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Storie di donne: Una giornata sfortunata

Una giornata sfortunata

di
Alessandro Ghebreigziabiher


Una giornata sfortunata.
Niente da eccepire, definizione perfetta, sintesi ottimale capace di evocare esattamente quel che mi è accaduto oggi.
Senza sorprese. O, forse, un’infinità.
L’incidente nel breve, come sovente accade. Esco di casa, sono in ritardo come al solito e con un’imperdonabile sbadataggine inciampo nel tappetino all’ingresso del condominio, finendo con il capo sul portone.
Risultato, livido in fronte e, soprattutto, occhiali rotti.
Giornata sfortunata, certo, ed ecco il titolo sottinteso, le parole con il nobile compito di spiegare tutto, che il più delle volte falliscono miseramente nell’impresa.
Senza occhiali sono persa, come dissi un giorno al mio ultimo ex spasimante durante il nostro ultimo appuntamento, nell’ultima volta, lo giuro, che ho accettato di uscire con un tipo suggerito dalle amiche.
Persa, è così, e così è stato nel dì del titolo.
Sono arrivata a scuola per miracolo, viaggiando tra metro e bus.
Persa, incapace di nascondermi al sicuro dello schermo del cellulare o del romanzo che sto leggendo in questo momento. Roba soporifera, lo ammetto, ma me l’hanno regalato e lo leggo, perché un giorno mio padre mi ha detto che sono le storie che vanno da te e non il contrario, e che quando ciò accade un motivo ci sarà.
Scusa, papà, ma stavolta il senso del dono è un sonnifero, ma va bene così.
Anzi, no, perché oggi non è andata affatto bene, poiché ero persa, impossibilitata a decifrare parole e immagini nei miei adorati rifugi. Ma, al contempo, lo son stata altrettanto innanzi al mondo che tento quotidianamente di attraversare invisibile. Oggetto d’arredamento vivente tra i molti nella tappezzeria coerente. Persa in essa, se volete, ma trattasi di ben altro smarrimento, ecco. E’ piuttosto un perdere che perdersi, ma questa arriva dopo.
Quando finalmente sono entrata in classe, l’aula era già ricolma di gioventù vibrante. Con lo sconquassamento ormonale in bella vista, le emozioni frastornate casualmente sparse sui volti e gli occhi che, malgrado gli atteggiamenti trafugati dall’idolo di turno, tradivano il solito straordinario disorientamento.
Che alla fine della fiera scolastica produce un solo quesito, chiunque ne sia stato il protagonista: come ho fatto ad arrivare fin qui, indenne e in equilibrio con il mondo che, volente o nolente, ha la scomoda responsabilità di scrivere il resto del racconto?
La giornata a scuola è trascorsa secondo copione. Anzi, secondo programma, essendo un’insegnante.
Per tutto il tempo non ho visto un’acca, ma che dico, tutto l’alfabeto. Ciò malgrado, mi sono dovuta affidare alle sole possibilità rimaste.
Ho intravisto e, per completare il quadro, ho immaginato. Al meglio ho dedotto affidandomi a roba atrofizzata ma ancora in vita. Voci e odori, tatto e suoni, sapori e molte altre inezie che di norma sono tali. Ma, oggi, non è stato così.
Altrettanto miracolosamente, dopo l’inverso del medesimo tragitto, sono rincasata.
Che giornata, mi sono subito detta dopo aver chiuso la porta. Mi sono dimenticata perfino di passare dall’ottico.
Che giornata sfortunata.
E che il cielo, o chi per lui, benedica la sfortuna.
Di perdersi...


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