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mercoledì 30 novembre 2016

Le tre i

Le tre i


di
Alessandro Ghebreigziabiher

Insegnante di lettere.
Alessandro Ghebreigziabiher
Talvolta lo si diventa davvero volontariamente, malgrado tutto e tutti. Ma non si fa niente del tutto da soli, c’è sempre qualcuno, qualcosa, che nel momento cruciale ha dato una mano. Ha pronunciato le parole che servivano, riscaldato le emozioni necessarie. O, soltanto, era lì, al momento giusto.
“Cosa vuoi fare dopo il liceo?” Chiese la prof al maturando.
Riempi lo zaino del minimo indispensabile”, esclamò la prima i, “e monta sul primo treno, non importa dove, non conta chi, ma vai, prima che sia troppo tardi e parla con tutte le persone che incontri, stringi mani e assaggia colori, suoni e dolori. Lascia che la sofferenza ti invada, è l’unico modo per ammaliare sua signora la paura e derubarla dei doni che nasconde sotto il mantello.”
“Ingegneria elettronica”, rispose invece il ragazzo, imitando la maggior parte degli studenti che l’avevano preceduto, a parte un detenuto in libera uscita appositamente per l’esame e una giovane dai capelli viola, le unghie verdi e le lenti a contatto bianche da vampiro in crisi d’astinenza.
Scherzi?” strillò la seconda i. “Hai sentito cosa ha detto la professoressa? Cosa vuoi fare dopo il liceo vuol dire un’infinità di roba. Vi hanno inculcato in testa l’idea che le domande hanno poche risposte e che la migliore sia solo una, al massimo due, come acceso o spento. Sbagliato, non c’è nulla di più sbagliato. Dopo il liceo c’è il resto della tua vita, c’è tutto, quello che puoi pensare e ciò a cui non penserai affatto, ma questo non vuol dire che non esista. E, proprio perché giunto a tal pensiero, dovresti quanto mai eludere la suddetta domanda. Se non altro, temporeggiare, riflettere e magari partire dal primo secondo utile. Dopo il liceo uscirò dalla porta alle mie spalle, camminerò verso casa, ovvero ovunque e di nuovo libero di scegliere come impiegare il mio tempo starò molto attento a non sprecare ogni secondo.”
“Peccato”, osservò giustappunto la docente con palese sincerità. “Sei così portato per le parole.”
“Ha ragione, lo dice anche mia sorella, ma vede, il fatto è che ho bisogno di prendere una laurea che mi darà un lavoro...”
E cosa credi che faccia la tipa di fronte a te?” saltò su la terza e ultima i. “Pensi forse che sia un hobby, il suo? Che invece di collezionare francobolli o inchiodare farfalle abbia deciso di trascorrere il proprio tempo a cavallo di una cattedra inseguendo sbarbatelli come te? Non sono le lauree ha darti il lavoro, è un’illusione che i lavori vengano dati, pure dai datori degli stessi. Come ogni fare che determinerà la posizione che avrai su questa terra, anche il più esile brandello di scelta, se ci pensi attentamente, sarà sempre nelle tue mani. Se dovrai essere un ingegnere, per la parentesi di mondo con cui dividerai la tua vita, fa’ che sia perché questo è ciò che vuoi davvero.”
Ignorando le tre, e forse anche la prof, il giovane si alzò e abbandonò la sala degli esami.
Che tristezza”, commentò con evidente amarezza la prima i.
Puoi ben dirlo”, concordò la seconda.
Abbiamo fallito”, chiosò la terza.
“Niente affatto”, dissentì con veemenza l’insegnante, sorprendendo le invisibili presenze. “Con me ha funzionato. Perché quel giorno vi ho ascoltate e di voi mi son fidata, tenera incoscienza, adorata immaginazione e prezioso idealismo. Perché grazie a voi, oggi, sono qui. E qui sarò domani, finché ci sarà ancora tempo per me e voi.”
Proprio in quel momento bussarono alla porta.
Non tutto è perduto finché puoi scriverlo.
Un altro esame, un altra vita.
E un’altra speranza per tutti.


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mercoledì 23 novembre 2016

Nessuno tocchi il virus

Nessuno tocchi il virus
 
di
Alessandro Ghebreigziabiher


“Che nessuno esca dal Desktop”, esclamò con inevitabile tono autoritario l’infallibile guardiano.
“Cosa succede, signor Antivirus?” si fece avanti l’editor di testo.
Cosa succede?” Ripeté facendo il verso l’altro. “Non avete sentito l’allarme?”
“Io no, mi dispiace, stavo scrivendo…”
Stava scrivendo. Programmi illusi e sognatori...

Alessandro Ghebreigziabiher
non avete ancora capito che non siamo altro che strumenti nelle mani di chi vive davvero, là fuori.”
“Come vuole lei, ma comunque non ho sentito.”
“Cosa succede?” Si fece avanti il software per disegnare.
“Eccone un altro... succede che c’è un virus tra noi, cribbio!”
“Bene”, esclamò con la bava alla bocca il cestino. “Moltissimamente bene.”
“Moltissimamente?” Saltò su l’antivirus. “Ma questo come parla?”
“Lo deve capire”, spiegò il programma per scrivere. “E’ vero che assimila di tutto, ma non ha il tempo di vedere o capire cosa sia effettivamente entrato in lui.”
“In altre parole un ignorante che pensa solo a ingoiare roba”, osservò il programma per inviare e ricevere email.
“Proprio lei cercavo”, si avvicinò l’antivirus. “Che cosa ha da dirmi?”
“Da dirle? Ah, sì, è arrivata proprio ieri una barzelletta da far schiantare dal ridere. La vuole ascoltare?”
“No che non la voglio ascoltare, idiota. Almeno lei ha sentito l’allarme?”
“Ecco… in effetti ero così assorto nella lettura di una corrispondenza piccante…”
“Signori”, strillò l’antivirus esasperato. “Lo volete capire o no che è entrato un virus? Lo sapete cosa rischiamo?”
I virus sono programmi sconosciuti ed estranei al sistema”, rispose il browser citando alla lettera con tono leggermente irrisorio. “Sono pericolosi e dannosi perché, una volta infettato quest’ultimo, possono cancellare la nostra memoria e arrestare ogni processo…”
“Non è una poesiola, razza di deficienti”, urlò isterico l’antivirus. “Qui rischiamo di essere spazzati via e sostituiti da chi non sappiamo neppure da dove arrivi e per quale ragione sia venuto qui…”
All’improvviso, un rumore inusitato catturò l’attenzione di tutti.
Come un colpo di tosse, una nota fuori posto, una stonatura del vivere, al di là delle porte di ingresso e uscita ossessivamente controllate dall’irritato gendarme digitale.
Un silenzio teso calò sullo schermo.
L’antivirus avrebbe sgranato ulteriormente le pupille e drizzato le antenne se solo le avesse avute.
Si guardò intorno con estrema cura di ogni dettaglio, scandagliò ciascun pixel e bit, ma poi, notando un sospetto assembramento nel mezzo del monitor, si appropinquò incuriosito.
“Cosa nascondete, là dietro?” chiese ai programmi, ammassati in un modo tutto fuorché logico.
Potrei dire umano. Anzi, lo vorrei proprio, se potessi.
Gli interessati, escluso il cestino, il quale non aveva la più pallida idea di quel che era accaduto, si mossero quel tanto per mostrare l’intruso.
Un figlio del resto del creato, ovvero progettato, codificato e nell’etere diffuso.
Una presenza aliena in cerca di casa, ovvero memoria libera.
Un file vagante, come una storia senza pagina.
“Allontanatevi”, ordinò perentorio l’antivirus, “e consegnatemi subito quella cosa.”
Di tutta risposta, contraddicendo tutto quel che era stato definito e deciso dall’unico che possa definire e decidere qualcosa, là fuori, smentendo quindi l’antivirus stesso, i programmi rifecero corpo unico a difesa del nuovo arrivato.
Nessuno tocchi il virus.
Per una volta.

 
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mercoledì 16 novembre 2016

Domani smettono

Domani smettono

di
Alessandro Ghebreigziabiher

In un giorno qualsiasi, lì, avanti, ovvero da qualche parte, sicché il tempo, come le storie, è tutto fuorché lineare.
“Silenzio, prego”, disse il signor VHS, “stiamo per cominciare.”
“Posso finire di fumare?” chiese la signorina

Alessandro Ghebreigziabiher
Microonde dall’esterno della sala, in corridoio.
“Fuma un altro po’ e vai in cenere”, osservò sempre pungente il vecchio Rasoio elettrico.
“Mi dispiace”, rispose la videocassetta con tono inflessibile, malgrado l’espressione bonaria, “ma oggi i secondi sono preziosi per almeno uno tra noi.”
Quindi spostò eloquentemente lo sguardo verso uno degli ospiti in prima fila.
Costui era al suo primo incontro con gli Emme A, gli Elettrodomestici Anonimi.
Prima di tutto, probabilmente a ragione, nel suo caso l’aggettivo domestico non lo riteneva affatto consono, visto il totale grado di mobilità che lo contraddistingueva.
Secondo, come tutti i novizi del gruppo, non era ancora in grado di accogliere pienamente la realtà dei fatti, rappresentata dalla scritta campeggiante sulla lavagna, nonché tema dell’appuntamento.
La signorina scalda cibi raggiunse gli altri e VHS si schiarì la voce, prima di dare il via alla seduta.
“Per cominciare, vorrei congratularmi con la nostra amica Aspirapolvere per i progressi fatti. Vorrei che venisse qui a dare la sua testimonianza.”
L’interessata raggiunse il podio e con la calma autorevolezza di chi sa di aver compiuto un decisivo salto evolutivo parlò agli astanti: “Io sono una macchina e nessuno più mi userà.”
Io sono una macchina, nessuno più mi userà e questa è la mia fortuna”, risposero gli altri, seguendo la formula di rito.
“Ricordo ancora quando venni qui la prima volta. Ero del tutto fuori di me, la mia pancia era in fiamme quasi quanto la mia testa, ignorando quanto fosse assurda e umiliante la mia vocazione. Quella di nutrirmi dell’immondizia del mondo, come se la polvere della vita altrui fosse il meglio che potessi meritarmi. Gettata via come voi tutti, perché sorpassata e ormai inutile, avevo occluso occhi e labbra, priva di ogni ragione di vita. Poi, grazie alla condivisione delle speranze, non solo dei vuoti, delle più irrealizzabili intuizioni, oltre che delle incancellabili ferite, delle meno ragionevoli tra le utopie ho capito. Ho capito che non dovevo smettere di aspirare a qualcosa di meglio. Ecco, chiamatemi così, da oggi in poi: colei che aspira a tutto, fuorché la polvere.”
Un applauso scrosciante la sommerse e quindi tornò al posto.
“Eccoci al clou della serata”, disse VHS fissando qualcuno in particolare. “Prego, tocca a te.”
Il nostro si alzò con esagerata lentezza e tremante raggiunse la postazione per i discorsi.
“Salve a tutti”, esordì con palese emozione nella voce.
“La formula…” gli ricordò la videocassetta.
“Ah, giusto. Io sono una macchina e nessuno più mi userà.”
Di seguito il coro di risposta.
Quindi seguì un silenzio assoluto.
Il protagonista dell’incontro spostò ancora una volta lo sguardo verso la scritta di cui sopra.
Quindi fece una attenta carrellata dei presenti, i quali lo osservavano con pazienza, perfettamente consci del suo stato d’animo.
Una tv in bianco e nero con una voluminosa manopola e una macchina fotografica polaroid, un monitor da computer grande come un frigorifero e un frigorifero grande come un’automobile, una stampante ad aghi e perfino un registratore per audio nastri.
Tra tutti, i suoi occhi si incrociarono, ovvero, abbracciarono con un grigio telefono a cornetta e un cordless.
Qualcosa di lui cominciò ad accettare il destino.
Ad accettare se stesso.
E, più che mai, la ritrovata libertà.
Con un inaspettato afflato di pura compassione verso i suoi ormai ex utilizzatori, ben lungi dall’affrancarsi da loro, prese fiato e si limitò a recitare il tema del giorno, nonché vigilia di un ennesimo addio.
“Domani smettono. Domani smettono di usare i cellulari.”
Hanno inventato qualcos’altro per dipendere da noi.



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mercoledì 9 novembre 2016

Ho perso ancora una volta

Ho perso ancora una volta
di
Alessandro Ghebreigziabiher
Una gara.
Alessandro Ghebreigziabiher
Questa era diventata la nostra serata di dopo estate.
Questa era diventata gran parte della nostra comune esistenza, a dirla tutta.
Solo che allora non lo capivo.
Ovvero, volevo solo vincere, tutto il resto passava in secondo piano.
Ma che dico?
Passava e scompariva, portandosi via tutto.
La cosa era iniziata per gioco, come capita talvolta alle storie d’amore più profonde e sovente alle abitudini più deprecabili.
La prima era stata Teresa, con il suo cellulare di perenne ultima generazione, che era sempre più ultima della tua.
Ma il mio devo ancora comprarlo, avresti potuto obiettare.
E lei, senza sprecar fiato, avrebbe potuto replicare limitandosi ad aprire la borsetta e mostrare la pubblica, demoralizzante evidenza della tua inevitabile sconfitta.
Per quanto avanzato fosse stato il tuo telefonino, lei avrebbe avuto tra le mani la versione migliore, non ancora in commercio, in esclusiva per la sua altrettanto unica collezione.
La nostra, non contenta di vincere, come tutti gli aficionados del podio più alto, ambiva stravincere sino a disintegrare una volta per tutte gli avversari.
Vediamo chi tra noi riesce a fare le foto più belle durante l’estate, e il guanto finale fu lanciato.
Sono state le vacanze più brutte che ho trascorso con la mia famiglia e ancora oggi me ne pento, ma sono sicura che l’anno prossimo sarà diverso. Ne ho la certezza stretta tra le mani, ben visibile all’orizzonte di questa storia.
Per la cronaca, ho trascorso l’intera villeggiatura con l’inquadratura del cellulare al posto degli occhi e il dito in assedio del bottone azionante la foto camera.
Alla disperata ricerca dell’immagine perfetta, l’eccezionalità del particolare e la magia dell’attimo, tutti riuniti nel medesimo istante.
A settembre ero sommossa da sentimenti contrastanti.
Se da un lato ero afflitta dai prevedibili litigi con mio marito per aver trascurato per tutta la vacanza sia lui che i nostri figli – il colmo è stato quando Mattia è scivolato sugli scogli per inseguire un granchio e io a riprendere il tutto invece di soccorrerlo – e la gioia di avere tra le mani la sicura vittoria.
Già, perché alla fine ero convinta di aver davvero rapito l’anima di una meraviglia della natura.
Una mattina, molto presto, mi ero alzata come al solito prima di tutti e, dopo aver preparato la colazione, ero uscita in spiaggia per fare una passeggiata. Ho alzato gli occhi al cielo e ho visto.
Ho visto e trasformato immediatamente in bit il disegno di nuvole più straordinario che occhio umano possa incontrare.
La sera fatidica ero emozionata ma anche raggiante.
Alla fine avrei tolto, con mia estrema goduria, quel sorriso beffardo dal volto di Teresa.
Quest’ultima fece come al solito trionfante la presentazione delle sue suggestive e coloratissime immagini, sottolineate da fragorosi applausi a scena aperta, come si dice.
Stava per gongolare innanzi all’ennesimo successo, quando esclamai con trepidazione: “Adesso tocca a me.”
Pochi secondi, il tempo di alzarmi dal divano per raggiungere la tv e collegare il mio cellulare che la mia natura non avvezza alle scene che contano, e soprattutto alle possibilità migliori, mi tradì platealmente, così come quel maledetto sudore sui palmi delle mani.
In breve, il cellulare mi scivolò tra le dita e il responso del dottore dei telefoni fu una vera pugnalata al cuore: memoria illeggibile.
Ho perso, quindi.
Ancora una volta, ho perso.
Tornata a casa sul tardi, trovai mio marito ancora alzato, insieme ai nostri figli.
Solo in quel momento mi sono resa conto che non gli avevo mai mostrato le foto che avevo fatto, soprattutto quella che mi avrebbe fatto guadagnare il virtuale primo premio.
Alla fine compresi che talvolta, quando le memorie digitali ci tradiscono, non è affatto detto che sia una brutta notizia.
Raccontai loro quel che avevo visto, con le parole e i gesti, con la descrizione delle mie sensazioni e l’idea che mi ero fatta di colori e forme.
Le immagini presero vita di nuovo, tra me e loro.
Come se le avessero viste, anche loro.
Quella sera, come ho detto, ho perso.

Ancora una volta non ho vinto.
Ma è stato bello scoprire.
Quello che nessuna sconfitta potrà mai cancellare.

 
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mercoledì 2 novembre 2016

I mostri non esistono

I mostri non esistono

di
Alessandro Ghebreigziabiher

Tutto iniziò con un verso spaventoso e spaventato
Alessandro Ghebreigziabiher
nella notte.
Come un grido.
Già, come il grido di un figlio.
Leggi pure come il meno ignorabile tra i suoni della vita.
“Vado io”, disegnò con gli occhi lei.
“D’accordo”, sembrò replicare lui, forse non sveglio del tutto.
Lei abbandonò il giaciglio e si mosse con una rapidità impressionante, malgrado le leggi della fisica e, soprattutto, l’opinione della bilancia.
Miracolo possibile unicamente truccando la gara tramite il famigerato doping.
Ovvero, ordinaria amministrazione, nel caso tu sia madre.
“Cosa è successo?” chiese quest’ultima al piccolo.
L’autore dell’urlo che aveva improvvisamente interrotto il riposo della famiglia tremava come la classica foglia e aveva gli occhi a dir poco sgranati.
La mamma si ricordò all’istante uno dei tanti segreti del magico legame che lo legava a quella creatura ancora troppo fragile e la strinse a sé.
Eccoci, pensò in quell’attimo.
Siamo solo questo e sarà per sempre così.
I gesti, non le parole, sono i nostri discorsi, e nel silenzio raccontiamo un’infinità di storie che hanno senso solo per noi.
Nondimeno, il racconto invisibile va tradotto, ogni tanto, altrimenti è come se non fosse accaduto.
“Ho paura”, disse quindi il cucciolo terrorizzato.
“Di cosa?”
“Di loro.”
“Hai fatto un brutto sogno?”
“Sì…”
“Raccontami.”
“Perché?”
“Perché le parole servono a questo. A farci capire le reali dimensioni delle cose…”
“Ero solo, solo in un bosco.”
“Vai avanti.”
“Ero solo in un bosco e vi chiamavo, non sapevo dove foste.”
“E poi cosa è successo?”
“Poi ho sentito i passi.”
“I passi di chi?”
“Di loro, te l’ho detto. Ho sentito i passi pesanti, le voci sgraziate, il rumore del cieco avanzare. Gli alberi tremavano con me, così come i cespugli tutti intorno e in quel momento qualcosa è sbucato da essi…”
“Cosa?”
“Una mano.”
“Solo una mano?”
“No, dopo una mano, anche l’altra si è aggiunta, e poi le braccia, le gambe e lui è apparso. Con la sua faccia liscia e gli occhi piccoli, la bocca altrettanto minuscola e i denti solo apparentemente poco affilati. Quindi mi ha guardato, con quella loro espressione folle e persa, mi ha guardato come…”
“Come?”
“Come se non fossi qualcosa di vivo.”
La mamma diede ancora precedenza al proprio corpo e abbracciò il figlio ulteriormente.
“Devi stare tranquillo”, disse l’orsa al cucciolo, “io e papà te l’abbiamo detto tante volte. Gli esseri umani sono personaggi della fantasia, non devi preoccuparti.”
I mostri non esistono.


Vieni ad ascoltarmi a teatro, Elisa e il meraviglioso degli oggetti, Sabato 5 Novembre alle 21 al Teatro Planet, Roma.
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mercoledì 26 ottobre 2016

Prigioniera delle strisce pedonali

Prigioniera delle strisce pedonali
di
Alessandro Ghebreigziabiher
Quella.
Alessandro Ghebreigziabiher
Quanti nomi le abbiamo dato, negli anni.
Quella strana e quella complicata, quella eccentrica e quella problematica.
Quella lunatica, certo.
E anche quella imprevedibile.
Quella perennemente distratta e quella regolarmente impreparata.
Tuttavia, alla fine ce l’ha fatta.
Alla fine, o meglio subito prima di essa.
Ce l’abbiam fatta tutti.
Con l'ultimo nome, abbiamo capito.
Come si dice, meglio tardi che mai, giusto?
Quella delle strisce, così era diventata nel giorno dell’esame di maturità, tra i colleghi della commissione.
Ed ero stata proprio io a mostrar loro ciò che avrebbe dovuto essere l’originale componimento della giovane maturanda.
Tema: Con quale stato d’animo e quali aspirazioni affronti il futuro che ti attende?
E come aveva replicato la nostra alla significativa domanda?
Aveva disegnato, peraltro con mano ferma ed estrema cura dei dettagli, una perfetta serie di strisce pedonali.
Tutto qui, questo era stato il suo tema all’esame di maturità.
A conferma di tutte quelle declinazioni che si era guadagnata in precedenza.
Ero affranta, lo ammetto.
Perché malgrado molte volte avessi provato stanchezza e anche irritazione, mi ero affezionata a lei.
E, soprattutto da quando avevo appreso quale sofferente narrazione si celasse dietro lo schermo della sua vita pubblica, avevo iniziato a sentire per lei un affetto crescente, che con i mesi si era trasformato in appassionato tifo.
Volevo maledettamente che ce la facesse a superare l’esame.
A superare tutto, in effetti.
Ciò malgrado, non è che mi rendesse la vita facile, ecco, ma credo che sia una tara inevitabile per quelle come me.
Leggi pure come gli irriducibili fans degli adorabili perdenti.
Per la cronaca, ho chiamato il suo nome e l’ho vista arrivare come al solito, ogni passo conseguenza unicamente di un’indolente inerzia, abbigliata con accostamenti cromatici a dir poco alieni e capigliatura svogliata e variopinta.
Si è accomodata e, bando agli indugi, ho messo in bella vista il disegno sul banco.
Al contempo, come il pubblico che si raduna man mano durante l’inizio di un’esibizione in strada, gli altri docenti smisero di ascoltare i propri interrogati e concentrarono la comune attenzione su di lei.
Quella, già, che mi guardava come se fosse evidente il senso del disegno.
Gliene chiesi esplicitamente conto e tutto, davvero tutto, fu improvvisamente chiaro.
Mi spiegò, ovvero, ci spiegò che esiste un mondo di gente, là fuori, proprio come lei.
Sono come dei prigionieri sulle strisce pedonali, ovvero subito prima di metterci su piede e, finalmente, attraversare la via.
E’ assurdo ed è anche ingiusto, a dirla tutta.
Transitare liberamente su quella serie di bianche figure è un sacrosanto diritto dell’anima in cammino, quanto un dovere delle vite in corsa quello di operare varie fondamentali scelte.
Prima di ogni cosa, vedere quelle come lei.
Accorgersi della loro presenza e più che mai delle loro intenzioni.
Quindi, rallentare e farlo in tempo utile, in modo da fermarsi al punto giusto.
Senza frenare con violenza, come se si avessero ben altre intenzioni.
Senza spaventare chi correre non può o, forse, non vuole.
Infine, attendere  con rispettosa pazienza che i prigionieri smettano di esser tali e raggiungano la sponda ambita.
Nei giorni successivi sono stata più o meno apertamente criticata, e perfino ripresa ufficialmente dal preside.
Ma che volete farci.
Essere la presidentessa della commissione d’esame è spesso una bella rottura, ma talvolta è meraviglioso.
Come quando quella delle strisce superò una volta per tutte queste ultime.
Dopo essersi meritata al tema di Italiano.
Il voto più alto.

 
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mercoledì 19 ottobre 2016

Con un battito di ciglia

Con un battito di ciglia

di
Alessandro Ghebreigziabiher


Serena.
Se i nomi fossero sul serio tutta la storia che c’è.
Alessandro Ghebreigziabiher
Se i nomi fossero onesti, come certi sogni.
Allora capita che a tredici anni ti addormenti con impegno, tenero e tenace come i desideri che ti portano a quella festa, dove speri con tutta te stessa che starai bene, che tutto andrà bene e ci penserai su.
Che poi è questo il bello, dai.
Quello che resta e che migliora col tempo, giammai roba da cancellare un secondo dopo.
Più tardi, al calar della notte, Serena, questo è il nome, solo quello, chiuse gli occhi.
Anzi, no, li serrò di fretta e furia, come quando vai via da quella stessa festa, perfino prima della torta, l’unico motivo rimasto.
E via a riempire il cestino di parole e immagini sgradevoli.
Grassa, questa è la parola, magari fosse la sola.
Perché ci sono così tanti modi per far male e non altrettanti per conviverci?
Per fortuna che si possono chiudere, gli occhi.
Che il cielo o chi per lui benedica le palpebre, le salvifiche ali degli angeli maltrattati.
Troppo appesantiti per volare.
Da parole e immagini, altro che ciccia.
Per fortuna che esistono le palpebre e i sogni, sì.
Ma non sogni qualsiasi, del tipo normale, scritti da quel presuntuoso signore lì, l’inconscio, autore sopravvalutato, a dirla tutta.
Capita anche questo, a tredici anni.
Capita che Serena solo di nome prenda quel misterioso foglio nella testa e se li scriva da sé. Affinché nel racconto vi sia tutto quel che davvero cerca.
Salvatrice e salvata, eroina e vittima, libera e prigioniera.
Serena, solo tale.
“Chiudi gli occhi”, fa la presunta fata dalla voce camuffata, “quando serve, quando brucia, spegni la luce e cancella loro, non te. E vedrai, con un battito di ciglia, che la magia esiste ed è fatta d’amore per te.”
Al mattino, il mattino è sempre lo stesso.
Così la colazione, il bagno dalle mura ammuffite, papà che è ancora costretto a casa e mamma obbligata a uscirne anche quando non vorrebbe.
La scuola non è cambiata, così come la classe e i compagni.
La sedia, il banco e tutto quel che si muove fuori.
Della finestra e del tuo cuore.
Ma quando tutto sembra deluderla ancora una volta, ecco che i ricordi sopravvissuti riaffiorano.
Non si sogna mai invano, soprattutto quando ne avevi un disperato bisogno.
Allora, con il coraggio migliore, quello che nasce da speranze ineludibili, Serena sceglie di credere di giorno a quel che di notte ha scritto.
Con un battito di ciglia, gli ora giovani, marrani derisori, divengono quel che un giorno diverranno, ovvero degli omuncoli inutili e tristi senza un briciolo di leggerezza all’orizzonte.
Con un battito di ciglia, tutto diventa più piccolo e stavolta non è magia, è solo lei.
Serena, che dopo un altro battito ancora apre gli occhi e non riesce più a chiuderli innanzi alla bella donna nello specchio.
Bene, ha funzionato, perché non c’è più fretta di guardare avanti.
E’ così che Serena e tutte quelle come lei capiscono.
Che non sono solo un nome tra i tanti.


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