mercoledì 22 giugno 2016

La ragazza che fissava

La ragazza che fissava

di
Alessandro Ghebreigziabiher


Entriamo nella stanza della prof.
Con la prof e lei, la ragazza che veniva da lontano.
Più precisamente, la ragazza che fissava.
“Non ce l’hanno con te, Nadira.
“Devi provare a capirli, perché l’ho notato anche io.
“E spero tu abbia chiaro che neppure io ce l’ho con te, sono qui per aiutarti, sono solo la tua professoressa di lettere, non sono tua madre, ma questo non vuol dire che non desideri il meglio per te.
“Vorrei che tu fossi serena, in fin dei conti.
“Ma è vero che fissi gli altri, non puoi negarlo. Lo hai fatto con tutti, in classe. Certe volte lo fai anche con me, non mi dai fastidio, sia ben chiaro, ma lo vedo che mi guardi e continui anche se smetto di parlare.
“E poi parli poco e questo non aiuta, Nadira.
“Se parlassi di più con i tuoi compagni, anche durante le lezioni, non sarebbe male.
“Hai questi occhioni grandi, belli, eh? Davvero intensi, marroni con una pennellata di verde, proprio come un mio fidanzatino di quando avevo la tua età.
“Poi è partito e non ci siamo più visti. Ho provato a cercarlo su Facebook, come fate voi altri, ma mi ricordavo solo il nome, figurati.
“Tu ce l’hai il fidanzatino, Nadira?
“Hai sedici anni, chissà quanti ragazzi ti verranno dietro.
“Quando avevo sedici anni le cose erano diverse, lo so che te lo diranno tutte le persone della mia età, ma è davvero così. Per esempio non c’erano tutti questi modi per entrare in contatto che avete voi, con i social network e gli smartphone, per dirne due.
“Forse si parlava di più, non lo so.
“A proposito, non ti ho mai visto con il cellulare in mano, ma ce l’hai?
“Mi sorprendo di me stessa a darti un consiglio del genere, ma uno di quei cosi giganteschi che hanno le tue compagne ti farebbe comodo, so che hanno un gruppo su WhatsApp e si organizzano per il fine settimana.
“So pure che non esci mai con la classe, me l’ha detto una di loro.
“A dirla tutta, mi ha confidato che una volta sei andata a una festa e qualcuno tra i ragazzi ti ha preso in giro perché li fissavi, come fai di solito.
“Lo vedi? Non è perché ce l’hanno con te, è solo che una persona che mentre parli, o anche no, sta lì a guardarti con gli occhi sbarrati, in silenzio, può inquietare, è comprensibile.
“Cara Nadira, il fatto è che lo stai facendo anche adesso… perché?”
La ragazza non intaccò di un millimetro il disegno degli occhi, immobili e attenti sulla donna al di là della cattedra nella sala professori.
Su tutto di lei.
Quindi furono le labbra a smarcarsi dall’apparente inerzia del resto, dando vita a una sorta di espressione degna di questo nome.
Forse un abbozzo di sorriso, forse un’infinità di altre cose.
Più probabile la seconda.
“Sta morendo”, disse con tono umile ma convinto.
Estremamente tale.
“Chi, Nadira?”
“Questa.”
“Cosa, cara?”
“Questa e tutte le altre, stanno morendo. In ogni istante nascono e muoiono a milioni, anzi, a miliardi. Non sappiamo quanto dureranno, non abbiamo idea di dove ci porteranno, nessuno può, e men che meno dovrebbe, essere in grado di prevedere cosa proverà durante il viaggio. E’ meraviglioso. Tutto questo è meraviglioso.”
“Di cosa parli, Nadira?”
“Delle storie, professoressa.”
“Di lei, di me, di tutti, di quella che tra poco morirà.”
“Di questa storia?”
“E di quelle che nasceranno quando uscirò da questa stanza, con lei, con me, per poi morire a loro volta. Tutto questo ha bisogno di attenzione, di silenzio, di occhi che guardano.”
“Che fissano, Nadira.”
“Sì e mi scusi se anche ora lo sto facendo, ma mi piace troppo essere qui. Mi perdoni se non vorrei perdermi nulla.”
“Perché?”
“Perché prima di arrivare qui da voi ho imparato che le storie hanno tutte la stessa debolezza.”
“Quale?”
“Anche le più belle, soprattutto quelle, possono finire da un momento all’altro.”


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mercoledì 15 giugno 2016

Stasera c'è la partita

Stasera c'è la partita

di
Alessandro Ghebreigziabiher



Ruggero era solo annoiato e aveva voglia di scherzare.
Mario era semplicemente ansioso di tornare a casa.
Fretta e noia.
Noia e fretta e tutta la storia è fatta.
Mario entrò nella piazzola sgommando, tipo gli agenti che arrivano nella zona incriminata e scendono dall’auto con prode balzo, decisi a catturare il malvivente.
A proteggere e servire.
Servire e proteggere e il racconto è scritto.
Ruggero uscì dal gabbiotto in cui era solito difendersi dalle calure estive e dalle sempiterne violenze del consueto traffico cittadino.
“Buonasera”, fece come se si fossero incontrati nel parco, tranquilli passeggiatori della domenica in un ameno brandello di verde sottratto al cemento. “Come va?”
“Bene, grazie”, rispose Mario senza degnare l’altro di uno sguardo. “Mi faccia il pieno, è aperto.”
E’ aperto quel che deve esser tale, pronto a inghiottire il necessario, la minima soglia concessa al nuovo e al diverso, che entrambi tali non sono mai.
“E’ sicuro?” chiese il benzinaio buontempone, ormai nel pieno della burla.
“Certo”, confermò l’automobilista con lo sguardo rapito dal fido cellulare, “si sbrighi che c’è la partita.”
Già, la partita, le formazioni, i pronostici, i risultati delle rivali.
La fretta e l’orizzonte è già disegnato.
“Ma è proprio davvero sicuro?”
Finalmente Mario vide Ruggero.
Ovvero, vide un uomo dalla carnagione olivastra, la barba lunga e aggressiva, gli occhi scuri e ambigui, i capelli crespi e minacciosi.
Vide lo straniero, vide il nemico, vide quel che avrebbe voluto vedere.
Non vide il connazionale semplicemente meridionale.
Non vide la noia e l’equazione era già risolta.
“Senta”, fece Mario sempre trafelato, ma con una nota di inquietudine, “non ho tempo da perdere, c’è la nazionale, vorrei arrivare in tempo per la partita, mi faccia il pieno, per favore.”
“Sì, io le faccio il pieno, ma poi con i suoi soldi, che sono giusto quelli che mi mancano, acquisterò i pezzi per finire il mio ordigno.”
Mario rimase senza fiato per un’interminabile manciata di secondi.
“Sta scherzando?”
“Sì.”
Sollievo con scontato sospiro.
“Divertente, ora però mi faccia il pieno.”
“Subito, io glielo faccio, ma ha visto l’insegna della mia stazione?”
Mario torse il collo e scorse a malapena la scritta.
“Conosce questa compagnia?”
“No, ma non mi interessa. Mi faccia il pieno, che sono già ritardo.”
“Le dovrebbe interessare, invece, perché con i suoi soldi questa società finanzia assassini fuori di testa che fanno saltare in aria se stessi e la gente attorno.”
Ancora banalmente, Mario deglutì.
O, almeno, provò a farlo.
“Sta ancora scherzando, vero?”
“Sì.”
“Ascolti, lei è simpatico, ma io vorrei vedere la partita, questa sera, d’accordo? Mi faccia questo maledetto pieno e grazie.”
“Sì, come vuole lei, glielo faccio, ma deve sapere che questo lavoro che svolgo qui è solo una copertura, un modo per riciclare denaro. Il mio vero mestiere è quello di trafficante di migranti. Ogni mese vado giù, mi riempio le tasche di soldi e quei disperati li faccio ammassare sui barconi come bestiame.”
A quel punto, è probabile che in molti avrebbero trovato fatica a ritenere credibili le parole di Ruggero, ma Mario era Mario.
Un Mario come molti.
Un uomo di fretta che non vuole perdersi la partita.
“Sta di nuovo scherzando?”
“Sì.”
“E allora la finisca una volte per tutte!”
“Va bene, come vuole lei.”
“Mi faccia il pieno, per cortesia e sia veloce. E’ fortunato che con questo dannato sciopero la sua pompa è l’unica che ho trovato aperta.”
“E’ chiaro che la mia è rimasta aperta.”
“Perché?”
“Perché la mia è in mano alla mafia in combutta con terroristi e lobby massoniche, tutti uniti per distruggere il vostro paese.”
A quel punto, è ragionevole che in tanti avrebbero trovato difficoltà a considerare plausibili le parole di Ruggero, ma quest’ultimo era particolarmente annoiato.
E allorché qualcuno sia particolarmente annoiato e riesca a trovare il seppur minimo interesse per qualcosa, qualsiasi cosa capace di rubare l’attenzione altrui, è come il miraggio di una granita in un deserto infuocato.
Inoltre, Mario era Mario, con tutto quel che comporti.
“Sta scherzando?” chiese quest’ultimo per l’ennesima volta.
Ruggero esitò un istante e poi diede la stoccata prevista.
“No, tutto quello che le ho detto finora è la pura verità. Ma, se vuole, ora le faccio il pieno.”
Noia e fretta.
Fretta e noia e la macchina sfreccia verso la meta.
Mario arrivò giusto in tempo per l’inizio della partita.
E l’Italia vinse.
Viva l’Italia.


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mercoledì 8 giugno 2016

Ho perso la svolta

Ho perso la svolta

di
Alessandro Ghebreigziabiher



Non ho fatto tardi.
Ce l’ho fatta comunque e tutto è andato per il meglio.
Malgrado quel che pensavo.
Partendo dall’inizio, sono uscita di casa più o meno alla solita ora, quel giorno.
Forse un po’ prima.
E solo una volta prigioniera del traffico ho avuto modo di riflettere sull’insistenza dell’atto. Come il piede che inevitabilmente va e torna, ancora e ancora, di nuovo si lascia andare sull’acceleratore.
Allo stesso modo, è ogni giorno un po’ prima che mi arrendo.
Che cedo una parte di me.
Di te.
Ma questo è il passato.
La realtà è che stavolta non ho fatto tardi, figlio mio.
Ce l’ho fatta davvero e tutto è andato bene.
Nonostante le premesse.
Tornando al racconto, il resto della sequenza si è dipanato sul noioso, tirannico schermo chiamato parabrezza e l’auto, insieme a tutte le altre intorno a me, mi ha condotto sulla solita via, la solita curva, il solito semaforo e la solita piazza.
E’ questo l’incidente che uccide di più sulle strade.
Non è il frastuono della collisione, le lamiere affamate che si lanciano sulle carni al volante, la benzina che urla e si unisce alla mortale festa.
Quella è soltanto la punta dell’iceberg.
Anzi, no, quella è soltanto l’immagine che vende di più.
Lo scontro più pericoloso avviene in silenzio e di continuo, tra te e me, tra noi tutti, incolonnati e imperterriti su un frammento di vita che non cambia mai.
Perché siamo noi a non farlo.
Eppure, capita di rado che tu sia benedetta.
Perché non ho fatto tardi, cuore mio.
Ce l’ho fatta, per te e per me.
Sebbene sembrassi spacciata.
Ho sbagliato.
Tutto qui.
Ho compiuto l’errore imperdonabile per una mangiatrice d’asfalto.
Ho perso la svolta, mi sono distratta e ho girato nuovamente intorno alla piazza.
Niente male, pensai, come in tanti credono.
C’è sempre tempo per tornare sulla retta via.
Niente da fare, anche la seconda volta ho ignorato la rotta.
Guadagnando un altro giro, un'altra bambolina.
Un altro dono.
Inaspettato.
Ovvero, un’infinità di roba che era lì.
Credo di aver fatto il giro di quella piazza una ventina di volte, ma forse anche di più.
Ho visto quel che mi era sfuggito.
Ho visto che la rotonda proteggeva un mini parco, un verde disegno sul grigio che non avevo mai notato con la giusta attenzione. Sette alberi, ci sono sette alberi precisamente, due sono molto simili, uno è ben più grande degli altri, si trova sul limitare dello spiazzo, altri tre sono poco più che arroganti piantine con manie di grandezza e poi c’era lui, un alberello sbilenco accanto a una panchina. Una ragazza vi era seduta con le mani, le dita, gli occhi e tutto ciò che fosse visibile incollato al cellulare. Ma non tutto. L’ho sentito, a ogni giro ho percepito meglio quanto ci fosse ancora di libero, in gioco. Quanta speranza rimanesse per lei.
Per te e me.
Non è tanto, ma è tutto quello che abbiamo.
Non ho fatto tardi, hai visto, piccoletto?
Ce l’ho fatta ad arrivare in tempo, quando sei uscito da scuola.
E’ andato tutto alla perfezione.
E, non ci crederai, ma se ci mettiamo d'impegno.
Avremo la fortuna di perdere altre presunte inevitabili svolte.



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mercoledì 1 giugno 2016

Di migranti e umanità: le tre domande

Le tre domande


di
Alessandro Ghebreigziabiher



E’ un sogno, pensò lui.
Dev’esserlo, sperò, più che altro.
Lei era lì insieme all’altro, ai piedi del suo letto, come nelle favole di una volta.
Permettimi uno sfogo, disse lei.
L’altro rimase in silenzio.
Lui non rispose.
Non avrebbe potuto nemmeno se lo avesse voluto davvero.
Neppure se fosse stato sveglio.
Sono stanca, dichiarò lei.
Io sono stanca, ripeté. Perché tu non lo sei?
Questa è la mia prima domanda.
Come fai a non esaurire la voglia di tutto questo?
Come fai a pronunciare ancora tali parole?
E le hai dette, non negarlo, oh se le hai dette.
Senza andare troppo lontano, dicesti che gli ebrei, in fondo, se lo meritano l’inferno, per quello che hanno fatto a nostro signore, perché sono attaccati ai soldi, che vivono solo tra di loro e non si integrano.
Dicesti anche che, dopo tutto, gli africani hanno fatto un affare a essere catturati e portati nel nuovo mondo, perché qui hanno sofferto, certo, ma chi non soffre nella vita? Ma poi hanno ottenuto un pezzo di terra e il sole e l’acqua per farla fruttare.
Hanno comunque trovato l’America.
Dicesti perfino che gli indiani, sì, gli indiani, non i nativi, in fondo e dopo tutto, sono comunque destinati a scomparire, perché il futuro è degli esseri più evoluti.
Che il genocidio, se lo guardi dall’alto, non è altro che una delle mille facce della normale selezione naturale.
Lo dicesti, anche se non lo rammenti o lo attribuisci a coloro che chiami i cattivi della storia.
Ma io ricordo, è più forte di me. Ci provo a dimenticare, non sai quanto mi impegni in questo.
E la sai la vera beffa?
Proprio quando sto per riuscire a voltarmi dall’altra parte, ecco che arrivi tu a riportarmi indietro.
Avanti e indietro.
Questa è la mia condanna.
Si era parlato di uno sfogo, ma non è di questo che mi lamento.
Faccio il mio lavoro da sempre e non mi sono mai astenuta.
Ovvero, di rado sì, ma l’assurdità era troppa e ho esitato.
Tu hai gridato al miracolo, come fai di solito quando non capisci un cappero, e io ho solo sorriso.
La seconda domanda è chi sei tu, davvero?
So chi sono, la mia natura è semplice e i doveri che ne conseguono li ho accettati senza fiatare.
Sebbene con estrema fatica, ho compreso anche le ragioni dell’esistenza della creatura al mio fianco, qui, malgrado non mi piaccia affatto quel che ho visto e vedo ancora oggi.
Ma quali sono i motivi della tua presenza in questo mondo?
Perché, alla fine di tutto, sono io ad accogliere sempre, senza se e senza ma, le anime segnate, le cui sventure non manchi mai di maledire come immonde, rigorosamente in tempi ormai inutili.
Sono io che non faccio differenza alcuna tra di loro, laddove ti dimostri talmente sfacciato da discriminare tra cadavere e cadavere e al contempo sgolarti in sentiti inni all’uguaglianza.
Sono solo io che ho il buon gusto, se non l’umanità, che sarebbe l’ennesimo paradosso, di rimanere in silenzio innanzi alla luce che è affondata. O che addirittura sta affondando proprio in questo momento.
Perdonami la libertà che mi sono presa, dalla quale so bene ti affrancherai con non chalance all’indomani.
Me ne vado, disse lei. E l’essere umano al mio fianco verrà con me come previsto.
Come già scritto e letto, raccontato e ascoltato.
La terza domanda è tutta tua.
Il giorno dopo lui si svegliò confuso e agitato molto presto, ma in qualche modo felice di ritrovare le sottovalutate amenità del vivere. Come un letto comodo, la luce che si accende e le pantofole in fedele attesa sul pavimento.
Così, come lei aveva previsto, dimenticò nel giro di un caffellatte con brioche la visita della morte e del migrante al suo fianco.
Tuttavia, come altrettanto ella aveva annunciato, una domanda sopravvisse all’incubo, un racconto orribile dove convincersi che è tutto normale e inevitabile, che le vittime sacrificabili faranno sempre parte del quadro generale e che, in fondo, dopo tutto, se la sono cercata.
Ma allora perché, sempre in fondo, ancora dopo tutto, lui ha una fottuta, insopportabile paura nel cuore?

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mercoledì 25 maggio 2016

L’altro

L’altro

di
Alessandro Ghebreigziabiher


C’era una volta un pianeta dove vivevano solo due abitanti.
Lui e l’altro.
Ma non era questa la cosa più bizzarra.
Dovete sapere che, malgrado il loro mondo fosse tutt’altro che immenso, i due non si erano mai incontrati.
Da vicino, gli occhi di lui in quelli dell’altro, insieme nello stesso luogo, istante e comune racconto.
La vita di lui proseguiva come le vite di molti.
Con alti e bassi a intervallare una strada composta unicamente da toni medi.
Tipico, malgrado ci si convinca del peggio, o al meglio, letteralmente del suo contrario.
Nondimeno, eventualità altrettanto scontata, lui iniziò a cercare quel che dall’inizio dei tempi le creature dagli orizzonti offuscati cercano.
Un colpevole.
Un facile colpevole.
Qualcuno che rispondesse di quel che lui non poteva o non voleva rispondere.
Perdeva di vista gli occhiali, mancava la corrente, il pc non si connetteva, l'app non si aggiornava, si sentiva triste o solo, dormiva male, faceva incubi, scivolava nella vasca o anche solo pioveva.
Già, pioveva.
“La colpa non è mia, quindi deve essere dell’altro.”
Eccola, è tutta qui la facile logica delle anime miopi, dove la parola magica non è logica, ma facile.
Prese quindi a maledire l’altro, a odiarlo, a disegnarne il fantomatico volto su un foglio per poi strapparlo in cento pezzi da poi bruciare e rifare tutto d’accapo.
Cominciò a immaginare come avrebbe potuto colpirlo, ferirlo a morte, torturarlo per farlo confessare di essere il colpevole.
Di tutto.
Provò emozioni che non aveva mai provato prima.
Paura nella sua stessa casa.
Della sua stessa casa.
Di qualsiasi frammento che la componeva.
Perché ognuno di essi, magari con la complicità di una banale oscurità dovuta al tramonto, si tramutava all’istante nel terribile viso.
Dell’altro.
Era ormai consumato da una miscela venefica di incontenibile collera e sfrenato terrore, quando qualcosa di inaspettato accadde.
Bussarono alla porta.
Lui si avvicinò con estrema cautela all’uscio e lentamente aprì.
“Salute a te”, disse l’altro. “Io sono lui.”
E per altrettanto facile logica, lui non poté fare a meno di rispondere e al contempo capire: “Allora io devo essere l’altro.”



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mercoledì 18 maggio 2016

Due all’infinito

Due all’infinito

di
Alessandro Ghebreigziabiher


Ci si stanca.
Capita, talvolta capita, nelle storie in vetrina.
Accade un miliardo di volte, là dietro.
Per esempio succede che il sottoscritto, un bidello, ovvero un collaboratore scolastico, si metta in testa di collaborare, certo, ma a modo proprio.
Scrivendo, anzi, trascrivendo vita.
Come quella che ho visto andarsene a casa, in vacanza, a conquistare il mondo o anche solo riappropriarsi del proprio orizzonte.
Ci si stanca, l’ho detto.
Spesso, celate negli angoli sottovalutati dalle telecamere ossessionate dalle trame rumorose, danzano esistenze che una volta, una volta sola e basta, gridano al mondo di passaggio.
Traducendo a senso, non ci avevate capito un fico secco, vi eravate illusi di aver compreso il tutto, ma quel che stringevate in mano era quasi nulla.
Di quel tutto.
Luigi era uno di quelli.
Ognuno ne ha, di costoro, sotto gli occhi ogni giorno, anzi, lontano da essi, quasi sempre. Abitanti dell’universo anonimo, con il volto perennemente ricoperto di inequivocabile passività, fino a prova contraria.
Ma laddove sia questa che cerchi davvero, amico mio, poi non lamentarti dello spettacolo.
Sei tu che l’hai chiesto.
Luigi era uno di quelli, ripeto.
Non solo si era meritato, se così si può dire, uno zero in matematica talmente zero da far sentire i cinque e anche i quattro in classe dei geni della logica più pura.
Ma il nostro veniva anche ripreso e dileggiato per le sue carenze aritmetiche sulla pubblica piazza dal maestro dei numeri.
“C’è chi non fa i compiti a casa”, dichiarò un giorno il professore fissando Luigi all’ultimo banco, prima di comunicargli l’ennesimo ultimo posto in classifica, “e poi c’è chi è capra a prescindere.”
E giù risate.
Non tutti ridevano, è chiaro, non starò qui a raccontare di un mondo crudele e cinico, ma del silenzio di chi rimaneva a guardare senza reagire.
Ci si stanca, lo ripeto.
Ci si stanca anche del silenzio.
Luigi, sto parlando di lui, lo sto facendo dall’inizio, se non s’era capito.
L’idea gli venne allorché l’insegnante, a una settimana dalla fine dell’anno scolastico, disse squadrandolo con evidente disprezzo: “Tanto, per quanto riguarda la mia materia, sarai bocciato, te lo dico subito. Ma qualcosa di matematica l’hai capita, almeno? Almeno un po’ di orgoglio, ce l’hai?”
Orgoglio, sì, pensò senza rispondere l’interessato, ce l’avevo, tanto da riempire la classe, tutti i bagni, la presidenza, la palestra e perfino il laboratorio di scienze.
Solo che poi ho iniziato a riempirli con altro.
L’idea crebbe nei giorni successivi fino a divenire matura e la mattina dell’ultimo giorno di scuola il professore intravide un’inaspettata mano alzata.
“Sì?” chiese incuriosito.
Di tutta risposta Luigi abbandonò le retrovie del teatro studentesco e raggiunse la lavagna con il viso illuminato da un chiarore che il resto dei compagni non aveva mai visto. Neppure nel proprio specchio nel giorno del più bel compleanno della loro seppur breve esistenza.
“Qualcosa di matematica”, disse spostando il proprio sguardo sugli studenti dopo aver osservato per qualche significativo secondo l’espressione basita del docente. “Sì, certo, un calcolo, anzi, no, un teorema. Ho creato e dimostrato un teorema.”
“Sentiamo, allora”, lo invitò l’insegnante con palese scetticismo nel tono della voce.
“Due sono i lati principali di un rettangolo, la base e l’altezza, questo ho capito, questo ho visto nel rettangolo che ai miei occhi diventa pagina. Che insieme ad altre, fino a oggi, mi ha tenuto compagnia. Mi ha tenuto in vita. Mi ha tenuto qui. Mi ha tenuto insieme.”
“Di cosa stai parlando?”
“Di libri, di storie, di romanzi, di avventure, di inverosimili vicende umane. Due sono i lati principali del regno adorato, la base e l’altezza, ma altri due chiudono il tutto, un’altra base e un’altra altezza, serrando i confini della pagina. O del rettangolo.”
“Luigi, non capisco questo cosa c’entri...”
“C’entra, professore, ovvero il contrario. Nulla può entrare lì, se lo vuoi e puoi lasciare tutto fuori. Anche le cose peggiori.”
“Cosa?” domandò una compagna del ragazzo, la più carina tra le carine, che neanche in un incubo lo avrebbe considerato degno di attenzione.
In una frazione di secondo Luigi vide apparire nella sua mente le bottiglie di whisky sparse per la casa, le siringhe abbandonate nel bagno e la desolazione ovunque, al di là dei benedetti confini di cui sopra. E con la medesima rapidità ricacciò il tutto da dove era arrivato, maledetta realtà.
Ignorò la domanda e sorrise.
Dal canto suo il professore si spazientì.
“Dicevo, tutto questo non c’entra con la matematica. Il tuo rendimento quest’anno porta sempre a zero…”
Ci si stanca, è normale e Luigi era uno di loro, lo ribadisco.
“No, professore”, replicò con notevole calma. “Lei ha sbagliato. Non ha fatto i compiti oppure non è proprio in grado di capire. Eppure mi sembra di esser stato chiaro. Due sono i lati che contano, due sono quelli che chiudono il cerchio.”
“Fa quattro?” ipotizzò l’insegnante confuso.
“No, professore. Fa tanto, tanto di più.”
Quindi, senza smettere di sorridere, Luigi aprì la porta della classe e uscì, non prima di avermi guardato.
Di aver guardato l’unica persona a cui aveva aperto il suo cuore ferito.
Risposi al suo sorriso all’istante, prima di vederlo allontanarsi all’orizzonte di un piccolo corridoio.
Perché a differenza del professore di matematica sapevo quanto grande fosse quel tanto, quasi quanto le storie che si nascondono dietro i volti dei nostri trascurati e trascurabili compagni di viaggio.
Come lui ed io.
Due all’infinito.



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mercoledì 4 maggio 2016

Il condominio delle famiglie incomplete

Il condominio delle famiglie incomplete

di
Alessandro Ghebreigziabiher


Alessandro GhebreigziabiherC’era una volta una famiglia incompleta.
Lo era per antonomasia e da ogni punto di vista.
Tutto non era abbastanza, nelle vite di ciascuno dei componenti.
Papà non era sufficientemente astuto per far carriera e non riusciva mai a colmare quel tratto di strada che gli avrebbe fatto raggiungere la vera meta di ogni vincente moderno. Piacere a chi custodiva le chiavi dei piani migliori, dove l’aria è condizionata a perfezione e la fortuna non è mai troppa. Perché si sa che nel mondo reale il lieto fine non è altro che la naturale conclusione di un lieto inizio.
Mamma non era concreta a sufficienza e si vedeva, cavolo se si vedeva. Mi basta dire che lo smisurato numero delle occasioni propizie trascurate era paragonabile solo alla quantità di inutili e traballanti castelli di carta velina dentro i quali aveva pensato di tenere al sicuro la propria ingenuità. Che è profilo adorabile nella ragazzina dagli occhioni perennemente grati alle cose per come sono, ma poi il tempo passa e di increspature su quel paramento di leggerezze intessuto non ne vedi alcuna e il tutto comincia a irritare financo i meno irritabili. Cosa avrai da ridere, scema, è il minimo che puoi aspettarti.
I due figli, poi, erano esistenze monche da manuale.
Al maschietto mancava l’altezza mezza bellezza e pure la mezza bellezza restante, mentre la femminuccia era carente del requisito base, ovvero la femminilità. Almeno in accordo col comune sentire, certo, perché dal canto suo si sentiva donna e agiva da tale, scegliendo movimenti e parlata, abiti e abitudini seguendo le personali inclinazioni. Ditemi voi se esista strada più a rischio di incompiutezza di questa.
Il destino era segnato per i nostri e inevitabilmente la vita consegnò loro il proprio avviso di sfratto.
Il papà fu licenziato in tronco, la mamma idem e i ragazzini rimandati, bocciati ed espulsi, tutti in una sola volta. Perché quando il mondo ci si mette d’impegno a cancellarti dall’inquadratura fa le cose per bene. O male, dipende sempre da chi sia il defenestrato e chi solo un fortunato spettatore.
La famiglia incompleta si ritrovò all’improvviso in mezzo a una strada.
Ovverosia, coerentemente con la storia, nella parte difettosa di quest’ultima.
Una delle tante buche dimenticate sulla via, che mettono in pericolo soprattutto il cammino dei veloci.
I nostri scesero all’interno della fossa e scoprirono un'altra città.
Anzi, una città incompleta, letteralmente.
Una citt.
Nella citt c’erano person come noi, ma nessuna di esse era stata disegnata con la necessaria precisione.
Tutto, anzi, tutt era manchevole di qualcosa.
La famiglia incompleta, che aveva vissuto sino a quel momento inseguita di continuo dall’ansia dei vuoti incolmabili e il rimpianto per le vette irraggiungibili cominciò a rilassarsi.
Non capita spesso, ma laddove il miracolo avvenga, perfino in età matura, è roba spettacolare, senza scherzi.
Sentirsi per la prima volta a casa.
Anzi, a cas.
E la vera meraviglia fu che trovarono quest’ultima in un palazzo enorme, un condominio di una vastità incalcolabile, pieno di gente come loro.
C’era chi non era stato abbastanza cauto nel tacere e tenere la verità per sé e chi non era stato sufficientemente rapido nell’alzare la mano, quando fecero la conta dei sostenitori della ragione più ragionevole.
C’erano tutti, insomma, tutti coloro che non avevano mai avuto alcuna chance di terminare la corsa, per i quali arrivare ultimi sarebbe stata la gioia della vita.
La famiglia fu accolta da un applauso scrosciante, fuori giri e di battito stonato, indubbiamente.
Ma fu la prima volta che provarono cosa volesse dire riceverlo a prescindere da quanto ti manchi nella sporta.
Amor.


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