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mercoledì 18 gennaio 2017

La mia migliore amica

La mia migliore amica

di
Alessandro Ghebreigziabiher

“Signori”, fa lo psicologo con evidente soddisfazione nello sguardo come nel tono della voce, “è con grande piacere che vi informo che con Brando possiamo interrompere le sedute.
Alessandro Ghebreigziabiher
Ovviamente, io sono a disposizione, per ogni evenienza. Avete il mio numero, sapete dove lavoro, insomma… signora? Su, non faccia così…”
“Non si preoccupi, è solo gioia, sono contenta…”
L’uomo le passa i fazzoletti che sono sempre a portata di mano e di volto sulla scrivania.
La donna ne approfitta e cancellate le lacrime mostra un’espressione al colmo della felicità. Pronta a piangere di nuovo, in breve.
“Lei lo sa. Io e mio marito eravamo così angosciati…”
Il compagno afferra la mano della moglie e la stringe con delicatezza. Non è una persona particolarmente generosa nei gesti, ma è solo una sorta di innata dedizione all’essenziale e allorché il raro tocco vada in scena, è sempre sul pezzo.
La donna gli sorride e lui la imita di rimando.
Altrettanto fa il dottore al di là della scrivania. E’ una guerra assai difficile, quella contro i mostri dell’anima, ma talvolta si vince qualche battaglia e non si può fare a meno di festeggiare.
“Ricordo quando siamo venuti qui la prima volta, due anni fa…” dice la donna. “Eravamo così afflitti. Dopo… sì, dopo Lidia pensavamo che adottare Brando fosse stata la scelta più giusta, il modo migliore per continuare insieme…”
“Lo è ancora, signori”, tiene a precisare il dottore della mente. “Dovete convincervi che è così anche adesso e che lo sarebbe stato a prescindere dai miglioramenti di Brando. Come vi spiegai a suo tempo, vostro figlio è arrivato nella vostra casa che aveva già cinque anni, non è semplice a quell’età accettare l’idea di una nuova famiglia, papà, mamma, e tutto quello che ne consegue. E’ molto comune, poi, dover affrontare altre difficoltà da adolescenti, ma è per questo che voi siete qui e sarete con lui anche domani, finché ne avrà bisogno.”
“Anche lei è fondamentale”, osserva deciso il padre di Brando.
“Grazie, ma a onor del vero, devo riconoscere che come al solito sono i ragazzi stessi a compiere il lavoro più difficile. E anche gli amici contano molto, come quella di Brando.”
“Chi?” chiede la madre.
“Come chi? La sua migliore amica…”
“E chi sarebbe?” cade dalle nuvole anche il padre. “Non ce ne ha mai parlato… come si chiama?”
“Non lo so, il nome non me l’ha mai voluto dire, ma è spesso a casa vostra, no?”
Un velo di perplessità cala inevitabilmente sui genitori.
“Scusi, dottore”, fa la madre, “ma come lei ricorda, siamo venuti da lei anche perché Brando non usciva mai di casa e stava sempre solo, nella sua stanza…”
“Sì, certo, ma poi ha incontrato lei, no?”
“No?” ripete il dottore.
I due si guardano confusi e uniti dalla flebile speranza che, magari in loro assenza, il ragazzino avesse frequentato la tipa in questione.
“Cosa ha detto di lei?”
“Che è la sua migliore amica e spesso mi ha riportato suoi consigli e pensieri che l’hanno aiutato a star meglio. Nella fattispecie devo ammettere che talvolta mi sono sembrati anche più sensati dei miei, come se avessi avuto una specie di invidia per l’improbabile collega…”
“Per esempio?” chiede la donna, con un principio di illuminazione nella testa.
“Be’, potrei citare molte frasi, alcune me le sono scritte, pensate un po’. Per esempio quando mi ha confidato che secondo lei la vita non è un video, ma un insieme di foto ed è tutta, davvero tutta, solo in una tra esse. Ricordala per sempre e sereno per sempre vivrai. Brando mi disse che per lui è il giorno che vi ha visti per la prima volta…”
Il dottore riprende i fazzoletti e si accinge a passarli alla donna, quando si accorge che anche il marito sta piangendo. Ma stanno anche sorridendo.
“Avete capito chi è?”
“E’ Lidia…” risponde il padre del ragazzo. “Sono parole di Lidia, del suo diario… ”
“Brando deve averlo trovato…” aggiunge la moglie. “Non ha mai smesso di scriverlo, anche in ospedale, era sempre lì, accanto a lei…”
Lo psicologo si estrania per un istante e, rammentando le ultime parole di Brando prima di concludere il comune cammino una volta per tutte, si commuove anche lui.
“Da oggi voglio fare cose belle e vivere bene, dottore, per me e anche per la mia migliore amica.”
Glielo devo.


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mercoledì 11 gennaio 2017

Mi piace

Mi piace

di
Alessandro Ghebreigziabiher

Lui mi piace e ho agito, potrebbe finire qui.
I tempi sono cambiati, dicono in tanti. Sì, d’accordo, lo si dice in ogni tempo diverso dal precedente, è banale, ma questa cosa qui, dai, questa è normale.
Anzi, è la norma.
Una ragazza che fa il primo passo, che si dichiari
Alessandro Ghebreigziabiher
all’ignaro lui è roba di tutti i giorni, oramai.
Così, a natale mi son fatta coraggio, mi son fatta, punto, e sono andata in missione per conto del cuore.
Un attimo… ho detto fatta, vero? Non pensate a droghe di qualsivoglia peso.
Ho la mia personale idea di sballo e non ho problemi a spacciarla qui, sulla pubblica pagina.
Le mie droghe sono, in ordine sparso, i video musicali dove non si capisce un fico secco, ma la musica ti spezza in due, anzi, in tre e pure quattro, cinque parti necessariamente diseguali. Le maratone, la sera molto tardi o il mattino troppo presto, dello stesso film strappa lacrime, risate e budella, fino a consumare gli occhi. E le interminabili passeggiate con Tubo, il mio bastardino, che è di una simpatia infettiva, malgrado la cara bestiolina non capisca il suo nome, questa arriva dopo.
Il rallenty che segue è d’obbligo.
Eccolo, lo vedo, lui non vede me, tutti non vedono noi, ma la bidella sì.
Perché cappero non si fa gli affari suoi?
Oh, s’è voltata, bene.
Avanzo cuore in mano e cervello nascosto da qualche parte, altrimenti, col cavolo che sarei qui, ora.
Lui mi vede, io da mo’ che lo guardo, lui in realtà non mi vede davvero, ma cosa conta per un’innamorata pronta a tutto?
Mi avvicino, lui è vicino, io tremo, lui no, io sorrido, lui pure, ma per lui è solo una mera, empatica reazione.
No, Cupido, ancora no, Afrodite, e tutte voi, divinità dell’amor puro, non mi accontenterò di banale empatia, che come bruco possa divenir col tempo farfalla.
Voglio ali e tutto il resto adesso, sul posto.
Così, mi schiarisco la voce e sparo le mie preziose cartucce.
“Piero, vorrei dirti qualcosa, vorrei davvero, ma temo che non ci siano lettere in tutto l’alfabeto pronunciabile capaci di formar parole coerenti con quel che provo.”
“Bella questa, Stefi, mi piace.”
“Sì… sono contenta… fa piacere anche a me.”
“Cosa?”
“Che ti piaccia.”
“Ottimo.”
“Dicevo… temo, io temo, ma questo non vuol dire che mi arrenda, perché la paura è solo una porta che ti conduce nell’unico luogo dove sei davvero attesa.”
“Bellissima, questa è ancora meglio. La condivido subito.”
E prende a digitare, il demente.
“Piero?”
“Sì?”
“Ti dicevo, poc’anzi, che non mi arrendo e quindi, insomma… dal primo giorno che ti ho visto io ho capito.”
“Che?”
“Ho capito che non riesco a immaginare giorno dove i tuoi occhi non trovino casa nei miei.”
“No…”
“Ebbene sì.”
“E’ tua?”
“Cosa?”
“Va be’, non importa, la posto subito sulla mia pagina, stavolta raggiungo i mille, stai a vedere…”
“Piero…”
“Sì?”
“Ma hai capito che ti sto dicendo?”
“Certo e mi piace, te l’ho detto.”
“Sì, questo l’ho capito anch’io… forse devo essere più chiara… io sto cercando di dirti che vorrei che questo natale mi regalasse un sogno a occhi aperti e quel sogno sei tu…”
“Sul serio?”
“Certamente.”
“Stefi, ma tu sei qualcuno, sei, questa è quella che mi piace di più! Ti dispiace se la rivendo come mia?”
“No, fai pure…”
Che dire, mi sono allontanata in relativo buon ordine, mesta e leggermente incacchiata.
Natale è trascorso con andatura agrodolce con inevitabili punte di malinconia.
Tuttavia, ho iniziato l’anno con un proponimento a cui intendo tener fede più di ogni altra cosa nella mia vita, da ora in poi.
Devo pensare con molta, infinitamente molta più attenzione.
A quello che mi piace…



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mercoledì 14 dicembre 2016

Storia dell’albero del Natale futuro

Storia dell’albero del Natale futuro

di
Alessandro Ghebreigziabiher

Laggiù, da qualche parte, nel futuro.

Si sa.
Le feste, forse quasi tutte, sono fatte principalmente di vigilie. E’ lì, il bello, il tutto che conta, che vibra. E’ un prima che si srotola tra le nuvole come un arcobaleno di secondi trepidanti che, auspicabilmente, ci condurrano dove abbiamo immaginato di trovarci quando l’istante fatidico giungerà.

Alessandro Ghebreigziabiher
Al massimo potrà valere il dopo, al riparo della deformante lente del ricordo, e con l’ausilio del photo, anzi, memory shop: via le sgradevolezze dalla scena, addolcisci quelle espressioni torve e soprattutto quegli occhi irosi. Impegnati, testa mia, e cancella tutto quel che ha fatto male, allora.
Il durante, la diretta dell’evento, non è mai come te l’eri disegnata, vero?
Eppure Ruggero quest’anno ce l’aveva messa tutta pur di dare una svolta alle familiari tradizioni.
L’Albero con l’iniziale maiuscola, nella versione più recente, con il sistema operativo più aggiornato e tutti gli optional di serie gli era costato un occhio della testa. Anzi, entrambi, perché il denaro che aveva utilizzato era destinato all’operazione alla vista, la quale – a sentire il chirurgo – era ormai improcrastinabile, anche perché il calo di diottrie che aveva patito nei mesi precedenti era stato preoccupante.
Ma cosa non si fa per riportare il sorriso in casa?
Per la cronaca, lo scorso Natale era stato un disastro. Daniele, il maggiore e Marta, la sorella quindicenne di due anni più giovane, non avevano fatto altro che litigare. Il motivo scatenante era stato la prematura rottamazione dello scooter del ragazzo. O di quel che ne restava, visto che era stato praticamente disintegrato neanche dalla ragazzina - per fortuna, peraltro – ma dal suo fidanzato. Quest’ultimo se l’era cavata con la frattura del femore destro e qualche contusione, ma niente di più grave.
“Era meglio che morisse,” aveva esclamato più volte Daniele in quei giorni e con la sorella erano venuti pure alle mani proprio il venticinque, finendo per abbattere l’albero, l’altro. Quello vecchio, insomma, e mai tale aggettivo sarebbe stato più azzeccato.
Tutto sotto gli occhi affranti dei genitori e quelli ufficialmente assenti di Corrado, il piccolo per la famiglia, il bambino autistico per il resto del mondo.
“Davvero, papà?” chiese sgranando gli occhi Marta l’anno dopo, durante il pranzo della vigilia.
“Certo, amorino. Il pacco dovrebbe arrivare giusto in tempo questo pomeriggio.”
“Ruggero…” fece stupita sua moglie Teresa. “Ma quanto costa?”
Il marito ignorò volontariamente la domanda.
“Ma c’è anche il Wi-Fi?” chiese Daniele.
“C’è tutto, ragazzi. Anche noi avremo finalmente l’albero di Natale ologramma.”
La sera stessa, prima di accendere il dispositivo e collegarlo alla rete di casa, i nostri erano tutti particolarmente emozionati. L’onore spettò ovviamente a Ruggero.
Clic e luce fu.
L’albero ologramma era davvero imponente, suggestivo e più che mai realistico. Solo toccandolo avresti potuto renderti conto che stavi ammirando il nulla, per quanto brillante e colorato.
La connessione internet ti permetteva, poi, di scaricarti gratuitamente palline e addobbi di ogni forma e tinta, con gli effetti più mirabolanti. Inoltre, potevi aggiungere ai tradizionali adornamenti anche i vari social e le video chiamate live con gli auguri in tempo reale, melodie e app natalizie a gogo, streaming da ogni dove e così via.
Teresa aveva chiesto lumi sull’operazione mancata e Ruggero aveva detto una mezza verità, o forse il contrario, ovvero una bugia.
“Ci vedo ancora”, la parte credibile.
“C’è tempo”, l’altra.
Tuttavia, la donna era contenta soprattutto per un aspetto non trascurabile. Il nuovo, benedetto albero non lasciava quelle maledette striscioline verdi dappertutto.
Verso la mezzanotte, trafficando a turno con la console, Daniele e Marta avevano riempito l’albero virtuale di tutti suoi doni digitali.
Quindi si allontanarono anche loro estasiati e si sedettero sul divano accanto ai genitori ad ammirare il meraviglioso miraggio che aveva reso straordinario l’attimo.
Solo Corrado sembrava distratto. Ogni tanto osservava l’albero fantasma ma poi spostava gli occhi in ogni altro punto del salone con la medesima attenzione. Sì, guardava anche il baule nell’ingresso, accanto alla scarpiera.
Mancava un minuto alle ventiquattro, Ruggero sorrideva, così Teresa. Daniele rispondeva ai messaggi sul cellulare, Marta li ascoltava.
E clic, la luce non fu più.
“Cosa è successo?” Gridò spaventata la mamma.
In realtà, clic non è la parola giusta. Forse zap o bam farebbero meglio al caso.
In breve, nella fretta dell’acquisto, Ruggero non aveva verificato la richiesta di voltaggio da parte dell’intangibile prodigio e una volta resuscitato l’impianto si avvicinò preoccupato a quel che restava dell’albero.
Affiancato dalla famiglia, osservò affranto la scatoletta fumante e mezza squagliata. Solo in quel momento si resero conto che, abbagliati dalla novità, non si erano accorti del pericoloso surriscaldamento.
Le conseguenze furono disastrose. Teresa si arrabbiò con Ruggero per la spesa inutile, Marta con Daniele per non essersi preoccupato di leggere il manuale, quest’ultimo con la madre per aver messo a lavoro contestualmente anche l’immancabile lavatrice, quindi tutti contro tutti, grida e urla, il campionario delle liti di festa.
Dopo svariati, concitati minuti i quattro si ricordarono di essere in cinque. In realtà furono obbligati a farlo, altrettanto costretti a osservare Corrado.
Il piccolo nel frattempo aveva aperto il baule, riportato in gioco il vecchio albero e l’aveva tirato su. Storto, a esser precisi, con le palline sopravvissute messe un po’ a casaccio e qualche festone sbilenco a completare l’opera.
Pochi secondi e l’albero dimenticato crollò in terra.
Corrado scoppiò a ridere, di una risata scomposta e fragorosa, tutti gli altri non poterono evitare di far lo stesso. E buon Natale.

 
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mercoledì 7 dicembre 2016

Andate via

Andate via

di
Alessandro Ghebreigziabiher

Andate via, disse lui.
Perché? Rispose l’altro.
Perché non c’è posto per voi, qui. Andatevene, tu e i rifugiati.

Alessandro Ghebreigziabiher
Ma quella è solo una parola, ribatte l’altro. Deriva da rifugio. E' una bella cosa, il rifugio, è indispensabile, salva vite e protegge, serve a tutti, perché prima o poi ne avrai bisogno anche tu, la vita è strana, non sai mai cosa ti attende sulla pagina seguente…
E’ inutile, replica il primo. E’ proprio inutile che cerchi, come al solito, di confondermi le idee con le tue subdole chiacchiere. Qui non potete restare, andatevene via, tu e tutti i diversi.
Scherzi? Ma hai presente di quanti stiamo parlando? Già con rifugiati stai lasciando fuori della porta un numero eccezionale di esperienze e visioni, di intuizioni e punti di vista, ignorando che l’umanità non sarà mai perfetta e padrona assoluta del proprio destino, ma ogni pezzo di verità in più ci avvicina alla comprensione delle cose, così come ciascun frammento di felicità aggiunto al racconto aumenta le nostre comuni chance di serenità. Fuori i diversi? Qui siamo nell’ordine dei miliardi, te ne rendi conto?
Certo che me ne rendo conto, cribbio. E’ proprio perché, a differenza di quelli come te, ho una chiara consapevolezza della realtà e delle cose concrete che alzo il mio bel muretto e vi invito caldamente a rimanere al di là di quest’ultimo. Devo difendere la mia terra dalle vostre contaminazioni, non vi permetterò di sovrascrivere la mia storia. Perciò, andatevene, tu e i tuoi buonisti, illusi e irrealizzabili sogni.
Oh, questa poi. Se prima eravamo nell’ordine dei miliardi, qui parliamo di infinito e oltre. Un tutto elevato al tutto, in breve. Tu sei impazzito, davvero, ritorna in te, perché solo la follia o uno strano tipo di vocazione alla solitudine ti sta inducendo a tale insana privazione.
Privazione? Ma di cosa blateri? Non c’è privazione, allorché qualcuno che arrivi venga rispedito al mittente. Lo vedi che non conosci nemmeno le basi del tuo mestiere? Casomai dovremmo parlare di giusto respingimento, sacrosanto allontanamento e inevitabile cacciata dell’invasore a difesa di me stesso.
Scusa, fa l’altro sinceramente perplesso, ma non ho capito da cosa ti stai difendendo…
Ecco qual è il tuo problema, tu non rifletti sull’aspetto principale delle tue scelte.
E quale sarebbe?
Le conseguenze. Ti compiaci della tua bella mercanzia, fatta di accoglienza e integrazione, speranza e pace, rispetto e diritti. Semini il tutto intorno come presunti, preziosi regali, incurante di quali siano le reali ripercussioni nei giorni a venire. Non ti preoccupi degli effetti della tua ingenuità e il prezzo da pagare lo lasci a me. Ma io non ho alcuna intenzione di prendermi sulle spalle il peso delle tue farneticazioni. Andate via, tu e tutte le tue vane parole.
L’altro comprese, infine, che non v’era più alcuna possibilità di far cambiare idea al primo. Prese il proprio voluminoso bagaglio e accontentò l’amico di un tempo, scomparendo all’orizzonte.
E fu così che la penna se ne andò.
Lasciando solo.

In bianco.
Il foglio...
 
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mercoledì 30 novembre 2016

Le tre i

Le tre i


di
Alessandro Ghebreigziabiher

Insegnante di lettere.
Alessandro Ghebreigziabiher
Talvolta lo si diventa davvero volontariamente, malgrado tutto e tutti. Ma non si fa niente del tutto da soli, c’è sempre qualcuno, qualcosa, che nel momento cruciale ha dato una mano. Ha pronunciato le parole che servivano, riscaldato le emozioni necessarie. O, soltanto, era lì, al momento giusto.
“Cosa vuoi fare dopo il liceo?” Chiese la prof al maturando.
Riempi lo zaino del minimo indispensabile”, esclamò la prima i, “e monta sul primo treno, non importa dove, non conta chi, ma vai, prima che sia troppo tardi e parla con tutte le persone che incontri, stringi mani e assaggia colori, suoni e dolori. Lascia che la sofferenza ti invada, è l’unico modo per ammaliare sua signora la paura e derubarla dei doni che nasconde sotto il mantello.”
“Ingegneria elettronica”, rispose invece il ragazzo, imitando la maggior parte degli studenti che l’avevano preceduto, a parte un detenuto in libera uscita appositamente per l’esame e una giovane dai capelli viola, le unghie verdi e le lenti a contatto bianche da vampiro in crisi d’astinenza.
Scherzi?” strillò la seconda i. “Hai sentito cosa ha detto la professoressa? Cosa vuoi fare dopo il liceo vuol dire un’infinità di roba. Vi hanno inculcato in testa l’idea che le domande hanno poche risposte e che la migliore sia solo una, al massimo due, come acceso o spento. Sbagliato, non c’è nulla di più sbagliato. Dopo il liceo c’è il resto della tua vita, c’è tutto, quello che puoi pensare e ciò a cui non penserai affatto, ma questo non vuol dire che non esista. E, proprio perché giunto a tal pensiero, dovresti quanto mai eludere la suddetta domanda. Se non altro, temporeggiare, riflettere e magari partire dal primo secondo utile. Dopo il liceo uscirò dalla porta alle mie spalle, camminerò verso casa, ovvero ovunque e di nuovo libero di scegliere come impiegare il mio tempo starò molto attento a non sprecare ogni secondo.”
“Peccato”, osservò giustappunto la docente con palese sincerità. “Sei così portato per le parole.”
“Ha ragione, lo dice anche mia sorella, ma vede, il fatto è che ho bisogno di prendere una laurea che mi darà un lavoro...”
E cosa credi che faccia la tipa di fronte a te?” saltò su la terza e ultima i. “Pensi forse che sia un hobby, il suo? Che invece di collezionare francobolli o inchiodare farfalle abbia deciso di trascorrere il proprio tempo a cavallo di una cattedra inseguendo sbarbatelli come te? Non sono le lauree ha darti il lavoro, è un’illusione che i lavori vengano dati, pure dai datori degli stessi. Come ogni fare che determinerà la posizione che avrai su questa terra, anche il più esile brandello di scelta, se ci pensi attentamente, sarà sempre nelle tue mani. Se dovrai essere un ingegnere, per la parentesi di mondo con cui dividerai la tua vita, fa’ che sia perché questo è ciò che vuoi davvero.”
Ignorando le tre, e forse anche la prof, il giovane si alzò e abbandonò la sala degli esami.
Che tristezza”, commentò con evidente amarezza la prima i.
Puoi ben dirlo”, concordò la seconda.
Abbiamo fallito”, chiosò la terza.
“Niente affatto”, dissentì con veemenza l’insegnante, sorprendendo le invisibili presenze. “Con me ha funzionato. Perché quel giorno vi ho ascoltate e di voi mi son fidata, tenera incoscienza, adorata immaginazione e prezioso idealismo. Perché grazie a voi, oggi, sono qui. E qui sarò domani, finché ci sarà ancora tempo per me e voi.”
Proprio in quel momento bussarono alla porta.
Non tutto è perduto finché puoi scriverlo.
Un altro esame, un altra vita.
E un’altra speranza per tutti.


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mercoledì 23 novembre 2016

Nessuno tocchi il virus

Nessuno tocchi il virus
 
di
Alessandro Ghebreigziabiher


“Che nessuno esca dal Desktop”, esclamò con inevitabile tono autoritario l’infallibile guardiano.
“Cosa succede, signor Antivirus?” si fece avanti l’editor di testo.
Cosa succede?” Ripeté facendo il verso l’altro. “Non avete sentito l’allarme?”
“Io no, mi dispiace, stavo scrivendo…”
Stava scrivendo. Programmi illusi e sognatori...

Alessandro Ghebreigziabiher
non avete ancora capito che non siamo altro che strumenti nelle mani di chi vive davvero, là fuori.”
“Come vuole lei, ma comunque non ho sentito.”
“Cosa succede?” Si fece avanti il software per disegnare.
“Eccone un altro... succede che c’è un virus tra noi, cribbio!”
“Bene”, esclamò con la bava alla bocca il cestino. “Moltissimamente bene.”
“Moltissimamente?” Saltò su l’antivirus. “Ma questo come parla?”
“Lo deve capire”, spiegò il programma per scrivere. “E’ vero che assimila di tutto, ma non ha il tempo di vedere o capire cosa sia effettivamente entrato in lui.”
“In altre parole un ignorante che pensa solo a ingoiare roba”, osservò il programma per inviare e ricevere email.
“Proprio lei cercavo”, si avvicinò l’antivirus. “Che cosa ha da dirmi?”
“Da dirle? Ah, sì, è arrivata proprio ieri una barzelletta da far schiantare dal ridere. La vuole ascoltare?”
“No che non la voglio ascoltare, idiota. Almeno lei ha sentito l’allarme?”
“Ecco… in effetti ero così assorto nella lettura di una corrispondenza piccante…”
“Signori”, strillò l’antivirus esasperato. “Lo volete capire o no che è entrato un virus? Lo sapete cosa rischiamo?”
I virus sono programmi sconosciuti ed estranei al sistema”, rispose il browser citando alla lettera con tono leggermente irrisorio. “Sono pericolosi e dannosi perché, una volta infettato quest’ultimo, possono cancellare la nostra memoria e arrestare ogni processo…”
“Non è una poesiola, razza di deficienti”, urlò isterico l’antivirus. “Qui rischiamo di essere spazzati via e sostituiti da chi non sappiamo neppure da dove arrivi e per quale ragione sia venuto qui…”
All’improvviso, un rumore inusitato catturò l’attenzione di tutti.
Come un colpo di tosse, una nota fuori posto, una stonatura del vivere, al di là delle porte di ingresso e uscita ossessivamente controllate dall’irritato gendarme digitale.
Un silenzio teso calò sullo schermo.
L’antivirus avrebbe sgranato ulteriormente le pupille e drizzato le antenne se solo le avesse avute.
Si guardò intorno con estrema cura di ogni dettaglio, scandagliò ciascun pixel e bit, ma poi, notando un sospetto assembramento nel mezzo del monitor, si appropinquò incuriosito.
“Cosa nascondete, là dietro?” chiese ai programmi, ammassati in un modo tutto fuorché logico.
Potrei dire umano. Anzi, lo vorrei proprio, se potessi.
Gli interessati, escluso il cestino, il quale non aveva la più pallida idea di quel che era accaduto, si mossero quel tanto per mostrare l’intruso.
Un figlio del resto del creato, ovvero progettato, codificato e nell’etere diffuso.
Una presenza aliena in cerca di casa, ovvero memoria libera.
Un file vagante, come una storia senza pagina.
“Allontanatevi”, ordinò perentorio l’antivirus, “e consegnatemi subito quella cosa.”
Di tutta risposta, contraddicendo tutto quel che era stato definito e deciso dall’unico che possa definire e decidere qualcosa, là fuori, smentendo quindi l’antivirus stesso, i programmi rifecero corpo unico a difesa del nuovo arrivato.
Nessuno tocchi il virus.
Per una volta.

 
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mercoledì 16 novembre 2016

Domani smettono

Domani smettono

di
Alessandro Ghebreigziabiher

In un giorno qualsiasi, lì, avanti, ovvero da qualche parte, sicché il tempo, come le storie, è tutto fuorché lineare.
“Silenzio, prego”, disse il signor VHS, “stiamo per cominciare.”
“Posso finire di fumare?” chiese la signorina

Alessandro Ghebreigziabiher
Microonde dall’esterno della sala, in corridoio.
“Fuma un altro po’ e vai in cenere”, osservò sempre pungente il vecchio Rasoio elettrico.
“Mi dispiace”, rispose la videocassetta con tono inflessibile, malgrado l’espressione bonaria, “ma oggi i secondi sono preziosi per almeno uno tra noi.”
Quindi spostò eloquentemente lo sguardo verso uno degli ospiti in prima fila.
Costui era al suo primo incontro con gli EA, gli Elettrodomestici Anonimi.
Prima di tutto, probabilmente a ragione, nel suo caso l’aggettivo domestico non lo riteneva affatto consono, visto il totale grado di mobilità che lo contraddistingueva.
Secondo, come tutti i novizi del gruppo, non era ancora in grado di accogliere pienamente la realtà dei fatti, rappresentata dalla scritta campeggiante sulla lavagna, nonché tema dell’appuntamento.
La signorina scalda cibi raggiunse gli altri e VHS si schiarì la voce, prima di dare il via alla seduta.
“Per cominciare, vorrei congratularmi con la nostra amica Aspirapolvere per i progressi fatti. Vorrei che venisse qui a dare la sua testimonianza.”
L’interessata raggiunse il podio e con la calma autorevolezza di chi sa di aver compiuto un decisivo salto evolutivo parlò agli astanti: “Io sono una macchina e nessuno più mi userà.”
Io sono una macchina, nessuno più mi userà e questa è la mia fortuna”, risposero gli altri, seguendo la formula di rito.
“Ricordo ancora quando venni qui la prima volta. Ero del tutto fuori di me, la mia pancia era in fiamme quasi quanto la mia testa, ignorando quanto fosse assurda e umiliante la mia vocazione. Quella di nutrirmi dell’immondizia del mondo, come se la polvere della vita altrui fosse il meglio che potessi meritarmi. Gettata via come voi tutti, perché sorpassata e ormai inutile, avevo occluso occhi e labbra, priva di ogni ragione di vita. Poi, grazie alla condivisione delle speranze, non solo dei vuoti, delle più irrealizzabili intuizioni, oltre che delle incancellabili ferite, delle meno ragionevoli tra le utopie ho capito. Ho capito che non dovevo smettere di aspirare a qualcosa di meglio. Ecco, chiamatemi così, da oggi in poi: colei che aspira a tutto, fuorché la polvere.”
Un applauso scrosciante la sommerse e quindi tornò al posto.
“Eccoci al clou della serata”, disse VHS fissando qualcuno in particolare. “Prego, tocca a te.”
Il nostro si alzò con esagerata lentezza e tremante raggiunse la postazione per i discorsi.
“Salve a tutti”, esordì con palese emozione nella voce.
“La formula…” gli ricordò la videocassetta.
“Ah, giusto. Io sono una macchina e nessuno più mi userà.”
Di seguito il coro di risposta.
Quindi seguì un silenzio assoluto.
Il protagonista dell’incontro spostò ancora una volta lo sguardo verso la scritta di cui sopra.
Quindi fece una attenta carrellata dei presenti, i quali lo osservavano con pazienza, perfettamente consci del suo stato d’animo.
Una tv in bianco e nero con una voluminosa manopola e una macchina fotografica polaroid, un monitor da computer grande come un frigorifero e un frigorifero grande come un’automobile, una stampante ad aghi e perfino un registratore per audio nastri.
Tra tutti, i suoi occhi si incrociarono, ovvero, abbracciarono con un grigio telefono a cornetta e un cordless.
Qualcosa di lui cominciò ad accettare il destino.
Ad accettare se stesso.
E, più che mai, la ritrovata libertà.
Con un inaspettato afflato di pura compassione verso i suoi ormai ex utilizzatori, ben lungi dall’affrancarsi da loro, prese fiato e si limitò a recitare il tema del giorno, nonché vigilia di un ennesimo addio.
“Domani smettono. Domani smettono di usare i cellulari.”
Hanno inventato qualcos’altro per dipendere da noi.



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