mercoledì 21 settembre 2016

Le parole sono chiavi

Le parole sono chiavi
di
Alessandro Ghebreigziabiher 

Sì, lo so.
Non sono un esempio, non lo è la sottoscritta come lo scritto stesso qui di sotto.
O di seguito, dovrei dire, giusto?
Ecco, spero si sia capito che scrivere non è il mio forte, come non lo è parlare.
Sarà forse per questo che ho accettato di fare l’insegnante di sostegno con un bambino di sette anni, il quale, nella sua seppur breve esistenza, di parole ne avrà pronunciate al massimo un centinaio.
A dire tanto, mi disse la madre.
Mi piacque subito, questa cosa, perché malgrado il mio motivo non sia ritenuto un vero e proprio disturbo, una timidezza di proporzioni bibliche non è certo un punto di forza, nella vita.
L’ho detto, però, vero?
Non sono un esempio e non sono altrettanto esemplari le ragioni della mia scelta lavorativa.
Insegnante di sostegno…
Io neanche volevo fare l’insegnante, figuratevi voi.
Fin da piccola ho sempre sognato di diventare una suonatrice d’arpa.
Solo lì avrei trovato la mia perfetta collocazione nel mondo.
Trascurabile nel disegno finale, al sicuro da occhi e quant’altro sebbene nel cuore della scena, rubata dal voluminoso strumento e soprattutto dalla celestiale melodia prodotta dalle corde vibranti.
Ma bisogna pur lavorare, è chiaro, ed eccomi qua, oggi.
Accanto a lui, il compagno autistico.
Così l’ho sentito definire spesso da alcuni genitori degli altri bambini.
I compagni autonomi, come li chiamo io.
Non sono un esempio, me ne rendo conto. Non ho iniziato questa professione con le giuste motivazioni, lo ammetto.
A dirla tutta, non sono neppure una appassionata di cuccioli d’uomo, ecco.
Cioè, a vederli nelle pubblicità o nei film sono carini, ma quando ti sei stufata puoi sempre abbassare il volume delle grida e dei pianti.
Al meglio prendi il telecomando e chiudi la pratica.
Sono certa che la maestra che in questo momento sta interrogando la classe approverà il suddetto rimedio.
E magari anche lei diventerebbe un po’ meno un esempio.
Forse solo in pochi lo sono davvero, a questo mondo.
Prendi Paolo, le ragioni della mia presenza qui, adesso.
Come ho detto non vado matta per i bambini, ma con lui è diverso.
Sarà che tutto quello che lo rende difficile per il resto del mondo, per me suona come logico.
Come se viaggiare di traverso rispetto all’orizzonte fosse la cosa più normale della terra, nel disperato desiderio di trovare il tanto sospirato equilibrio in una posizione imprevedibile.
Come una suonatrice d’arpa nel bel mezzo di un assolo.
Non sono un esempio, l’ho detto e lo ripeto.
L’insegnante di sostegno dovrebbe limitarsi a sostenere il sostenuto.
Ma talvolta capita che sia quest’ultimo a sorreggerti e man mano che i giorni con lui si susseguivano, tale inaspettata inversione si è ripetuta più volte.
Capisco, nulla di particolarmente originale, certo.
Chi cura chi? Accade sovente.
Meno frequente è l’insegnante di sostegno che risponde alla domanda che la titolare sta ponendo ai suoi studenti.
Suoi, mica miei, non sia mai.
Ma quel giorno glielo dovevo.
Quel giorno è stato più forte di me.
Forse perché, grazie a lui, sto davvero migliorando.
Sto davvero diventando meno timida.
E da che mondo è mondo, sono i timidi a rimanere in silenzio. Tutti gli altri parlano e spesso quando nessuno ha chiesto loro di farlo.
“Cosa sono le parole?” Era stata la domanda della maestra.
E dopo varie risposte dei bambini ho alzato la mano.
“La parole sono chiavi”, ho detto sorridendo.
Quindi, fissando Paolo, ho aggiunto.
“E la mia sei tu.”


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mercoledì 14 settembre 2016

Passeggiando con l’ombra

Passeggiando con l’ombra

di
Alessandro Ghebreigziabiher


La famiglia dei segreti.
Per noi, tranne tutti, il che fa un po’ ridere, lo so.
Mio padre era disoccupato da un anno, ma non si poteva raccontare in giro, malgrado in giro non lo vedesse più nessuno e il quartiere è grande, ma la gente mormora lo stesso.
Soprattutto se tra quella stessa gente vi siano molti altri imboscati, nonché privati della busta paga, ma che non si dica.
In giro.
Mia madre, anch’ella scalzata dal vecchio lavoro - un mestiere di concetto, come si diceva una volta – dopo una sequela interminabile di rifiuti si era messa a pulire le scale del palazzo di fronte, altro segreto da custodire con estrema cura.
Nel palazzo di casa, perlomeno.
Tuttavia, come già detto, il quartiere è vasto, ma la gente mormora, ecc.
Poi c’era mio fratello che aveva fatto outing, che poi lui sostiene che si dovrebbe dire coming out, sulla sua attrazione per il cosiddetto sesso forte.
Sebbene siamo nell’iper tecnologico terzo millennio, ditemi voi se non c’è avvenimento nascosto con più cura dentro i confini dell’appartamento.
Ma laddove il suddetto annunci la nuova consapevolezza su tutti i social a disposizione, capirete quanto diventi ridicolo parlare ancora di segreto.
E poi c’ero io, fresca laureata, fresca disoccupata, fresca della doccia e pronta a tuffarsi nel fresco della sera per iniziare il mio primo giorno di lavoro come baby sitter.
Lavoro segreto, naturalmente, per genitoriale sentenza: se con tutti i soldi che abbiamo speso per farti laureare il solo impiego che hai trovato è questo, è meglio non raccontarlo.
In giro.
Ma sapete una cosa?
Il mio segreto aveva qualche possibilità di rimanere tale, perché non esordivo con un caso da manuale, ecco.
“Vedi, Caterina”, mi aveva spiegato la donna nel nostro primo e unico appuntamento, “mio figlio è un ragazzino un po’ particolare.”
Mi aveva detto anche altro, ovviamente, ma ciò che mi aveva colpito di più fu la cosa dell’ombra.
Dario aveva dieci anni, aveva smesso di andare a scuola, rimanendo tutto il giorno chiuso nella sua stanza, da dove ne usciva solo al tramonto.
Per tale ragione era così che preferiva essere chiamato, definito, considerato.
Un’ombra.
Mi ero permessa di chiedere se avevano pensato di farlo vedere da qualcuno, che so, uno psicologo o qualcosa di simile.
Sì, ci avevano pensato e avevano già provveduto.
Ma poi la giornata finiva e la luce se ne andava, così come lei e il marito. La donna serviva ai tavoli in un ristorante e il compagno faceva il custode notturno in un garage.
“Quindi dovrei preparargli la cena e stare con lui fino al suo ritorno, giusto?” avevo chiesto.
“Sì, certo, la cena”, aveva confermato la madre, “ma… ecco, dovresti portarlo fuori. Quando arriva la sera ha sempre voglia di farsi una passeggiata.”
In giro.
Così, arrivai puntuale alla casa di Dario. La mamma era già pronta per uscire, mi salutò con un inaspettato abbraccio e mi lasciò con lui.
L’ombra.
Quest’ultima, che non avevo ancora incontrato, mi aspettava nella sua stanza.
“Dario?” esclamai avvicinandomi, muovendomi cauta lungo il corridoio.
I battiti del mio cuore accelerarono repentinamente. Capirete, esce solo di sera, si fa chiamare l’ombra e mi aspetta nella tana pronto a divorarmi.
Un film horror già scritto, insomma.
Poi sono giunta sulla soglia, ho guardato quel bambino e non ho potuto fare a meno di dividermi tra un inevitabile sorriso e un travolgente pianto. Anche se il secondo rimase celato nel mio petto, visto che siamo in tema.
Eccoci, due ombre nell’ombra, già, dove talvolta scelgono di rifugiarsi le esistenze obbligate da sguardi e parole private di ogni briciola di umanità.
Quel giorno ho fatto la mia prima passeggiata con Dario.
E ogni volta è durata un pochino di più.
Ecco, è così che cresciamo, da queste parti.
Perché sebbene la notte sia perfetta per noi, vite segrete, visto che il buio è tale per tutti, ombre o meno, facciamo ogni volta un pezzo di strada in più.
In giro.
Poi col tempo, quando meno ce l’aspettiamo, siamo stati a camminare così tanto che il sole sorge.
E non c’è più bisogno.
Di segreti.

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mercoledì 7 settembre 2016

E’ incredibile quello che una piccola luce può fare

E’ incredibile quello che una piccola luce può fare

di
Alessandro Ghebreigziabiher

Casa famiglia.

Così ti hanno detto che si chiama.
Ti hanno spiegato di cosa si tratta, tu hai capito le parole, il significato e il peso che avranno nella tua vita, da ora in poi.
Hai perfino sentito, dentro, cosa potrebbe regalare tutto ciò, col tempo e, soprattutto, con una straordinaria pazienza da parte di tutti gli attori in scena.
Ma il corpo?
Il fragile vestito di pelle e ferite è ancora sordo.
Ha bisogno di un linguaggio dei segni speciale, ai limiti della magia e di un amore davvero sincero.
Nel frattempo ci sono io, non preoccuparti, Hamida.
Una torcia rotta.
A verbale, vostro onore. E’ così che mi ha definito la donna che ti ha accompagnato.
La ragazzina è arrivata dalla Siria senza alcun oggetto personale. Solo una torcia rotta, da cui non si separa mai.
Quante cose da scoprire, nel mondo al di qua delle foto commoventi, di case flagellate dalle bombe e visi altrettanto martoriati dall’incapacità delle umane genti di prendersi la responsabilità.
Delle bombe e del resto.
Una tra esse è la sorprendente rapidità nel dichiarare il decesso delle cose. Come se ci fosse una pervicace fretta di celebrare funerali e pronunciare discorsi di commiato.
Di dire addio.
Sarà per questo che si producono così tanti, presunti rifiuti da queste parti.
Ma tu ed io sappiamo la verità, vero?
Forse perché è di dimensioni trascurabili.
Proprio come noi.
E’ incredibile.
E’ incredibile sapere le cose che gli altri non sanno.
E lo è altrettanto ricordarsene quando occorre.
Per la cronaca, ovvero il racconto che attende, sei arrivata con i raggi di sole ma è una coltre oscura che ti ha rimboccato le coperte.
Con essa la pioggia battente, i lampi, i tuoni e tutto il repertorio.
Hai aperto gli occhi e un improvviso desiderio si è impossessato di te.
Di norma l’avresti ignorato, come tutti gli altri, a prescindere dall’impellenza.
Perché bisogno è male, è la sola regola.
Come sopravvivere a ogni costo, il solo orizzonte concesso.
Ma qui ti hanno mostrato come vivono le vere minoranze del mondo.
Come fai a non approfittarne?
Come fai a non approfittare di un sorso d’acqua, laddove la sete alzi la voce?
Potresti desistere, è normale, allorché tra il repertorio di cui sopra ci fosse anche un improvviso black out.
Ma, allora, io cosa ci sono a fare qui, in questa storia?
Tu mi prendi e mi accendi, tu dai un senso alla mia vita.
Ed io ti guiderò anche stavolta sino alla riva.
Perché non sono mai stata rotta del tutto.
Come non lo sei tu, amica mia.
Perché è incredibile.
E’ incredibile quello che una piccola luce può fare.


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mercoledì 13 luglio 2016

Cose con gli angoli

Cose con gli angoli

di
Alessandro Ghebreigziabiher


Daniela aveva un’abitudine, tra le molte.
Odiava uscire dalla sala ai titoli di coda.
E’ parte del film, diceva sempre. Qualcuno ha lavorato per scrivere quelle cose e il lavoro, tutto, merita attenzione e rispetto.
Come il sipario, per capirci. C’è qualcuno che ha cucito insieme la stoffa e c’è perfino quello che l’ha inventato.
Niente andrebbe mai del tutto dimenticato.
Francesca, invece, ne aveva un’altra.
Odiava anche lei uscire ai titoli di coda, ma la sua vera fissazione era guardare.
Guardare quelli che rimangono in sala mentre scorrono i titoli di coda.
Qualcuno ha scritto in quei visi, con la propria stessa vita.
E qualcosa di questo merita essere rammentato.
“Sta piangendo”, disse Francesca indicando con il pollice alle proprie spalle.
“Chi?” domandò Daniela.
“La vecchietta due file più dietro.”
L’amica si voltò, cercando di farlo nel modo meno invasivo, e la vide.
La vegliarda dalla faccia vistosamente rigata dalle lacrime e gli occhi grandi e azzurri altrettanto umidi.
“Ma come fa a commuoversi con un film di supereroi?” osservò Daniela.
“Non lo so”, rispose l’altra. “E voglio scoprirlo.”
Quindi si alzò e seguita dalla compagna detective raggiunse l’anziana donna, sedendosi alla destra di quest’ultima.
Daniela si accomodò sul sedile alla sua sinistra.
“Tutto bene, signora?”
Dopo un tempo, solo in apparenza interminabile, la vecchina si accorse di Francesca, muovendo lentamente il capo nella sua direzione.
Quindi fece lo stesso con Daniela.
“Sì”, rispose.
“Sicura?” insistette Francesca.
“Sì”, confermò lei. “Sicura. Sto solo pensando a mio figlio.”
“Suo figlio?” ripeté Daniela.
“Sì, mio figlio. Anche lui era un supereroe.”
“Davvero?” domandò Francesca, ancora più curiosa di prima, così come l’amica.
“Certo. Me lo rivelò una mattina di inizio dicembre, aveva compiuto da poco dieci anni. Non arrivò a gennaio, lo sapevamo tutti che avrebbe potuto lasciarci in qualsiasi momento, ma quel giorno sembrava potesse vivere per sempre. Mamma, mi disse, io sono un supereroe. Sul serio? Chiesi. Sul serio, rispose. E come mai? Domandai per dargli corda. Per le tre regole, mi spiegò. Quali tre regole? Domandai. Le tre regole dei supereroi. Devi possedere un super potere, un simbolo con il quale la gente ti riconosca e devi avere una missione. Quali sono i tuoi? Gli chiesi.”
Quindi la vecchia si ammutolì e prese un fazzoletto dalla borsa per asciugare il viso.
“Allora?” fece Francesca con un pizzico di apprensione.
“Sì, signora”, si unì Daniela. “Ci dica il resto.”
“Cosa?”
“Quali erano il super potere, il simbolo e la missione?”
“Ah, sì, mio figlio. Il mio super potere, disse, è il tempo. Adesso, in questo momento, io ho il mio tempo, da passare con te o per fare qualsiasi cosa vorrò. Ora. E’ un super potere e io lo so.”
“Il simbolo?” domandò Francesca.
“Cose con gli angoli”, rispose la donna. “Tutte le cose che hanno angoli. Gli oggetti dalla forma rettangolare o quadrata, ma anche le forme triangolari. Osservai che c’era un'infinità di roba con gli angoli, al mondo. E lui mi disse che proprio per questo l’aveva scelto, per soddisfare la terza regola.”
“Quale?” chiese Daniela.
“Glielo domandai anche io. E lui mi rispose: fare in modo che, quando se ne sarebbe andato, finché sarei stata in vita mi sarei ricordata di lui e avrei saputo che da qualche parte stava ancora combattendo contro i cattivi.”
Ora erano Daniela e Francesca a essersi commosse.
Già, è vero, capita di rado con le storie di supereroi.



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mercoledì 6 luglio 2016

Io sono razzista

Io sono razzista

di
Alessandro Ghebreigziabiher


Era stata una settimana impegnativa, per Said.
Uno di noi, uno di qui, malgrado il nome.
La tonalità della carnagione.
E poco altro, forse nulla.
Difficile il contrario, allorché i Said di questo mondo nascano qui.
Immaginandosi uno di noi, uno di qui, giustappunto.
Malgrado il nome e il resto.
Il razzismo.
Questo era stato l'argomento lodevolmente proposto dalla professoressa di Lettere il lunedì mattina.
Questa settimana parleremo di razzismo, aveva annunciato subito dopo l’appello.
Said era uno di noi, di qui, ma era l’unico in classe a esserlo malgrado il nome, la carnagione e poco altro.
Ecco perché aveva provato di tutto, in quei giorni.
Emozione, certo, imbarazzo, coinvolgimento e tensione, è chiaro.
Ma anche fastidio, già.
Perché è bello sentirsi protagonisti, ma a tutte le età, soprattutto a dodici anni, vorresti esserlo per qualcosa di meglio di ciò per cui vieni discriminato.
Le lezioni erano state interessanti per tutti, la classe era composta da adolescenti qui è là contaminati dalle prime pericolose avvisaglie dell’adulto fallimento che opprimeva le loro vulnerabili esistenze, ma tenerezza e imprevedibilità erano ancora intatte, per fortuna.
Per fortuna, si era ancora in tempo per salvarci.
Il venerdì si era concluso con una consegna per il fine settimana.
Tema: Il razzismo nella tua vita.
Said era tornato a casa senza proferire parola, come se la traccia avesse agito su di lui alla stregua di un bavaglio.
Ovvero, come il coperchio sulla pentola ricolma d’acqua sul fornello, con la funzione di agevolare e accelerare l’arrivo delle bolle.
Accorgimento inutile, per il nostro, poiché i sommovimenti interni dovuti al tema in questione erano roba quotidiana per lui.
Non ci sarebbe stato bisogno di un tema.
Era il tema, presente ogni giorno come il tuo compagno di banco.
Anzi, come il banco stesso, che puoi ricoprire di scritte e incisioni, ma non cambierà mai del tutto.
Solo tu puoi.
Said non scrisse alcunché fino alla domenica sera, dopo esser rimasto per tutto il week end davanti al nudo foglio digitale con le mani tremanti sulla tastiera.
Quindi, probabilmente per il sonno, magari per caso o, forse, per una fortunata intuizione, abbassò le palpebre.
Scrisse, così scrisse.
Altrettanto fece all’indomani, quando venne il suo turno di leggere il proprio componimento, in piedi accanto alla cattedra, protagonista interessato di fronte alla classe attenta.
“Titolo”, disse con il foglio tenuto ben teso dalle dita, “io sono razzista.”
Qualcuno rise, inevitabilmente, com’era prevedibile.
“Vai avanti, Said”, fece curiosa l’insegnante.
E il ragazzo, come premesso, chiuse gli occhi.
Perché non aveva bisogno di leggere.
Perché sapeva a memoria quel che lui, come tutti noi, di qui, ben sappiamo.
“Io sono razzista. Anche se io sono nero e voi bianchi, sono razzista.
“Sono razzista perché da piccolo ero convinto che la mia pelle fosse di un qualche tipo di marrone e la vostra di una via di mezzo tra il rosa, l’arancione e talvolta anche il giallo.
“E’ stato più avanti, non ricordo quando, che ho iniziato a vedere me stesso solo nero e voi altri, tutti uguali, tutti solo bianchi.
“Io sono razzista perché, come voi tutti, se vedo un nero la prima cosa che penso è che sia straniero.
“Che non parli la mia lingua, che non creda in quel che credo io, che non abbia i miei valori e che non possa capire.
“Che non possa capirmi.
“Sono razzista perché se la prima cosa che penso è che sia straniero, la seconda è che non posso fidarmi di lui, che devo stare attento, che devo proteggermi.
“Perché se la seconda cosa che penso è che sia straniero, laddove si tratti di un nero, è difficile che mi venga in mente qualcosa di buono.
“Diciamo pure impossibile.
“Io sono razzista perché se compro un libro o un fumetto, vedo un film, anche un cartone animato, sono certo che il protagonista sarà bianco.
“Perché il bello della storia, l’eroe senza macchia e paura, il buono che tutti vorremmo essere, è sempre il bianco.
“Quasi sempre, potrei dire.
“Ma non è il quasi quello che ci aspettiamo, no?
“Io sono razzista perché se compro un libro o un fumetto, vedo un film, anche un cartone animato, ormai mi sono abituato al fatto che il meglio che il nero di turno potrà aspettarsi sarà essere il migliore amico del bello e buono, l’eroe protagonista, in breve il bianco.
“Al peggio, gli toccherà tutto il peggio, tra ladro e assassino, traditore e nemico, altrettanto in breve, il nero.”
“E non so se la cosa più sgradevole sia che questa farsa viene raccontata ancora oggi o che il sottoscritto, come tutti voi, ci si è abituato.
“Allo stesso, modo mi sono abituato ai neri che muoiono sempre per primi nei film di paura.
“Ai terroristi e tutti i criminali che sono crudeli e disumani solo quando sono neri.
“Ai personaggi famosi dei quali è fondamentale, nel caso, tu sia informato che siano attori e cantanti, registi e musicisti, scrittori e ballerini di colore, sempre in breve, neri.
“Difficile sentir parlare di attore bianco o cantante bianca.
“Io sono razzista.
“Io sono razzista perché mi basta chiudere gli occhi e vedere quello che tutti noi vediamo.
“Perché questo è quello che ci insegnano tutti i giorni, in ogni istante, ovunque.”
In quel momento, nel silenzio a dir poco totale dell’aula, Said lasciò andare il foglio in terra.
Quindi sollevò le palpebre e, dopo aver sfiorato l’insegnante con gli occhi, li riportò sui suoi compagni.
Poi, con voce intrisa di speranza, davvero, di incontenibile speranza, completò il suo tema.
“Ora lo sapete, perché ora lo so anche io.
“Ecco perché, da questo instante, posso imparare a smettere di esserlo.”
Razzista.


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mercoledì 29 giugno 2016

Non aver paura

Non aver paura

di
Alessandro Ghebreigziabiher


Sono così, le meraviglie della vita.
Soprattutto nelle prime, perfette grazie al tempo che scorre, volte che le incontri.
Che le vivi.
Ecco, alla fine di tutto la storia, la nostra, potrebbe essere spiegata così.
Senza spiegarla.
Limitandosi alla mera diretta.
E che gli altri, tra semplici passanti, inguaribili spioni o penne ambiziose travestite da testimoni, si prendano pure la briga di raccontare.
Come da copione, nei giorni successivi domande arrossite e allusioni fastidiose, risposte non richieste e consigli mal riposti avevano sfilato in massa nella mia testa.
La tipica testa di un’adolescente che, a differenza di quella di un esemplare del cosiddetto sesso forte, si presta al transito di emozioni e narrazioni del momento con una ospitalità molto più generosa.
E’ che le femmine sono più ingenue da molto giovani, dicono, ma poi crescono e si dimostrano più sveglie.
Sarà.
Dal canto mio ho sempre pensato che, stringi stringi, si tratta solo del solito, sottovalutato coraggio.
Non aver paura, quindi.
Della cosa imminente, chiamiamola così, ne avevo perciò parlato con tutti.
Tutti coloro i quali, in qualche modo, fossero a portata di sussurro.
Eh già, non puoi trattare l’argomento permettendo al diaframma di muoversi a piacimento, così come la favella va imbrigliata e guidata con la dovuta accortezza.
E non puoi permetterti di usare le stesse parole, con quei tutti.
Per capirci, tuo fratello e la tua migliore amica necessitano un codice differente.
Credo che questa sia una delle doti che ci distinguono dal mondo freddo e virtuale delle macchine, per esempio. E’ facoltà preziosa, la considerazione per il contesto e, soprattutto, per il destinatario del messaggio.
Game over, il tuo credito si sta esaurendo, la memoria è insufficiente, riavvia per completare l’aggiornamento, sono messaggi uguali per tutti, ma non siamo tutti uguali, no?
Ecco perché ho letteralmente parlato con tutti di quel che mi attendeva alla fine della settimana in modo diverso.
Forse, da molto prima di una settimana.
Non aver paura, allora.
Non aver paura, cuore mio, dei fiumi di parole.
Che attraversino pure tutto di me.
Il perché è chiaro, mi sembra di aver già detto come la vedo.
L’ardimento è il mio trascurato segreto.
Insieme a un innato senso del prezioso che, malgrado la futilità di un piercing e l’ostentazione di un tatuaggio, la contraddizione di una tinta inaspettata e un rossetto fuori luogo, sa riconoscere quel che dentro di te.
Deve restare.
Perdonate la banalità della scena, ma è così che è andata.
Non aver paura, figlia mia.
Non ha detto o aggiunto altro, mia madre.
E con quell’unica manciata di lettere stretta tra le dita tremanti.
Ho chiuso gli occhi.
E ho vissuto.
Il mio primo bacio.


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mercoledì 22 giugno 2016

La ragazza che fissava

La ragazza che fissava

di
Alessandro Ghebreigziabiher


Entriamo nella stanza della prof.
Con la prof e lei, la ragazza che veniva da lontano.
Più precisamente, la ragazza che fissava.
“Non ce l’hanno con te, Nadira.
“Devi provare a capirli, perché l’ho notato anche io.
“E spero tu abbia chiaro che neppure io ce l’ho con te, sono qui per aiutarti, sono solo la tua professoressa di lettere, non sono tua madre, ma questo non vuol dire che non desideri il meglio per te.
“Vorrei che tu fossi serena, in fin dei conti.
“Ma è vero che fissi gli altri, non puoi negarlo. Lo hai fatto con tutti, in classe. Certe volte lo fai anche con me, non mi dai fastidio, sia ben chiaro, ma lo vedo che mi guardi e continui anche se smetto di parlare.
“E poi parli poco e questo non aiuta, Nadira.
“Se parlassi di più con i tuoi compagni, anche durante le lezioni, non sarebbe male.
“Hai questi occhioni grandi, belli, eh? Davvero intensi, marroni con una pennellata di verde, proprio come un mio fidanzatino di quando avevo la tua età.
“Poi è partito e non ci siamo più visti. Ho provato a cercarlo su Facebook, come fate voi altri, ma mi ricordavo solo il nome, figurati.
“Tu ce l’hai il fidanzatino, Nadira?
“Hai sedici anni, chissà quanti ragazzi ti verranno dietro.
“Quando avevo sedici anni le cose erano diverse, lo so che te lo diranno tutte le persone della mia età, ma è davvero così. Per esempio non c’erano tutti questi modi per entrare in contatto che avete voi, con i social network e gli smartphone, per dirne due.
“Forse si parlava di più, non lo so.
“A proposito, non ti ho mai visto con il cellulare in mano, ma ce l’hai?
“Mi sorprendo di me stessa a darti un consiglio del genere, ma uno di quei cosi giganteschi che hanno le tue compagne ti farebbe comodo, so che hanno un gruppo su WhatsApp e si organizzano per il fine settimana.
“So pure che non esci mai con la classe, me l’ha detto una di loro.
“A dirla tutta, mi ha confidato che una volta sei andata a una festa e qualcuno tra i ragazzi ti ha preso in giro perché li fissavi, come fai di solito.
“Lo vedi? Non è perché ce l’hanno con te, è solo che una persona che mentre parli, o anche no, sta lì a guardarti con gli occhi sbarrati, in silenzio, può inquietare, è comprensibile.
“Cara Nadira, il fatto è che lo stai facendo anche adesso… perché?”
La ragazza non intaccò di un millimetro il disegno degli occhi, immobili e attenti sulla donna al di là della cattedra nella sala professori.
Su tutto di lei.
Quindi furono le labbra a smarcarsi dall’apparente inerzia del resto, dando vita a una sorta di espressione degna di questo nome.
Forse un abbozzo di sorriso, forse un’infinità di altre cose.
Più probabile la seconda.
“Sta morendo”, disse con tono umile ma convinto.
Estremamente tale.
“Chi, Nadira?”
“Questa.”
“Cosa, cara?”
“Questa e tutte le altre, stanno morendo. In ogni istante nascono e muoiono a milioni, anzi, a miliardi. Non sappiamo quanto dureranno, non abbiamo idea di dove ci porteranno, nessuno può, e men che meno dovrebbe, essere in grado di prevedere cosa proverà durante il viaggio. E’ meraviglioso. Tutto questo è meraviglioso.”
“Di cosa parli, Nadira?”
“Delle storie, professoressa.”
“Di lei, di me, di tutti, di quella che tra poco morirà.”
“Di questa storia?”
“E di quelle che nasceranno quando uscirò da questa stanza, con lei, con me, per poi morire a loro volta. Tutto questo ha bisogno di attenzione, di silenzio, di occhi che guardano.”
“Che fissano, Nadira.”
“Sì e mi scusi se anche ora lo sto facendo, ma mi piace troppo essere qui. Mi perdoni se non vorrei perdermi nulla.”
“Perché?”
“Perché prima di arrivare qui da voi ho imparato che le storie hanno tutte la stessa debolezza.”
“Quale?”
“Anche le più belle, soprattutto quelle, possono finire da un momento all’altro.”


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