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Storie di razzismo: Io sono razzista

Io sono razzista

di
Alessandro Ghebreigziabiher


Era stata una settimana impegnativa, per Said.
Uno di noi, uno di qui, malgrado il nome.
La tonalità della carnagione.
E poco altro, forse nulla.
Difficile il contrario, allorché i Said di questo mondo nascano qui.
Immaginandosi uno di noi, uno di qui, giustappunto.
Malgrado il nome e il resto.
Il razzismo.
Questo era stato l'argomento lodevolmente proposto dalla professoressa di Lettere il lunedì mattina.
Questa settimana parleremo di razzismo, aveva annunciato subito dopo l’appello.
Said era uno di noi, di qui, ma era l’unico in classe a esserlo malgrado il nome, la carnagione e poco altro.
Ecco perché aveva provato di tutto, in quei giorni.
Emozione, certo, imbarazzo, coinvolgimento e tensione, è chiaro.
Ma anche fastidio, già.
Perché è bello sentirsi protagonisti, ma a tutte le età, soprattutto a dodici anni, vorresti esserlo per qualcosa di meglio di ciò per cui vieni discriminato.
Le lezioni erano state interessanti per tutti, la classe era composta da adolescenti qui è là contaminati dalle prime pericolose avvisaglie dell’adulto fallimento che opprimeva le loro vulnerabili esistenze, ma tenerezza e imprevedibilità erano ancora intatte, per fortuna.
Per fortuna, si era ancora in tempo per salvarci.
Il venerdì si era concluso con una consegna per il fine settimana.
Tema: Il razzismo nella tua vita.
Said era tornato a casa senza proferire parola, come se la traccia avesse agito su di lui alla stregua di un bavaglio.
Ovvero, come il coperchio sulla pentola ricolma d’acqua sul fornello, con la funzione di agevolare e accelerare l’arrivo delle bolle.
Accorgimento inutile, per il nostro, poiché i sommovimenti interni dovuti al tema in questione erano roba quotidiana per lui.
Non ci sarebbe stato bisogno di un tema.
Era il tema, presente ogni giorno come il tuo compagno di banco.
Anzi, come il banco stesso, che puoi ricoprire di scritte e incisioni, ma non cambierà mai del tutto.
Solo tu puoi.
Said non scrisse alcunché fino alla domenica sera, dopo esser rimasto per tutto il week end davanti al nudo foglio digitale con le mani tremanti sulla tastiera.
Quindi, probabilmente per il sonno, magari per caso o, forse, per una fortunata intuizione, abbassò le palpebre.
Scrisse, così scrisse.
Altrettanto fece all’indomani, quando venne il suo turno di leggere il proprio componimento, in piedi accanto alla cattedra, protagonista interessato di fronte alla classe attenta.
“Titolo”, disse con il foglio tenuto ben teso dalle dita, “io sono razzista.”
Qualcuno rise, inevitabilmente, com’era prevedibile.
“Vai avanti, Said”, fece curiosa l’insegnante.
E il ragazzo, come premesso, chiuse gli occhi.
Perché non aveva bisogno di leggere.
Perché sapeva a memoria quel che lui, come tutti noi, di qui, ben sappiamo.
“Io sono razzista. Anche se io sono nero e voi bianchi, sono razzista.
“Sono razzista perché da piccolo ero convinto che la mia pelle fosse di un qualche tipo di marrone e la vostra di una via di mezzo tra il rosa, l’arancione e talvolta anche il giallo.
“E’ stato più avanti, non ricordo quando, che ho iniziato a vedere me stesso solo nero e voi altri, tutti uguali, tutti solo bianchi.
“Io sono razzista perché, come voi tutti, se vedo un nero la prima cosa che penso è che sia straniero.
“Che non parli la mia lingua, che non creda in quel che credo io, che non abbia i miei valori e che non possa capire.
“Che non possa capirmi.
“Sono razzista perché se la prima cosa che penso è che sia straniero, la seconda è che non posso fidarmi di lui, che devo stare attento, che devo proteggermi.
“Perché se la seconda cosa che penso è che sia straniero, laddove si tratti di un nero, è difficile che mi venga in mente qualcosa di buono.
“Diciamo pure impossibile.
“Io sono razzista perché se compro un libro o un fumetto, vedo un film, anche un cartone animato, sono certo che il protagonista sarà bianco.
“Perché il bello della storia, l’eroe senza macchia e paura, il buono che tutti vorremmo essere, è sempre il bianco.
“Quasi sempre, potrei dire.
“Ma non è il quasi quello che ci aspettiamo, no?
“Io sono razzista perché se compro un libro o un fumetto, vedo un film, anche un cartone animato, ormai mi sono abituato al fatto che il meglio che il nero di turno potrà aspettarsi sarà essere il migliore amico del bello e buono, l’eroe protagonista, in breve il bianco.
“Al peggio, gli toccherà tutto il peggio, tra ladro e assassino, traditore e nemico, altrettanto in breve, il nero.”
“E non so se la cosa più sgradevole sia che questa farsa viene raccontata ancora oggi o che il sottoscritto, come tutti voi, ci si è abituato.
“Allo stesso, modo mi sono abituato ai neri che muoiono sempre per primi nei film di paura.
“Ai terroristi e tutti i criminali che sono crudeli e disumani solo quando sono neri.
“Ai personaggi famosi dei quali è fondamentale, nel caso, tu sia informato che siano attori e cantanti, registi e musicisti, scrittori e ballerini di colore, sempre in breve, neri.
“Difficile sentir parlare di attore bianco o cantante bianca.
“Io sono razzista.
“Io sono razzista perché mi basta chiudere gli occhi e vedere quello che tutti noi vediamo.
“Perché questo è quello che ci insegnano tutti i giorni, in ogni istante, ovunque.”
In quel momento, nel silenzio a dir poco totale dell’aula, Said lasciò andare il foglio in terra.
Quindi sollevò le palpebre e, dopo aver sfiorato l’insegnante con gli occhi, li riportò sui suoi compagni.
Poi, con voce intrisa di speranza, davvero, di incontenibile speranza, completò il suo tema.
“Ora lo sapete, perché ora lo so anche io.
“Ecco perché, da questo instante, posso imparare a smettere di esserlo.”
Razzista.


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