì, ovvero è il diminutivo di Laura, tutti mi chiamano La, ma nessuno per il motivo per il quale io mi ci sento.”
“E quale sarebbe?”
“E’ facile, La, come la nota.”
“Il La?”
“No, la La.”
“Non ti seguo…”
“E’ normale che tu non mi segua, perché è talmente vero quello che penso che nessuno lo ritiene plausibile.”
“Spiega.”
“Si chiamano note, giusto?”
“Sì.”
“E nota è una parola femminile, no? Sono le note, giusto?”
“Esatto.”
“E al plurale è sempre femminile, vero?”
“Quindi?”
“Quindi perché allora diciamo il Do e il Sol, il Re e il Mi? Almeno il Fa e il La dovrebbero essere nostre: la Fa e la La.”
“Che scemenza.”
“Non dico tutte le note, ma almeno quelle due. In fondo servono per creare la musica, non il musica.”
“Tu sei scema, ma simpatica.”
“Grazie.”
“Ma se non mi hai taggato che stavi scrivendo?”
“Ci conosciamo?” domandò in quel momento qualcun altro.
“Non penso, ma scusa, sono già in chat con una…”
“E allora se sei in chat con una perché mi tagghi?”
“Non ti ho taggato, cosa dici?”
“Sì che l’hai fatto.”
“Un attimo… quindi tu vorresti dirmi che sei Faccio?”
“Sì.”
“Ti chiami Faccio?”
“Non mi chiamo Faccio, è un nickname, sveglia, io sono Francesco.”
“Be’, è strano.”
“No, è logico.”
“Perché?”
“Perché la vita per me è fare. Penso, quindi sono, dice il motto, ma secondo me va bene per gli anziani. Io ho sedici anni.”
“Anche io.”
“E allora puoi capirmi, ci sono così tante cosa da fare oggi, che non si può restare fermi, non si può restare a pensarle, solo a guardare gli altri che le fanno. Chi può fare, deve fare, questo è il mio motto. E io faccio.”
“E cosa faresti?”
“Tutto quello che mi fa stare bene.”
“Ci conosciamo?” chiese il terzo a entrare in scena.
“No… ma un istante, forse ho capito: ti ho taggato, giusto?”
“Sì.”
“E tu ti chiami Finita, vero?”
“Brava, ma perché mi hai taggato?”
“Che razza di nome è Finita? So che è un nickname, ma perché hai scelto questo?”
“Non è un nickname.”
“Stai scherzando?”
“No, lo scherzo me l’hanno fatto i miei. Due sciroccati, non solo per la scelta dei nomi.”
“Non me ne parlare.”
“Allora mi son detta, lo sai che c’è? Io sono Finita, è il mio nome, così come tutto il resto che ho trovato alla nascita, a cominciare da quei due bambini cresciuti solo nel corpo e nelle frustrazioni, e ho una sola via per vivere felice.”
“E sarebbe?”
“Far diventare figo quello che sono.”
“E come fai?”
“Inizio con il non vergognarmene.”
Eva continuò a parlare con tutti e tre fino a tarda notte e si addormentò, dimenticandosi il proprio funesto intento.
E che siano benedette le parole.

 
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mercoledì 15 febbraio 2017

Storie sulla vita: quanto mi resta?

Quanto mi resta?

di
Alessandro Ghebreigziabiher

“Quanto mi resta?” chiese lui, con voce a dir poco
Alessandro Ghebreigziabiher
spaventata.
“Non lo so”, disse lei, non meno agitata. “Come faccio a risponderti?”
“Non voglio lasciarti sola…”
“Neppure io, cosa credi? E poi, come fai a esser certo che te ne andrai per primo?”
“Lo sento.”
“See…”
“Ti dico di sì, vedrai che sarà così.”
“Sarà come dici tu.”
“Ho paura.”
“Pure io.”
“Io di più.”
“Perché?”
“Perché vorrei restare con te per sempre, qui.”
“Anche io…”
“Ho paura che dall’altra parte non ci sia nulla.”
“Lo so, pure io ci penso, ogni tanto.”
“E la cosa non ti terrorizza?”
“Certo, sono fatta di carne come te, ma…”
“Ma cosa?”
“Ma considera se invece saremo ancora insieme, io e te, a cosa sarà servito lamentarsi ora?”
“Hai ragione, ma queste sono solo parole. Io mi fermo a pensare e mi figuro altre miliardi di possibilità oltre al nulla e non sono meno terrificanti.”
“Per esempio?”
“Per esempio, immagina che ci sia qualcosa, che non finisca tutto, ma che noi due non stiamo insieme.”
“Impossibile, farei di tutto per trovarti e penso che anche tu faresti lo stesso.”
“Sì, ma immagina di non riuscirci.”
“E come potrebbe succedere?”
“Non lo so… magari potremmo dimenticarci l’uno dell’altra. Magari, una volta arrivati lì, loro ci cancellano la mente.”
“Ma perché dovrebbero farlo?”
“Perché sono bastardi dentro, che ne sai?”
“E poi loro chi?”
“Che ne so?”
“A ogni modo, anche se non mi ricordassi niente, mi basterebbe incontrarti e guardarti negli occhi, ascoltare la tua voce, stringere le tue mani, proprio come ora. Ma… stai tremando…”
“Quanto mi resta?”
“L’hai già detto, non lo so, nessuno lo sa.”
“Farà male?”
“Pure? Continui a domandarmi cose delle quali ne so quanto te…”
“E a chi le chiedo? Ho solo te…”
“Anche io ho solo te e, forse, abbiamo solo questo tempo, perché sprecarlo?”
“Ti posso abbracciare?”
“Lo stai già facendo…”
“Ah, già, è vero.”
“Ho paura.”
“Pure io.”
“Non potremmo andarcene insieme?”
“Non lo so, ma non dipende da noi, credo.”
“Tanto io lo so.”
“Cosa?”
“Che io sarò il primo.”
“Perché lo senti.”
“Già.”
Pochi secondi più tardi, con un tempismo alquanto beffardo, giunse l’istante temuto.
Lui se ne andò.
Tuttavia, qualche attimo dopo, anche lei incontrò il medesimo destino.
E tra un prevedibile pianto e un quanto mai inaspettato sorriso.
I due gemelli vennero al mondo.

 
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mercoledì 8 febbraio 2017

Storie di bambini: voltati

Voltati

di
Alessandro Ghebreigziabiher

“Voltati, caro”, fa Annalisa, sua moglie, ma invano.
“Solo un attimo”, risponde difatti Amedeo, senza

Alessandro Ghebreigziabiher
smettere di mostrare la solita schiena, la consueta nuca, gli ormai radi capelli e le immancabili spalle contratte, a causa delle braccia irrigidite e obbligate a seguire le mani, frenetiche su di lui, sua maestà il cellulare.
La stanza è quella grande, come la chiama Stefania, la figlia maggiore, sedici anni, detta anche colei che ora non si limita più a far domande. Adesso ha qualche risposta al suo arco e non manca mai di centrare il bersaglio preferito dalle giovani della sua età.
“Tanto è inutile, mamma”, osserva con paradossale tono materno, “da lì non lo smuovi neanche con il terremoto. L’altro giorno il lampadario ballava e ci stava proprio sotto, ma dove credi che guardassero i suoi occhietti?”
“Non ti permettere di prendere in giro tuo padre”, l’ammonisce Giuliana, la nonna paterna, “lavora tanto e lo sai.”
“Ma non sta lavorando”, osserva Luigi, il figlio minore, tredicenne smanettone, nonché il tecnico installatore e manutentore di telefonini preferito dal babbo, ovvero l’unico, il più facilmente reperibile e soprattutto più a buon mercato. “Starà giocando, vedrai.”
“Non sto giocando”, ribatte l’interessato, “ho detto un attimo, che fretta c’è?”
“Non puoi certo dire che stai lavorando”, esclama Goffredo, collega e diretto superiore del nostro. “Non a quest’ora, gli uffici sono chiusi, lo sai.”
“Ciao, Goffredo”, fa Amedeo.
Ma senza voltarsi, ovviamente.
“E’ sempre stato così”, sottolinea Corrado, il fratello da poco uscito da una comunità di recupero ma probabilmente già ricaduto nel vecchio vizio, cosa palese a tutti, visto che da quando è arrivato si è chiuso ripetutamente al bagno e ogni volta è tornato più accelerato di prima. “Le buone maniere non sono il suo forte, ma non è cattiveria, è che non gli viene proprio naturale.”
“Pensa per te”, interviene Caterina, sorella di entrambi, nonché mezzana, figura mediana della loro vita e forse anche della propria. “Neanche tu sei mai stato un mostro di cortesia.”
“Non litigate”, tenta di buttare acqua sul fuoco nonna Giuliana.
“Avete provato a spegnere il Uai fi?” propone Duilio, il vicino vedovo, pensionato e soprattutto molto solo, quindi onnipresente in casa loro.
“Vuole dire Wi-Fi?” precisa Luigi. “Comunque è inutile, ha un abbonamento di ferro, papino.”
“Certo”, gli ricorda la madre, rammaricandosi all’idea, “gliel’hai sottoscritto tu…”
“E ti credo, mamma, mi ha dato venti euro, quel giorno. Per cinque minuti di lavoro è un affare.”
“Concordo”, approva Goffredo.
“Ecco la lasagna, signori”, esclama zia Valeria facendo un’entrata trionfale con la poderosa teglia sospesa davanti a sé come fosse la corona della regina di Inghilterra. “Vedrete che non appena ne sente l’odore corre in tavola.”
“Mi dispiace deluderti, zia…” fa Annalisa. “Se avessi potuto prenderlo per la gola, da tempo avrebbe smesso di rimanere sempre lì incollato.”
“E poi sarei io il tossico…” osserva Corrado mettendosi a tavola.
Tutti lo guardano preoccupati per le ragioni di cui sopra, ma nessuno si sente di dissentire.
A un tratto entra nella stanza Matteo, accompagnato da nonno Federico, al quale stava facendo vedere gli ultimi disegni che aveva fatto a scuola.
“Sbaglio o è arrivata la lasagna?” osserva l’anziano padre di Annalisa.
“Sì, nonno”, conferma Stefania, “mancavate solo voi.”
“Non è vero…” fa Matteo, solo otto anni e una quantità ben più grande di desideri da esprimere.
Come quello di guardare negli occhi suo padre, qualora ne abbia bisogno.
“Papà”, fa dopo essersi avvicinato ad Amedeo.
“Voltati.
“Voltati, papà.
“E spegni quel coso.
“Perché, tanto, tutte le persone che ti amano.”
“Sono qui…”
E fu così che a tavola.
Non mancò più nessuno.


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mercoledì 1 febbraio 2017

Storie sui libri: gli spiriti deboli

Gli spiriti deboli

di
Alessandro Ghebreigziabiher

Da qualche parte, là fuori, ovvero oltre i confini di un’immaginazione addomesticata, esistono altri
Alessandro Ghebreigziabiher
mondi, oggettivamente diversi dal nostro, talvolta troppo innocui per essere riconosciuti come tali, spesso troppo belli per essere ritenuti veri.
La maggior parte di essi sono temuti, qualora ancora sconosciuti ai più e l’invasione della nostra vulnerabile esistenza è uno dei pericoli maggiormente paventati.
Ebbene, in uno dei rari casi dove i timori sono più che fondati, ha inizio questa storia.
Per la precisione, nella cella di una prigione.
All’interno di essa ci sono tre spiriti.
Tre disonorevoli membri della tenebrosa schiera delle anime malefiche e assetate di vite da occupare e gente da manovrare a piacimento.
Che dire, creature ignobili e per fortuna soprannaturali, quindi mai viste da noi, cribbio.
Pare vero.
Pare tutto vero, questo è il bello dei racconti improbabili, dicono.
A ogni modo, i tre spiriti sono davvero dei falliti, all’interno della loro società.
Colpevoli della più deprecabile incapacità, va detto.
Quella di non riuscire a possedere l’umano.
“Credo di dover cambiare avvocato, cavolo
, fa uno dei detenuti, senza smettere di aleggiare nervoso nella cella. “Penso proprio di aver subito un processo ingiusto. Cavolo che sì.”
Cavolo che sì?” salta su uno dei due compagni di prigionia, seduto in terra e alquanto infastidito dall’altro. “Di che cavolo blateri, piuttosto. Tu qui sei la vergogna della categoria, forse l’unico che andava rinchiuso prima di gettare la chiave. Quell’altro, che non smette di fissare l’esterno attraverso le sbarre della finestra, sarebbe solo da internare in una clinica per spiriti dementi, ma tu sei un vero abominio, ovviamente, ovvio, sì.”
“Cavolo, addirittura? Che ci posso fare se amo quelle bestioline? Da quando essere un animalista è un abominio?”
“Anche io amo gli animali, amico, ma non mi sono mai sognato di andare a infestare cagnolini, pappagalli e criceti. Qual è l’ultimo che hai posseduto?”
“Cavolo, tu non puoi capire… era così elegante. Essere un’iguana è stata l’esperienza più appagante della mia vita…”
“Un’iguana? Appagante essere un’iguana? La sedia elettrica, dovrebbero darti, ovvio, ovviamente che sì.”
“Cavolo, parli tu?”
“Io che?”
“Bello, almeno io ho scelto qualcosa di vivo…”
“Ecco, sei come tutti, il solito retrogrado, ovviamente, è ovvio, sì. Oramai i cellulari sono vivi a tutti gli effetti. Le persone ci parlano e li ascoltano, ne hanno cura come se fossero figli o amanti, li aiutano a crescere con amorevole attenzione con i vari aggiornamenti e a ogni malattia, dicesi virus, sono puntuali nell'intervenire con la giusta medicina. E quando si rompono, ovvero muoiono, piangono lacrime sincere e non smettono mai di ricordare il caro estinto.”
“Cavolo, tu dai del demente a quello lì, ma anche tu sei fuori, lo sai?”
“Non ti permetto di paragonarmi a quel pazzo, amico delle iguane! Lo sai che cosa si dilettava a possedere quel mentecatto?”
“Cavolo, cosa?”
“Libri.”
“Libri?”
“Sì, libri, quell’inutile e inerte ammasso di cellulosa e inchiostro.”
“Cavolo… speriamo che non sia pericoloso…”
“Non credo, l’hai visto anche tu. Da quando l’hanno ficcato qui con noi altri non ha mai smesso di mostrare quel sorriso perenne e gli occhi trasognati, come se invece che in cella fosse in vacanza.”
“No, cavolo, meglio.”
Come se fosse libero...


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mercoledì 25 gennaio 2017

Storie sull'amicizia: La mia luce

La mia luce

di
Alessandro Ghebreigziabiher

Corrado è in terra, rannicchiato e intento a stritolare se stesso, con l'inaccettabile speranza di cancellarsi, di sparire.
Alessandro Ghebreigziabiher
Esattamente come l’adorato disegno, ridotto in pezzi da una tra le più odiose eredità dell'umano baraccone.
Il dolore di un genitore.
“Cosa fai lì?” chiede l’unica lettera amica di una famiglia solo abbozzata.
La effe, per la cronaca, che il cielo la benedica.
Corrado non risponde, ma Federica non si arrende e lo raggiunge sul pavimento della camera.
Il luogo perfetto per incontrarsi, tra vittime innocenti.
La ragazzina, vecchia saggia di tredici anni, si guarda in giro e nota i resti dell’opera sublime, sopravvissuti alla paterna solitudine travestita da alcool e rabbia.
Quindi vede e capisce.
Capisce e vede meglio.
Vede meglio, capisce tutto e decide di prenderlo tra le mani, l’unico senso del racconto, il solo possibile per non soccombere allo sgradevole destino.
“Meraviglioso…” fa con indubbia sincerità nella voce, ammirando il frammento di carta e sogni calpestati.
Destato più dal tono che dal senso delle parole, il fratellino di soli sei anni leva il capo e la guarda.
Lei lo percepisce, con il cuore ricolmo di speranza, ma non smette di fissare la porzione di sole disegnata da Corrado.
Un particolare di un disegnino infantile per il mondo di fuori e ali di pura magia per chi questo e solo questo attende, altrimenti è fine, la solita di molti, troppi, là fuori.
“E’ solo un pezzetto…” fa il bambino.
“No”, risponde Fede, come la chiama lui, “non lo è.”
Quindi, come in preda a un’eccitazione mistica, si alza frenetica e senza smettere di stringere il ritaglio superstite corre alla finestra e tira giù la serranda.
Creando il buio, e con esso il teatro perennemente gremito, il cinema e i suoi ingannevoli effetti, tutti i libri del mondo, ogni spettacolo che possa accendere occhi e far vibrar mani, agevolando l’entrata in scena del talento, quello incontaminato, il solo che dovremmo celebrare sulla pubblica piazza.
Ah, che emozione l’oscurità che prelude ai miracoli.
La ragazzina ritorna accanto a Corrado e gli mostra, ovvero, gli dimostra che non tutto è perduto.
Il bambino vede.
Il bambino vede e capisce.
Capisce ancor meglio di lei e rinasce.
“Sembra vero…” mormora estasiato, ipnotizzato dal frutto della sua sottovalutata matita.
“No”, lo corregge di nuovo Federica, ancora una volta per una buona ragione. “E’ qualcosa di più.”
E’ la tua luce, fratello mio.
E’ la nostra, sorella.


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mercoledì 18 gennaio 2017

Storie sull'amicizia: La mia migliore amica

La mia migliore amica

di
Alessandro Ghebreigziabiher

“Signori”, fa lo psicologo con evidente soddisfazione nello sguardo come nel tono della voce, “è con grande piacere che vi informo che con Brando possiamo interrompere le sedute.
Alessandro Ghebreigziabiher
Ovviamente, io sono a disposizione, per ogni evenienza. Avete il mio numero, sapete dove lavoro, insomma… signora? Su, non faccia così…”
“Non si preoccupi, è solo gioia, sono contenta…”
L’uomo le passa i fazzoletti che sono sempre a portata di mano e di volto sulla scrivania.
La donna ne approfitta e cancellate le lacrime mostra un’espressione al colmo della felicità. Pronta a piangere di nuovo, in breve.
“Lei lo sa. Io e mio marito eravamo così angosciati…”
Il compagno afferra la mano della moglie e la stringe con delicatezza. Non è una persona particolarmente generosa nei gesti, ma è solo una sorta di innata dedizione all’essenziale e allorché il raro tocco vada in scena, è sempre sul pezzo.
La donna gli sorride e lui la imita di rimando.
Altrettanto fa il dottore al di là della scrivania. E’ una guerra assai difficile, quella contro i mostri dell’anima, ma talvolta si vince qualche battaglia e non si può fare a meno di festeggiare.
“Ricordo quando siamo venuti qui la prima volta, due anni fa…” dice la donna. “Eravamo così afflitti. Dopo… sì, dopo Lidia pensavamo che adottare Brando fosse stata la scelta più giusta, il modo migliore per continuare insieme…”
“Lo è ancora, signori”, tiene a precisare il dottore della mente. “Dovete convincervi che è così anche adesso e che lo sarebbe stato a prescindere dai miglioramenti di Brando. Come vi spiegai a suo tempo, vostro figlio è arrivato nella vostra casa che aveva già cinque anni, non è semplice a quell’età accettare l’idea di una nuova famiglia, papà, mamma, e tutto quello che ne consegue. E’ molto comune, poi, dover affrontare altre difficoltà da adolescenti, ma è per questo che voi siete qui e sarete con lui anche domani, finché ne avrà bisogno.”
“Anche lei è fondamentale”, osserva deciso il padre di Brando.
“Grazie, ma a onor del vero, devo riconoscere che come al solito sono i ragazzi stessi a compiere il lavoro più difficile. E anche gli amici contano molto, come quella di Brando.”
“Chi?” chiede la madre.
“Come chi? La sua migliore amica…”
“E chi sarebbe?” cade dalle nuvole anche il padre. “Non ce ne ha mai parlato… come si chiama?”
“Non lo so, il nome non me l’ha mai voluto dire, ma è spesso a casa vostra, no?”
Un velo di perplessità cala inevitabilmente sui genitori.
“Scusi, dottore”, fa la madre, “ma come lei ricorda, siamo venuti da lei anche perché Brando non usciva mai di casa e stava sempre solo, nella sua stanza…”
“Sì, certo, ma poi ha incontrato lei, no?”
“No?” ripete il dottore.
I due si guardano confusi e uniti dalla flebile speranza che, magari in loro assenza, il ragazzino avesse frequentato la tipa in questione.
“Cosa ha detto di lei?”
“Che è la sua migliore amica e spesso mi ha riportato suoi consigli e pensieri che l’hanno aiutato a star meglio. Nella fattispecie devo ammettere che talvolta mi sono sembrati anche più sensati dei miei, come se avessi avuto una specie di invidia per l’improbabile collega…”
“Per esempio?” chiede la donna, con un principio di illuminazione nella testa.
“Be’, potrei citare molte frasi, alcune me le sono scritte, pensate un po’. Per esempio quando mi ha confidato che secondo lei la vita non è un video, ma un insieme di foto ed è tutta, davvero tutta, solo in una tra esse. Ricordala per sempre e sereno per sempre vivrai. Brando mi disse che per lui è il giorno che vi ha visti per la prima volta…”
Il dottore riprende i fazzoletti e si accinge a passarli alla donna, quando si accorge che anche il marito sta piangendo. Ma stanno anche sorridendo.
“Avete capito chi è?”
“E’ Lidia…” risponde il padre del ragazzo. “Sono parole di Lidia, del suo diario… ”
“Brando deve averlo trovato…” aggiunge la moglie. “Non ha mai smesso di scriverlo, anche in ospedale, era sempre lì, accanto a lei…”
Lo psicologo si estrania per un istante e, rammentando le ultime parole di Brando prima di concludere il comune cammino una volta per tutte, si commuove anche lui.
“Da oggi voglio fare cose belle e vivere bene, dottore, per me e anche per la mia migliore amica.”
Glielo devo.


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mercoledì 11 gennaio 2017

Storie d'amore: Mi piace

Mi piace

di
Alessandro Ghebreigziabiher

Lui mi piace e ho agito, potrebbe finire qui.
I tempi sono cambiati, dicono in tanti. Sì, d’accordo, lo si dice in ogni tempo diverso dal precedente, è banale, ma questa cosa qui, dai, questa è normale.
Anzi, è la norma.
Una ragazza che fa il primo passo, che si dichiari

Alessandro Ghebreigziabiher
all’ignaro lui è roba di tutti i giorni, oramai.
Così, a natale mi son fatta coraggio, mi son fatta, punto, e sono andata in missione per conto del cuore.
Un attimo… ho detto fatta, vero? Non pensate a droghe di qualsivoglia peso.
Ho la mia personale idea di sballo e non ho problemi a spacciarla qui, sulla pubblica pagina.
Le mie droghe sono, in ordine sparso, i video musicali dove non si capisce un fico secco, ma la musica ti spezza in due, anzi, in tre e pure quattro, cinque parti necessariamente diseguali. Le maratone, la sera molto tardi o il mattino troppo presto, dello stesso film strappa lacrime, risate e budella, fino a consumare gli occhi. E le interminabili passeggiate con Tubo, il mio bastardino, che è di una simpatia infettiva, malgrado la cara bestiolina non capisca il suo nome, questa arriva dopo.
Il rallenty che segue è d’obbligo.
Eccolo, lo vedo, lui non vede me, tutti non vedono noi, ma la bidella sì.
Perché cappero non si fa gli affari suoi?
Oh, s’è voltata, bene.
Avanzo cuore in mano e cervello nascosto da qualche parte, altrimenti, col cavolo che sarei qui, ora.
Lui mi vede, io da mo’ che lo guardo, lui in realtà non mi vede davvero, ma cosa conta per un’innamorata pronta a tutto?
Mi avvicino, lui è vicino, io tremo, lui no, io sorrido, lui pure, ma per lui è solo una mera, empatica reazione.
No, Cupido, ancora no, Afrodite, e tutte voi, divinità dell’amor puro, non mi accontenterò di banale empatia, che come bruco possa divenir col tempo farfalla.
Voglio ali e tutto il resto adesso, sul posto.
Così, mi schiarisco la voce e sparo le mie preziose cartucce.
“Piero, vorrei dirti qualcosa, vorrei davvero, ma temo che non ci siano lettere in tutto l’alfabeto pronunciabile capaci di formar parole coerenti con quel che provo.”
“Bella questa, Stefi, mi piace.”
“Sì… sono contenta… fa piacere anche a me.”
“Cosa?”
“Che ti piaccia.”
“Ottimo.”
“Dicevo… temo, io temo, ma questo non vuol dire che mi arrenda, perché la paura è solo una porta che ti conduce nell’unico luogo dove sei davvero attesa.”
“Bellissima, questa è ancora meglio. La condivido subito.”
E prende a digitare, il demente.
“Piero?”
“Sì?”
“Ti dicevo, poc’anzi, che non mi arrendo e quindi, insomma… dal primo giorno che ti ho visto io ho capito.”
“Che?”
“Ho capito che non riesco a immaginare giorno dove i tuoi occhi non trovino casa nei miei.”
“No…”
“Ebbene sì.”
“E’ tua?”
“Cosa?”
“Va be’, non importa, la posto subito sulla mia pagina, stavolta raggiungo i mille, stai a vedere…”
“Piero…”
“Sì?”
“Ma hai capito che ti sto dicendo?”
“Certo e mi piace, te l’ho detto.”
“Sì, questo l’ho capito anch’io… forse devo essere più chiara… io sto cercando di dirti che vorrei che questo natale mi regalasse un sogno a occhi aperti e quel sogno sei tu…”
“Sul serio?”
“Certamente.”
“Stefi, ma tu sei qualcuno, sei, questa è quella che mi piace di più! Ti dispiace se la rivendo come mia?”
“No, fai pure…”
Che dire, mi sono allontanata in relativo buon ordine, mesta e leggermente incacchiata.
Natale è trascorso con andatura agrodolce con inevitabili punte di malinconia.
Tuttavia, ho iniziato l’anno con un proponimento a cui intendo tener fede più di ogni altra cosa nella mia vita, da ora in poi.
Devo pensare con molta, infinitamente molta più attenzione.
A quello che mi piace…



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