mercoledì 22 marzo 2017

Storie sulle emozioni: la vita in differita

La vita in differita

di
Alessandro Ghebreigziabiher

“Come si sente?” chiese lo specialista.
“Arrabbiato”, rispose lui.

Alessandro Ghebreigziabiher
“Be’, si calmi, andare da un dottore della mente è cosa normale, al giorno d’oggi, mi creda. Per tanti, molti di più di ciò che pensa, l’anormalità è il contrario.”
“No, dottore, si sbaglia… ed è proprio questo il mio problema.”
“Mi spieghi, allora.”
“Ecco, vede, io non sono arrabbiato perché mi trovo qui, ora. Piuttosto, sono irritato per la signora alta.”
“Chi?”
“Quando sono arrivato prima, con l’auto avevo trovato parcheggio proprio qui sotto, esattamente di fronte al portone, ma una macchina mi ha rubato il posto.”
“E lei cos’ha fatto?”
“Sono sceso dall’auto e lo stesso ha fatto la signora alta che mi ha fatto lo sgarbo.”
“Ho capito, è ancora scosso per la lite con la tipa.”
“Non è così, io non ho avuto alcuna lite con lei. Le ho sorriso e non ho potuto far altro.”
“Perché?”
“Perché quando ho lasciato mia figlia a scuola, prima di venire qui, mi ha detto che io per lei sono più forte e più bello di Iron Man.”
“E lei avrà gioito.”
“Al momento, non tanto, ecco.”
“Come sarebbe a dire?”
“Piangevo.”
“Dalla commozione?”
“No, per la notizia su mia madre riguardo al malore che ha avuto alla casa di cura. L'ho appreso dalla responsabile al mio risveglio.”
“Senta, le confesso che sono un po’ confuso…”
“Lo dica a me, per questo sono venuto da lei. E’ come se da un po’ di tempo, ciò che provo, nell’istante in cui lo provo, si riferisca sempre a qualcosa che è accaduto poco prima…”
“Ah, certo, adesso capisco… ma è incredibile…”
“No, è una vera rottura.”
“Chiaro, concordo, ma intendevo che è una cosa eccezionale, lei è affetto da un disturbo di cui avevo letto tempo fa all’università, una patologia rarissima, pochi casi al mondo, ma ho letto anche che di recente si sta diffondendo con maggiore frequenza nei paesi più ricchi e maggiormente industrializzati, dove la vita è più frenetica e asociale.”
“E’ grave?”
“No, ed è una cosa passeggera. Lei è stato colto dalla sindrome dell’emozione ritardata. In pratica lei sente dopo quel che avrebbe dovuto sentire prima, è una sfasatura della diretta emozionale. Lei reagisce alle cose in differita, in breve.”
“Oh, non sapevo che esistesse una roba del genere…”
“Mi rendo conto.”
“E come si cura?”
“Oh, va via facilmente, e per quanto ne so il rimedio è unico.”
“Mi dica.”
“Primo, quando sta con qualcuno metta via il cellulare e, se può, lo spenga. Secondo, mentre parla con una persona, la guardi negli occhi, non alla sua destra o sinistra, mai oltre, ma sempre negli occhi. E terzo, the last but non the least, laddove sia lei a parlare, la ascolti attentamente, ciò che dice e soprattutto quello che sta provando a sua volta.”
“E mi assicura che funziona?”
“Be’, è la sola via per non perdersi la diretta della vita delle persone amate.”
E, quindi, della propria.

 
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mercoledì 15 marzo 2017

Storie per riflettere: Lo scafista

Lo scafista

di
Alessandro Ghebreigziabiher

Sì, lo so.
La maggior parte di voi mi detesta.
Mi incolpate di tutto e fate bene, perché è mia la responsabilità del viaggio.

Alessandro Ghebreigziabiher
Sono io che vengo pagato.
Sono io al timone.
Io decido chi sale a bordo e chi no.
Io decido chi scende e quando.
Sono la persona di spalle, per chi parte e vede il mondo scorrere di lato.
Sono la creatura a metà, per chi vive di lato.
E sono gli occhi che vi osservano solo di riflesso.
Sì, lo so.
Mi accusate di disumanità per questa e mille altre ragioni.
Perché con altrettanto gelido distacco assolvo al mio compito.
Moderno Caronte di anime affannate in cerca della meta promessa e sancita dalle mappe di un mondo che col tempo diventa sempre più piccolo.
Forse avete ragione.
Anzi, senza forse, è così, non può essere altrimenti.
Io devo svolgere il mio ruolo e voi il vostro.
Ma non pensiate che non mi accorga di quel che accade dietro di me.
Della gente che spinge per un posto all’ombra.
E di quella che fa lo stesso per uno spicchio di cielo.
Di chi soffre al pensiero di non arrivare in tempo.
E di chi gioisce del contrario.
Di chi si arrovella per il clima gramo e di chi si rode dall’invidia per chi viaggia in prima classe.
Dei migranti, che oramai sono la maggior parte che ancora crede in me.
E dei disperati, che vorrebbero restare in mia compagnia per sempre.
Perché finché sei in viaggio tutto è ancora vivo, possibile e più che mai non deludibile da ciò che attende all’orizzonte.
Sì, lo so.
Spesso sembra che sia disposto a passare sopra tutto e tutti pur di arrivare alla fine della giornata.
Altrettanto di frequente pare che se non ci fossi io, al mondo, sarebbe più facile per tutti viaggiare e addirittura camminare.
Eppure, non meno sovente, mi maledite per non essere pronto ad accogliervi, laddove necessitate del passaggio tanto agognato.
E ugualmente incolpate il sottoscritto, allorché la misura sia ormai colma e rimanete a terra, a invidiare i presunti fortunati che vi hanno preceduto.
Sì, lo so.
E’ il mio lavoro, l’ho scelto io, nessuno mi obbliga davvero a scrivere ogni giorno lo stesso tragitto dal prima al dopo.
Fate bene a puntare il dito su di me, io non mi scanso.
Perché sono colui al quale mettete la vostra vita in mano.
Ciò malgrado, ogni qual volta il viaggio si trasformi in dramma, fareste un errore madornale se mi consideraste l’unico responsabile.
Perché, in fondo, io ero, sono e sempre sarò.
Solo l’autista dell’autobus…

 
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mercoledì 8 marzo 2017

Storie sui diritti umani: chi è che piange?

Chi è che piange?

di
Alessandro Ghebreigziabiher

C’era una volta un mondo fatto di quadratini, tutti uguali, tutti perfetti, tutti incollati l’uno all’altro.
Alessandro Ghebreigziabiher
Sui quadratini vivevano gli abitanti, tutti uguali, ovvero tutti imperfetti allo stesso modo, tutti incollati, cioè tutti vicini per ragioni identiche.
La maggior parte del tempo, costoro la trascorrevano all’interno del proprio quadratino, al riparo dei confini del loro possedimento, le quattro sacre linee.
Oh, come adoravano queste ultime e non mancavano mai di lodarle ed esaltarne il valore.
Difatti, sia al mattino che alla sera i nostri recitavano siffatta supplica: che il cielo mantenga sempre retti gli angoli e ben chiuse le rette che li formano.
Tuttavia, la vera peculiarità della vita degli abitanti, tutti uguali, ovverosia incredibilmente simili nel credere di esserlo, era quella di trascorrere il proprio tempo seduti.
Seduti si veniva al mondo e seduti si diceva addio a quest’ultimo e soprattutto agli amati quadratini.
Seduto era lo stile maggiormente in voga su quel pianeta.
Seduti non ci si stancava, e stancarsi era male.
Seduti non si correva il rischio di cadere, e cadere era peggio.
Seduti non si poteva incontrare la gente cattiva, e la gente cattiva era ovunque, ma solo al di là delle quattro sacre linee.
In breve, da seduti la vita era facile, perché potevi convincerti che fosse tutta lì, al riparo di queste ultime.
Un giorno capitò l’evento che avrebbe sconvolto la vita di tutti loro.
All’improvviso, si levò nell’aria un suono inusitato nel mondo ricoperto da quadratini, tutti uguali, tutti perfetti, tutti incollati l’uno all’altro, da sembrarne uno solo.
Un lamento, che man mano si trasformò in un pianto sommesso, per poi levar di volume, intensità e soprattutto dolore.
Chi è che piange? Chiese uno degli abitanti.
Nessuno rispose, ma il singhiozzo proseguì imperterrito.
Ma perché sta piangendo? Chiese curioso un altro.
Idem come sopra e il gemito si fece addirittura più potente.
Cos’hai da frignare? Domandò incredulo un altro ancora. Non hai nulla da temere se non oltrepassi le linee.
Nulla da fare.
Il pianto sembrò moltiplicarsi, come se fosse prodotto da un coro polifonico di voci sofferenti, che si univano alle altre incoraggiate dalle prime.
Basta con questa lagna, urlò qualcuno degli abitanti.
Abbassate almeno il volume, per cortesia, chiese un altro, vorrei un po’ di rispetto.
E’ una violenza inaccettabile, questa, sentenziò inviperito un altro ancora.
Ma si può sapere chi è che piange? Chiese di nuovo la maggior parte.
Poi, l’evento sconvolgente ottenne l’effetto quanto mai desiderato.
Esasperati e irritati, angosciati e più che mai vinti, gli abitanti del mondo dei quadratini si alzarono in piedi quasi tutti allo stesso momento, per capire una volta per tutte chi tra loro osasse lamentarsi.
E fu così che il pianto finì.
Perché finalmente, tutte le altre creature del pianeta, sopra le quali gli abitanti erano seduti, furono libere di correre e volare.
Oltre ogni linea...

 
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mercoledì 1 marzo 2017

Storie di razzismo: la lampadina straniera

La lampadina straniera

di
Alessandro Ghebreigziabiher

C’era una volta il regno delle lampadine.
Sì, lo so, sembra assurdo, ma voi assecondatemi.

Alessandro Ghebreigziabiher
Nel regno delle lampadine, il tempo scorreva con andatura moderata, la vita era vissuta con fare ordinario e il futuro era disegnato con mano timorata e costante.
Tale incastro fatto d’equilibrio e compattezza, perlomeno secondo l’opinione delle lampadine stesse, era basato su un’idea fondamentale.
Le lampadine erano tutte uguali.
Ora, ciò che non ho premesso e che credo sia necessario ricordare, è che stiamo parlando delle ormai datate lampadine a incandescenza, le quali, se ci pensate sono davvero tutte identiche.
Il bulbo di vetro al posto della testa, ovvero un bel capoccione, indubbiamente testardo, se proprio vogliamo dirla tutta, la base a vite come unico abito alla moda permesso e la totale assenza di braccia o gambe. Mancanza per tutti, problema per nessuno, recitava un loro famoso motto.
Soprattutto condividevano e proteggevano un’uguaglianza tra tutte.
Quella dell’anima, leggi pure come il prezioso e delicato filo di tungsteno.
Tutto procedeva placidamente finché qualcosa si presentò a disturbare il disegno ormai noto.
Un’altra lampadina.
Una lampadina straniera.
Quest’ultima, non appena fu avvistata da tutte le altre, si guadagnò all’istante ogni attenzione.
Inevitabile, ma non per il motivo che credete e che credevano le lampadine stesse.
Accade sovente, assecondatemi anche su questo.
Le reazioni delle lampadine furono variopinte e diversificate, ma coerenti e complementari in un unico coro di sdegno e rifiuto.
Perché la lampadina straniera rubava il posto alle altre.
E perché sembrava credere in qualcosa di diverso da loro.
Perché pareva non rispettare le loro leggi.
E perché non faceva quel che loro facevano.
Perché faceva cose che loro non immaginavano.
E perché sembrava simile a loro e questo era l’inganno.
Perché era molto più simile a loro di quel che pensavano e questo era il segreto.
Perché era pure vestita allo stesso modo e aveva anch’ella un testone sproporzionato.
Ma non basta camuffarti come noi, per essere una di noi, dicevano.
Perché se permettiamo a tutte le lampadine straniere di venire qui.
Noi scompariremo, nel buio.
C’era una volta, quindi, un mondo abitato da sole lampadine.
Finché non giunse una lampadina differente.
Una lampadina straniera.
La quale fu respinta ed espulsa per sempre.
Perché quella lampadina.
Era accesa.

 
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mercoledì 22 febbraio 2017

Storie di ragazze: La faccio finita

La faccio finita

di
Alessandro Ghebreigziabiher

La.
Faccio.
Finita.
Eva digitò le tre parole e si apprestò a chiudere.

Alessandro Ghebreigziabiher
Potremmo aggiungere il sipario, per darci un tono teatrale, giustappunto, ma presumo sia più onesto dirla tutta per ciò che è.
Eva era pronta a chiudere ogni cosa e gli ultimi tre insiemi di lettere che lasciava alle spalle rappresentavano un commiato perfetto.
Malgrado unite dicessero tutto quel che c’era da dire, le singole parole erano semplici e banali, se prese da sole.
Esattamente come la ragazzina vedeva se stessa.
Tuttavia, non aveva idea di quanto la scena lo fosse, perfetta.
“Ci conosciamo?”
Altre due parole, non sue, in una domanda di poco conto per chi è sul finire del giorno, l’ultimo.
Ciò nonostante, era il nome del mittente a lasciarla perplessa.
“Non credo”, rispose Eva.
“E allora perché mi hai taggato?”
“Non ti ho taggato.”
“Sì che l’hai fatto.”
“Ti sbagli, ci dev’essere stato un errore.”
“No, nessun errore, hai taggato proprio me.”
“Aspetta… tu vorresti dirmi che ti chiami La?”
“Sì, ovvero è il diminutivo di Laura, tutti mi chiamano La, ma nessuno per il motivo per il quale io mi ci sento.”
“E quale sarebbe?”
“E’ facile, La, come la nota.”
“Il La?”
“No, la La.”
“Non ti seguo…”
“E’ normale che tu non mi segua, perché è talmente vero quello che penso che nessuno lo ritiene plausibile.”
“Spiega.”
“Si chiamano note, giusto?”
“Sì.”
“E nota è una parola femminile, no? Sono le note, giusto?”
“Esatto.”
“E al plurale è sempre femminile, vero?”
“Quindi?”
“Quindi perché allora diciamo il Do e il Sol, il Re e il Mi? Almeno il Fa e il La dovrebbero essere nostre: la Fa e la La.”
“Che scemenza.”
“Non dico tutte le note, ma almeno quelle due. In fondo servono per creare la musica, non il musica.”
“Tu sei scema, ma simpatica.”
“Grazie.”
“Ma se non mi hai taggato che stavi scrivendo?”
“Ci conosciamo?” domandò in quel momento qualcun altro.
“Non penso, ma scusa, sono già in chat con una…”
“E allora se sei in chat con una perché mi tagghi?”
“Non ti ho taggato, cosa dici?”
“Sì che l’hai fatto.”
“Un attimo… quindi tu vorresti dirmi che sei Faccio?”
“Sì.”
“Ti chiami Faccio?”
“Non mi chiamo Faccio, è un nickname, sveglia, io sono Francesco.”
“Be’, è strano.”
“No, è logico.”
“Perché?”
“Perché la vita per me è fare. Penso, quindi sono, dice il motto, ma secondo me va bene per gli anziani. Io ho sedici anni.”
“Anche io.”
“E allora puoi capirmi, ci sono così tante cosa da fare oggi, che non si può restare fermi, non si può restare a pensarle, solo a guardare gli altri che le fanno. Chi può fare, deve fare, questo è il mio motto. E io faccio.”
“E cosa faresti?”
“Tutto quello che mi fa stare bene.”
“Ci conosciamo?” chiese il terzo a entrare in scena.
“No… ma un istante, forse ho capito: ti ho taggato, giusto?”
“Sì.”
“E tu ti chiami Finita, vero?”
“Brava, ma perché mi hai taggato?”
“Che razza di nome è Finita? So che è un nickname, ma perché hai scelto questo?”
“Non è un nickname.”
“Stai scherzando?”
“No, lo scherzo me l’hanno fatto i miei. Due sciroccati, non solo per la scelta dei nomi.”
“Non me ne parlare.”
“Allora mi son detta, lo sai che c’è? Io sono Finita, è il mio nome, così come tutto il resto che ho trovato alla nascita, a cominciare da quei due bambini cresciuti solo nel corpo e nelle frustrazioni, e ho una sola via per vivere felice.”
“E sarebbe?”
“Far diventare figo quello che sono.”
“E come fai?”
“Inizio con il non vergognarmene.”
Eva continuò a parlare con tutti e tre fino a tarda notte e si addormentò, dimenticandosi il proprio funesto intento.
E che siano benedette le parole.

 
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mercoledì 15 febbraio 2017

Storie sulla vita: quanto mi resta?

Quanto mi resta?

di
Alessandro Ghebreigziabiher

“Quanto mi resta?” chiese lui, con voce a dir poco
Alessandro Ghebreigziabiher
spaventata.
“Non lo so”, disse lei, non meno agitata. “Come faccio a risponderti?”
“Non voglio lasciarti sola…”
“Neppure io, cosa credi? E poi, come fai a esser certo che te ne andrai per primo?”
“Lo sento.”
“See…”
“Ti dico di sì, vedrai che sarà così.”
“Sarà come dici tu.”
“Ho paura.”
“Pure io.”
“Io di più.”
“Perché?”
“Perché vorrei restare con te per sempre, qui.”
“Anche io…”
“Ho paura che dall’altra parte non ci sia nulla.”
“Lo so, pure io ci penso, ogni tanto.”
“E la cosa non ti terrorizza?”
“Certo, sono fatta di carne come te, ma…”
“Ma cosa?”
“Ma considera se invece saremo ancora insieme, io e te, a cosa sarà servito lamentarsi ora?”
“Hai ragione, ma queste sono solo parole. Io mi fermo a pensare e mi figuro altre miliardi di possibilità oltre al nulla e non sono meno terrificanti.”
“Per esempio?”
“Per esempio, immagina che ci sia qualcosa, che non finisca tutto, ma che noi due non stiamo insieme.”
“Impossibile, farei di tutto per trovarti e penso che anche tu faresti lo stesso.”
“Sì, ma immagina di non riuscirci.”
“E come potrebbe succedere?”
“Non lo so… magari potremmo dimenticarci l’uno dell’altra. Magari, una volta arrivati lì, loro ci cancellano la mente.”
“Ma perché dovrebbero farlo?”
“Perché sono bastardi dentro, che ne sai?”
“E poi loro chi?”
“Che ne so?”
“A ogni modo, anche se non mi ricordassi niente, mi basterebbe incontrarti e guardarti negli occhi, ascoltare la tua voce, stringere le tue mani, proprio come ora. Ma… stai tremando…”
“Quanto mi resta?”
“L’hai già detto, non lo so, nessuno lo sa.”
“Farà male?”
“Pure? Continui a domandarmi cose delle quali ne so quanto te…”
“E a chi le chiedo? Ho solo te…”
“Anche io ho solo te e, forse, abbiamo solo questo tempo, perché sprecarlo?”
“Ti posso abbracciare?”
“Lo stai già facendo…”
“Ah, già, è vero.”
“Ho paura.”
“Pure io.”
“Non potremmo andarcene insieme?”
“Non lo so, ma non dipende da noi, credo.”
“Tanto io lo so.”
“Cosa?”
“Che io sarò il primo.”
“Perché lo senti.”
“Già.”
Pochi secondi più tardi, con un tempismo alquanto beffardo, giunse l’istante temuto.
Lui se ne andò.
Tuttavia, qualche attimo dopo, anche lei incontrò il medesimo destino.
E tra un prevedibile pianto e un quanto mai inaspettato sorriso.
I due gemelli vennero al mondo.

 
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mercoledì 8 febbraio 2017

Storie di bambini: voltati

Voltati

di
Alessandro Ghebreigziabiher

“Voltati, caro”, fa Annalisa, sua moglie, ma invano.
“Solo un attimo”, risponde difatti Amedeo, senza

Alessandro Ghebreigziabiher
smettere di mostrare la solita schiena, la consueta nuca, gli ormai radi capelli e le immancabili spalle contratte, a causa delle braccia irrigidite e obbligate a seguire le mani, frenetiche su di lui, sua maestà il cellulare.
La stanza è quella grande, come la chiama Stefania, la figlia maggiore, sedici anni, detta anche colei che ora non si limita più a far domande. Adesso ha qualche risposta al suo arco e non manca mai di centrare il bersaglio preferito dalle giovani della sua età.
“Tanto è inutile, mamma”, osserva con paradossale tono materno, “da lì non lo smuovi neanche con il terremoto. L’altro giorno il lampadario ballava e ci stava proprio sotto, ma dove credi che guardassero i suoi occhietti?”
“Non ti permettere di prendere in giro tuo padre”, l’ammonisce Giuliana, la nonna paterna, “lavora tanto e lo sai.”
“Ma non sta lavorando”, osserva Luigi, il figlio minore, tredicenne smanettone, nonché il tecnico installatore e manutentore di telefonini preferito dal babbo, ovvero l’unico, il più facilmente reperibile e soprattutto più a buon mercato. “Starà giocando, vedrai.”
“Non sto giocando”, ribatte l’interessato, “ho detto un attimo, che fretta c’è?”
“Non puoi certo dire che stai lavorando”, esclama Goffredo, collega e diretto superiore del nostro. “Non a quest’ora, gli uffici sono chiusi, lo sai.”
“Ciao, Goffredo”, fa Amedeo.
Ma senza voltarsi, ovviamente.
“E’ sempre stato così”, sottolinea Corrado, il fratello da poco uscito da una comunità di recupero ma probabilmente già ricaduto nel vecchio vizio, cosa palese a tutti, visto che da quando è arrivato si è chiuso ripetutamente al bagno e ogni volta è tornato più accelerato di prima. “Le buone maniere non sono il suo forte, ma non è cattiveria, è che non gli viene proprio naturale.”
“Pensa per te”, interviene Caterina, sorella di entrambi, nonché mezzana, figura mediana della loro vita e forse anche della propria. “Neanche tu sei mai stato un mostro di cortesia.”
“Non litigate”, tenta di buttare acqua sul fuoco nonna Giuliana.
“Avete provato a spegnere il Uai fi?” propone Duilio, il vicino vedovo, pensionato e soprattutto molto solo, quindi onnipresente in casa loro.
“Vuole dire Wi-Fi?” precisa Luigi. “Comunque è inutile, ha un abbonamento di ferro, papino.”
“Certo”, gli ricorda la madre, rammaricandosi all’idea, “gliel’hai sottoscritto tu…”
“E ti credo, mamma, mi ha dato venti euro, quel giorno. Per cinque minuti di lavoro è un affare.”
“Concordo”, approva Goffredo.
“Ecco la lasagna, signori”, esclama zia Valeria facendo un’entrata trionfale con la poderosa teglia sospesa davanti a sé come fosse la corona della regina di Inghilterra. “Vedrete che non appena ne sente l’odore corre in tavola.”
“Mi dispiace deluderti, zia…” fa Annalisa. “Se avessi potuto prenderlo per la gola, da tempo avrebbe smesso di rimanere sempre lì incollato.”
“E poi sarei io il tossico…” osserva Corrado mettendosi a tavola.
Tutti lo guardano preoccupati per le ragioni di cui sopra, ma nessuno si sente di dissentire.
A un tratto entra nella stanza Matteo, accompagnato da nonno Federico, al quale stava facendo vedere gli ultimi disegni che aveva fatto a scuola.
“Sbaglio o è arrivata la lasagna?” osserva l’anziano padre di Annalisa.
“Sì, nonno”, conferma Stefania, “mancavate solo voi.”
“Non è vero…” fa Matteo, solo otto anni e una quantità ben più grande di desideri da esprimere.
Come quello di guardare negli occhi suo padre, qualora ne abbia bisogno.
“Papà”, fa dopo essersi avvicinato ad Amedeo.
“Voltati.
“Voltati, papà.
“E spegni quel coso.
“Perché, tanto, tutte le persone che ti amano.”
“Sono qui…”
E fu così che a tavola.
Non mancò più nessuno.


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