venerdì 28 aprile 2017

Storie di ragazze: Sara che cammina dritta

Sara che cammina dritta

di
Alessandro Ghebreigziabiher

Quante cose ritenute assodate vengono smentite, diventando madri.
E quelle più importanti, si frantumano esplodendo nel cielo come fuochi d’artificio e non puoi far altro che mantenere il capo sollevato e ammirare lo spettacolo.

Alessandro Ghebreigziabiher
Esser grata di quest’ultimo, di esserne testimone oculare.
Se poi la meraviglia di colori e forme, che rendono la già perfetta volta celeste ancora più degna di esser guardata, ti è in qualche modo figlia, gioisci.
Fallo senza remore, libera risate fragorose e danza con lei, che finalmente ha dimostrato al mondo.
Di esser qualcosa di più e di meglio del proprio nome.
Ovviamente, la storia non è affatto iniziata con siffatti auspici.
Raccontiamola così, con le varie coniugazioni del nome che mia nonna ha portato sino alla morte con fierezza, sopportando l’ottusità del padre prima e del marito poi.
Sara che gioca da sola, ai primi incontri con le altrui creaturine, squillanti e scintillanti, a confronto della mia.
Sara che parla poco o per niente, quindi.
Sara che non si integra e perfino Sara che sorride di rado.
E dove sta il problema? Mi riferisco a quest’ultima.
Non è forse un pregio quello di donare il meglio, ovvero un perfetto quanto leggero disegno di labbra, qualora davvero ne valga la pena?
Anche questo è uno sconveniente luogo comune.
Una volta che il cesto della vergogna è stato intrecciato e marchiato, vi finisce tutto, anche ciò che invece andrebbe celebrato come dono originale e unico.
Il meglio, quindi.
Così, col tempo, siamo arrivati ai giorni nostri, al tema della storia in oggetto.
Sara che non calpesta le righe.
Le controindicazioni di un malessere, ovvero le prove di un corto circuito dell’anima, sono come le varie derivazioni di un nome.
Vengono il più delle volte additate come aberrazioni, soprattutto laddove si palesino con modalità accentuata, tipiche peraltro della compulsività delle personali ossessioni.
Nondimeno, come i sorrisi parsimoniosi, talvolta capita che l’astrusità dell’agire sa di divino.
“Sono contenta che sia andato tutto bene”, mi ha detto l’insegnante di matematica quella mattina, “e che lei, nonostante tutto, non sia particolarmente preoccupata. Ma capirà la nostra agitazione, mia e dei ragazzi, quando mentre spiegavo le rette sua figlia si è alzata in piedi e, camminando dritta come una specie di robot, è andata a dare un bacio a un suo compagno seduto al primo banco. Poi è uscita dalla classe con la medesima andatura un po’ rigida. L’ho seguita all’esterno e ho visto che ha raggiunto la bidella, ha acceso il cellulare e messo su una canzone. L’ho chiamata invano, ma lei non mi ha degnata di uno sguardo, mi è transitata accanto lungo il corridoio ed è uscita dalla scuola. Cos’è successo dopo?”
Il quadro si era completato, mi mancava ancora un dettaglio, ma volevo tenermelo alla fine, come per non rovinare l’attesa per l’ultima scena.
Così, celai temporaneamente per me la decisiva domanda e soddisfai la comprensibile curiosità della professoressa.
Le spiegai che Sara ha dato un bacio al compagno perché è innamorata di lui e, dopo aver trascorso pomeriggi a cercare la canzone perfetta, l’ha portata alla bidella, perché un giorno quest’ultima le ha confidato che, se avesse potuto, avrebbe desiderato essere una ballerina. Poi è uscita dalla scuola e si è imbattuta nell’omino che vende le pizze e i tramezzini alla ricreazione, gli ha stretto la mano e gli ha detto grazie, perché il tipo si lamenta sempre che i ragazzi comprano le cose ogni giorno, ma nessuno si degna di essere gentile. Quindi è entrata nella libreria nel nostro quartiere, ha aperto il borsello è messo sul banco tutti i soldi che aveva, perché sa che tra poco chiuderà per debiti. E’ andata avanti così, per tutto il giorno, senza mai fermarsi.
“E poi cosa è successo?” ha domandato l’insegnante.
“Sono tornata a casa e l’ho trovata in piedi ad aspettarmi. Quindi, proprio come ha detto lei, camminando dritta come un automa è corsa verso di me e mi ha abbracciato, con una stretta incredibile che non dimenticherò mai. Ho pianto, sa? Perché si è mossa senza guardare in terra, senza preoccuparsi delle righe…”
“Già, ha fatto lo stesso anche qui in classe.”
“E poi mi ha raccontato tutto. Vorrei farle una domanda, ora.”
“Dica pure.”
“Cosa stava spiegando quando mia figlia ha lasciato il suo banco?”
“Gliel’ho detto, stavo parlando delle rette.”
“E cosa stava dicendo?”
“Che una linea retta è il modo migliore, quindi il più veloce, perché due punti si incontrino.”
Ecco come siamo arrivati.
A Sara che cammina dritta.

 
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giovedì 6 aprile 2017

Libri sulla diversità per bambini e ragazzi 2017: Tramonto


Tramonto
La favola del figlio di Buio e Luce

Racconto di
Alessandro Ghebreigziabiher

Illustrato da
Valentina Rizzo

Tempesta Editore, 2017
 

Dalla quarta di copertina:
Il mio nome è Tramonto.
Sì, quel magico momento tra il giorno e la notte, quell’attimo affascinante e incerto, denso di mistero.
Sono nato in quell’attimo, sospeso tra il nulla e l’infinito.
Mio padre Buio e mia madre Luce ebbero solo un istante per amarsi, ma fu sufficiente per donarmi al mondo.
Sono nato in mezzo tra due sud.
Quello d’Italia, Napoli, e quello del mondo, l’Africa.
Quindi, tra due colori, tra un nome e un cognome così diversi, tra mente e cuore, soprattutto.
Sono nato lì, su quella linea di confine, e da allora ho vissuto camminando su una corda immaginaria, sospeso su un mondo
bisognoso di riconoscere e di riconoscersi.
Col tempo ho imparato ad amare questa vita perennemente in bilico, con i piedi per terra e la testa persa fra le stelle.
E ho fatto un sogno.
Sì, proprio in quell’ora affascinante in cui il sole e la luna si scambiano il cinque.
In quell’attimo fatto apposta per i nati in mezzo come me.
Esattamente in quel momento ho sognato che forse siamo in tanti a camminare su quella corda, più di quanti io creda.

La storia:
Tramonto è il racconto di un bambino nato tra due mondi, l'Africa e l'Europa, da un padre nero e una madre bianca, quindi tra due colori ed esattamente come il tramonto vive un'esistenza in mezzo, tra il giorno e la notte, trovando l'equilibrio migliore accettando la propria condizione come naturale, scoprendo i vantaggi e le ricchezze nel nutrirsi di più culture.
 
Dal teatro al libro: il testo ha esordito nel 1999 come spettacolo di narrazione a Roma e da allora è stato portato in scena in molte città italiane. 
Nel 2002 il testo è stato pubblicato da Lapis Edizioni come libro illustrato per ragazzi. Nel 2003 è stato premiato dall'International Youth Library (IYL, Monaco) con il White Ravens, un riconoscimento alle opere di tutto il mondo ritenute di speciale valore ed è stato selezionato nel 2011 per la  Notte del racconto, Altri mondi, evento promosso in tutta la Svizzera, Bibliomedia Svizzera italiana.

Recensioni e segnalazioni:
Misurafamiglia
Book Hunters Blog
Traiettorie
Expartibus
Vocespettacolo

Spettacolomania
Dramma
Roma Art Magazine
DifferenteMente
Roma da leggere
Romatoday

100 libri da non perdere, Istruzione Emilia Romagna, Valentina Asioli
Il bambino sullo scaffale, Accaparlante , Annalisa Brunelli e Giovanna Di Pasquale
Vivavoce
Un libro per chi è nato ''in mezzo", Angeli Press
Stranieri in italia
Casa delle letterature 
Comune di Roma
 
Bibliografia:
L'immigrazione raccontata ai ragazzi, Luatti Lorenzo, Nuove Esperienze Editrice, 2011
L'immagine della società nella fiaba, Franco Cambi, Sandra Landi, Gaetana Rossi, Armando Editore, 2008
Scrivere nella lingua dell'altro: la letteratura degli immigrati in Italia, Daniele Comberiati, Peter Lang Editore, 2010
Diversi libri diversi: scaffali multiculturali e promozione della lettura, Vinicio Ongini, Idest Editore, 2003

Per comprarlo online:

  Tramonto (ISBN 9788897309949)
Nei siti specializzati (in aggiornamento): Ibs, Amazon, Feltrinelli, Mondadori, Libreria Universitaria, Libreria Rizzoli
In alternativa, acquistabile sul sito dell'editore

mercoledì 5 aprile 2017

Storie con morale: Io vedo di più

Io vedo di più

di
Alessandro Ghebreigziabiher

Due padri, al parco.
Due bambini in carrozzina, con due padri, al parco.

Alessandro Ghebreigziabiher
Capita, non è la norma, d’accordo, ma succede, per buona sorte.
E' tempo, prezioso, adorato e indispensabile tempo per le consorti, tra le altre cose.
“Sai?” fa uno dei due. “Mi sono comprato la tv con lo schermo grande.”
“Davvero?” fa l’altro. “Era ora.”
“Ma grande, eh?”
“Bravo, finalmente.”
Pausa frustrata, seguita da rincorsa aggressiva.
“Cinquanta pollici, una bestia.”
“Ah, ma il minimo, quindi.”
“Come sarebbe a dire, il minimo? Il mio è il più grande tra parentame e amici.”
“Be’, mi dispiace doverti correggere, ecco.”
“Perché?”
“Perché io ho un sessanta pollici abbondanti, caro.”
“Cosa vuol dire abbondanti?”
“Mi conosci, sai quanto sono pignolo. Li ho misurati e siamo perfino un paio di millimetri oltre la misura di fabbrica.”
Pausa invidiosa e reazione d’orgoglio ferito.
“Il mio però ha anche il 3D.”
“Ah, ma quello è di serie dai cinquanta pollici in su. Dovresti saperlo, non te l’hanno detto al negozio? Non è di serie, invece, il 4D…”
“Tu ce l’hai?”
“Certo.”
“E quale sarebbe la quarta dimensione?”
“Gli effetti climatici”
“Che?”
“Il vento nelle scene ventose, l’umidità in quelle umide, il freddo nelle ambientazioni invernali, eccetera.”
“Ma va’…”
“Sul serio, è roba che in futuro sarà predefinita.”
“E la pioggia?”
“Quella è opzionale, io l’ho esclusa. Se mia moglie non tenesse così tanto al tappeto in salotto…”
Pausa demoralizzata e rincorsa dignitosa.
“Il mio ha sei casse incorporate.”
“Chiaro, la base.”
“Cosa intendi per la base?”
“Le sei casse sono come la base della pizza, insomma. Poi però ci vuole il resto.”
“Che tu hai.”
“Certo.”
“E sarebbe?”
“Niente di speciale, l’orchestra ologrammatica e la vibrazione propagata.”
“Mi stai prendendo per il culo?”
“No, ma ti pare? Sono optionals ormai diffusi. La prima, una volta azionata, carica ai lati dello schermo la versione virtuale di un’intera orchestra con tanto di maestro a eseguire la puntuale colonna sonora del film.”
“E la vibrazione pro qualcosa?”
“Propagata. In parole povere, immagina una scena d’azione, con rottura di vetri, auto che esplodono e mitragliate senza fine. Ebbene, tutta la stanza e gli oggetti di arredamento vibrano di conseguenza. L’altro giorno ho rotto il porta fiori sulla libreria alle spalle del divano, ho dato la colpa alla colf, altrimenti mia moglie mi strangola…”
Pausa avvilita e rincorsa disperata.
“Io ci vedo di più.”
“In che senso?”
“Tu… tu porti gli occhiali, io no, prendi e porta a casa, razza di quattr’occhi cecato!”
“M-Ma n-non mi sembra il c-caso…”
“E sei pure balbuziente.”
“L-Lo sai che b-balbetto q-quando m-mi si offende… tu invece s-sei g-grasso.”
“E allora?! E’ vero, sono un ciccione, contento? Ma io ci vedo di più!”
“N-non è vero!”
“Sì che lo è!”
Ecco, due padri al parco.
Due bambini che litigano, potremmo dire, ignorando l’età di entrambi.
In carrozzina sempre due bambini, ma tali con diritto.
Caspita, questa sì dovrebbe essere la norma ovunque nel mondo.
Per loro buona sorte, a sufficiente distanza, ignorano il delirante diverbio.

Così riempiono pupille e anima dei colori e le forme che sopravvivono all’ottusità cittadina, tra altri bambini che rincorrono palloni e futuro, e le avvisaglie primaverili che iniziano a conquistare il giallore del tempo finalmente arrendevole.
Sorridono e, speriamo, ricorderanno.
Cosa vuol dire.
Vedere di più.


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mercoledì 29 marzo 2017

Storie di ragazze: La clinica dei sogni

La clinica dei sogni

di
Alessandro Ghebreigziabiher

“Nonno… scusa”, fece comprensibilmente scettica Roberta, “ma a cosa mi serve accompagnarti da nonna?”
Alessandro Ghebreigziabiher
“Non hai detto che vuoi guarire subito?” chiese l’uomo ultraottantenne, malgrado sembrasse ignorarlo, mentre spingeva la sedia a rotelle.
“Sì, certo che l’ho detto, ma tanto le gambe sono andate… e anche il campionato. Anzi, è la pallavolo a essere finita.”
“Perché?”
“Primo, perché per colpa di quel dannato scooter ho fratture ovunque e ci vorranno mesi per tornare in piedi, tra fisioterapia e tutto il resto. Secondo, perché nel frattempo qualcuna della panchina mi avrà rimpiazzato alla grande e si sarà di sicuro dimostrata più forte di me.”
Le lacrime condirono di amarezza le parole.
“No.”
“No cosa?”
“Dicevo, perché hai smesso di sognare?”
“Nonno, non cominciare… mi bastano papà e mamma.”
“A cosa ti riferisci?” domandò il vecchio mentre spingeva la nipote all’interno della casa di cura.
“Dovresti conoscerli meglio della sottoscritta, soprattutto mamma, visto che è tua figlia. Invece di rattristarsi per me, per la mia disgrazia, mi hanno detto di non lamentarmi e di darmi da fare. E poi sono tornati alle loro stramberie, lui a esercitarsi con il piano e lei con la danza.”
“E cosa c’è di sbagliato?”
“Di sbagliato c’è che sono degli illusi. Papà vende sanitari e saranno due anni che è in cassa integrazione, mentre mamma fa supplenze alla materna da una vita. Eppure si credono uno un pianista e l’altra una regina delle piste da ballo.”
“Sono contenti.”
“Sono dei folli, è diverso.”
“E contenti.”
“Contenti, come vuoi tu.”
Nel frattempo i due raggiunsero la sala comune, dove senza sorpresa trovarono la nonna seduta a prendere il sole, accanto alla finestra, da cui osservava immancabilmente il prato antistante.
“Ciao Matilde”, fece il marito baciando la guancia raggrinzita della donna, con lo sguardo assorto e al contempo assente, dissonanza frequente nei pazienti affetti da Alzheimer.
“Ciao nonna”, fece meccanicamente Roberta.
Il nonno prese una sedia e si sedette accanto alla moglie.
Quindi le prese una mano e lo stesso fece con la nipote.
“Cara”, mormorò come se la vecchina potesse davvero sentirlo, “Roberta ha bisogno d’aiuto.”
“Nonno…”
“Cosa c’è?”
“Cosa stiamo facendo?”
“Semplice, ti aiutiamo a guarire subito.”
“Fate magie, per caso? Siete degli stregoni e me lo dite solo adesso?”
“No, nessuna magia, Roberta. Vedi, in realtà quella che cura è solo tua nonna.”
“E come fa?”
“Roberta, ti presento la direttrice della clinica dei sogni. Matilde ha sempre avuto un dono, piccola mia. Lei aggiusta i sogni, amore mio. E i sogni sono come le ossa del corpo. Si fratturano, si lussano e si rompono quasi del tutto. Sembrano bloccarsi e si debilitano, hanno bisogno di esercizio e di un’alimentazione sana, devi proteggerli e ricoprirli di muscoli, affinché restino integri e sopravvivano agli scontri. E sono tanti, gli scontri, gli incidenti capitano, devono capitare, è normale, è necessario, è giusto, perché con i sogni si corre e si salta, si va dove c’è il pericolo e dove ci sono coloro che non aspettano altro che ferirli, che ferire te, che ancora credi in loro. Sono fatti per farsi male, è nella loro natura, tesoro. I sogni che nascono e rimangono perfetti per sempre, senza dare mai dolore, si chiamano illusioni. Sognare vuol dire aver cura dei sogni e questa bellissima donna, che vedi qui tutta piena di rughe e acciacchi, ha rattoppato i miei e quelli dei tuoi genitori, lo fa anche adesso, ci basta stare qui un po’. Perché è così che l’amore preserva orizzonti e futuri. Gli basta rimanerti accanto.”
Altre lacrime condirono stavolta i silenzi di Roberta.
Con la tanto sottovalutata.
Folle contentezza.


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mercoledì 22 marzo 2017

Storie sulle emozioni: la vita in differita

La vita in differita

di
Alessandro Ghebreigziabiher

“Come si sente?” chiese lo specialista.
“Arrabbiato”, rispose lui.

Alessandro Ghebreigziabiher
“Be’, si calmi, andare da un dottore della mente è cosa normale, al giorno d’oggi, mi creda. Per tanti, molti di più di ciò che pensa, l’anormalità è il contrario.”
“No, dottore, si sbaglia… ed è proprio questo il mio problema.”
“Mi spieghi, allora.”
“Ecco, vede, io non sono arrabbiato perché mi trovo qui, ora. Piuttosto, sono irritato per la signora alta.”
“Chi?”
“Quando sono arrivato prima, con l’auto avevo trovato parcheggio proprio qui sotto, esattamente di fronte al portone, ma una macchina mi ha rubato il posto.”
“E lei cos’ha fatto?”
“Sono sceso dall’auto e lo stesso ha fatto la signora alta che mi ha fatto lo sgarbo.”
“Ho capito, è ancora scosso per la lite con la tipa.”
“Non è così, io non ho avuto alcuna lite con lei. Le ho sorriso e non ho potuto far altro.”
“Perché?”
“Perché quando ho lasciato mia figlia a scuola, prima di venire qui, mi ha detto che io per lei sono più forte e più bello di Iron Man.”
“E lei avrà gioito.”
“Al momento, non tanto, ecco.”
“Come sarebbe a dire?”
“Piangevo.”
“Dalla commozione?”
“No, per la notizia su mia madre riguardo al malore che ha avuto alla casa di cura. L'ho appreso dalla responsabile al mio risveglio.”
“Senta, le confesso che sono un po’ confuso…”
“Lo dica a me, per questo sono venuto da lei. E’ come se da un po’ di tempo, ciò che provo, nell’istante in cui lo provo, si riferisca sempre a qualcosa che è accaduto poco prima…”
“Ah, certo, adesso capisco… ma è incredibile…”
“No, è una vera rottura.”
“Chiaro, concordo, ma intendevo che è una cosa eccezionale, lei è affetto da un disturbo di cui avevo letto tempo fa all’università, una patologia rarissima, pochi casi al mondo, ma ho letto anche che di recente si sta diffondendo con maggiore frequenza nei paesi più ricchi e maggiormente industrializzati, dove la vita è più frenetica e asociale.”
“E’ grave?”
“No, ed è una cosa passeggera. Lei è stato colto dalla sindrome dell’emozione ritardata. In pratica lei sente dopo quel che avrebbe dovuto sentire prima, è una sfasatura della diretta emozionale. Lei reagisce alle cose in differita, in breve.”
“Oh, non sapevo che esistesse una roba del genere…”
“Mi rendo conto.”
“E come si cura?”
“Oh, va via facilmente, e per quanto ne so il rimedio è unico.”
“Mi dica.”
“Primo, quando sta con qualcuno metta via il cellulare e, se può, lo spenga. Secondo, mentre parla con una persona, la guardi negli occhi, non alla sua destra o sinistra, mai oltre, ma sempre negli occhi. E terzo, the last but non the least, laddove sia lei a parlare, la ascolti attentamente, ciò che dice e soprattutto quello che sta provando a sua volta.”
“E mi assicura che funziona?”
“Be’, è la sola via per non perdersi la diretta della vita delle persone amate.”
E, quindi, della propria.

 
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mercoledì 15 marzo 2017

Storie per riflettere: Lo scafista

Lo scafista

di
Alessandro Ghebreigziabiher

Sì, lo so.
La maggior parte di voi mi detesta.
Mi incolpate di tutto e fate bene, perché è mia la responsabilità del viaggio.

Alessandro Ghebreigziabiher
Sono io che vengo pagato.
Sono io al timone.
Io decido chi sale a bordo e chi no.
Io decido chi scende e quando.
Sono la persona di spalle, per chi parte e vede il mondo scorrere di lato.
Sono la creatura a metà, per chi vive di lato.
E sono gli occhi che vi osservano solo di riflesso.
Sì, lo so.
Mi accusate di disumanità per questa e mille altre ragioni.
Perché con altrettanto gelido distacco assolvo al mio compito.
Moderno Caronte di anime affannate in cerca della meta promessa e sancita dalle mappe di un mondo che col tempo diventa sempre più piccolo.
Forse avete ragione.
Anzi, senza forse, è così, non può essere altrimenti.
Io devo svolgere il mio ruolo e voi il vostro.
Ma non pensiate che non mi accorga di quel che accade dietro di me.
Della gente che spinge per un posto all’ombra.
E di quella che fa lo stesso per uno spicchio di cielo.
Di chi soffre al pensiero di non arrivare in tempo.
E di chi gioisce del contrario.
Di chi si arrovella per il clima gramo e di chi si rode dall’invidia per chi viaggia in prima classe.
Dei migranti, che oramai sono la maggior parte che ancora crede in me.
E dei disperati, che vorrebbero restare in mia compagnia per sempre.
Perché finché sei in viaggio tutto è ancora vivo, possibile e più che mai non deludibile da ciò che attende all’orizzonte.
Sì, lo so.
Spesso sembra che sia disposto a passare sopra tutto e tutti pur di arrivare alla fine della giornata.
Altrettanto di frequente pare che se non ci fossi io, al mondo, sarebbe più facile per tutti viaggiare e addirittura camminare.
Eppure, non meno sovente, mi maledite per non essere pronto ad accogliervi, laddove necessitate del passaggio tanto agognato.
E ugualmente incolpate il sottoscritto, allorché la misura sia ormai colma e rimanete a terra, a invidiare i presunti fortunati che vi hanno preceduto.
Sì, lo so.
E’ il mio lavoro, l’ho scelto io, nessuno mi obbliga davvero a scrivere ogni giorno lo stesso tragitto dal prima al dopo.
Fate bene a puntare il dito su di me, io non mi scanso.
Perché sono colui al quale mettete la vostra vita in mano.
Ciò malgrado, ogni qual volta il viaggio si trasformi in dramma, fareste un errore madornale se mi consideraste l’unico responsabile.
Perché, in fondo, io ero, sono e sempre sarò.
Solo l’autista dell’autobus…

 
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mercoledì 8 marzo 2017

Storie sui diritti umani: chi è che piange?

Chi è che piange?

di
Alessandro Ghebreigziabiher

C’era una volta un mondo fatto di quadratini, tutti uguali, tutti perfetti, tutti incollati l’uno all’altro.
Alessandro Ghebreigziabiher
Sui quadratini vivevano gli abitanti, tutti uguali, ovvero tutti imperfetti allo stesso modo, tutti incollati, cioè tutti vicini per ragioni identiche.
La maggior parte del tempo, costoro la trascorrevano all’interno del proprio quadratino, al riparo dei confini del loro possedimento, le quattro sacre linee.
Oh, come adoravano queste ultime e non mancavano mai di lodarle ed esaltarne il valore.
Difatti, sia al mattino che alla sera i nostri recitavano siffatta supplica: che il cielo mantenga sempre retti gli angoli e ben chiuse le rette che li formano.
Tuttavia, la vera peculiarità della vita degli abitanti, tutti uguali, ovverosia incredibilmente simili nel credere di esserlo, era quella di trascorrere il proprio tempo seduti.
Seduti si veniva al mondo e seduti si diceva addio a quest’ultimo e soprattutto agli amati quadratini.
Seduto era lo stile maggiormente in voga su quel pianeta.
Seduti non ci si stancava, e stancarsi era male.
Seduti non si correva il rischio di cadere, e cadere era peggio.
Seduti non si poteva incontrare la gente cattiva, e la gente cattiva era ovunque, ma solo al di là delle quattro sacre linee.
In breve, da seduti la vita era facile, perché potevi convincerti che fosse tutta lì, al riparo di queste ultime.
Un giorno capitò l’evento che avrebbe sconvolto la vita di tutti loro.
All’improvviso, si levò nell’aria un suono inusitato nel mondo ricoperto da quadratini, tutti uguali, tutti perfetti, tutti incollati l’uno all’altro, da sembrarne uno solo.
Un lamento, che man mano si trasformò in un pianto sommesso, per poi levar di volume, intensità e soprattutto dolore.
Chi è che piange? Chiese uno degli abitanti.
Nessuno rispose, ma il singhiozzo proseguì imperterrito.
Ma perché sta piangendo? Chiese curioso un altro.
Idem come sopra e il gemito si fece addirittura più potente.
Cos’hai da frignare? Domandò incredulo un altro ancora. Non hai nulla da temere se non oltrepassi le linee.
Nulla da fare.
Il pianto sembrò moltiplicarsi, come se fosse prodotto da un coro polifonico di voci sofferenti, che si univano alle altre incoraggiate dalle prime.
Basta con questa lagna, urlò qualcuno degli abitanti.
Abbassate almeno il volume, per cortesia, chiese un altro, vorrei un po’ di rispetto.
E’ una violenza inaccettabile, questa, sentenziò inviperito un altro ancora.
Ma si può sapere chi è che piange? Chiese di nuovo la maggior parte.
Poi, l’evento sconvolgente ottenne l’effetto quanto mai desiderato.
Esasperati e irritati, angosciati e più che mai vinti, gli abitanti del mondo dei quadratini si alzarono in piedi quasi tutti allo stesso momento, per capire una volta per tutte chi tra loro osasse lamentarsi.
E fu così che il pianto finì.
Perché finalmente, tutte le altre creature del pianeta, sopra le quali gli abitanti erano seduti, furono libere di correre e volare.
Oltre ogni linea...

 
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