giovedì 20 novembre 2014

Racconti fantastici: lo spettacolo di Dario

Questo racconto risale all'inizio del 2000 ed è stato pubblicato su varie riviste letterarie, oltre a far parte delle antologie Mondo giovane, La Ginestra editrice e Appollaiati sul balcone, Giulio Perrone Editore.


La morte al centro

di
Alessandro Ghebreigziabiher


1

Che Dario fosse un tipo particolare lo si capì fin dall'inizio.
Arrivò di notte in un palazzo di Via Modica, per occupare il monolocale fino ad allora proprietà della vecchia signora Elena, morta sola con la sua pazzia e il suo merlo, ancora più folle di lei.
Sì, perché quest'ultimo aveva subìto ogni genere di tortura dalla donna, la porta della gabbia era aperta ma lui restava lì, come un innamorato accecato dalla passione.
Fu il volatile quindi ad accogliere Dario che, con un bagaglio composto unicamente da un enorme baule, apriva per la prima volta la porta di casa alle tre di notte di quel piovoso sabato d'agosto.
Un verso, flebile ma nitido, esprimeva il desiderio dell'animale di veder tornare l’amata padrona.
Enorme la delusione nel veder entrare il magro giovane, alto e con i capelli biondi, folti e spettinati, mentre trascinava il pesante carico all'interno e precisamente al centro dell'unica stanza presente.
Lo vide accendere la luce e aprire lentamente il baule.
Dario sfregò con soddisfazione le mani ed estrasse un pupazzo, una specie di manichino, fatto a sua perfetta immagine e somiglianza. Poi abbracciò quest'ultimo stretto al petto e cominciò a piangere. Il merlo ne aveva viste di cose strane con la vecchia ma questo giovane ne prometteva di altrettante.
La notte passò veloce e l'uccello aprì gli occhi al mattino, pigramente, desideroso di aver fatto semplicemente uno strano sogno.
Non era affatto così.
Dario era lì, con il pupazzo. Aveva sistemato quest'ultimo su una vecchia sedia di fronte ad un grande specchio rettangolare. Il giovane si trovava alle spalle di essa, ammirando con soddisfazione il fantoccio, un po' come una madre fa col proprio bambino, ovvero con la più assoluta parzialità.
Ad un tratto Dario si avvicinò al baule, prese un megafono e lo sistemò vicino all'unica finestra. Aprì le ante di questa e fece entrare la luce di quella strana domenica.
In particolare la finestra dava su un cortile interno, chiuso nei suoi quattro lati da altrettanti affollati palazzi.
Il pavimento del cortile, a sua volta, consisteva nella parte superiore di un garage ed era raggiungibile solo tramite una scaletta interna.
Era quindi preda di piccioni affamati di misericordiose molliche, palloni dispettosi volati fuori campo, anzi, fuori balcone, stracci e indumenti rubati dal vento, frammenti di bottiglie svuotate troppo presto.
Tipico.
Il merlo continuava ad osservare con avida attenzione il magro coinquilino che ad un tratto prese il fantoccio, sollevandolo per la vita.
Si piazzò davanti alla finestra aperta, prese la rincorsa e lo gettò fuori con forza.
In modo fulmineo, Dario raccolse il megafono e nell'attimo esatto in qui il manichino toccava terra al centro del cortile, emise un grido terrificante e opportunamente amplificato.
La testa del pupazzo si spaccò e da essa fuoriuscì lentamente del caldo ketchup.
In un attimo, Dario chiuse di scatto le imposte e si sistemò sulla sedia dietro di esse, appoggiando gli occhi alla fessura ricavata tra le due tende.
Ad un tratto cominciarono ad aprirsi le prime finestre.
Luisa, una ragazza madre con un vistoso foulard in testa e la scopa in mano, uscì in terrazzo e lanciò un urlo altrettanto spaventoso in falsetto naturale.
I più agghiaccianti, in effetti.
Seguì una reazione a catena e una rivista di commenti personalizzati.
"Santo cielo", esclamò Carla, vecchina vedova rubata a Radio Maria.
"Ma cosa è successo?" chiese Erasmo, giovane studente fuori sede.
"Si è fatto male?" si chiese Pablo, insegnante dall'inconfondibile accento ispanico.
"Ma non lo vede il sangue? Quello se n'è andato", precisò Ignazio, funzionario ministeriale dalla vista buona.
"Io chiamo un’ambulanza", avvertì il dott. Nigro, autorevole amministratore di condominio.
"Io la polizia", annunciò la signora Di Salvio, vicina modello.
"Venite in casa, bambini", ordinò Stefania, riferendosi anche al marito Bruno.
E così via, finestra dopo finestra, in poco meno di mezz'ora lo stadio condominiale era gremito di un pubblico protagonista, inorridito e curioso allo spasimo.
Dopo un breve silenzio di circostanza il vero spettacolo ebbe inizio.
"Ma quando arriva l'ambulanza?" chiese Carla che ormai aveva definitivamente abbandonato Don Palmizio e le orazioni delle undici.
"Saranno qui a momenti”, la tranquillizzò zelante Nigro. “Avranno trovato traffico."
"Poveraccio, ma chi è?" chiese Luisa che nel frattempo aveva posato la scopa e si era riassestata i capelli.
"Boh?" le rispose con fantasia Ignazio.
"Ma da dove s'è buttato?" chiese con aria investigativa Erasmo, futuro ingegnere promesso ai genitori.
"Potrebbe essere caduto", ipotizzò Pablo.
"See… su una buccia di banana", lo canzonò Ignazio.
"Non c'è niente da scherzare mi sembra…" osservò Stefania con disappunto, mentre Bruno guardava i cartoni animati con o senza i figli.
"Ma allora, quest’ambulanza? Potrebbe essere ancora vivo", gridò con moderazione la signora Di Salvio.
"Ha la testa spaccata, non lo vede?" precisò puntualmente Ignazio.
"Bambini, dentro", ordinò nuovamente Stefania.
"Potrebbe non gridare queste cose, señor?" attaccò Pablo.
"Pensa per te, Zorro", rispose di fioretto Ignazio.
In effetti Pablo, con i baffetti e la camicia di velluto nero, ricordava un po' l'eroe spadaccino, ignaro con quanto successo con la dirimpettaia Luisa.
Quest'ultima avrebbe voluto sostenerlo, ma con frenante timidezza si limitò ad un'intensa occhiataccia verso Ignazio.
"Poverino, dirò una preghiera per lui", informò i presenti Carla, che ufficialmente aveva dichiarato deceduto il presunto malcapitato.


2

Era passata ormai circa un'ora e ad onore della solerte forza pubblica devo temporaneamente cambiare inquadratura.
La polizia e l'ambulanza erano arrivate, ma si erano trovate davanti ad un increscioso inconveniente. Il meccanismo della scaletta interna che portava sul soffitto del garage, prontamente aperto dal proprietario tirato giù dal letto nella meritata pausa domenicale, si era bloccato.
Si trattava di parte di un antifurto modernissimo, modello di marca orientale ultra ricercato, che era il vero vanto del garagista e soprattutto dei suoi clienti. Con ancora le rate da pagare, dava una sicurezza alle modeste automobili che lì riposavano gli altrettanto comuni motori, da fare invidia alle migliori banche della zona.
L’agente Nardini della polizia di zona aveva preso in mano la situazione e prontamente aveva avvertito i vigili del fuoco.
Niente da fare. Nemmeno la fiamma ossidrica riusciva a scalfire il portello che conduceva all’esterno, sulla sommità del garage.
Altro vanto dell’avveniristico antifurto di cui sopra.
Il Capo dei vigili, tale Giorgione, chiamato così affettuosamente per i suoi abbondanti centodieci chili, propose di recarsi in un appartamento con una finestra che desse sul cortile interno e calarsi con una barella.
La proposta fu accolta con approvazione da tutti, anche da Claudio, infermiere dell'ambulanza peraltro molto emozionato, in quanto alla sua prima uscita.
Colpo di scena.
Dalla finestra dell'ospitale signora Di Salvio, la vista fu terribilmente demoralizzante.
Il cortile sovrastante il garage si trovava a distanze considerevoli dalle mura dei palazzi circostanti.
La scoperta più insolita fu il notare gli inquietanti grovigli di filo spinato, tutto intorno all’edificio del garage, come una specie di fossato a protezione di un castello medievale.
La signora Di Salvio indicò nel minaccioso viluppo la geniale aggiunta condominiale all'opera somma di protezione delle loro amate utilitarie.
La situazione si faceva sempre più complicata.
Abbandonata la forza pubblica al loro destino e responsabilità, affidandogli come base operativa il proprio ordinato e lustrato tinello, la donna rientrò nella scena principale per aggiornare i compagni d'osservazione.
Uscì in terrazzo fiera, con la soddisfazione di chi sa di avere in serbo una notizia importante.
Dopo un'inevitabile pausa di personale appagamento, esclamò: "State tranquilli, la polizia è qui da me. Ci sono anche i vigili e i dottori."
"Alla buon'ora”, fece Nigro.
"E cosa pensano di fare?" chiese esprimendo tutto il proprio senso di responsabilità condominiale.
"Da quanto ho capito, la scaletta del garage è bloccata dal nuovo antifurto e i vigili non possono calarsi a causa della grande idea del filo spinato…"
"Signora, lei ha votato come tutti il progetto. C'era quasi l'unanimità."
"Io non ero d'accordo e quel quasi sono io", precisò Pablo.
"Lo credo, non ha la macchina…" ironizzò Erasmo, il quale ormai aveva dimenticato i difficili esami di Elettronica e Meccanica che aveva deciso di sostenere in un giorno solo all'indomani.
"Va a cavallo, Zorro", punzecchiò nuovamente Ignazio.
"Scusate, un po' di rispetto per il poveretto", disse Carla, che ormai aveva assunto il compito di riportare l'attenzione sul supposto cadavere.
"Poveraccio, chissà perché s'è buttato", osservò Luisa, che nel frattempo faceva mangiare il figlio col caldo biberon.
"E chi può dirlo?” disse Stefania. “Un'alunna della scuola dove lavoro s'è tagliata le vene al bagno. Era la prima della classe, aveva un motorino nuovo e due genitori splendidi."
"Stava troppo bene…" aggiunse Bruno.
"Poverina, morta così giovane", si affrettò a sentenziare Carla.
"Non è morta”, la deluse Stefania. “Il bidello l'ha salvata in tempo."
"Sarà stata la solita finta”, fu il commento di Ignazio. “Lo fanno tutti i disperati per attirare attenzione. Ma pochi hanno le palle per farlo davvero."
"Ci vogliono le palle per ammazzarsi?” domandò Luisa con forte tensione.
"Vita o morte è una questione di scelte”, decretò Ignazio. “Tutto il resto è fortuna o sfortuna."
"Ehi, guardate la televisione, stanno parlando del morto", avvertì Nigro.
E proprio in quel momento un elicottero della Tv nazionale cominciò a sorvolare il condominio riprendendo la scena in diretta. Fu un momento solenne, che donava il prestigio e soprattutto la veridicità necessaria agli eventuali racconti più o meno romanzati ad amici e parenti, con il distintivo accenno comprovante: credimi, ne ha parlato anche la TV.
Dario fu l'unico ad ignorare il vecchio apparecchio alle sue spalle. Aveva la scena davanti ai suoi occhi, più in diretta che si può e più di ogni altra cosa era il solo e unico direttore del palinsesto, colui che sa qual è la verità dietro lo schermo.


3

Era ormai sera e immaginiamo di accomodarci accanto a Dario, per guardare e ascoltare con lui.
"Bruno, vieni fuori con i bambini, così c’inquadrano", propose Stefania, agitandosi nel seppur piccolo terrazzo e tentando di farsi notare dai cameramen sull'elicottero.
"Invece di fare lo show, caricatevi il corpo", gridò Pablo, che involontariamente suggeriva la prossima mossa per i pompieri.
Fu la signora Di Salvio ad appropriarsene e pronta a rivendersi la chicca come propria rientrò in casa velocemente. Raggiunse in soggiorno e dopo il classico colpo di tosse per attirare l'attenzione diede il suo consiglio di seconda mano.
L'idea fu accolta con entusiasmo e in poco tempo un secondo elicottero sovrastava il cortile pronto a calarsi. La TV nazionale riprendeva tutto fedelmente e ogni record d'ascolto cominciò a tremare.
L'elicottero stava iniziando a calare una scaletta, abbassandosi pian piano.
Dario proprio in quell'attimo sentì una fitta di dolore al centro del petto. Tutto stava per finire, il suo gioco si concludeva tropo presto. E il merlo soffriva allo stesso modo, ormai simbioticamente.
Ennesimo colpo di scena.
Il dio protettore dei giochi che devono durare finché divertono in quel momento era libero e prontamente intervenne.
O forse trattasi solo di un altro forzato deus ex machina.
Nondimeno, un vento formidabile si alzò con violenza, scuotendo l'elicottero da tutte le parti. Nonostante riuscisse affannosamente a rimanere in zona, era impossibile spostarsi verso il basso o calare qualsiasi cosa senza schiantarsi sulle pareti dei palazzi.
Per Dario fu una sensazione elettrizzante. Qualcuno o qualcosa faceva il tifo per lui.
La notte arrivò del tutto poco prima della mezzanotte, chiudendo un nero sipario sul primo atto di questa insolita commedia.


4

La luce del mattino fece capolino con delicatezza, con passi felpati e gli abitanti del condominio non la fecero attendere più di tanto.
Fra una tazza di caffè, una sigaretta o un'affrettata lavata di faccia, tutti i condomini fecero capolino in balcone per verificare l'andamento del dramma.
Il corpo era lì, immobile.
Ognuno di loro, chi più o meno sinceramente, riconobbe a se stesso di esserne in parte contento.
Luisa intravide Pablo che con la scusa di stendere una camicia curiosava in terrazzo e tentò un approccio: "Ma quando lo vengono a prendere?"
"Non lo so. Hanno detto alla radio che il vento forte di questi giorni impedisce all'elicottero di calarsi."
"Poverino, che brutta morte."
"Già."
"L'ho vista l'altro giorno sul metrò…" azzardò quindi Luisa.
"Come?" chiese Pablo, prendendo tempo.
"L'ho vista sul metrò, leggeva un libro e per poco non perdeva la fermata", spiegò lei con più coraggio.
"Ah… è vero. Sono sempre distratto dal resto del mondo quando leggo", ammise Pablo.
"Deve essere un libro molto bello."
"Sì, ma se l'avessi vista l'avrei chiuso", aprì le danze lui.
Tuttavia, con soddisfazione di Dario, di nuovo sintonizzato sul cortile insieme al compagno volatile, l'attenzione tornò sul presunto cadavere.
"Ma sta ancora lì?” esordì Ignazio. “Questo tra un po' comincerà a puzzare."
"Bambini, dentro", ordinò puntualmente Stefania, che aveva delegato al povero Bruno la spiegazione scientifica della decomposizione cadaverica in termini accessibili ai figli.
"Riecco l'elicottero", esclamo Carla, che per prima aveva avvistato il responsabile delle riprese Tv via aerea.
Infatti, in poche ore la notizia aveva fatto il giro del paese. Tutte le reti avevano afferrato avidamente la ghiotta e insolita notizia, e chi con diritto, chi no, stavano trasmettendo le macabre immagini del corpo esanime, con primi piani del ketchup ingannatore.
Questo era niente.
Nel giro di un'ora le case del condominio furono assediate da giornalisti di tutte le testate possibili, cronaca nera e rosa, quotidiani, mensili, settimanali, giornalieri.
La signora Di Salvio fu la prima ad aprire la porta alla stampa. Le fu garantito il primo piano in numerose riviste scandalistiche, nonché l'opzione di importanti interviste verità sul piccolo schermo.
A seguire Carla, che fu contattata dal direttore di Radio Maria in persona, monsignor Giovanni Matteo Innocenti Diotibenedica. Lo conosceva solo per radio, ovviamente, e le sembrò un vero miracolo stringere la mano a quella voce, che per l'occasione scendeva sulla terra.
Poi toccò ad Ignazio, che aprendo la porta di casa non fece trasparire l'emozione di fronte all'inviato speciale del Profittatore, il giornale di chi sa far fruttare anche l’immondizia del vicino, come diceva la pubblicità.
Naturalmente, l'argomento dell'intervista fu proprio come guadagnarci dalla vicenda.
Nigro, con profondo senso del dovere, fu proprio lui stesso a chiamare la Gazzetta del buon amministratore, che con opportuna solerzia mandò sul posto il reporter di punta.
Stefania e Bruno furono veramente fortunati.
Fabio Fazio li aveva scelti come la famiglia giusta per la sua nuova trasmissione da ascolti record: A casa di chi andiamo oggi?
Tutta la troupe dello studio, cinque cameramen, sette costumisti, otto truccatori, tre massaggiatrici - con soddisfazione di Bruno - 15 comparse, nonché controfigura, autista e tre guardie del corpo per Fazio si insediarono nel modesto bilocale al terzo piano.
Che gioia se è la tv a venire a guardare noi e non il contrario.
Erasmo sprangò la porta e non rispose al bussare continuo che martellava il suo appartamento. Ogni suonata echeggiava dentro di sé andando inesorabilmente a svegliare il cane impaurito, con la coda nascosta tra le gambe che era la sua paura.
Quella di dover rispondere alla fatidica domanda in diretta nazionale:
"Quanti esami hai fatto?" o peggio: "Quanti esami ti mancano?"
Nessuno suonò alla porta di Pablo.
Chissà perché.
Forse perché stava già raccontando i fatti.
Infatti fu inevitabile per il giovane accendere il pc e liberare le dita sulla tastiera.
Tuttavia, non scrisse del fantomatico cadavere. Era la più che vera Luisa che lo scuoteva, anche se non lo sapeva. Scrisse di montagne innevate, di fiumi impetuosi e di cavalli galoppare senza sella, inseguendo la terra stessa che sollevavano.
Anche la ragazza rimase illesa dall'assalto al testimone, ma fu solo un caso.
Ci fu solo una porta dove ogni giornalista o reporter che si fermava davanti, rimaneva lì immobile, stava per bussare ma… niente.
Era come se una voce dentro il cuore sussurrasse confidenzialmente.
"Non c'è nessuno…passa avanti…non c'è nessuno…"


5

Nel giro di poche ore la notizia del cadavere bloccato nel mezzo del condominio era germogliata come i semi magici di un albero enorme, con migliaia di rami lanciati in una corsa sfrenata in ogni direzione, raggiungendo e unendo tutto e tutti.
Le televisioni raccontavano l'accaduto in tutti i dialetti possibili e ognuno ebbe il tempo di dare a quel falso morto il valore necessario.
Venditori di gadgets proposero il cadaverino in miniatura che se lo buttavi a terra si spaccava la testolina e usciva vero sangue umano, un cantautore impegnato casualmente aveva scritto in tempi altamente sospetti una ballata dal titolo “Il morto che non c'è", una prestigiosa casa di produzione straniera aveva già comprato i diritti d'autore del romanzo best seller "Morte di un condomino saltatore" per girare un film di sicuro successo. L'unico problema era che il libro nessuno l'aveva ancora scritto.
Una strana sensazione infettò Dario, come un virus silenzioso e impossibile da ignorare, quando si accorse che quasi tutti i suoi personaggi erano rientrati in casa e non ne uscivano più.
Chi tra interviste, chi tra foto e telecamere, avevano quasi tutti smesso di ammirare la sua opera.
Solo Luisa e Pablo ogni tanto si affacciavano per pochi istanti. Ma il motivo era ormai un altro.
Così avvenne nella sua mente quello che vorremmo non accada mai. Quel momento terribile che ci porta naturalmente e inesorabilmente ad una conclusione, un'unica, ultima mossa.
Doveva riprendersi il morto.
Ad un tratto si alzò in piedi, spalancò la finestra ed emise col megafono un nuovo grido, ancora più terrificante.
Ripeté il grido più volte finché una dopo l'altra le finestre del condominio si riaprirono di nuovo. Carla, Ignazio, la signora Di Salvio, Stefania e Bruno, Nigro, Pablo, Luisa, tutti erano di nuovo fuori. E con loro giornalisti e reporters, l'elicottero della TV e grazie ad esso tutto il paese collegato in diretta, ma con l'obiettivo non più sul cadavere, bensì su quel giovane in pedi sul parapetto del suo terrazzo.
Fu un vero canto del cigno. Dario assaporò quell'istante con avidità e subito dopo diede al pubblico ciò che secondo lui si aspettava: si lanciò nel vuoto, stavolta senza urlo.
Il mondo che guardava rimase col fiato sospeso, mentre l'uomo cadde al centro del cortile.
Ci fu un silenzio interminabile dove i pensieri più disparati si mescolavano tra loro. Un nuovo fatto era davanti agli occhi. La corsa stava per ripartire quando qualcosa di veramente interessante e unico accadde.
Nessuno se ne accorse perché le cose più importanti accadono sempre così, di nascosto, in silenzio. E solo per caso qualcuno le nota: un merlo, un piccolo merlo che non aveva mai volato, che non aveva mai oltrepassato la porta aperta della sua gabbia si spinse fuori di essa.
Fu un breve tragitto, uno sbattere nervoso di piccole ali arrugginite. Quanto bastò all'uccello per uscire dalla finestra e gettarsi abbandonato sul cortile.
Fu un tonfo lieve, delicato, mortale.
E mentre il treno delle interviste, i programmi e, soprattutto, le vendite ripartiva ci fu un ennesimo colpo di scena, l'ultimo.
Il secondo cadavere non era… cadavere.
La mano destra si muoveva, prontamente inquadrata dai più veloci cameramen.
La sinistra, una gamba, l'altra e Dario era in piedi, con svariate fratture ma vivo.
Stordito e dolorante guardò alla sua sinistra il pupazzo e oltre questo il merlo inanimato. Il dolore che attraversò il cuore cancellò in un attimo le sofferenze della caduta. Nessuno avrebbe dovuto morire davvero, nel suo spettacolo, forse lui stesso ma nessun altro. E tantomeno l'unico al mondo che l'avesse veramente capito.
Sotto gli occhi esterrefatti di milioni di persone Dario avanzò barcollando, con sorpresa e stupore generale calpestò e spiaccicò definitivamente una testa di gomma piena di ketchup andato a male e raccolse da terra l'uccello.
Si accasciò, se lo strinse al petto e cominciò a piangere, chiudendo definitivamente il sipario.
Nessuno capì quello che era successo. Nessuno seppe perché il giovane l'aveva fatto. Nessuno riuscì a dargli mai un senso.
E, forse, fu meglio così.

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