mercoledì 13 luglio 2016

Cose con gli angoli

Cose con gli angoli

di
Alessandro Ghebreigziabiher


Daniela aveva un’abitudine, tra le molte.
Odiava uscire dalla sala ai titoli di coda.
E’ parte del film, diceva sempre. Qualcuno ha lavorato per scrivere quelle cose e il lavoro, tutto, merita attenzione e rispetto.
Come il sipario, per capirci. C’è qualcuno che ha cucito insieme la stoffa e c’è perfino quello che l’ha inventato.
Niente andrebbe mai del tutto dimenticato.
Francesca, invece, ne aveva un’altra.
Odiava anche lei uscire ai titoli di coda, ma la sua vera fissazione era guardare.
Guardare quelli che rimangono in sala mentre scorrono i titoli di coda.
Qualcuno ha scritto in quei visi, con la propria stessa vita.
E qualcosa di questo merita essere rammentato.
“Sta piangendo”, disse Francesca indicando con il pollice alle proprie spalle.
“Chi?” domandò Daniela.
“La vecchietta due file più dietro.”
L’amica si voltò, cercando di farlo nel modo meno invasivo, e la vide.
La vegliarda dalla faccia vistosamente rigata dalle lacrime e gli occhi grandi e azzurri altrettanto umidi.
“Ma come fa a commuoversi con un film di supereroi?” osservò Daniela.
“Non lo so”, rispose l’altra. “E voglio scoprirlo.”
Quindi si alzò e seguita dalla compagna detective raggiunse l’anziana donna, sedendosi alla destra di quest’ultima.
Daniela si accomodò sul sedile alla sua sinistra.
“Tutto bene, signora?”
Dopo un tempo, solo in apparenza interminabile, la vecchina si accorse di Francesca, muovendo lentamente il capo nella sua direzione.
Quindi fece lo stesso con Daniela.
“Sì”, rispose.
“Sicura?” insistette Francesca.
“Sì”, confermò lei. “Sicura. Sto solo pensando a mio figlio.”
“Suo figlio?” ripeté Daniela.
“Sì, mio figlio. Anche lui era un supereroe.”
“Davvero?” domandò Francesca, ancora più curiosa di prima, così come l’amica.
“Certo. Me lo rivelò una mattina di inizio dicembre, aveva compiuto da poco dieci anni. Non arrivò a gennaio, lo sapevamo tutti che avrebbe potuto lasciarci in qualsiasi momento, ma quel giorno sembrava potesse vivere per sempre. Mamma, mi disse, io sono un supereroe. Sul serio? Chiesi. Sul serio, rispose. E come mai? Domandai per dargli corda. Per le tre regole, mi spiegò. Quali tre regole? Domandai. Le tre regole dei supereroi. Devi possedere un super potere, un simbolo con il quale la gente ti riconosca e devi avere una missione. Quali sono i tuoi? Gli chiesi.”
Quindi la vecchia si ammutolì e prese un fazzoletto dalla borsa per asciugare il viso.
“Allora?” fece Francesca con un pizzico di apprensione.
“Sì, signora”, si unì Daniela. “Ci dica il resto.”
“Cosa?”
“Quali erano il super potere, il simbolo e la missione?”
“Ah, sì, mio figlio. Il mio super potere, disse, è il tempo. Adesso, in questo momento, io ho il mio tempo, da passare con te o per fare qualsiasi cosa vorrò. Ora. E’ un super potere e io lo so.”
“Il simbolo?” domandò Francesca.
“Cose con gli angoli”, rispose la donna. “Tutte le cose che hanno angoli. Gli oggetti dalla forma rettangolare o quadrata, ma anche le forme triangolari. Osservai che c’era un'infinità di roba con gli angoli, al mondo. E lui mi disse che proprio per questo l’aveva scelto, per soddisfare la terza regola.”
“Quale?” chiese Daniela.
“Glielo domandai anche io. E lui mi rispose: fare in modo che, quando se ne sarebbe andato, finché sarei stata in vita mi sarei ricordata di lui e avrei saputo che da qualche parte stava ancora combattendo contro i cattivi.”
Ora erano Daniela e Francesca a essersi commosse.
Già, è vero, capita di rado con le storie di supereroi.



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mercoledì 6 luglio 2016

Io sono razzista

Io sono razzista

di
Alessandro Ghebreigziabiher


Era stata una settimana impegnativa, per Said.
Uno di noi, uno di qui, malgrado il nome.
La tonalità della carnagione.
E poco altro, forse nulla.
Difficile il contrario, allorché i Said di questo mondo nascano qui.
Immaginandosi uno di noi, uno di qui, giustappunto.
Malgrado il nome e il resto.
Il razzismo.
Questo era stato l'argomento lodevolmente proposto dalla professoressa di Lettere il lunedì mattina.
Questa settimana parleremo di razzismo, aveva annunciato subito dopo l’appello.
Said era uno di noi, di qui, ma era l’unico in classe a esserlo malgrado il nome, la carnagione e poco altro.
Ecco perché aveva provato di tutto, in quei giorni.
Emozione, certo, imbarazzo, coinvolgimento e tensione, è chiaro.
Ma anche fastidio, già.
Perché è bello sentirsi protagonisti, ma a tutte le età, soprattutto a dodici anni, vorresti esserlo per qualcosa di meglio di ciò per cui vieni discriminato.
Le lezioni erano state interessanti per tutti, la classe era composta da adolescenti qui è là contaminati dalle prime pericolose avvisaglie dell’adulto fallimento che opprimeva le loro vulnerabili esistenze, ma tenerezza e imprevedibilità erano ancora intatte, per fortuna.
Per fortuna, si era ancora in tempo per salvarci.
Il venerdì si era concluso con una consegna per il fine settimana.
Tema: Il razzismo nella tua vita.
Said era tornato a casa senza proferire parola, come se la traccia avesse agito su di lui alla stregua di un bavaglio.
Ovvero, come il coperchio sulla pentola ricolma d’acqua sul fornello, con la funzione di agevolare e accelerare l’arrivo delle bolle.
Accorgimento inutile, per il nostro, poiché i sommovimenti interni dovuti al tema in questione erano roba quotidiana per lui.
Non ci sarebbe stato bisogno di un tema.
Era il tema, presente ogni giorno come il tuo compagno di banco.
Anzi, come il banco stesso, che puoi ricoprire di scritte e incisioni, ma non cambierà mai del tutto.
Solo tu puoi.
Said non scrisse alcunché fino alla domenica sera, dopo esser rimasto per tutto il week end davanti al nudo foglio digitale con le mani tremanti sulla tastiera.
Quindi, probabilmente per il sonno, magari per caso o, forse, per una fortunata intuizione, abbassò le palpebre.
Scrisse, così scrisse.
Altrettanto fece all’indomani, quando venne il suo turno di leggere il proprio componimento, in piedi accanto alla cattedra, protagonista interessato di fronte alla classe attenta.
“Titolo”, disse con il foglio tenuto ben teso dalle dita, “io sono razzista.”
Qualcuno rise, inevitabilmente, com’era prevedibile.
“Vai avanti, Said”, fece curiosa l’insegnante.
E il ragazzo, come premesso, chiuse gli occhi.
Perché non aveva bisogno di leggere.
Perché sapeva a memoria quel che lui, come tutti noi, di qui, ben sappiamo.
“Io sono razzista. Anche se io sono nero e voi bianchi, sono razzista.
“Sono razzista perché da piccolo ero convinto che la mia pelle fosse di un qualche tipo di marrone e la vostra di una via di mezzo tra il rosa, l’arancione e talvolta anche il giallo.
“E’ stato più avanti, non ricordo quando, che ho iniziato a vedere me stesso solo nero e voi altri, tutti uguali, tutti solo bianchi.
“Io sono razzista perché, come voi tutti, se vedo un nero la prima cosa che penso è che sia straniero.
“Che non parli la mia lingua, che non creda in quel che credo io, che non abbia i miei valori e che non possa capire.
“Che non possa capirmi.
“Sono razzista perché se la prima cosa che penso è che sia straniero, la seconda è che non posso fidarmi di lui, che devo stare attento, che devo proteggermi.
“Perché se la seconda cosa che penso è che sia straniero, laddove si tratti di un nero, è difficile che mi venga in mente qualcosa di buono.
“Diciamo pure impossibile.
“Io sono razzista perché se compro un libro o un fumetto, vedo un film, anche un cartone animato, sono certo che il protagonista sarà bianco.
“Perché il bello della storia, l’eroe senza macchia e paura, il buono che tutti vorremmo essere, è sempre il bianco.
“Quasi sempre, potrei dire.
“Ma non è il quasi quello che ci aspettiamo, no?
“Io sono razzista perché se compro un libro o un fumetto, vedo un film, anche un cartone animato, ormai mi sono abituato al fatto che il meglio che il nero di turno potrà aspettarsi sarà essere il migliore amico del bello e buono, l’eroe protagonista, in breve il bianco.
“Al peggio, gli toccherà tutto il peggio, tra ladro e assassino, traditore e nemico, altrettanto in breve, il nero.”
“E non so se la cosa più sgradevole sia che questa farsa viene raccontata ancora oggi o che il sottoscritto, come tutti voi, ci si è abituato.
“Allo stesso, modo mi sono abituato ai neri che muoiono sempre per primi nei film di paura.
“Ai terroristi e tutti i criminali che sono crudeli e disumani solo quando sono neri.
“Ai personaggi famosi dei quali è fondamentale, nel caso, tu sia informato che siano attori e cantanti, registi e musicisti, scrittori e ballerini di colore, sempre in breve, neri.
“Difficile sentir parlare di attore bianco o cantante bianca.
“Io sono razzista.
“Io sono razzista perché mi basta chiudere gli occhi e vedere quello che tutti noi vediamo.
“Perché questo è quello che ci insegnano tutti i giorni, in ogni istante, ovunque.”
In quel momento, nel silenzio a dir poco totale dell’aula, Said lasciò andare il foglio in terra.
Quindi sollevò le palpebre e, dopo aver sfiorato l’insegnante con gli occhi, li riportò sui suoi compagni.
Poi, con voce intrisa di speranza, davvero, di incontenibile speranza, completò il suo tema.
“Ora lo sapete, perché ora lo so anche io.
“Ecco perché, da questo instante, posso imparare a smettere di esserlo.”
Razzista.


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mercoledì 29 giugno 2016

Non aver paura

Non aver paura

di
Alessandro Ghebreigziabiher


Sono così, le meraviglie della vita.
Soprattutto nelle prime, perfette grazie al tempo che scorre, volte che le incontri.
Che le vivi.
Ecco, alla fine di tutto la storia, la nostra, potrebbe essere spiegata così.
Senza spiegarla.
Limitandosi alla mera diretta.
E che gli altri, tra semplici passanti, inguaribili spioni o penne ambiziose travestite da testimoni, si prendano pure la briga di raccontare.
Come da copione, nei giorni successivi domande arrossite e allusioni fastidiose, risposte non richieste e consigli mal riposti avevano sfilato in massa nella mia testa.
La tipica testa di un’adolescente che, a differenza di quella di un esemplare del cosiddetto sesso forte, si presta al transito di emozioni e narrazioni del momento con una ospitalità molto più generosa.
E’ che le femmine sono più ingenue da molto giovani, dicono, ma poi crescono e si dimostrano più sveglie.
Sarà.
Dal canto mio ho sempre pensato che, stringi stringi, si tratta solo del solito, sottovalutato coraggio.
Non aver paura, quindi.
Della cosa imminente, chiamiamola così, ne avevo perciò parlato con tutti.
Tutti coloro i quali, in qualche modo, fossero a portata di sussurro.
Eh già, non puoi trattare l’argomento permettendo al diaframma di muoversi a piacimento, così come la favella va imbrigliata e guidata con la dovuta accortezza.
E non puoi permetterti di usare le stesse parole, con quei tutti.
Per capirci, tuo fratello e la tua migliore amica necessitano un codice differente.
Credo che questa sia una delle doti che ci distinguono dal mondo freddo e virtuale delle macchine, per esempio. E’ facoltà preziosa, la considerazione per il contesto e, soprattutto, per il destinatario del messaggio.
Game over, il tuo credito si sta esaurendo, la memoria è insufficiente, riavvia per completare l’aggiornamento, sono messaggi uguali per tutti, ma non siamo tutti uguali, no?
Ecco perché ho letteralmente parlato con tutti di quel che mi attendeva alla fine della settimana in modo diverso.
Forse, da molto prima di una settimana.
Non aver paura, allora.
Non aver paura, cuore mio, dei fiumi di parole.
Che attraversino pure tutto di me.
Il perché è chiaro, mi sembra di aver già detto come la vedo.
L’ardimento è il mio trascurato segreto.
Insieme a un innato senso del prezioso che, malgrado la futilità di un piercing e l’ostentazione di un tatuaggio, la contraddizione di una tinta inaspettata e un rossetto fuori luogo, sa riconoscere quel che dentro di te.
Deve restare.
Perdonate la banalità della scena, ma è così che è andata.
Non aver paura, figlia mia.
Non ha detto o aggiunto altro, mia madre.
E con quell’unica manciata di lettere stretta tra le dita tremanti.
Ho chiuso gli occhi.
E ho vissuto.
Il mio primo bacio.


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mercoledì 22 giugno 2016

La ragazza che fissava

La ragazza che fissava

di
Alessandro Ghebreigziabiher


Entriamo nella stanza della prof.
Con la prof e lei, la ragazza che veniva da lontano.
Più precisamente, la ragazza che fissava.
“Non ce l’hanno con te, Nadira.
“Devi provare a capirli, perché l’ho notato anche io.
“E spero tu abbia chiaro che neppure io ce l’ho con te, sono qui per aiutarti, sono solo la tua professoressa di lettere, non sono tua madre, ma questo non vuol dire che non desideri il meglio per te.
“Vorrei che tu fossi serena, in fin dei conti.
“Ma è vero che fissi gli altri, non puoi negarlo. Lo hai fatto con tutti, in classe. Certe volte lo fai anche con me, non mi dai fastidio, sia ben chiaro, ma lo vedo che mi guardi e continui anche se smetto di parlare.
“E poi parli poco e questo non aiuta, Nadira.
“Se parlassi di più con i tuoi compagni, anche durante le lezioni, non sarebbe male.
“Hai questi occhioni grandi, belli, eh? Davvero intensi, marroni con una pennellata di verde, proprio come un mio fidanzatino di quando avevo la tua età.
“Poi è partito e non ci siamo più visti. Ho provato a cercarlo su Facebook, come fate voi altri, ma mi ricordavo solo il nome, figurati.
“Tu ce l’hai il fidanzatino, Nadira?
“Hai sedici anni, chissà quanti ragazzi ti verranno dietro.
“Quando avevo sedici anni le cose erano diverse, lo so che te lo diranno tutte le persone della mia età, ma è davvero così. Per esempio non c’erano tutti questi modi per entrare in contatto che avete voi, con i social network e gli smartphone, per dirne due.
“Forse si parlava di più, non lo so.
“A proposito, non ti ho mai visto con il cellulare in mano, ma ce l’hai?
“Mi sorprendo di me stessa a darti un consiglio del genere, ma uno di quei cosi giganteschi che hanno le tue compagne ti farebbe comodo, so che hanno un gruppo su WhatsApp e si organizzano per il fine settimana.
“So pure che non esci mai con la classe, me l’ha detto una di loro.
“A dirla tutta, mi ha confidato che una volta sei andata a una festa e qualcuno tra i ragazzi ti ha preso in giro perché li fissavi, come fai di solito.
“Lo vedi? Non è perché ce l’hanno con te, è solo che una persona che mentre parli, o anche no, sta lì a guardarti con gli occhi sbarrati, in silenzio, può inquietare, è comprensibile.
“Cara Nadira, il fatto è che lo stai facendo anche adesso… perché?”
La ragazza non intaccò di un millimetro il disegno degli occhi, immobili e attenti sulla donna al di là della cattedra nella sala professori.
Su tutto di lei.
Quindi furono le labbra a smarcarsi dall’apparente inerzia del resto, dando vita a una sorta di espressione degna di questo nome.
Forse un abbozzo di sorriso, forse un’infinità di altre cose.
Più probabile la seconda.
“Sta morendo”, disse con tono umile ma convinto.
Estremamente tale.
“Chi, Nadira?”
“Questa.”
“Cosa, cara?”
“Questa e tutte le altre, stanno morendo. In ogni istante nascono e muoiono a milioni, anzi, a miliardi. Non sappiamo quanto dureranno, non abbiamo idea di dove ci porteranno, nessuno può, e men che meno dovrebbe, essere in grado di prevedere cosa proverà durante il viaggio. E’ meraviglioso. Tutto questo è meraviglioso.”
“Di cosa parli, Nadira?”
“Delle storie, professoressa.”
“Di lei, di me, di tutti, di quella che tra poco morirà.”
“Di questa storia?”
“E di quelle che nasceranno quando uscirò da questa stanza, con lei, con me, per poi morire a loro volta. Tutto questo ha bisogno di attenzione, di silenzio, di occhi che guardano.”
“Che fissano, Nadira.”
“Sì e mi scusi se anche ora lo sto facendo, ma mi piace troppo essere qui. Mi perdoni se non vorrei perdermi nulla.”
“Perché?”
“Perché prima di arrivare qui da voi ho imparato che le storie hanno tutte la stessa debolezza.”
“Quale?”
“Anche le più belle, soprattutto quelle, possono finire da un momento all’altro.”


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mercoledì 15 giugno 2016

Stasera c'è la partita

Stasera c'è la partita

di
Alessandro Ghebreigziabiher



Ruggero era solo annoiato e aveva voglia di scherzare.
Mario era semplicemente ansioso di tornare a casa.
Fretta e noia.
Noia e fretta e tutta la storia è fatta.
Mario entrò nella piazzola sgommando, tipo gli agenti che arrivano nella zona incriminata e scendono dall’auto con prode balzo, decisi a catturare il malvivente.
A proteggere e servire.
Servire e proteggere e il racconto è scritto.
Ruggero uscì dal gabbiotto in cui era solito difendersi dalle calure estive e dalle sempiterne violenze del consueto traffico cittadino.
“Buonasera”, fece come se si fossero incontrati nel parco, tranquilli passeggiatori della domenica in un ameno brandello di verde sottratto al cemento. “Come va?”
“Bene, grazie”, rispose Mario senza degnare l’altro di uno sguardo. “Mi faccia il pieno, è aperto.”
E’ aperto quel che deve esser tale, pronto a inghiottire il necessario, la minima soglia concessa al nuovo e al diverso, che entrambi tali non sono mai.
“E’ sicuro?” chiese il benzinaio buontempone, ormai nel pieno della burla.
“Certo”, confermò l’automobilista con lo sguardo rapito dal fido cellulare, “si sbrighi che c’è la partita.”
Già, la partita, le formazioni, i pronostici, i risultati delle rivali.
La fretta e l’orizzonte è già disegnato.
“Ma è proprio davvero sicuro?”
Finalmente Mario vide Ruggero.
Ovvero, vide un uomo dalla carnagione olivastra, la barba lunga e aggressiva, gli occhi scuri e ambigui, i capelli crespi e minacciosi.
Vide lo straniero, vide il nemico, vide quel che avrebbe voluto vedere.
Non vide il connazionale semplicemente meridionale.
Non vide la noia e l’equazione era già risolta.
“Senta”, fece Mario sempre trafelato, ma con una nota di inquietudine, “non ho tempo da perdere, c’è la nazionale, vorrei arrivare in tempo per la partita, mi faccia il pieno, per favore.”
“Sì, io le faccio il pieno, ma poi con i suoi soldi, che sono giusto quelli che mi mancano, acquisterò i pezzi per finire il mio ordigno.”
Mario rimase senza fiato per un’interminabile manciata di secondi.
“Sta scherzando?”
“Sì.”
Sollievo con scontato sospiro.
“Divertente, ora però mi faccia il pieno.”
“Subito, io glielo faccio, ma ha visto l’insegna della mia stazione?”
Mario torse il collo e scorse a malapena la scritta.
“Conosce questa compagnia?”
“No, ma non mi interessa. Mi faccia il pieno, che sono già ritardo.”
“Le dovrebbe interessare, invece, perché con i suoi soldi questa società finanzia assassini fuori di testa che fanno saltare in aria se stessi e la gente attorno.”
Ancora banalmente, Mario deglutì.
O, almeno, provò a farlo.
“Sta ancora scherzando, vero?”
“Sì.”
“Ascolti, lei è simpatico, ma io vorrei vedere la partita, questa sera, d’accordo? Mi faccia questo maledetto pieno e grazie.”
“Sì, come vuole lei, glielo faccio, ma deve sapere che questo lavoro che svolgo qui è solo una copertura, un modo per riciclare denaro. Il mio vero mestiere è quello di trafficante di migranti. Ogni mese vado giù, mi riempio le tasche di soldi e quei disperati li faccio ammassare sui barconi come bestiame.”
A quel punto, è probabile che in molti avrebbero trovato fatica a ritenere credibili le parole di Ruggero, ma Mario era Mario.
Un Mario come molti.
Un uomo di fretta che non vuole perdersi la partita.
“Sta di nuovo scherzando?”
“Sì.”
“E allora la finisca una volte per tutte!”
“Va bene, come vuole lei.”
“Mi faccia il pieno, per cortesia e sia veloce. E’ fortunato che con questo dannato sciopero la sua pompa è l’unica che ho trovato aperta.”
“E’ chiaro che la mia è rimasta aperta.”
“Perché?”
“Perché la mia è in mano alla mafia in combutta con terroristi e lobby massoniche, tutti uniti per distruggere il vostro paese.”
A quel punto, è ragionevole che in tanti avrebbero trovato difficoltà a considerare plausibili le parole di Ruggero, ma quest’ultimo era particolarmente annoiato.
E allorché qualcuno sia particolarmente annoiato e riesca a trovare il seppur minimo interesse per qualcosa, qualsiasi cosa capace di rubare l’attenzione altrui, è come il miraggio di una granita in un deserto infuocato.
Inoltre, Mario era Mario, con tutto quel che comporti.
“Sta scherzando?” chiese quest’ultimo per l’ennesima volta.
Ruggero esitò un istante e poi diede la stoccata prevista.
“No, tutto quello che le ho detto finora è la pura verità. Ma, se vuole, ora le faccio il pieno.”
Noia e fretta.
Fretta e noia e la macchina sfreccia verso la meta.
Mario arrivò giusto in tempo per l’inizio della partita.
E l’Italia vinse.
Viva l’Italia.


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mercoledì 8 giugno 2016

Ho perso la svolta

Ho perso la svolta

di
Alessandro Ghebreigziabiher



Non ho fatto tardi.
Ce l’ho fatta comunque e tutto è andato per il meglio.
Malgrado quel che pensavo.
Partendo dall’inizio, sono uscita di casa più o meno alla solita ora, quel giorno.
Forse un po’ prima.
E solo una volta prigioniera del traffico ho avuto modo di riflettere sull’insistenza dell’atto. Come il piede che inevitabilmente va e torna, ancora e ancora, di nuovo si lascia andare sull’acceleratore.
Allo stesso modo, è ogni giorno un po’ prima che mi arrendo.
Che cedo una parte di me.
Di te.
Ma questo è il passato.
La realtà è che stavolta non ho fatto tardi, figlio mio.
Ce l’ho fatta davvero e tutto è andato bene.
Nonostante le premesse.
Tornando al racconto, il resto della sequenza si è dipanato sul noioso, tirannico schermo chiamato parabrezza e l’auto, insieme a tutte le altre intorno a me, mi ha condotto sulla solita via, la solita curva, il solito semaforo e la solita piazza.
E’ questo l’incidente che uccide di più sulle strade.
Non è il frastuono della collisione, le lamiere affamate che si lanciano sulle carni al volante, la benzina che urla e si unisce alla mortale festa.
Quella è soltanto la punta dell’iceberg.
Anzi, no, quella è soltanto l’immagine che vende di più.
Lo scontro più pericoloso avviene in silenzio e di continuo, tra te e me, tra noi tutti, incolonnati e imperterriti su un frammento di vita che non cambia mai.
Perché siamo noi a non farlo.
Eppure, capita di rado che tu sia benedetta.
Perché non ho fatto tardi, cuore mio.
Ce l’ho fatta, per te e per me.
Sebbene sembrassi spacciata.
Ho sbagliato.
Tutto qui.
Ho compiuto l’errore imperdonabile per una mangiatrice d’asfalto.
Ho perso la svolta, mi sono distratta e ho girato nuovamente intorno alla piazza.
Niente male, pensai, come in tanti credono.
C’è sempre tempo per tornare sulla retta via.
Niente da fare, anche la seconda volta ho ignorato la rotta.
Guadagnando un altro giro, un'altra bambolina.
Un altro dono.
Inaspettato.
Ovvero, un’infinità di roba che era lì.
Credo di aver fatto il giro di quella piazza una ventina di volte, ma forse anche di più.
Ho visto quel che mi era sfuggito.
Ho visto che la rotonda proteggeva un mini parco, un verde disegno sul grigio che non avevo mai notato con la giusta attenzione. Sette alberi, ci sono sette alberi precisamente, due sono molto simili, uno è ben più grande degli altri, si trova sul limitare dello spiazzo, altri tre sono poco più che arroganti piantine con manie di grandezza e poi c’era lui, un alberello sbilenco accanto a una panchina. Una ragazza vi era seduta con le mani, le dita, gli occhi e tutto ciò che fosse visibile incollato al cellulare. Ma non tutto. L’ho sentito, a ogni giro ho percepito meglio quanto ci fosse ancora di libero, in gioco. Quanta speranza rimanesse per lei.
Per te e me.
Non è tanto, ma è tutto quello che abbiamo.
Non ho fatto tardi, hai visto, piccoletto?
Ce l’ho fatta ad arrivare in tempo, quando sei uscito da scuola.
E’ andato tutto alla perfezione.
E, non ci crederai, ma se ci mettiamo d'impegno.
Avremo la fortuna di perdere altre presunte inevitabili svolte.



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mercoledì 1 giugno 2016

Di migranti e umanità: le tre domande

Le tre domande


di
Alessandro Ghebreigziabiher



E’ un sogno, pensò lui.
Dev’esserlo, sperò, più che altro.
Lei era lì insieme all’altro, ai piedi del suo letto, come nelle favole di una volta.
Permettimi uno sfogo, disse lei.
L’altro rimase in silenzio.
Lui non rispose.
Non avrebbe potuto nemmeno se lo avesse voluto davvero.
Neppure se fosse stato sveglio.
Sono stanca, dichiarò lei.
Io sono stanca, ripeté. Perché tu non lo sei?
Questa è la mia prima domanda.
Come fai a non esaurire la voglia di tutto questo?
Come fai a pronunciare ancora tali parole?
E le hai dette, non negarlo, oh se le hai dette.
Senza andare troppo lontano, dicesti che gli ebrei, in fondo, se lo meritano l’inferno, per quello che hanno fatto a nostro signore, perché sono attaccati ai soldi, che vivono solo tra di loro e non si integrano.
Dicesti anche che, dopo tutto, gli africani hanno fatto un affare a essere catturati e portati nel nuovo mondo, perché qui hanno sofferto, certo, ma chi non soffre nella vita? Ma poi hanno ottenuto un pezzo di terra e il sole e l’acqua per farla fruttare.
Hanno comunque trovato l’America.
Dicesti perfino che gli indiani, sì, gli indiani, non i nativi, in fondo e dopo tutto, sono comunque destinati a scomparire, perché il futuro è degli esseri più evoluti.
Che il genocidio, se lo guardi dall’alto, non è altro che una delle mille facce della normale selezione naturale.
Lo dicesti, anche se non lo rammenti o lo attribuisci a coloro che chiami i cattivi della storia.
Ma io ricordo, è più forte di me. Ci provo a dimenticare, non sai quanto mi impegni in questo.
E la sai la vera beffa?
Proprio quando sto per riuscire a voltarmi dall’altra parte, ecco che arrivi tu a riportarmi indietro.
Avanti e indietro.
Questa è la mia condanna.
Si era parlato di uno sfogo, ma non è di questo che mi lamento.
Faccio il mio lavoro da sempre e non mi sono mai astenuta.
Ovvero, di rado sì, ma l’assurdità era troppa e ho esitato.
Tu hai gridato al miracolo, come fai di solito quando non capisci un cappero, e io ho solo sorriso.
La seconda domanda è chi sei tu, davvero?
So chi sono, la mia natura è semplice e i doveri che ne conseguono li ho accettati senza fiatare.
Sebbene con estrema fatica, ho compreso anche le ragioni dell’esistenza della creatura al mio fianco, qui, malgrado non mi piaccia affatto quel che ho visto e vedo ancora oggi.
Ma quali sono i motivi della tua presenza in questo mondo?
Perché, alla fine di tutto, sono io ad accogliere sempre, senza se e senza ma, le anime segnate, le cui sventure non manchi mai di maledire come immonde, rigorosamente in tempi ormai inutili.
Sono io che non faccio differenza alcuna tra di loro, laddove ti dimostri talmente sfacciato da discriminare tra cadavere e cadavere e al contempo sgolarti in sentiti inni all’uguaglianza.
Sono solo io che ho il buon gusto, se non l’umanità, che sarebbe l’ennesimo paradosso, di rimanere in silenzio innanzi alla luce che è affondata. O che addirittura sta affondando proprio in questo momento.
Perdonami la libertà che mi sono presa, dalla quale so bene ti affrancherai con non chalance all’indomani.
Me ne vado, disse lei. E l’essere umano al mio fianco verrà con me come previsto.
Come già scritto e letto, raccontato e ascoltato.
La terza domanda è tutta tua.
Il giorno dopo lui si svegliò confuso e agitato molto presto, ma in qualche modo felice di ritrovare le sottovalutate amenità del vivere. Come un letto comodo, la luce che si accende e le pantofole in fedele attesa sul pavimento.
Così, come lei aveva previsto, dimenticò nel giro di un caffellatte con brioche la visita della morte e del migrante al suo fianco.
Tuttavia, come altrettanto ella aveva annunciato, una domanda sopravvisse all’incubo, un racconto orribile dove convincersi che è tutto normale e inevitabile, che le vittime sacrificabili faranno sempre parte del quadro generale e che, in fondo, dopo tutto, se la sono cercata.
Ma allora perché, sempre in fondo, ancora dopo tutto, lui ha una fottuta, insopportabile paura nel cuore?

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