mercoledì 18 maggio 2016

Storie di scuola: Due all’infinito

Due all’infinito

di
Alessandro Ghebreigziabiher


Ci si stanca.
Capita, talvolta capita, nelle storie in vetrina.
Accade un miliardo di volte, là dietro.
Per esempio succede che il sottoscritto, un bidello, ovvero un collaboratore scolastico, si metta in testa di collaborare, certo, ma a modo proprio.
Scrivendo, anzi, trascrivendo vita.
Come quella che ho visto andarsene a casa, in vacanza, a conquistare il mondo o anche solo riappropriarsi del proprio orizzonte.
Ci si stanca, l’ho detto.
Spesso, celate negli angoli sottovalutati dalle telecamere ossessionate dalle trame rumorose, danzano esistenze che una volta, una volta sola e basta, gridano al mondo di passaggio.
Traducendo a senso, non ci avevate capito un fico secco, vi eravate illusi di aver compreso il tutto, ma quel che stringevate in mano era quasi nulla.
Di quel tutto.
Luigi era uno di quelli.
Ognuno ne ha, di costoro, sotto gli occhi ogni giorno, anzi, lontano da essi, quasi sempre. Abitanti dell’universo anonimo, con il volto perennemente ricoperto di inequivocabile passività, fino a prova contraria.
Ma laddove sia questa che cerchi davvero, amico mio, poi non lamentarti dello spettacolo.
Sei tu che l’hai chiesto.
Luigi era uno di quelli, ripeto.
Non solo si era meritato, se così si può dire, uno zero in matematica talmente zero da far sentire i cinque e anche i quattro in classe dei geni della logica più pura.
Ma il nostro veniva anche ripreso e dileggiato per le sue carenze aritmetiche sulla pubblica piazza dal maestro dei numeri.
“C’è chi non fa i compiti a casa”, dichiarò un giorno il professore fissando Luigi all’ultimo banco, prima di comunicargli l’ennesimo ultimo posto in classifica, “e poi c’è chi è capra a prescindere.”
E giù risate.
Non tutti ridevano, è chiaro, non starò qui a raccontare di un mondo crudele e cinico, ma del silenzio di chi rimaneva a guardare senza reagire.
Ci si stanca, lo ripeto.
Ci si stanca anche del silenzio.
Luigi, sto parlando di lui, lo sto facendo dall’inizio, se non s’era capito.
L’idea gli venne allorché l’insegnante, a una settimana dalla fine dell’anno scolastico, disse squadrandolo con evidente disprezzo: “Tanto, per quanto riguarda la mia materia, sarai bocciato, te lo dico subito. Ma qualcosa di matematica l’hai capita, almeno? Almeno un po’ di orgoglio, ce l’hai?”
Orgoglio, sì, pensò senza rispondere l’interessato, ce l’avevo, tanto da riempire la classe, tutti i bagni, la presidenza, la palestra e perfino il laboratorio di scienze.
Solo che poi ho iniziato a riempirli con altro.
L’idea crebbe nei giorni successivi fino a divenire matura e la mattina dell’ultimo giorno di scuola il professore intravide un’inaspettata mano alzata.
“Sì?” chiese incuriosito.
Di tutta risposta Luigi abbandonò le retrovie del teatro studentesco e raggiunse la lavagna con il viso illuminato da un chiarore che il resto dei compagni non aveva mai visto. Neppure nel proprio specchio nel giorno del più bel compleanno della loro seppur breve esistenza.
“Qualcosa di matematica”, disse spostando il proprio sguardo sugli studenti dopo aver osservato per qualche significativo secondo l’espressione basita del docente. “Sì, certo, un calcolo, anzi, no, un teorema. Ho creato e dimostrato un teorema.”
“Sentiamo, allora”, lo invitò l’insegnante con palese scetticismo nel tono della voce.
“Due sono i lati principali di un rettangolo, la base e l’altezza, questo ho capito, questo ho visto nel rettangolo che ai miei occhi diventa pagina. Che insieme ad altre, fino a oggi, mi ha tenuto compagnia. Mi ha tenuto in vita. Mi ha tenuto qui. Mi ha tenuto insieme.”
“Di cosa stai parlando?”
“Di libri, di storie, di romanzi, di avventure, di inverosimili vicende umane. Due sono i lati principali del regno adorato, la base e l’altezza, ma altri due chiudono il tutto, un’altra base e un’altra altezza, serrando i confini della pagina. O del rettangolo.”
“Luigi, non capisco questo cosa c’entri...”
“C’entra, professore, ovvero il contrario. Nulla può entrare lì, se lo vuoi e puoi lasciare tutto fuori. Anche le cose peggiori.”
“Cosa?” domandò una compagna del ragazzo, la più carina tra le carine, che neanche in un incubo lo avrebbe considerato degno di attenzione.
In una frazione di secondo Luigi vide apparire nella sua mente le bottiglie di whisky sparse per la casa, le siringhe abbandonate nel bagno e la desolazione ovunque, al di là dei benedetti confini di cui sopra. E con la medesima rapidità ricacciò il tutto da dove era arrivato, maledetta realtà.
Ignorò la domanda e sorrise.
Dal canto suo il professore si spazientì.
“Dicevo, tutto questo non c’entra con la matematica. Il tuo rendimento quest’anno porta sempre a zero…”
Ci si stanca, è normale e Luigi era uno di loro, lo ribadisco.
“No, professore”, replicò con notevole calma. “Lei ha sbagliato. Non ha fatto i compiti oppure non è proprio in grado di capire. Eppure mi sembra di esser stato chiaro. Due sono i lati che contano, due sono quelli che chiudono il cerchio.”
“Fa quattro?” ipotizzò l’insegnante confuso.
“No, professore. Fa tanto, tanto di più.”
Quindi, senza smettere di sorridere, Luigi aprì la porta della classe e uscì, non prima di avermi guardato.
Di aver guardato l’unica persona a cui aveva aperto il suo cuore ferito.
Risposi al suo sorriso all’istante, prima di vederlo allontanarsi all’orizzonte di un piccolo corridoio.
Perché a differenza del professore di matematica sapevo quanto grande fosse quel tanto, quasi quanto le storie che si nascondono dietro i volti dei nostri trascurati e trascurabili compagni di viaggio.
Come lui ed io.
Due all’infinito.



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