La vera storia dell’uomo che inventò Internet

La vera storia dell’uomo che inventò Internet

di
Alessandro Ghebreigziabiher


Quanta Storia vera ricordiamo.
E di quanta, menzognera, ne dovremmo fare a meno.
Al contempo, quante piccole, inverosimili, ma reali storie ignoriamo.
Alla stregua dei nomi di tutti coloro che, inconsapevolmente, scoprirono qualcosa di notevole.
Nel luogo o tempo sbagliato.
Come l’uomo che inventò internet.
Senza saperlo.
C’era una volta, quindi, molto tempo fa, un’isola remota del pacifico.
Nell’isola remota viveva una comunità di umani.
Rimaniamo sul generico, così tutti si sentiranno coinvolti e nessuno verrà esiliato al di là del muro.
La comunità di umani dell’isola remota amava definirsi tribù.
Io avrei voluto dirlo dall’inizio, ma temevo di evocare i soliti squalificanti luoghi comuni, ovvero dei selvaggi, a corpo scoperto e con le capanne intorno al fuoco.
Ecco, in effetti c’era tutto questo, a dir la verità, ma non nell’accezione sminuente di cui sopra.

Alessandro Ghebreigziabiher
I nostri erano selvaggi perché tale era la natura in cui vivevano ed essere in armonia con quest'ultima non è affatto sintomo di arretratezza, piuttosto il contrario.
Passavano la maggior parte del tempo con pochi indumenti indosso, certo, ma era il clima e soprattutto la comodità, a richiederlo. Ed essere indifferenti alle mode del momento non è affatto sintomo di sottosviluppo, tutt’altro.
Abitavano in scarne capanne intorno al fuoco, un giaciglio e poco più, posso garantirlo, ma posso anche assicurare che la scelta era perfettamente funzionale al vivere, giammai al possedere.
Pure questo non è affatto sintomo di inciviltà, ci mancherebbe.
Tuttavia, la vita nell’isola non era solo rose e fiori, anche se molti di loro non usavano mai il noto detto, a causa di una ragionevole obiezione: perché tiri in ballo le rose se intendi dire fiori? Non sarebbe sufficiente affermare non erano solo fiori, i quali a loro volta contengono le suddette? Ma questa, per mia e vostra fortuna, è un’altra storia.
Il problema era che i membri della tribù erano assai aumentati, col tempo, e tutti si chiedevano quale fosse il modo migliore per sistemare le capanne.
C’era chi propose di metterle impilate l’una sopra l’altra, ma venne bocciato immediatamente.
Il grattacielo no, era il succo, per vari motivi: primo, colui che abitasse alla capanna nell’attico si sarebbe sentito ‘sto cavolo - espressione tipica della tribù, in quanto pianta ritenuta sacra - secondo, quello al piano terra si sarebbe di conseguenza ritenuto lo sfigato di turno, ma la dinamica si sarebbe invertita nel momento in cui si fossero accorti di non aver ancora inventato l’ascensore.
C’era altresì chi suggerì di porre le abitazioni in formazioni di tipo geometrico, senza però sapere cosa fossero, coerentemente con la premessa del racconto.
Nondimeno, quadrato, rettangolo e ogni figura con gli angoli vennero respinte al mittente, poiché nessuno voleva stare nelle posizioni di vertice, perché la corrente in quei punti era troppo ventilata, a loro dire.
Fu declinata anche la struttura circolare e la ragione è semplice.
In cerchio - come detto poc'anzi, intorno al fuoco - ci stavano già prima.
E che facciamo, concordarono tutti, torniamo indietro?
Inaccettabile, visto che una delle prerogative dei selvaggi dal corpo scoperto con le capanne nell'isola remota era quella di perseguire l’orizzonte come meta inevitabile, e pure questo è un ulteriore sintomo di modernità, anche se dipende sempre dalla tribù in cui ti trovi.
Così, i nostri decisero di andare sul classico. Dite pure scontato, chiamatelo anche goffo Deus ex machina, come volete, basta che andiamo avanti.
Raggiunsero la capanna più isolata, quella del vecchio saggio, sciamano, uomo medicina, stregone e anche scemo del villaggio, perché era un tipo tollerante e sopportava ciascun nomignolo, basta che non gli rompessero le scatole.
“Scemo”, parlò uno per tutti, “abbiamo una cosa da chiederti.”
“Eccomi”, fece l’interessato apparendo sulla soglia. “Ho capito che sono uno tollerante, ma tra tutti i soprannomi, scegli proprio quello?”
“Scusa, facciamo vecchio saggio?”
“Meglio.”
“Vecchio saggio, stiamo cercando un modo per sistemare le capanne che sia il migliore per farci vivere insieme, per farci conoscere e renderci più uniti.”
Il nostro ci pensò su un po’ e poi diede loro la sua illuminante soluzione.
“Riunite le capanne a forma di rete, come quella con cui peschiamo.”
Peschiamo? La verità è che non ti abbiamo mai visto con la lenza in mano...”
“Desideri fare al mio posto l’uomo medicina? Vuoi quindi occuparti tu delle emorroidi infiammate di tua suocera?”
“No, scusami, scherzavo. Allora, la rete, dici?”
“Sì, la rete. Ogni capanna è un nodo della rete e tutte le ramificazioni sono le distanze tra una capanna e l’altra.”
“D’accordo, seguiremo il tuo consiglio.”
Passarono giorni, trascorsero mesi, gli anni si susseguirono e, tempo dopo, la tribù si recò nuovamente dal vecchio saggio.
“Scemo”, esclamò il solito portavoce.
“Ancora?” berciò stizzito lo sciamano. “Non s’era detto di usare gli altri nomi?”
“E io ti dico ancora scemo.”
“Perché?”
“Perché non hai idea di quel che è successo. Tu ci hai detto di sistemare le capanne a forma di rete, con i nodi, le ramificazioni, eccetera.”
“Certo, è il modo migliore per stare insieme.”
“Scemo.”
“Per quale motivo siete così arrabbiati?”
“Perché all’inizio sembrava davvero che funzionasse, ma poi sono successe delle cose molto spiacevoli.”
“Quali?”
“Ti dico quelle più gravi: primo, uno se n’è uscito dicendo che per fare amicizia, conoscere e chiacchierare con gli altri, avremmo dovuto tutti passare per la sua capanna. Ebbene, è stato così convincente che ci abbiamo creduto e ora lui è diventato il capo della tribù senza muovere un dito. Perfino qualora colui il quale vogliamo parlare si trovi nella casa accanto alla nostra, ci alziamo e andiamo da quell'altro.”
“Capisco.”
“Ma non è la cosa peggiore. Visto che siamo sempre tutti là, nella stessa capanna - che nel frattempo si è ingrandita e arricchita a scapito delle nostre - in molti hanno avuto la folle pensata di andarci unicamente per raccontare frottole, dalle semplici balle alle calunnie più infamanti su chiunque nella tribù.”
“Mi rendo conto.”
“E poi, visto che questa tua idea ci permette di raggiungere tutti da qualsiasi capanna, ci sono quelli che la usano per rubare nelle case altrui, o anche solo per spiare, per fare scherzi idioti o anche cattivi, per confondere e dividere, per controllare e dominare.”
“Mi dispiace.”
“E fai bene, perché questa tua rete ci ha rovinato la vita.”
“Ti sbagli e non sai quanto.”
“Perché?”
“Perché il problema non è mai stato e mai sarà la rete, come ogni altro modo con il quale decidiamo di sistemare le capanne e le nostre vite.”
Perché il vero problema da risolvere.
Siamo noi...

 

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