mercoledì 23 settembre 2015

Storie di fantascienza: il pianeta Insomma

Il pianeta Insomma

di
Alessandro Ghebreigziabiher


C’è un pianeta.
Non so dire dove sia, insomma.
E se lo sapessi spiegare, non sono certo che lo scriverei qui, ora.
Non sono certo di alcunché.
Per questo, spero che quando arriverò mi faranno perlomeno atterrare.
Oh, ma perdonate, insomma, non mi sono ancora presentato.
Di me dicono poco.
La più ricorrente è che abuso di una parola.
Insomma.
Che volete farci, mi piace il suono, non il significato. Ecco perché spero vivamente che i puristi della semantica in ascolto saranno clementi, laddove ne scorgeranno l’inopportuna presenza.
D’altra parte, innanzi all’abuso di ben altro intorno a noi, credo che quello delle parole mi renda un colpevole di grado tollerabile.
C’è un pianeta, dicevo, insomma.
Senti, chiamiamolo così, pianeta insomma, così almeno il vocabolo troverà un’istanza coerente in questo mio confuso componimento.
Su questo pianeta non c’è scuola o università e dottorati vari.
Nel mezzo non v’è traccia di medie e superiori, inferiori e paritarie.
Non vi sono master e corsi di ogni tipo.
Le cose si fanno o non si sanno fare.
E nell’ultimo caso, non si fanno.
Insomma, quindi gli abitanti hanno, come dire, un’esistenza binaria.
Insomma.
Fare o stare in panciolle, senza compromessi e con tutti i diritti garantiti.
Da cui vantaggi non comuni.
Ad esempio, nessuno si sognerebbe sul pianeta insomma di accusare chicchessia di pigrizia.
Parola che insomma poi non esiste, laggiù.
Così come ozio e perdigiorno, nullafacente e soprattutto accidia.
Sarebbe stato sufficiente quest’ultimo aneddoto a convincermi a costruire l’astronave sulla quale mi trovo or ora e partire per Insomma, maiuscolo altrimenti si confonde con tutti gli altri.
Confesso che ho sempre avuto paura dell’accidia, se non altro fino al momento in cui ne ho scoperto il vero significato, al di là del suono.
Tra tutti i noti vizi è sempre quello che ho temuto di più.
Sarà insomma perché presto maggiore attenzione alla musica delle lettere piuttosto che al reale peso che hanno nella nostra vita.
Tornando a Insomma, sul pianeta che proprio adesso ho avvistato attraverso l’oblò non crediate che in assenza di un’istruzione regolata vivano una massa di barbari incolti e aridi di mente e passioni alte.
Tutt’altro.
Di quelli che insomma troviate per niente affaccendati non posso dir molto, ma per gli altri il talento parla per loro.
Gli Insommiani fanno perché sono bravi.
Ovvero, fanno solo ciò in cui sono bravi.
E non per vanità o altri fini, perché non esiste pubblico pagante o meno, fan adoranti o critici spietati.
Tutti quel che fanno, e splendidamente, non avrebbero tempo per applaudire alle imprese altrui perché concentrati sul proprio fare.
Tutti gli altri sono quelli che non fanno.
Nulla.
Figuriamoci saltare come indemoniati e strillare il nome amato sul palco della vita, per poi lanciarsi a caccia di briciole dell’altrui notorietà.
Allora, insomma, ecco, indi per cui, vedi un po’ – ho messo altra roba a caso per distogliere l’attenzione dal noioso lemma – qualcuno tra voi si starà chiedendo: ma su questo pianeta ci sarà pure un qualche tipo di prova, esame o simile.
Sì, c’è.
E’ il motivo principale per il quale in questo preciso momento sto atterrando sulla superficie.
C’è un pianeta.
Insomma.
E questo è il nome.
Dove per poter avere il privilegio di fare.
Per poi smettere.
E far di nuovo.
Bisogna dimostrare di saper riconoscere il bello, laddove lo si incontri per la prima volta.
Senza saper nulla del nome o da dove arrivi.
Delle origini dell’abito come dell’ennesimo trascurabile indizio.
Del modo e del perché.
È qui, con noi.
Come se all’improvviso.
Da quello stesso nulla saltasse fuori.
Spero proprio di superare il test.
Perché desidero fare anch’io.
Ho sempre desiderato di esser degno.
Di questo tipo.
Di fare.

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