mercoledì 26 ottobre 2016

Storie di scuola: Prigioniera delle strisce pedonali

Prigioniera delle strisce pedonali
di
Alessandro Ghebreigziabiher
Quella.
Alessandro Ghebreigziabiher
Quanti nomi le abbiamo dato, negli anni.
Quella strana e quella complicata, quella eccentrica e quella problematica.
Quella lunatica, certo.
E anche quella imprevedibile.
Quella perennemente distratta e quella regolarmente impreparata.
Tuttavia, alla fine ce l’ha fatta.
Alla fine, o meglio subito prima di essa.
Ce l’abbiam fatta tutti.
Con l'ultimo nome, abbiamo capito.
Come si dice, meglio tardi che mai, giusto?
Quella delle strisce, così era diventata nel giorno dell’esame di maturità, tra i colleghi della commissione.
Ed ero stata proprio io a mostrar loro ciò che avrebbe dovuto essere l’originale componimento della giovane maturanda.
Tema: Con quale stato d’animo e quali aspirazioni affronti il futuro che ti attende?
E come aveva replicato la nostra alla significativa domanda?
Aveva disegnato, peraltro con mano ferma ed estrema cura dei dettagli, una perfetta serie di strisce pedonali.
Tutto qui, questo era stato il suo tema all’esame di maturità.
A conferma di tutte quelle declinazioni che si era guadagnata in precedenza.
Ero affranta, lo ammetto.
Perché malgrado molte volte avessi provato stanchezza e anche irritazione, mi ero affezionata a lei.
E, soprattutto da quando avevo appreso quale sofferente narrazione si celasse dietro lo schermo della sua vita pubblica, avevo iniziato a sentire per lei un affetto crescente, che con i mesi si era trasformato in appassionato tifo.
Volevo maledettamente che ce la facesse a superare l’esame.
A superare tutto, in effetti.
Ciò malgrado, non è che mi rendesse la vita facile, ecco, ma credo che sia una tara inevitabile per quelle come me.
Leggi pure come gli irriducibili fans degli adorabili perdenti.
Per la cronaca, ho chiamato il suo nome e l’ho vista arrivare come al solito, ogni passo conseguenza unicamente di un’indolente inerzia, abbigliata con accostamenti cromatici a dir poco alieni e capigliatura svogliata e variopinta.
Si è accomodata e, bando agli indugi, ho messo in bella vista il disegno sul banco.
Al contempo, come il pubblico che si raduna man mano durante l’inizio di un’esibizione in strada, gli altri docenti smisero di ascoltare i propri interrogati e concentrarono la comune attenzione su di lei.
Quella, già, che mi guardava come se fosse evidente il senso del disegno.
Gliene chiesi esplicitamente conto e tutto, davvero tutto, fu improvvisamente chiaro.
Mi spiegò, ovvero, ci spiegò che esiste un mondo di gente, là fuori, proprio come lei.
Sono come dei prigionieri sulle strisce pedonali, ovvero subito prima di metterci su piede e, finalmente, attraversare la via.
E’ assurdo ed è anche ingiusto, a dirla tutta.
Transitare liberamente su quella serie di bianche figure è un sacrosanto diritto dell’anima in cammino, quanto un dovere delle vite in corsa quello di operare varie fondamentali scelte.
Prima di ogni cosa, vedere quelle come lei.
Accorgersi della loro presenza e più che mai delle loro intenzioni.
Quindi, rallentare e farlo in tempo utile, in modo da fermarsi al punto giusto.
Senza frenare con violenza, come se si avessero ben altre intenzioni.
Senza spaventare chi correre non può o, forse, non vuole.
Infine, attendere  con rispettosa pazienza che i prigionieri smettano di esser tali e raggiungano la sponda ambita.
Nei giorni successivi sono stata più o meno apertamente criticata, e perfino ripresa ufficialmente dal preside.
Ma che volete farci.
Essere la presidentessa della commissione d’esame è spesso una bella rottura, ma talvolta è meraviglioso.
Come quando quella delle strisce superò una volta per tutte queste ultime.
Dopo essersi meritata al tema di Italiano.
Il voto più alto.

 
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