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Storie di scuola: l’importanza delle conseguenze

L’importanza delle conseguenze

di
Alessandro Ghebreigziabiher




Consegnatemi i testi, disse la professoressa di lettere alla fine della lezione.
Raccontatevi con una pagina e fatelo con sincerità e coraggio.
Questo era stato invece l’invito dell’insegnante alla vigilia del precedente fine settimana.
Il lunedì la donna, al proprio esordio alle scuole superiori, si era imbattuta in uno dei colori più suggestivi del meraviglioso arcobaleno volgarmente detto adolescenza.
Se chiedi a un manipolo di quattordicenni di essere sinceri e coraggiosi, preparati.
Preparati ad aspettarti di tutto.
Consegnatemi i testi, aveva quindi detto poco dopo che l’ultimo studente aveva terminato di leggere il suo componimento.
L’aveva detto a tutti.
Ma l’aveva detto solo per l’ultimo.
L’ultimo componimento, dell’ultimo studente all’ultimo banco della fila al centro.
Leggi pure come la zona dove si celano il timorato del cattedratico giudizio e molto altro.
Già molto altro, nell’arcobaleno di cui sopra.
Mattia, aveva chiamato la prof, non scorgendo luce provenire dalle già citate retrovie.
Dopo un tempo quasi teatrale il giovane dalla chioma vermiglia, portatrice di uno spettinamento ancora memore dell’impronta del cuscino, aveva raggiunto il proscenio scolastico e seppur con il foglio preda del tremore delle dita aveva letto con voce salda la storia di sé.
“Mi piacciono i tavoli, mi sono sempre piaciuti. Sulle pareti della mia camera non ci sono cantanti o calciatori ma solo poster di tavoli di tutte le forme e i materiali possibili, quattro gambe, tre, e perfino due, sfidando ogni vincolo gravitazionale.
Sono un musicista, ma non ho la chitarra, come mia sorella, che è brava, ma è stonata.

Suono la finestra e me la cavo assai. Se volete vi spiego: soprattutto quando piove, così ho un accompagnamento gratuito, appoggio gli avambracci al vetro e ticchetto quest’ultimo con i polpastrelli, avvalendomi di un innato senso del ritmo, senza falsa modestia. Se grandina scivolo sull’hard rock, ma solo laddove sia d’umore particolarmente nero.
Vado a letto ogni sera subito dopo cena e mi sveglio tutte le notti alle quattro in punto sin da quando avevo sei anni.
Sei appena compiuti.
Tre e cinquantotto, cinquantanove e... via, in piedi.
Mi alzo, metto le cuffie e ballo, sempre con la stessa canzone, che non è una ballabile, ma non è importante.
Scusate, ma adoro mangiare la pasta cruda. Lo so che non fa così bene, ma non me ne curo. Sempre meglio che fumare, dico io.
Mangio anche quella ben cotta, al dente, ma cruda è un’altra cosa, credetemi.
Provate e poi ne parliamo.
Alla doccia preferisco fare il bagno, ma pieno fino all’orlo, che quando entri nella vasca l’acqua fuoriesce e bagna il pavimento.
E’ una conseguenza ed è importante.
E’ importante, secondo me, anzi è fondamentale, fare cose che abbiano delle conseguenze.
E’ la prova che, malgrado quel che dicano gli altri, siamo qui.
Nel bene o nel male siamo qui.
Io sono qui, adesso.
E sebbene esattamente alle quattro del mattino di otto anni fa mia madre abbia deciso di abbandonare questa storia, la mia, anche lei è qui.
Come la musica della sua canzone preferita.
Che non è ballabile, ma due passi nella notte le merita.
Questa è la conseguenza di una delle sue scelte.
L’ultima.
Spero che le conseguenze delle mie vi rendano felici.
A parte l’acqua sul pavimento del bagno…”



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